


04 Novembre 2010
LA PROCURA DI ROMA SEQUESTRA UN MILIONE € IN BENI DEGLI AZIONISTI DELLA DIGITALTECO, DI CUI IL SEGRETARIO DELL’UDC È SOCIO FONDATORE - LA FABBRICA AVREBBE DOVUTO PRODURRE CD IN CALABRIA MA, INTASCATI I CONTRIBUTI EUROPEI, È STATA VENDUTA DA CESA E SOCI, ANCHE LORO INDAGATI (TRA QUESTI, SCHETTINI, SEGRETARIO DI FRATTINI, E L’EX AN PAPELLO), CON ANCORA I MACCHINARI IMBALLATI - TUTTO NASCE DALL’INCHIESTA POSEIDON DI DE MAGISTRIS, MA CESA ASSICURA: “STORIA VECCHIA, ATTO DOVUTO”…
Il segretario dell'Udc, Lorenzo Cesa, è indagato a Roma per frode comunitaria. La notizia è trapelata dal palazzo di giustizia dopo che il gip Rosalba Liso, su richiesta del pm Maria Cristina Palaia, ha disposto nei giorni scorsi il sequestro di beni (immobili e non) per oltre 1 milione di euro ricollegabili agli azionisti della Digitaleco Optical Disc srl, l'azienda con sede legale a Roma di cui Cesa è socio fondatore.
La società ha ottenuto circa 1,5 milioni di euro di finanziamento dall'Unione europea per fabbricare compact disc in Calabria, sulla Sila.
Ad eseguire l'ordine del giudice per le indagini preliminari di Roma sono stati i carabinieri di Catanzaro. Qui è iniziata l'inchiesta, scaturita da un filone dell'indagine Poseidone di Luigi De Magistris (ex magistrato e ora europarlamentare per l'Idv), poi arrivata nella capitale per competenza territoriale.
L'azienda (che ha cambiato varie denominazioni) ha incassato fondi, ma da tempo è dismessa dopo aver avviato le procedure per gli ammortizzatori sociali per i propri dipendenti.
LO STABILIMENTO COLLAUDATO PRIMA DI ESSERE TERMINATO
La sede legale di via Tivoli, a Roma, è chiusa. Come anche lo stabilimento di Piano Lago a Mangone, località di un migliaio di abitanti in provincia di Cosenza. Al telefono non risponde nessuno. In paese definiscono l'azienda «una fabbrichetta che ha lavorato solo qualche anno».
Gli ultimi 12 operai hanno ottenuto la cassa integrazione in deroga per il 2009 con un costo di 152 mila euro in parte finanziati dalla Regione Calabria.
Tra il 2001 e il 2006 l'Unione europea ha riversato sulla Calabria 1 miliardo e 100 milioni di euro a cui vanno aggiunti 4 miliardi di incentivi alle imprese stanziati dal governo e dalla Regione.
Alcuni casi macroscopici di aziende aperte e chiuse nel giro di pochi mesi hanno messo in moto le procure che per alcuni episodi hanno ipotizzato i reati di concussione, corruzione e truffa.
De Magistris, quando era pm a Catanzaro, aveva puntato gli occhi sulla Digitaleco. Tra gli azionisti della prima ora, alla fine degli anni Novanta, c'erano quattro persone legate alla politica: l'attuale segretario dell'Udc Lorenzo Cesa; il capo della segreteria di Franco Frattini, Fabio Schettini; l'ex responsabile dell'emergenza rifiuti in Calabria in quota An, Giovan Battista Papello (considerato factotum di Altiero Matteoli); e Silvio Grandinetti, subito uscito dall'affare, in quota Pd, figlio di Giulio Grandinetti, segretario del consigliere regionale Nicola Adamo (gruppo misto).
De Magistris è convinto che la Digitaleco sia coinvolta in giri poco chiari, anche perché - per esempio - lo stabilimento avrebbe superato il collaudo quando era ancora in costruzione. L'iscrizione di Cesa nel registro degli indagati risale al marzo 2006: l'inchiesta dell'ex magistrato però, era più ampia e vi sono coinvolte decine di nomi tra cui militari, parlamentari, industriali. Sono i cento filoni dell'indagine Poseidone.
Quando Schettini, Papello e Cesa vendettero la Digitaleco, chi la rilevò rimase sorpreso: la fabbrica era ancora in fase di costruzione, mancava addirittura una parte del tetto, eppure aveva già il collaudo.
I macchinari, pagati con i soldi dell'Unione europea, invece erano imballati in un angolo. Per questo il segretario dell'Udc è stato indagato anche dall'Olaf, l'Ufficio antifrode europeo che si è occupato di lui anche in qualità di ex europarlamentare e membro della commissione di controllo sul Bilancio, proprio quella che aveva competenza sulle truffe alla Ue e di cui, dal 2009, è presidente proprio De Magistris.
SEI INDAGATI CON IL SEQUESTRO DI BENI PER 1 MILIONE
Dopo le traversie dell'inchiesta Poseidone, la scelta del magistrato di lasciare la toga, i rimbalzi di competenza (il gip del Tribunale di Catanzaro, dopo che il pm Salvatore Curcio al quale era passata l'iniziativa aveva presentato una richiesta di sequestro beni per 2,5 milioni di euro) e le procedure giudiziarie, l'inchiesta sulla Digitaleco Optical Disc srl è sbarcata a Roma.
Nella capitale, insieme con il segretario dell'Udc sono state iscritte nel registro degli indagati altre cinque persone.
Gli indagati sono sei: oltre a Cesa ci sono Fabio Schettini, già segretario del ministro degli Esteri Franco Frattini quand'era vicepresidente della Commissione europea; Giovan Battista Papello, ex subcommissario per l'emergenza rifiuti in Calabria e sua moglie Maria Assunta Lanzetta; Stefano Bencivenga e Augusto Pelliccia.
Qualcuno è coivolto per le cariche societarie ricoperte quancun altro in qualità di azionista di Scarabeo Dvd Srl, Optical Disc srl e quindi di Digitaleco Optical Disc srl. Tutti sono accusati, in concorso, dell'articolo 640 bis del codice penale, ossia di truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche.
L'estate scorsa, mentre si avviava alla chiusura delle indagini, il pm Palaia ha chiesto il sequestro di beni per 1 milione di euro riconducibili agli uomini coinvolti nella gestione dell'azienda. Il gip Liso, nei giorni scorsi, lo ha accordato.
PARLA CESA: «È UN ATTO DOVUTO PER UNA STORIA VECCHIA»
«Rispetto della legalità e completa fiducia nella magistratura: questi sono i miei principi ispiratori a cui non intendo venire meno», ha commentato Cesa, interpellato da Lettera43.it. «Il provvedimento che mi è stato notificato oggi riguarda fatti di circa dieci anni fa, già chiariti in sede europea, archiviati da parte dell'Olaf (Ufficio europeo per la lotta anti-frode) e chiariti anche ai magistrati italiani successivamente all'emissione, perché la contestazione mi viene mossa solo in quanto azionista con il 2% della società in questione. Ritengo pertanto che si tratti semplicemente di un atto dovuto».
Originario di Arcinazzo Romano, un paesino dell'alta Valle dell'Aniene in provincia di Roma, il 59enne Lorenza Cesa ha mosso i primi passi nei movimenti giovanili della Democrazia cristiana dove ha stretto il legame con Pierferdinando Casini.
Nel 1993, quando era consigliere comunale a Roma, l'esponente politico è stato arrestato dopo due giorni di latitanza perché accusato di essere uno dei cassieri del ministro dei Lavori pubblici Gianni Prandini.
Nel 2001 è arrivata una condanna in primo grado a 3 anni e 3 mesi di reclusione per corruzione aggravata. Una sentenza annullata l'anno successivo dalla Corte d'Appello per una questione procedurale: il pm del processo aveva svolto anche le funzione di gup. Così il gip, dopo aver dichiarato gli atti "inutilizzabili", aveva stabilito il non luogo a procedere.
Nel frattempo, dal 1994 Cesa aveva aderito al Ccd di Casini e Clemente Mastella passando poi all'Udc.
Negli anni ha effettuato investimenti in imprese a Roma, come la Global Media, e in Calabria: nella Digitaleco.
ORIANO MATTEI
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