Milano - 10 Giugno 2010
A metà aprile la giustizia serba ha emesso un mandato di arresto internazionale per Darko Saric, boss montenegrino con passaporto serbo, accusato di aver organizzato un enorme traffico internazionale di stupefacenti. Già da tempo, però, i servizi segreti occidentali tenevano sotto controllo il suo cellulare. Parlando al telefono Saric si sarebbe lamentato con il suo interlocutore dell’obbligo di versare fino al «20 per cento della merce al grande capo e a quel porco di suo fratello». Indovinare l’identità delle persone in questione non dovrebbe essere troppo difficile. Secondo i rapporti del dipartimento di stato di Washington, lo stato ex jugoslavo è uno scalo importante nella rotta della cocaina, dell’eroina e delle droghe sintetiche verso l’Europa. Ma chi guadagna da questi traffici? In Montenegro il clan Saric controlla diverse imprese che hanno rapporti con i vertici dell’economia e della politica. Basta una rapida ricerca su internet per rendersene conto. L’amministrazione della città dove è nato Darko, Pljvelja, la banca Prva, controllata dal premier Milo Djukanovic e dal fratello Aco, la banca Hypo Alpe Adria, il porto di Risan, il comune di Cattaro, il quotidiano «Pobjeda»: tutti hanno avuto a che fare con il clan.
Saric, inoltre, ha ottimi agganci anche in Serbia. Alcuni anni fa Milo Djukanovic ha ammesso, senza troppo imbarazzo, che il Montenegro prelevava una tassa sul contrabbando di sigarette per colmare i buchi del bilancio dello stato. Molti osservatori sono convinti che oggi succeda la stessa cosa, ma con i traffici di altri tipo. Secondo Slobodan Homen, ministro della giustizia serbo, l’organizzazione criminale di Saric ha un fatturato annuo di almeno un miliardo di euro. La stampa parla addirittura di due miliardi e mezzo. Ma com’è stato possibile allestire un’attività simile in così poco tempo? Secondo i procuratori italiani, Saric ha rilevato l’infrastruttura usata negli anni novanta per il contrabbando delle sigarette e se n’è servito per trasportare la cocaina. In questo modo il ramo italiano del clan si è potuto appoggiare ai vecchi contatti che aveva nei porti, alle frontiere e tra i doganieri. Secondo il tribunale di Belgrado che ad aprile ha formalizzato le accuse contro Saric, la merce entrava in Europa dal porto di Antivari per poi essere smistata nel continente. Poco prima dell’emissione dei mandati d’arresto, un’operazione congiunta della polizia serba e della Dea, l’agenzia antidroga statunitense, ha portato al sequestro di una grande partita di cocaina.
Nel rapporto statunitense sul blitz si parla di una persona «molto altolocata», senza la quale questi affari sarebbero impossibili. Alla persona in questione va un terzo dei profitti, cioè decine di milioni di euro. Anche se l’identità di questa figura non è stata ufficialmente svelata, la Dea parla di uno «specialista del riciclaggio, in ottimi rapporti con il potere montenegrino». I leader dei paesi europei, che in alcuni casi hanno rapporti d’affari e d’amicizia con Djukanovic, dopo l’intervento della Dea hanno cominciato a fare pressioni affinché il premier si ritiri dalla vita pubblica. Secondo le informazioni di cui dispone «Monitor», Washingotn è intervenuta direttamente quando ha scoperto che i clan montenegrini avevano fatto l’errore di allearsi con le Farc colombiane per rifornirsi di cocaina. A quanto pare è stata quest’ultima mossa a mettere fine alla tolleranza dei paesi occidentali nei confronti di Djukanovic. (traduzione di Nazzareno Mataldi)
Da sapere
• Il Montenegro ha 672mila abitanti e un pil pro capite di 9.800 dollari (2009). È indipendente dal 2006, quando si è separato dalla Serbia in modo consensuale.
• Nello stesso numero in cui è uscito questo articolo, il settimanale «Monitor» ha pubblicato un editoriale che chiede le dimissioni del premier Milo Djukanovic, accusato di aver trasformato il Montenegro in un narcostato (Fonte Monitor)
ORIANO MATTEI
Nessun commento:
Posta un commento