yYAXssKCQaUWZcXZ79RJTBLvo-c;SfREtjZ9NYeQnnVMC-CsZ9qN6L0 Finance, Economics, Globus, Brokers, Banks, Collateral-Oriano Mattei: febbraio 2010

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giovedì 25 febbraio 2010

ORIANO MATTEI : Signor Predrag Goranovic ha qualcosa da dire ?



25 Febbraio 2010

In questo articolo, pubblichiamo un documento copia conforme all'originale, dove i Ministri che erano facente parte del Governo del Montenegro negli anni 1996/97 Janko Jeknic Ministro degli Esteri (morto in un incidente nel mese di Gennaio 1997) e Predrag Goranovic Ministro delle Finanze, dove si evidenzia in maniera chiara e trasparente, che i citati Ministri con l'autorizzazione dell'allora Primo Ministro Milo Djukanovic, davano "MANDATO ESCLUSIVO" all'Avvocato Maltese Anthony Apap Bologna , allo scopo di rifornire fondi per operazioni che poi risulteranno a beneficio di persone private.
In tutto questo tempo, mai nessuno ha interpellato il signor Predrag Goranovic , che insieme alla signora Dusanka Jeknic sono gli unici testimoni della vicenda che verrà definita nei balcani "CASO MATTEI".
Questo ulteriore documento che si deve considerare vero, è la prova provata che il Montenegro e forse è meglio dire i signori del Montenegro, organizzavano effettivamente una grande operazione finanziaria per scopi unicamente personali, per poi negarla per anni nella più totale indifferenza.
Ma la cosa più tragica è che passi il silenzio omertoso dei personaggi coinvolti in questa vicenda, ma quello che è ineccettabile, è il totale silenzio e il totale disinteresse da parte delle Autorità Internazionali e Nazionali, è in principal modo Mi riferisco ai Procuratori Pubblici che da anni indagano sulle malefatte dei signori Montenegrini che insieme ad organizzazioni criminali internazionali, del malaffare negli ultimi quindici anni, ne hanno fatto una ragione di vita e ricchezze personali.
Mah, questo è uno strano mondo che gira a piacimento di chi conduce tutti i giochi, dove se c'è interesse tutte viene reso pubblico , mentre invece esistono vicende che hanno tutti i crismi per essere rese pubbliche è giudicate, che invece vengono completamente accantonate e occultate.
Forse Mi sbaglierò in questa mia analisi, forse il Mio è un ragionamente di comodo in quanto in tutta queta vicenda, io ne sono la prima vittima, ma ripeto tutto questo silenzio intorno a questa vicenda che è supportata da molti documenti pubblici e veri, dove anche un ragazzino riscontrerebbe forti elementi di indagine, Mi lascia molto pensare.
Spero di sbagliarmi , e forse sarebbe anche il caso che qualcuno dei politici del Montenegro, esca finalmente allo scoperto e pubblicamente smentisca tutto quanto sin detto e sconfessi tutta la documentazione che è depositata nei vari tribunali internazionali.
Fino a quando questo non succederà e Le persone coinvolte in questa vicenda, resteranno nel totale silenzio, i Miei dubbi avranno sempre di più consistenza.


ORIANO MATTEI

ORIANO MATTEI : Michele Altamura


25.02.2010
Cari lettori, quello che oggi pubblichiamo, è un articolo pubblicato da "Rinascita Balcanica" a firma di Michele Altamura. Questo articolo, è un esempio di grande giornalismo di "Intelligence" , dove dietro a questo c'è un vero e proprio lavoro farro da Michele Altamura e che dovrebbe essere da esempio di tutti i giornalisti che fanno Intelligenc. Dobbiamo fare tutti quanti i complimenti a Michele Altamura, che ancora una volta semmai ce ne fosse bisogno, ha dimostrato che oltre ad amare il Suo lavoro, lo svolge con la massima cura , entrando nel coure del problema dell'articolo stesso. Ancora da parte Mia un vero grazie a questo grande giornalista.

Intelligence » Michele Altamura
Etleboro
E’ una guerra invisibile quella a cui assistiamo di giorno in giorno. C’è chi bombarda Paesi e chi traffica droga per costruire oleodotti. Da una parte c’è la mafia che tutti noi conosciamo, i casalesi, la camorra, quelli che vendono la droga alla spicciolata. E poi ci sono i vip, gente di spettacolo e di gossip, quelli che organizzano “festini” e gran-galà, allietando i loro ospiti con prostituzione moderna e droga, ma si servono rigorosamente dai ‘pusher’ e non dagli spacciatori. La differenza, tra questi due mondi, è davvero sottile, e sta solo nel fatto che i ‘pirla’ sniffano cocaina frullata con aspirina e altre schifezze, mentre invece i signori – per intenderci quelli che vediamo in tv e sulle riviste – sniffano quella pura all’80%, la cocaina colombiana. Questi due mondi sono paralleli, ma rappresentano in maniera perfetta quello che è oggi il business della “creazione del denaro”. Nessun complotto stavolta, ma la dura realtà, ossia che gli Stati dietro un protocollo segreto, trafficano rifiuti speciali e nucleari tramite organizzazioni di copertura: le scorie sono un segreto di Stato. E’ dura a dirlo, ma è anche difficile da credere. Purtroppo è così, e dietro tutto questo gioco al massacro vi sono i latitanti che prendono le colpe da espiare - tanto son sempre latitanti - e i signori , che viaggiano in aerei di lusso e stappano bottiglie di champagne. Il male dunque sono i trafficanti, i mafiosi, tanto un reato in più e un reato meno ,ad un delinquente non cambia la vita.

Questa è solo una premessa per far capire ai magistrati italiani che le loro indagini non portano a nulla, perchè sono inconsistenti e prive di elementi reali su cui costruire una strategia di lotta al crimine. In altre parole, i nostri inquirenti non hanno proprio idea di dove stiano seduti e di cosa sia davvero il traffico di droga. Basta leggere le parole del Procuratore Pietro Grasso (vedi Procuratore Grasso: i Balcani sono il deposito della cocaina ) che al Vjesti dice che “i Balcani sono il deposito" della droga dell’Europa”, che “la droga può essere trasportata in meno di 24 ore ad una posizione ben determinata in Europa”. Ci aspettavamo che il Procuratore Grasso spiegasse anche come faccia la droga a trovarsi in 24 ore in qualsiasi punto dell’Europa, dicendo per esempio che viene usato Google Heart, le chat o Skype, che consente di reperire la posizione di dove si troverà il carico e dove si posa il denaro. Grasso parla di una “nuova mafia”, della connessione della mafia calabrese con quella serbo-montenegrina, parla della cocaina colombiana e di quella dell’Afghanistan. Insomma tutti concetti frammentari che l’Osservatorio Italiano ha già avuto modo di spiegare, anticipando le mosse di qualcosa che sta succedendo da tanto tempo e nessuno ha visto ( si veda Scacco matto alla cocaina colombiana ).

Ma facciamo un piccolo passo indietro, e parliamo della magistratura italiana, quella che ha lasciato che si consumasse indisturbato il contrabbando di sigarette lungo le cose pugliesi senza muovere un dito, per poi contrattaccare dopo anni e sgominando tutto il traffico in pochi mesi. Possiamo dire, con la certezza matematica, che i cosiddetti scafisti sono stati solo un capro espiatorio, e il vero business lo ha fatto qualcun altro perchè i conti non tornano. Il contrabbando di sigarette, se le cifre ufficiali e quelle ufficiose sono giuste, avrebbe consegnato alle organizzazioni criminali pugliesi milioni di miliardi di lire: ma dove sono finiti tutti questi soldi? Possiamo assicurarvi che solo il 20% è finito nelle tasche dei contrabbandieri, mentre l’80 % in quelle dei Signori che hanno la residenza e le società in Svizzera. D’altronde, questo sistema ha creato il Procuratore del Ticino Carla del Ponte, poi divenuta Procuratore del Tribunale dell’Aja.
Facendo un po’ i conti, sappiamo che su uno scafo di tipo 'corbelli' potevano essere caricate 330 casse di sigarette, ogni cassa veniva acquistata presso la società montenegrina Zetatrans, e costava 500 euro. Per il trasporto, occorreva avere il supporto logistico a terra, 3 furgoni con tre autisti da pagare 200 euro l’uno e 10 ragazzi da pagare 75 euro a testa. Arrivavano ogni settimana dal ‘dutee free olandese’ circa 14 tir a settimana, che contenevano ciascuno 1980 casse. Al costo delle sigarette occorre aggiungere il pizzo pagato su ogni cassa, oltre che 2500 euro di nafta, su cui i clan locali avevano avevano il monopolio. A gestire il rifornimento della benzina degli scafi era il famoso fratello di Milo Djukanovic, il pistolero Aco Djukanovic. Lui viveva in una casa insieme al suo amico Paolo, amico dei siciliani, che era in grado di far arrivare in Puglia 30 corbelli in 2 giorni. Paolo è annegato, ma l’autopsia non è stata mai fatta.

Questa come ve l’abbiamo descritta è l’organizzazione logistica dei costi del contrabbando, sostenuti in sostanza dai contrabbandieri. Per quanto riguarda poi i guadagni, parliamo di 14 milioni di euro a settimana che incassavano e riciclavano i broker e i banchieri svizzeri, e in un anno sono ‘solo’ 168 milioni di euro. Quello delle sigarette è stata solo la punta dell’iceberg, perchè poi c’è la droga e il traffico dei clandestini. Si stima che i contrabbandieri di Ostuni, in 5 anni di lavoro, devono aver portato a Brindisi 840 milioni di euro, che riportati in lire sono tantissimi soldi, forse troppi per l’epoca di allora. Non ci sono dubbi che la Procura italiana non ha fatto assolutamente i conti, anche perchè poi tutto è stato smantellato nel giro di pochi mesi. Siamo seri signori, il contrabbando l’avete fermato nel giro di un mese, e l’avete combattuto per anni. Chi ha incassato i soldi? Le coste pugliesi da chi erano controllate?
La mafia? Certo che esiste, ma non esiste la mafia se non c’è lo Stato.

Adesso veniamo alla droga colombiana. I Balcani sono diventati un centro logistico, come l’Osservatorio Italiano ha scritto più volte, parlando di mafia trasnazionale oppure di una Santa Alleanza Balcanica, fatta da gruppi di potere locali e di diversità etnica, che possono trasportare droga oltre confine con assoluta facilità, proprio come un tempo le coste pugliesi erano aperte a tutto. Sappiamo che oggi occorrono per il fabbisogno italiano 3 tonnellate al mese di cocaina, che i signori colombiani vendono a 10-15 mila dollari al chilo, con un quantitativo minino di 1 tonnellata, ossia circa 10 milioni di dollari. Per avere dunque un buon prezzo bisogna organizzare il trasporto e sopratutto operazioni che fanno girare 30 milioni di dollari al mese. Non è assolutamente pensabile che un tale traffico abbia alle sue spalle personaggi come Totò Riina o Provenzano, che non sanno né scrivere e né leggere. In realtà vi sono menti raffinate, che dispongono di una rete in grande stile di avvocati, consulenti finanziari, direttori di banche, notai, ma soprattutto ricchi ‘nullafacenti’, per organizzare lo spaccio ad altissimi livelli.

Ai piedi di questa piramide, vi sono i criminali tradizionalmente intesi, i trafficanti e contrabbandieri che vivono ai margini della società perbene, fanno il lavoro sporco e rischiano la loro vita ogni giorno. Entrano ed escono continuamente dalle carceri con un sistema collaudato e a prova di “procuratore”. Se viene fermato con 10 chili di droga viene arrestato, ma prima che i giornali riescono a dare la notizia, è già fuori di prigione grazie al processo per direttissima. Qui viene condannato, ma se ha le attenuanti generiche – perchè incensurato – esce nel giro di pochi mesi. Tutto dipende dall’avvocato e dal fatto che ha o meno dietro di sé un’organizzazione seria. In caso contrario, c’è il carcere, allora lì scatta una strategia ‘fai da te’: si compra droga all’interno del carcere, dimostrando di essere un tossico dipendente. In questo caso, viene affidato al centro di riabilitazione che permette di uscire dal carcere, a seconda della clemenza della Corte, ma comunque si acquisisce una condizione di semi-libertà che consente di manovrare ancora il traffico. Al contrario, per i recidivi scatta la condanna a tre anni, ma anche in questo caso vi è la possibilità di beneficiare del condono di due mesi, dunque la pena viene ridotta a sei mesi. Con un buon avvocato, e la riduzione di pena per buona condotta, in circa 7-10 mesi è fuori: altro giro e altra corsa.

La droga che acquistano i grandi importatori ha una purezza dell’80%, poi la frullano mettendo dentro un 20% di varie sostanze, raggiungendo così il 60-65% circa. Un kilo in Italia costa circa 24-26 mila euro, che viene tagliata in varie percentuali, a seconda dalla bontà d’animo del 'frullatore', che può ridurre la purezza sino al 35%. Questa droga va a finire sul mercato più povero, negli angoli di strada, e costa circa 30 euro al grammo, per cui quel chilo tagliato e ritagliato, alla fine viene a costare 15-20 mila euro. Il prezzo lo fa non solo la purezza, ma anche la disponibilità e l’urgenza di piazzarla. Se ce n’è troppa si svende, se ce n’è poca si alza il prezzo e si racimola 30 mila euro per 1000 dosi, tutto dipende dallo smercio. E' impensabile che tutto questo contante sia gestito dalle mafie locali, e confluisce così nelle mani di uomini d’affari, che chiudono l’affare in un salotto di qualche fiduciaria, comprando e vendendo azioni di società ad alto rendimento. D’altronde, la capitale della mafia è Milano, dove puoi comprare e vendere droga con una transazione, anche perchè a 40 minuti c'è il confine con la Svizzera. Lì ci sono tanti "bordelli", e ci si può anche divertire: c'è la zona degli albanesi, dei montenegrini, dei croati e si può fare qualsiasi cosa. Ed è qui che il crimine del contrabbando si mischia a quello finanziario, imprenditoriale e bancario. Dietro il business dei titoli collaterali e dei bonds, e le tante operazioni fittizie, c’è la droga, dietro le vendite di opere d’arte false, gioielli, si vendono le partite di droga. Allora ci si chiede quali sono le grandi società che finanziano le grandi opere, i progetti infrastrutturali? E ancora, cosa c’è dietro i paradisi fiscali, cosa si nasconde dietro il segreto bancario svizzero? Chi sono gli avvocati fiduciari svizzeri, che un giorno sono amici dei criminali e dopo sono magistrati che devono indagare i loro amici?

Questo è il vero business, il cuore della creazione dei capitali e della ricchezza della società moderna, per cui i paesi europei – ed in particolare l’Italia – hanno pagato un grande prezzo. La criminalità è fatta dalle prostitute di alto bordo, da gente dello spettacolo e del gossip, che non ha né arte e né parte, ed hanno fatto del ricatto e dello spaccio della cocaina la loro fonte di reddito principale. In un festino si può anche guadagnare 500 mila euro in una sola sera, vendendo migliaia di dosi a 100-150 euro al grammo (la riservatezza costa anche 500 euro a grammo). Il meccanismo è lo stesso, solo che lo smercio avviene nelle grandi ville, nei castelli privati, tutto lontano dagli occhi di polizia e magistrati. Per cui, da una parte abbiamo il contrabbando povero, quello destinato ai ragazzini figli di papà, e dall’altra abbiamo il traffico di lusso. La differenza però sta nel fatto che, mentre la mafia ti ammazza per strada e chiude lì la storia, questi Signori tengono sotto scacco un Paese intero, ricattando politici, industriali, gli stessi magistrati, con l’arma dello scandalo e del ricatto. Tutto questo tramite società pubblicitarie, di immagine e comunicazione. Vedi il recente caso di Bertolaso, capo non solo della protezione civile italiana, ma anche parte di un grande progetto di sicurezza europea che consentirà di creare una “protezione civile transnazionale” senza violare le regole della NATO. Le due mafie quindi si uniscono, perchè una ha l’intelligenza di poter aprire conti e parla inglese, l’altra fa il lavoro sporco, serve a trafficare, ad accollarsi la colpa, perchè viene pagato per fare da cavia. Se si rischia l’ergastolo, ci si accolla di altri 10, facendo l’ergastolano a vita, ma anche lì si può negoziare e vendere la propria libertà: basta pagare. Chi ha parlato di “cupola” ha detto la verità, e ancora una volta non è stato ascoltato. Quando Pupo ha cantato con il pupillo dei Savoia “Italia amore mio”, ci siamo sentiti un po’ tutti fieri, fieri al punto che ci siamo chiesti : “Ma il male da che parte sta? Dalla parte della mafia o del gossip”.

Michele Altamura
Osservatorio Italiano


ORIANO MATTEI

sabato 20 febbraio 2010

ORIANO MATTEI : GDF: "SHA MAT". SCACCO MATTO AD UN OPERAZIONE CRIMINALE INTERNAZIONALE

Impegnati questa notte 130 militari della Guardia di Finanza del Gruppo di Investigazione sulla criminalità organizzata del Nucleo Polizia Tributaria di Bari con l’ausilio di diverse Unità Cinofile ed un elicottero per l’operazione denominata “Sha Mat” ovvero Scacco Matto. Il centro direttivo di questa organizzazione multietnica era saldamente radicato nell’area balcanica e Bari si inseriva nei traffici in quanto importantissimo crocevia. A seguito di intercettazioni telefoniche e pedinamenti sono complessivamente 85 i chili di sostanze stupefacenti sequestrati, prevalentemente cocaina, mentre decine di chili di droga sono stati importati e spacciati nel territorio nazionale trasportati anche nei rivestimenti plastici dei trolley. Droga che a sua volta la criminalità serbo-montenegrina faceva arrivare dal sud America a tonnellate tramite navi mercantili transoceaniche. Il giro d’affari superiore a 2 milioni di euro, riguardava anche esercizi commerciali del Borgo Antico di Bari, quote societarie, appartamenti, auto e motocicli di grossa cilindrata. 30 gli arresti eseguiti e 37 le denunce giunte al termine di lunghissime indagini coordinate dalla Direzione Distrettuale Antimafia del capoluogo pugliese. A Bari, dove sono stati effettuati 9 arresti, Cosimo e Giovanni Naviglio ed ancora Giovanni Montecasino si occupavano di acquistare ed importare dalla Serbia considerevoli quantitativi di cocaina purissima da commercializzare poi sul territorio barese tramite contatti locali, l’organizzazione poteva fare affidamento inoltre su altri soggetti a Milano e Roma, dove sono state arrestate due persone, Rimini con altre tre persone arrestate ed altre due infine tra Prato e Ravenna. Spiccato inoltre un mandato di arresto europeo per altri dodici soggetti, già trasmesso alle autorità giudiziarie di Serbia, Montenegro, Svezia ed Albania. Per quanto riguarda gli arrestati sono stati resi noti i 30 nomi. I nove arrestati baresi sono Coviello Roberto, Fanelli Pasqua, Laddaga Pietro, Montecasino Giovanni, Naviglio Cosimo e Giovanni, Terlizzi Gaetano, Valsecchi Dante e Zullo Carlo, tutti residenti a Bari e Biagetti Christian di Rimini. 8 persone di nazionalità serba, Alijevic Nenad residente in Serbia-Montenegro, Arsic Srdjan con residenza in Svizzera, Djordjevic Boban, Jankovic Isidora residente a Milano, Micunovic Dusko, Stanivukovic Gordana residente a Milano, Vranesevic Dusan residente in Svezia, Zivkovic Ana residente a Milano. I cittadini Albanesi Eliazi Gazmend residente ad Empoli, Karaj Enver residente a Rimini e Muja Klevis. Montenegrini invece Djurovic Luka residente in Serbia, Knezevic Goran residente in Svizzera, Milatovic Vojislav residente in Serbia, Radonjic Zdravko residente in Serbia e Subacev Sasa.
Croato invece Bencec Stjepan residente a Roma. Inoltre Calov Goran residente in Bosnia, ma di fatto domiciliato in Svezia, il colombiano Patino Trochez domiciliato a Rimini e a concludere Samardzic Asim bosniaco residente a Riccione. (fonte Luca Turi).

ORIANO MATTEI

ORIANO MATTEI: Traffico di armi e contrabbando con il Montenegro

20 Febbraio 2010

Martedi' 19 gennaio 2010. A Bari si doveva svolgere l'udienza preliminare per decidere se rinviare a giudizio i cittadini montenegrini Veselin Barovic, Branko Vujoševic, Branislav Micunovic, Miroslav Ivaniševuc, Dušanka Jeknic, i cittadini serbi Andrija Draškovic e Stanko Subotic (detto Cane), e sette italiani. A vario titolo accusati di «aver rispettivamente promosso, diretto, costituito e preso parte a un'associazione di stampo camorristico-mafioso», per contrabbando dal 1994 al 2000 di sigarette, armi, droga e per aver favorito la latitanza in Montenegro di criminali italiani per i quali era stato chiesto l'arresto. Ma per la terza volta l'udienza e' stata rinviata.
Gli indagati sono imprenditori, ministri, rappresentanti commerciali, esponenti della criminalita' del Montenegro. Per la Dia di Bari il capo indiscusso del sodalizio e' l'attuale premier montenegrino Milo Djukanovic che governa il Paese da almeno due decenni. Dopo essere stato ascoltato dagli inquirenti italiani nel febbraio del 2009, la sua posizione e' stata stralciata per l'immunita' di cui gode
come capo di un governo straniero. Ma non per insufficienza di prove, visto che tutte le persone interrogate hanno indicato lui come il capo del gruppo criminale.
Grazie al contrabbando sono stati portati nelle banche svizzere e cipriote, con aerei privati, decine di centinaia di milioni di euro. Tanto che alle indagini italiane si sono aggiunte quelle svizzere. Secondo gli inquirenti Djukanovic forniva la copertura politica e istituzionale mentre Stanko Subotic faceva da ponte tra i criminali e il governo montenegrino. «Senza il consenso di Milo Djukanovic non si puo' fare niente in Montenegro», spiego' agli inquirenti Goran Stanjevic, rappresentante dell'Agenzia governativa per gli investimenti esteri della repubblica balcanica. «Non esiste una democrazia in cui ognuno puo' fare liberamente quello che vuole… appena si tratta di un guadagno superiore al normale, piu' di cento euro al mese, il contratto e' del governo del Montenegro», denuncia Stanjevic.
«A un certo punto ho capito che non si trattava solo di sigarette - spiega Stanjevic - ma c'erano dentro droga, armi, prostituzione, clandestini, eccetera, e da quel momento mi sono ritirato. Da cio' che so io, ci sono magazzini a Bar pieni di armi. Le vendono anche alla Libia, alla Siria, ai Paesi arabi, dove ci sono sempre conflitti. Almeno 500-600 italiani lavoravano nel porto di Bar per il contrabbando».
Stanjevic e' un fiume in piena: «non mi e' mai stato chiaro come possa il presidente Milo Djukanovic mentire continuativamente alla sua gente dicendo di non essere legato al contrabbando. Io sono a conoscenza personalmente del fatto che egli incontro' personaggi della mafia italiana in Montenegro e in Svizzera. Il governo di Milo Djukanovic e la sua cricca, che gestisce il Paese, riciclava il denaro con l'acquisto di qualunque cosa avesse valore in Montenegro. L'obiettivo era saccheggiare il Paese.
Oggi l'elite di Djukanovic e' cosi' profondamente coinvolta nel crimine che non e' piu' in grado di continuare a lavorare in qualunque affare legale. Un contrabbando che continua tutt'oggi e puo' essere sradicato solo togliendo potere alla struttura governativa, incluso Milo Djukanovic», conclude il rappresentante dell'Agenzia governativa per gli investimenti esteri del Montenegro.
Tanto che per Milo Djukanovic nel 2003 e nel 2004 erano stati emessi due mandati d'arresto anche dalla procura di Napoli, sempre per il suo ruolo di primo piano nel contrabbando. Respinti dal gip per l'immunita' di cui gode. Il pm di Napoli sottolinea il «pericolo di reiterazione di condotte analoghe» e fa ricorso in Cassazione. La Suprema Corte nel 2004 riconosce che non si puo' procedere per difetto
di giurisdizione, pur evidenziando «la continuativa attivita' criminale svolta dall'indagato, attraverso i suoi uomini».
Alla fine le indagini sui referenti istituzionali della cupola montenegrina vengono riunificate in un unico procedimento a Bari. Ma nella richiesta di rinvio a giudizio Djukanovic non figura, grazie al ruolo di premier di un governo straniero ricoperto. E cosi' continua nei suoi affari accumulando un enorme patrimonio: banche, societa', agenzie immobiliari. Secondo l'International consortium of investigative journalists (Icij), la famiglia governativa dei Djukanovic possiede qualcosa come 200 milioni di euro. Che vuole a tutti i costi mantenere, rimanendo in sella al governo di Podgorica. Negli ultimi anni molti testimoni dell'inchiesta di Bari sono stati uccisi. Come il capo della polizia della capitale montenegrina, ammazzato nel centro della citta', pare dopo aver ricevuto gli atti del processo italiano inviati dal camorrista Ciro Mazzarella.
Ora la Suprema Corte di Podgorica vuole vederci chiaro. Lo scorso 20 gennaio il procuratore capo della capitale montenegrina, Ranka Carapic, ha annunciato di avere aperto un'indagine sui nove omicidi di testimoni legati al contrabbando, e sul possibile coinvolgimento della cricca di Milo Djukanovic come mandante e di Stanko Suboti; come esecutore.
NON SOLO BIONDE
Per capire come si sia arrivati a tutto questo, facciamo un passo indietro. Siamo nella lontana estate del 1996. Un motoscafo d'altura arriva da Brindisi verso le 23. È partito due ore e mezza prima dal Montenegro. Dalla barca scende il latitante Benedetto Stano con due borsoni carichi di armi. Detto “occhi celesti”, Stano e' un boss della Sacra corona unita e il suo clan, grazie al traffico di armi da guerra ed esplosivi, era diventato uno dei piu' temuti della Puglia. Dopo aver consegnato le due preziose borse, riparte il giorno dopo con il suo motoscafo, assieme ai figli, alla volta del Montenegro con in tasca un passaporto contraffatto. Il tutto con l'aiuto di alcuni agenti della polizia di Brindisi, tra i quali l'ex capo della sezione Catturandi, Pasquale Filomena, che avevano portato nella citta' pugliese Salvatore Tagliente, un collaboratore di giustizia che viveva protetto dagli inquirenti a Perugia, e un altro parente.
Stano gia' all'epoca dei fatti era accusato di due omicidi e di un attentato dinamitardo contro un funzionario della questura di Brindisi. Ma soprattutto pendeva su di lui un mandato di cattura internazionale per strage, associazione mafiosa, violazione della legge sulle armi e porto abusivo di materiale esplodente.
I due poliziotti verranno alla fine arrestati nella citta' umbra nel novembre successivo, proprio a casa del pentito. Nell'abitazione c'erano tre auto, tra cui una Ferrari, molti contanti (350 milioni di lire), libretti al portatore e documenti falsificati. Finiranno sotto processo.
Erano anni bui. L'Italia tentava di sconfiggere il contrabbando di sigarette, armi e droga. Decine di motoscafi che ogni notte partivano dai porti montenegrini con il loro prezioso carico alla volta dell'Italia. I contrabbandieri erano diventati sempre piu' attrezzati ed aggressivi. Sulle strade pugliesi si contavano i primi morti tra forze dell'ordine e semplici cittadini che si trovavano coinvolti negli scontri a fuoco.
Dal Montenegro arrivavano in Italia almeno mille tonnellate al mese di sigarette. Il lavoro veniva coordinato da latitanti della Sacra corona e della camorra che vivevano nel Paese balcanico protetti dalle autorita' locali. Una notte un elicottero della polizia avvista uno scafo di contrabbandieri. Le forze dell'ordine aprono il fuoco. I poliziotti sono armati di pistole, mitragliette e bombe da
esercitazione. A bordo dello scafo c'erano invece Vito Ferrarese e altri due uomini non armati.
Ferrarese muore, secondo il pubblico ministero titolare delle indagini, a causa di un colpo di mitra esploso dalla polizia.
Le indagini vengono depistate. I poliziotti per simulare uno scontro a fuoco mai avvenuto, sempre secondo l'accusa, abbandonano una mitraglietta sul motoscafo dei contrabbandieri. Francesco Forleo, ex questore di Brindisi, Pietro Antonacci, ex capo della mobile, e il suo vice Giorgio Oliva, vengono condannati assieme a Pasquale Filomena, al quale sono stati inflitti 14 anni e mezzo per corruzione, falso, detenzione e porto d'armi.
Pochi anni dopo quell'episodio, il 28 febbraio del 2000, in Puglia parte la “Operazione Primavera”. A controllare gli sbarchi arrivano 1.900 unita' delle forze dell'ordine, compresi molti carabinieri del battaglione paracadutisti Tuscania. «Quell'operazione - ricorda Pier Luigi Vigna, allora a capo della Direzione nazionale antimafia - ha avuto effetti estremamente positivi, determinando un ritiro dalla zona pugliese e la conseguente deviazione delle rotte altrove». Le forze dell'ordine mettono cosi' le mani su 54 armi corte; 71 lunghe; 2 giubbotti antiproiettile; 6.804 munizioni; piu' di 502 chili di esplosivo, oltre a scafi, auto e fuoristrada blindati.
Quell'operazione ha di fatto interrotto il contrabbando di sigarette, che ora avviene con i camion dai Paesi dell'Est. Due boss della camorra appartenenti ai clan Sarno e Mazzarella tuttora vivono un esilio dorato in Polonia, lo stesso Paese in cui nel 2004 e' stato arrestato Francesco Schiavone, boss dei Casalesi. E cosi' dopo anni e' ripreso anche il contrabbando delle bionde. Dal 2006 i sequestri di sigarette si sono quintuplicati. Ma gli occhi non sono piu' puntati sul Montenegro, dove in silenzio continua il business delle armi.
Quando in Italia avviene un omicidio di mafia con mitra da guerra, soprattutto kalashnikov, quelle armi provengono da li'. I Balcani sono tuttora pieni di armi, qualsiasi famiglia ne possiede in casa.
Tanto che i Servizi segreti italiani parlano di «riattivazione delle rotte marittime dall'Albania e dal Montenegro ad opera dei clan pugliesi, interlocutori privilegiati delle consorterie attive oltre Adriatico».
Trafficano armi da guerra e cocaina che dal Sudamerica arrivano direttamente nei Balcani, con la mediazione delle cosche leccesi. I sequestri sono resi difficili dalle modalita' di contrabbando della merce. «Le consegne avvengono in Puglia o direttamente sulle coste calabre, a seconda di chi sono gli acquirenti - spiega un membro della criminalita' barese - tramite veloci motoscafi che consegnate le borse, ripartono velocemente. Anche quando negli anni Novanta su queste rotte avveniva il
contrabbando di sigarette, le armi e la droga arrivavano con carichi separati, rispetto a quelli delle bionde»

ORIANO MATTEI: Traffico di droga da Serbia e Montenegro; 30 arresti a Bari

20 fEBBRAIO 2010


Blitz della Guardia di Finanza contro le nuove rotte della criminalità

BARI - Smantellato traffico internazionale di droga tra Italia Serbia e Montenegro in un blitz della guardia di finanza di Bari al termine di indagini coordinante dalla procura distrettuale antimafia che ha scoperto le nuove rotte della cocaina della criminalità organizzata: 30 le persone arrestate e beni sequestrati per oltre due milioni di euro. L'operazione battezzata Sha mat, ha individuato i percorsi del traffico e i sistemi usati dai narcotrafficanti che nascondevano nei rivestimenti dei trolley la cocaina, rintracciata e sequestrata dalla guardia di finanza. Sono decine i chili di sostanze stupefacenti, in particolare cocaina, importate in Italia attraverso la rete italo-serbo.
Nel blitz 25 persone sono finite in carcere, 5 agli arresti domiciliari, sequestrati esercizi commerciali nel Borgo antico di Bari, quote societarie, appartamenti, auto e motocicli di grossa cilindrata, per un valore superiore ai 2 milioni di euro. Il blitz è stato condotto dal Gruppo di Investigazione sulla Criminalità Organizzata del Nucleo di Polizia Tributaria di Bari, al termine delle indagini coordinate dalla Direzione Distrettuale Antimafia del capoluogo pugliese. Centotrenta i militari impiegati questa notte, diverse unità cinofile ed un elicottero.
Le Fiamme Gialle hanno così stroncato una nuova organizzazione criminale a formazione etnica «mista», attraverso la quale soggetti italiani e serbi, grazie ad un'ampia squadra di manovalanza criminale, hanno importato e spacciato in Italia decine di chili di sostanze stupefacenti, in particolare cocaina, che per il trasporto era stata dissimulata nei rivestimenti plastici dei trolley grazie ad un peculiare trattamento chimico. Sono inoltre in esecuzione in queste ore alcuni mandati di arresto europeo.
Ulteriori dettagli saranno resi noti in una conferenza stampa al comando provinciale di Bari, a cui saranno presenti Piero Grasso, procuratore nazionale antimafia e Antonio Laudati, procuratore capo della Repubblica di Bari.


ORIANO MATTEI

giovedì 18 febbraio 2010

ORIANO MATTEI: Montenegro : E' vera Democrazia?

18 Febbraio 2010

In seguito ad uno scandalo scoppiato su un traffico di stupefacenti, le indagini scuotono pesantemente il sistema istituzionale montenegrino, in primo luogo polizia e sistema finanziario. A rischio la credibilità dello Stato
Un'ingente quantità di denaro guadagnato col traffico di droga sarebbe stata investita nel mercato immobiliare, depositata nelle banche e avrebbe intaccato le aziende montenegrine.

Si parla di cifre davvero esorbitanti. Infatti gli organi investigativi della Serbia in via ufficiosa hanno reso noto che l'imprenditore Darko Šarić - originario della città montenegrina di Pljevlja, indicato come capo di un'ampia organizzazione criminale - solo con il traffico di cocaina avrebbe messo in piedi in un anno un giro d'affari di circa un miliardo di euro.

Il traffico sarebbe stato gestito grazie ad ampia rete di appoggi e contatti, attiva in tutta Europa e in Sud America. Questo dato emerge tra l'altro da un'azione della polizia italiana, denominata “scacco matto”, grazie alla quale è stata arrestata una ventina di appartenenti a questa specifica organizzazione mafiosa e che ha mostrato come si tratti di una “confederazione balcanica del crimine organizzato”, poiché vi sono coinvolti albanesi, serbi e bosniaci, con a capo un montenegrino.

Negli ultimi anni è quasi diventata una regola: i tentacoli più potenti della piovra mafiosa di quest’area conducono al Montenegro. La direttrice del settimanale indipendente “Monitor” di Podgorica, Milka Tadić-Mijović, ha affermato che i criminali riciclano denaro in Montenegro e una volta ripulito finisce nei canali legali. “Gran parte del sistema economico montenegrino attuale è infatti basato sul denaro dei vari gruppi criminali ormai radicati”, ha aggiunto la Mijović.

Al tempo stesso i media e i politici dell'opposizione sostengono che il Paese è diventato la base e il covo di criminali. “L’avvio delle indagini contro Darko Šarić arriva al momento giusto e ormai è tempo che il Montenegro conduca una spietata resa dei conti con i narcotrafficanti che sono una minaccia per la sicurezza e la stabilità del Paese, e anche dell'intera regione”, afferma Nebojša Medojević, leader del partito all'opposizione “Movimento per il Cambiamento” (PZP).

Medojević, però, ha espresso dubbi al riguardo, perché a suo avviso Šarić si troverebbe sotto la protezione politica del governo montenegrino. “È improbabile che il premier Milo Đukanović si mobiliti per l'arresto di Šarić, se si tiene presente l'ingente quantità di denaro depositata dall'imprenditore nelle banche commerciali montenegrine e quella prestata agli amici stretti di Đukanović, e ce ne sono parecchi nell'istituto “Prva Banka” controllato dalla famiglia del premier. Ecco perché probabilmente Šarić rimarrà nascosto, il che porterà il Montenegro a rapporti più tesi e problematici non solo con i Paesi vicini, ma anche con l'Unione europea e gli USA”, ha sostenuto il leader del PZP.

Intanto, i funzionari montenegrini respingono tali dichiarazioni sottolineando che si tratta di insinuazioni infondate e diffamatorie. È un fatto però che la polizia montenegrina non sia stata coinvolta nelle indagini internazionali condotte per mesi dall'Agenzia americana per la lotta alla droga (DEA) e dall'Agenzia informativa sulla sicurezza della Serbia (BIA) sul traffico di 2,1 tonnellate di cocaina provenienti dal Sud America e dirette in Europa. Alla domanda sul perché sia successo ciò, il portavoce del PZP Koča Pavlović replica seccamente: “Beh, ovviamente non si crede alla nostra polizia.”

Un dato compromettente per il governo di Podgorica è la garanzia data a Darko Šarić a metà novembre 2009 dal ministro degli Affari Interni Ivan Brajović in base alla quale Šarić otterrebbe la cittadinanza montenegrina nel caso in cui dovesse perdere quella serba ottenuta nel 2005. Compromettente perché la garanzia è stata data un mese dopo il sequestro in Uruguay di partite di droga ordinate dal gruppo narcotrafficante montenegrino. Da notare che, secondo le leggi montenegrine, un cittadino del Montenegro non può essere estradato in un altro Paese.

In tutto questo periodo Šarić ha tranquillamente soggiornato nella sua città natale, Pljevlja. Secondo la polizia, ha lasciato il Montenegro il 24 gennaio, una decina di giorni prima che fosse emesso nei suoi confronti il mandato d'arresto dell'Interpol in Serbia.

Tuttavia, i dati dell’intelligence mostrano, come ha dichiarato anche il ministro degli Interni serbo Ivica Dačić, che il capomafia continua a nascondersi in Montenegro. Secondo i funzionari serbi Šarić godrebbe dell'appoggio del governo montenegrino e dei suoi servizi segreti.

L'ex capo della polizia criminale di Belgrado e vice-presidente del Comitato internazionale per la lotta alla droga Marko Nicović ha affermato che il gruppo trafficante di Šarić evidentemente è più potente del clan di Zemun. Nicović ha aggiunto che tale clan di livello internazionale aveva legami con i governi di tutti i Paesi dell'area, e probabilmente anche con i russi.

In questi giorni in Montenegro si trovava anche uno stretto collaboratore di Šarić, Goran Soković, che la scorsa settimana si è consegnato alla polizia nella natale Pljevlja.

Proprio a Pljevlja, circa quattromila persone hanno sottoscritto una petizione con la quale si invitano i media a non attaccare Šarić, considerato un benefattore sempre pronto ad aiutare i poveri e i più bisognosi.

Con gli anni il Montenegro è diventato un Paese di transito per il traffico di eroina, trasportata dall'Afghanistan attraverso la Turchia, il Kosovo e il Montenegro fino in Europa centrale e occidentale. In questo affare estremamente redditizio i boss montenegrini collaborano con quelli kosovari, proprio come accadeva negli anni '90 con le organizzazioni mafiose della Puglia e della Calabria nel contrabbando di sigarette.

Indicativo è inoltre come quasi tutti gli omicidi irrisolti in Montenegro negli ultimi 20 anni siano legati alla criminalità organizzata.

Il Presidente del parlamento montenegrino Ranko Krivokapić ha affermato che ora è necessario un rapido intervento degli organi statali. “A rischio c'è la credibilità internazionale del Montenegro come nazione che collabora e lotta con efficacia contro la criminalità organizzata, che evidentemente si estende ben oltre i nostri confini”, ha aggiunto.

Gli analisti di Podgorica sono convinti che, se nei prossimi giorni Darko Šarić non sarà arrestato, questo caso somiglierà molto alla latitanza del ricercato dal Tribunale dell'Aja Ratko Mladić.

La stampa di Podgorica scrive che in Montenegro lo scorso anno, in compagnia di Šarić su cui pende il mandato di cattura dell'Interpol, è stato visto anche l'imprenditore serbo Stanko Subotić Cane, nonostante anch'egli sia sulla lista della polizia internazionale.

E sarebbe stato proprio Subotić, amico stretto di Milo Đukanović, ad aprire le porte a Šarić in Montenegro. (Fonte Osservatorio Balcani)

ORIANO MATTEI

mercoledì 17 febbraio 2010

ORIANO MATTEI : Scontro Svizzera Libia - Le ragioni della Libia

17 Febbraio 2010

In queste ore si stanno svolgendo frenetiche trattative a Roma tra i ministri degli esteri dell’UE e il governo libico per risolvere il contenzioso fra la Libia e la Svizzera.
La Svizzera viene criticata da tutta l’Europa per aver fatto appello alle regole del trattato di Schengen (secondo le quali un Paese che vieta l’entrata a un cittadino può imporre questo divieto a tutti i Paesi dell’area Schengen) per risolvere un pasticcio in cui si è cacciata da sola. La Svizzera vieta l’entrata alla famiglia Gheddafi e a 183 dignitari libici e i paesi dell’area Schengen sono costretti ad adottare questo divieto!
Più volte abbiamo sottolineato come la crisi tra la Svizzera e la Libia è lo specchio dell’inettitudine del Governo svizzero, che ha trascinato la piazza finanziaria sotto il fuoco incrociato dell’Europa e degli Stati Uniti.
La diminuzione della qualità della classe dirigente tanto politica quanto economica della Svizzera è sotto gli occhi di tutti.
Tuttavia questa classe dirigente è riuscita a bloccare le regole del ricambio democratico in modo da risultare sempre assolta e vincente.
Il Ministro delle Finanze Hans Rudolf Merz vola negli Stati Uniti per negoziare l’impunità dei dirigenti dell’UBS Marcel Ospel, Peter Kurer & banda (che avrebbero potuto difendersi da soli come ogni cittadino) e nel contempo svende il nome dei clienti al fisco americano.
Il Ministero pubblico di Zurigo si affretta ad assolvere i medesimi dirigenti che hanno condotto l’UBS al fallimento (scongiurato grazie a 60 miliardi di aiuti statali).
In cambio nessuno chiede le dimissioni del Ministro Merz e degli altri Consiglieri federali che non sono all’altezza dei loro compiti.
I mass-media rientrano nella medesima oligarchia e danno poco spazio alle ragioni degli avversari per evitare che l’opinione pubblica si convinca che occorre cambiare al più presto classe dirigente.
In questo modo può persino essere mantenuto al governo un ministro che ha riconosciuto di avere perso la faccia.
La colpa viene infatti attribuita alle bizzarrie del Colonnello, al fatto che si tratta di un Paese levantino, inaffidaabile, etc.
La realtà è ben diversa.
La Libia ha esposto da mesi in maniera civile e ordinata le sue ragioni e non tollera di essere trattata con superbia da un Ministro che pensa di parlare a un Paese di cammelli e carovane governato dai colonialisti del secolo scorso.
Eccone alcune delle principali ragioni avanzate dai libici:

1. violazione del Codice di procedura penale ginevrino per avere spiccato un mandato di arresto contro Hannibal Gheddafi (o Kadhafi) e sua moglie prossima al parto, allorquando occorreva un semplice mandato di comparizione
2. l’uso eccessivo della forza tramite l’impiego di armi, di manette, lo sfondamento armi in pugno della porta dell’appartamento della mogli gravida che si trovava con il figliolettto di 3 anni, etc, cioè di un trattamento che il codice di procedura penale ginevrino autorizza solo in casi di estremo pericolo come l’arresto di terroristi o di grandi trafficanti di droga
3. la trasmissione alla stampa delle fotografie degli arrestati tratte dal dossier segreto della polizia giudiziaria dopo la presentazione delle scuse da parte del Presidente Merz il 20 agosto 2008
4. la violazione delle regole diplomatiche e protocollari quanto alla mancata informazione dell’ambasciata libica e alla non autorizzazione della visita ai prigionieri da parte di funzionari libici
5. l’imposizione di una cauzione di CHF 500′000 per la libarazione dei due diplomatici, allorquando il diritto svizzero non prevede il versamento di una cauzione in simili casi (tanto più quando i capi d’accusa sono veniali)
6. il fatto di avere lasciato in stato d’abbandono il figlio di 3 anni della coppia arrestata, senza avere fino ad oggi comunicato dove sia stato trasportato e come sia stato trattato in quel frangente

Davanti a simili violazioni del diritto svizzero (non libico!), non si può non dare ragione al Colonnello Gheddafi se si sente offeso da un Presidente della Confederazione elvetica che dice “j’ai exigé le retour des hôtages” dopo il loro incontro alla sede dell’ONU a New York.
Non c’è da stupirsi se la Libia non accetta di vedersi umiliata da un piccolo contabile che ha conosciuto il mondo attraverso il buco della serratura delle sue società fiduciarie di Zugo.
from → Resto del mondo, segreto bancario


ORIANO MATTEI

lunedì 15 febbraio 2010

ORIANO MATTEI : LA VOCE SPIATA DAI SERVIZI - POMPA MAGNA di Andrea Cinquegrani


15 Febbraio 2010

Cala la scure del “segreto di Stato” su alcune vicende sporche dei servizi segreti. Ma a Perugia il tandem Pollari-Pompa e' indagato per peculato e non solo. Al centro delle loro “attenzioni”, dal 2001 al 2006, anche la Voce.

L'ex direttore del Sismi Nicolo' Pollari faceva spiare magistrati, politici e giornalisti? Il suo braccio destro Pio Pompa eseguiva alla lettera gli ordini del capo e dossierava a piu' non posso anche utilizzando metodi illegali? L'altro pezzo da novanta dei servizi («non deviati, quelli legali», precisano gli inquirenti) Marco Mancini faceva altrettanto sotto l'ala protettiva del capo della security di casa Telecom Giuliano Tavaroli? No problem. Lorsignori possono fottersene della “giustizia” (sic), e non rispondere ai magistrati.
Lo ha certificato - un vero e proprio salvacondotto per 007 di casa nostra e manovalanza spesso e volentieri border line - il premier Silvio Berlusconi, che ha posto il sigillo “Segreto di Stato” su tutti i pasticciacci brutti di Servizi e dintorni, con le sue letterine di Natale rivolte alle toghe che, da Milano a Perugia, cercano di sapere cosa sia successo in quegli anni bui dell'esecutivo Berlusconi 2001-2006, con un Pollari a tutto campo nella sua attivita' illecita di dossieraggio. Per la serie: nessun parli, ve lo consente il Cavaliere. Poco importa che non c'entri la sicurezza dello Stato, ma si tratti sempre di attivita' di controllo sui cosiddetti “nemici politici”: insomma, no problem usare organismi istituzionali a fini privati...
«Cavolate - ribattono i berlusconiani - il presidente del consiglio alla espressa richiesta del gup di Milano Mariolina Panasiti non poteva che risponedere in questo modo. Ossia facendo valere quanto gia' stabilito dall'articolo 41 della legge 124 varata nel 2007 dall'esecutivo di centrosinistra (la cosiddetta “legge Prodi sui Servizi”, ndr), che vieta in modo assoluto ai pubblici ufficiali di riferire su fatti coperti da segreto di Stato; e poi confermata da una pronuncia della Corte Costituzionale che ne ha addirittura ampliato il raggio d'azione, prevedendo che cio' valga non solo per gli imputati ma anche per i soli indagati». Insomma, disco verde per le spy band e il solito inciucio maximo che continua a picconare le fondamenta di quel che resta del nostro stato democratico...
L'opposizione ha alzato un dito? Il numero uno del Pd Pierluigi Bersani s'e' stracciato le vesti? Il capo dell'Idv Antonio Di Pietro e' sceso in piazza? I media hanno fatto caciara? Rumors, battutine e via, qualche pagina per un paio di giorni e poi il solito assordante silenzio. Del resto, volemose bene sotto l'albero di Natale e in attesa della Befana...
Puntiamo adesso la nostra attenzione sull'inchiesta di Perugia, visto che quella Procura - pm Sergio Sottani - ha chiesto il rinvio a giudizio a carico di Pollari e Pompa per «peculato, possesso ingiustificato di mezzi di spionaggio, violazione, sottrazione e soppressione di corrispondenza». «Reati non da poco - commentano alcuni addetti ai lavori - visto che tutta la mole di dossier, informazioni e quant'altro su magistrati, politici e giornalisti e' stata acquisita, come emerge dagli atti, utilizzando danaro pubblico per un'attivita' del tutto al di fuori dei fini istituzionali». Minimizza il difensore dei due uomini del Sismi, l'avvocato Titta Madia: «Al massimo e' un peculato di corrente elettrica e linea telefonica, un reato di modesta entita'». Bazzecole, pinzellacchere, robe da ragazzini di quartiere che si allacciano abusivamente alle rete Enel o Telecom... Eppure, la mole dei «documenti« (cartacei, fono, video e chissa' quant'altro) riempie la bellezza di 14 immensi faldoni, totalizzando - solo sul versante informatico - quasi 800 files, sempre di materiale «illecitamente acquisito«. L'arco temporale su cui la magistratura indaga parte dal 2001 (anno in cui Berlusconi vince le elezioni) fino al 2006, con punte di particolare «intensita'« nel biennio 2002-2003.

I DOSSIER DI VIA NAZIONALE
Tutto inizia con un blitz della Digos di Milano (su ordine della procura meneghina) negli uffici del Sismi di via Nazionale a Roma, dove era acquartierato l' “Ufficio Riservato”. E' il 5 luglio 2006, e l'operazione parte dalla vicenda dell'imam rapito, perche' gli inquirenti ritenevano che li' si potesse trovare «materiale carteceo e informatico di rilevanza per le indagini in corso sul sequestro di Abu Omar». La Digos sequestra una valanga di materiali, che vengono subito richiesti dalla procura di Roma. La patata bollente passa al vaglio del Csm che decide il successivo smistamento dell'inchiesta a Perugia, visto che tra le centinaia e centinaia di parti offese vi sono circa 200 magistrati, molti dei quali della procura di Roma. Sulla vicenda ha - si fa per dire - indagato anche il Copasir, l'organismo parlamentare di controllo sull'attivita' dei servizi segreti, presieduto da Francesco Rutelli (e per il quale scalda i muscoli oggi Massimo D'Alema). Per un anno hanno esaminato i faldoni, ma non e' stato partorito nemmeno un topolino: niet, il vuoto piu' assoluto. Ossia, Pollari e Pompa, anche stavolta, filano lisci come l'olio.
Ma passiamo in rapida carrellata alcune fra le pagine calde del maxi archivio allestito in anni e anni di duro lavoro dal solerte Pio Pompa e al vaglio degli inquirenti perugini (su tutta la vicenda il prossimo 2 marzo si dovra' pronunciare il gup Carla Giangamboni).
In un appunto riservato (file 121, Capo-doc) dal titolo “situazione politica e alcuni suoi possibili risvolti” si fa riferimento ad una serie di «incontri e contatti intercorsi tra il Segretario Generale del Quirinale, dr. Gaetano Gifuni, e i leaders dei Ds, Piero Fassino e Massimo D'Alema. Tali incontri, sollecitati fortemente da Lamberto Dini, avrebbero avuto come finalita' la definizione di una strategia tesa a tutelare il Presidente della Repubblica (a quel tempo Carlo Azeglio Ciampi, ndr) e alcuni uomini politici dagli sviluppi che potrebbe assumere la vicenda Telekom Serbia. Nell'ambito della suddetta strategia - viene precisato da Pompa - il messaggio alle Camere in realta' avrebbe perseguito lo scopo di dare un preciso segnale sullo scontro politico e istituzionale che verrebbe a determinarsi qualora la Commissione parlamentare d'inchiesta sull'affare Telekom Serbia dovesse orientarsi per una chiamata in causa del capo dello Stato, all'epoca ministro del Tesoro, unitamente a determinati esponenti, del Governo e della maggioranza, di quel periodo».

COMMISSIONI
Da una commissione all'altra il passo e' breve ed eccoci, a bordo del file 251 Comm-doc, all'appunto chiamato “La Commissione d'inchiesta su Tangentopoli”. Ecco cosa scrive lo 007 al servizio di Pollari. «Presso ambiti qualificati si e' appreso che, ben prima della Commissione d'inchiesta su Tangentopoli, il movimento dei «giuristi» democratici militanti avrebbe verosimilmente predisposto una strategia di contrasto sia a livello nazionale che internazionale. In tal senso i «giuristi» si sarebbero avvalsi da un lato del supporto delle componenti politiche, mediatiche e antagoniste a essi contigui o organici, dall'altro del network internazionale facente capo, soprattutto, alla Ong Medel (Magistrats Europeens pour la Democratie et les Libertes)».
Il solerte Pompa parla poi di «incontri e contatti riservati» tra una serie di personaggi tra i quali il «presidente dell'Anm nonche' membro di Medel» Bruti Liberati, il «presidente di Magistratura Democratica e membro di Medel» Livio Pepino, il «presidente di Medel e membro di MD» Ignazio Patrone, il «magistrato, membro di MD e Medel» Giovanni Salvi, «l'esponente politico» Cesare Salvi, «l'ex segretario della Cgil» Sergio Cofferati, «il Segretario Nazionale Fnsi» Paolo Serventi Longhi. Cosi' continua il rapporto-Pompa: «In tale contesto sarebbero emersi i seguenti orientamenti: adottare forme di pressione sul Presidente della Repubblica strumentalizzando anche una presunta volonta', da parte del Governo, di porlo in difficolta' attraverso il caso Telekom Serbia; lanciare una campagna mediatica, nazionale e internazionale, enfatizzando maggiormente, rispetto a quanto avvenuto in passato, gli attacchi cui sarebbe sottoposta la magistratura italiana dall'attuale Esecutivo; appoggiare strenuamente un disegno, che farebbe capo al fronte antiriformista e al movimento venutosi a costituire intorno a Cofferati, teso a boicottare l'attivita' di Governo in attesa di eventuali esiti negativi delle vicende giudiziarie del Premier».
Come di vede, temi ancora e soprattutto oggi di grande attualita': ossia un premier che tenta quotidianamente di delegittimare la magistratura, alle prese con lodi Alfano 1 a Alfano 2, un premier che si sente «accerchiato», assediato dai processi che incombono su di lui, in attesa spasmodica di uscire da quei giudizi, e quelle sentenze, che tanto teme. Al punto da fare a pezzi la Carta costituzionale per un proprio personale, specifico interesse. Caso mai, anche a botte d'inciucio.

UNA VOCE DA SOFFOCARE
Passiamo a un terzo appunto (file 418, Voce-doc) titolato “I recenti attacchi, rivolti da talune testate giornalistiche europee contro il Presidente del Consiglio alla vigilia del semestre italiano”. E' un corposo appunto che tira in ballo direttamente il nostro mensile, la Voce delle Voci, a quel tempo (parliano di 2001-2002 e dintorni) in edicola solo al Sud, con la testata “la Voce della Campania”. Di seguito il testuale resoconto scaturito dalla penna di Pompa.
«Si e' avuta notizia che, sui recenti attacchi portati da talune testate giornalistiche europee, avrebbero essenzialmente interagito: il nutrito gruppo di giornalisti e “giuristi” militanti raccolto intorno alla “Voce della Campania” (fondata nel 1975, attualmente della Babook srl, e fino al 1980 quindicinale del Pci), diretta da Andrea Cinquegrani e Rita Pennarola, tra cui figurerebbero: Michele Santoro (gia' direttore del giornale in questione) e al centro dell'iniziativa, proprio dalla quale avrebbe preso le mosse tale operazione mediatica, in vista del semestre Ue, di delegittimazione del Premier, svoltasi a Bruxelles il 17 giugno 2003, non a caso incentrata sul conflitto d'interessi e le vicende giudiziarie del Capo del Governo; Giuseppe Giulietti, parlamentare Ds e portavoce di “Articolo 21 Liberi di”, anch'egli tra i promotori dell'evento di Bruxelles; Paolo Serventi Longhi, Segretario Generale Fnsi, notoriamente impegnato nella denuncia della anomalia italiana costituita dal conflitto d'interessi e dalle presunte violazioni “del diritto fondamentale dei cittadini alla liberta' e al pluralismo dell'informazione”; Ignazio Patrone, Presidente di Medel che risulterebbe in stretti rapporti con vari esponenti dei media e, segnatamente, con l'attuale Presidente dell'Associazione Stampa Estera in Italia, Eric Jozsef, di cui Medel ha piu' volte diffuso, sul proprio sito web, i reportage dall'Italia contenenti pesanti giudizi sul Premier e sulla sua coalizione di Governo; Sandro Ruotolo e Giulietto Chiesa, entrambi noti giornalisti».
E' solo l'inizio. Cosi' Pompa incalza. «Quanto poi al ruolo mediatico, esercitato dalla “Voce della Campania”, esso risulterebbe «caratterizzato dalle forti connessioni, risalenti all'epoca di “Mani Pulite”, verosimilmente stabilite con ambienti dei cosiddetti “giuristi militanti”. Connessioni che si sarebbero tramutate in una sorta di rapporto biunivoco nello scambio di informazioni e di documentazioni (in alcuni casi, a quanto pare, coperte da segreto istruttorio) consentendo al giornale scoop e anticipazioni su inchieste riguardanti gli avversari politici e, soprattutto, i loro leaders. Infatti, nella pagina di presentazione della “Voce della Campania” (contenuta sul sito lavocedellacampania.it), si legge: “dagli anni di Mani Pulite in poi la redazione della Voce e' diventata punto di riferimento per inviati di tutto il mondo, cui fornisce materiale di documentazione, meritando centinaia di riprese stampa e interviste (...) Prestigiosi opinionisti (sic!) hanno scritto negli ultimi anni per la Voce: si segnalano, tra gli altri, (...) Francesco Caruso (leader no global), Nicola Quatrano (magistrato), di cui la Voce ha pubblicato nel ‘94 il libro Vostro Onore, con prefazione di Gherardo Colombo, Vitaliano Della Sala, Percy Allum”».
Ma a proposito del politologo, scrittore, saggista e docente universitario britannico, il fido Pompa versione Watson precisa: «Quest'ultimo, cittadino inglese il cui nome sarebbe Antony Peter Allum, oltre ad essere “il punto di riferimento” di alcuni corrispondenti come quelli del Guardian, dell'Economist, del Financial Times, godrebbe di solidi legami (in cio' agevolato dall'essere docente presso l'Istituto Universitario Orientale di Napoli) con ambiti del fondamentalismo islamico napoletano, fungendo, anche, da collegamento con quelli attivi in Gran Bretagna».
Non ha finito, l'ineusauribile Pompa, col descrivere nostri fatti e misfatti. La Voce - verga di suo pugno - «rappresenta una delle principali componenti del complesso circuito telematico, facente congiuntamente capo ai siti “Centomovimenti” e “Manipulite.it”, che alimenta il processo di delegittimazione del Premier e della sua compagine governativa».

CACCIA AL GIURISTA
Finito il capitolo Voce, il braccio destro di Pollari passa agli altri protagonisti dei sistematici attacchi al Cavaliere. Eccoli cosi' minuziosamente dettagliati dal nostro 007. «Il Presidente dell'Associazione stampa Estera in Italia, Eric Jozsef, corrispondente del giornale francese Liberation a autore di durissimi articoli contro il Governo italiano prontamente ripresi e diffusi, ad opera del magistrato belga Marie-Anne Sartenbroeks (promotrice a Roma, nel marzo 2002, di un incontro tra alcuni memebri di Medel e Antonio Di Pietro), dal sito di Medel; la rete telematica “Centomovimenti” (centomovimenti.it), gestita da Giovanni Pecora - candidato al Senato per Italia dei Valori, lista Di Pietro -, tramite la societa' Arti Nuove, titolare di diverse aziende e precisamente ICT Computer e l'Istituto Multidisciplinare per l'Informatica di Reggio Calabria, e, a quanto e' dato sapere, ben introdotto presso il movimento dei “giuristi” militanti; l'Associazione francese Reporters Sans Frontieres, tra l'altro autrice dell'inchiesta “Conflitto di interessi nei media: la anomalia italiana” pubblicata nell'aprile del 2003. Sembrerebbe che tale associazione, nell'intervenire sull'anomalia italiana e sui temi connessi al conflitto di interessi e alle vicende giudiziarie del Presidente del Consiglio, sia stata supportata da una sua organizzazione, denominata Reseau Damocles, che si autodefinisce il braccio “giudiziario” di Reporters Sans Frontieres».
Non basta; l'ottimo Pompa riesce a fare di piu', elencando - nome per nome - tutti i membri eccellenti della di certo pericolosa e tentacolare Reseau Damocles. Eccoli, distinti per cognome, qualifica e nazione, secondo l'analitica ricostruzione del perfetto 007: Baltazar Garzon, magistrato e presidente onorario (Spagna); Bernard Bertossa, magistrato (Svizzera); Jean-Pierre Getti, giudice e Presidente della Corte d'Assise di Parigi (Francia); Fernando Castello', giornalista e Presidente di Reporters Sans Frontieres (Francia); Robert Menard, giornalista e Segretario Generale Reporters Sans Frontieres (Francia); Christine Ockrent, giornalista e scrittrice (Francia); Federico Andreu, consulente legale della Commissione Internazionale dei Giuristi (Svizzera); George-Henri Beauthier, avvocato a Bruxelles (Belgio); Sharon Courtoux, rappresentante della Ong Survie France (Francia); William Bourdon, avvocato (Francia); Marc Henzelin, avvocato a Ginevra (Svizzera); Sylvia Laussinotte, avvocato e professore incaricato presso l'Universita' di Parigi X (Francia); Marie-Alice Lepine, esperto legale (Francia); Jean-Paul Marthoz, direttore per la stampa della Ong Human Rights Watch di Bruxelles (Belgio); Jean Martin, avvocato (Francia); Francis Nthepe, avvocato (Camerun); Martine Ostrowsky, esperto legale (Francia); Dessa Raspopovitch, esperta sulla ex-Jugoslavia (Francia); Pierre Sane', assistente del Direttore Generale dell'Unesco per le scienze umane e sociali (Francia); Luc Walleyn, avvocato a Bruxelles (Belgio).

UNA VOCE NEL MIRINO
La bomba, per la Voce, scoppia il 5 luglio 2007. Due intere pagine di Repubblica firmate da Carlo Bonini, dedicate al Sismigate e ai dossier del tandem Pollari-Pompa su politici, magistrati e giornalisti (a livello nazionale e internazionale) scomodi, cospiratori, antigoverno e sopratutto antipremier, il Berlusconi tornato in sella nel 2001. “Quei nemici da neutralizzare”, titola il quotidiano diretto da Ezio Mauro. Nel paginone campeggia un maxischema tratto dai faldoni dell'inchiesta e preparato dal fido Pio Pompa per il suo superiore e direttore del Sismi Nicolo' Pollari. Nell'organigramma figura la Voce, cui il servizio di Bonini dedica un ampio spazio (“Quella voce da spegnere”, e' il titoletto all'interno del servizio). Solo leggendo - adesso, 7 gennaio 2010 - copia del materiale acquisito dalla procura di Perugia (in quanto parti offese) e riguardante l'illecita' attivita' spionistica di Pollari, Pompa e C., ci siamo resi conto della assoluta' gravita' delle azioni messe in campo dal Sismi, “quello ufficiale”, come viene piu' volte ribadito dagli inquirenti: non un Sismi deviato, per intendersi.
Nelle pagine che solo oggi abbiamo potuto leggere, emerge uno spaccato assolutamente ai confini della realta': per svariati anni, tra il 2001 e il 2006, la Voce sarebbe stata la super cellula eversiva, il nocciolo duro capace di organizzare una vera azione eversiva contro il premier Berlusconi, non solo per via mediatica - il nostro compito e' fare informazione - ma anche politica e giudiziaria. Eravamo noi - spiega e illustra Pompa - a dirigere una super band che andava da Michele Santoro (e' vero, ha diretto la Voce della Campania nel biennio 1979-1980) al suo braccio destro Sandro Ruotolo, da Giulietto Chiesa a Giuseppe Giulietti e all'allora segretaro nazionale Fnsi Paolo Serventi Longhi; riuscendo perfino ad arruolare tra le sue fila il magistrato Ignazio Patrone, a quel tempo presidente di un organismo, Medel, che viene fatto passare - via Pompa - per una vera e propria centrale terroristica internazionale.
Stessa sorte per un nostro storico opinionista, il politologo Percy Allum, spacciato per un fondamentalista islamico, basista a Napoli (quartier generale l'istituto universitario Orientale di Napoli) per tessere trame eversive, in combutta con i gemelli centri dell'eversione acquartierati a Londra.
Stupefatti, quel 5 luglio: noi al centro di un complotto internazionale anti Berlusconi, noi al centro della rete telematica e informativa (addirittura internazionale) per mettere in difficolta' il premier e lo stesso Governo in vista del semestre di presidenza Ue. Ci siamo chiesti - in un servizio pubblicato nel numero di agosto - quali interessi mai avevamo “toccato”, anni prima, per destare una simile “attenzione” degli apparati investigativi nazionali, cosa avevamo mai potuto fare per costringere il Sismi a spendere con ogni probabilta' una barca di soldi (i suoi vertici sono oggi accusati di peculato per aver distratto ingenti somme di danaro pubblico per simili “indagini”) per spiarci in tal modo. Abbiamo ricordato alcune tra le svariate inchieste sul Cavaliere e i suoi aficionados (avendone pubblicate altrettante sui suoi “presunti” oppositori di “sinistra”, sic). Niente, non siamo riusciti a capire.
Abbiamo subito incaricato l'avvocato Caterina Malavenda di Milano di sporgere querela contro “ignoti” (e Pompa risulta indagato per diffamazione dal 24 settembre 2007). Fra le imputazioni di cui Pompa deve rispondere davanti al tribunale di Perugia, per inciso, c'e' quella di aver proceduto «al trattamento di dati sensibili, concernenti le opinioni politiche di piu' soggetti, estraendo e conservando per se' il contenuto dell'archivio informatizzato custodito negli archivi del Sismi di via Nazionale in Roma».
Ecco i successivi sviluppi in rapida sintesi. La procura di Roma chiede una prima archiviazione parziale, e poi passa le carte a Perugia per la presenza, come gia' ricordato, di circa 200 magistrati (fra cui parecchi romani), nei dossier del tandem Pollari-Pompa. Il motivo della prima richiesta? Non esiste associaziona a delinquere, tra i due ufficiali del Sismi, perche'... manca il terzo. «E' ipotizzabile il reato di 416, ossia associazione a delinquere - spiegano gli esperti - quando i componenti sono almeno tre. E non esiste diffamazione - e' l'ulteriore precisazione - perche' Pollari e Pompa non hanno divulgato a terzi quanto pur illecitamente acquisito». Paradossale: avremmo dovuto querelare Repubblica che aveva pubblicato estratti dell'archivio di via Nazionale...Il pm Sottani, nella sua richiesta di rinvio a giudizio per peculato a carico dei due, sottolinea che non e' stato procurato “danno”, “vulnus”, “nocumento” a chi indagato, pur illecitamente, ossia utilizzando mezzi pubblici e non certo per fini “istituzionali”.
Il presidente della Federazione Nazionale della Stampa, Roberto Natale, il 6 gennaio ha inviato alle agenzie una nota, pressocche' ignorata dai media. «Non puo' non suscitare allarme - scrive - il quadro di “attenzioni” dedicate al lavoro dei giornalisti che emerge dall'inchiesta di Perugia sull'archivio riservato del Sismi scoperto nel 2006 a Roma in via Nazionale. Prendiamo atto che il pm Sottani ha ritenuto di non ipotizzare a carico di Nicolo' Pollari e Pio Pompa specifici reati ai danni dei singoli giornalisti. Resta pero' l'inaudita gravita' di una serie di “segnalazioni” che sono incompatibili con il rispetto di quella funzione essenziale di ogni Stato democratico che e' la libera informazione. E' impressionante - aggiunge il vertice Fnsi - vedere catalogare come “principali siti del network telematico di delegittimazione del Premier e della compagine governativa” esperienze editoriali come “la Voce della Campania”, “Articolo 21”, “Diario”, “Critica Liberale”, “Micromega”, solo per citarne alcune. (...) Con tutta evidenza la sicurezza nazionale non c'entrava nulla: si finiva nei dossier semplicemente perche' si trattavano temi scomodi per il Presidente del Consiglio dell'epoca (e di oggi)».
Conclude Natale: «Il sindacato dei giornalisti ribadisce la richiesta che su questa torbida vicenda venga fatta la massima chiarezza. Facciamo appello all'organismo istituzionalmente preposto al controllo dei servizi segreti, anche al fine di scongiurare il rischio che siano ancora in atto, ai danni dell'informazione italiana, comportamenti indegni di uno Stato di diritto».
Facciamo anche noi appello al Copasir (che esca dal letargo...) come giustamente sottolineato dal presidente Fnsi. E all'Autorita' Garante per la Privacy, che non perde occasione per tutelare - giustamente - i diritti dei vip beccati dai paparazzi in mutande e canottiera.
E' violata o no la privacy di un organo d'informazione e dei suoi giornalisti, spiati 24 ore al giorno via telefono, posta elettronica, posta cartacea, e chissa' quant'altro ancora (lo accertera' la magistratura penale...)? Cosa conterranno mai altri “misteriosi” files su di noi (a quanto pare 396 riguardano la magistratura ma la bellezza di 329 “non sono riconducibili ad attivita' istituzionali”, come ammette la procura di Perugia)? Quali altre “attenzioni” abbiamo subito nel corso di quei lunghi, interminabili cinque anni, dal 2001 al 2006? Che danni “sensibili” ne sono potuti scaturire per la vita della Voce e nostre personali? Quali conseguenze - che evidentemente non siamo in grado di conoscere e quindi valutare, al contraro di lorsignori al vertice dei Servizi e non solo - possono essere derivate dalle illecite attivita' investigative di apparati “non deviati” (almeno stavolta) dei Servizi?
Abbiamo il diritto di saperlo. La liberta' d'informazione, forse, vale ancora qualcosina in piu' di slip e giarrettiere (fonte La Voce Delle Voci)

ORIANO MATTEI

sabato 13 febbraio 2010

ORIANO MATTEI : Telekom Serbia una storia mai chiarita

13 Febbraio 2010

Riportiamo un articolo pubblicato da "Etleboro" del 11 Aprile 2008, dove si cerca di ripercorrere il misterioso affare "Stet / Telekom Serbia". E si ancora misterioso, perchè ad oggi nessuno è in grado di capire perchè fu fatta quella scellerata operazione e se effettivamente fu mai fatta, o se invece dietro a tutta quella vicenda fu fatta un'altra operazione. Non andiamo oltre, perchè potremmo addentrarci in un campo molto delicato e molto pericolo.

Fa ancora tanto discutere il delicato e controverso caso di Telekom Serbia, all'indomani della riapertura del processo per diffamazione contro le illazioni del faccendiere Igor Marini nei confronti di personaggi di spicco . Di ciò che è accaduto più di 12 anni fa, abbiamo una controversa e pallida ricostruzione fatta dai media che hanno terminato la loro crociata, quando alle rivelazioni del famoso "faccendiere" è stato imposto il silenzio con una denuncia, e poi un processo, per diffamazione. Tuttavia, può essere utile ed illuminante ripercorrere le tappe della misteriosa operazione di acquisizione da parte di STET del 29% delle quote di Telekom Serbia. Si potrà così capire per quale motivo le indagini sono state condotte sino ad un certo punto, per poi essere ricondotte alle parole di personaggi rivelatisi poco credibili .
Siamo nel 1997, quando Tommaso Tommasi di Vignano, amministratore delegato della Stet, acquista per 893 milioni di marchi il 29% di Telekom Serbia, mentre la OTE greca acquisirà il 20% delle quote. La trattativa viene condotta da Lord Hurd, ex Ministro degli Esteri inglese e allora amministratore della banca d’affari Natwest, un personaggio ben introdotto tra gli ambienti di Belgrado come consulente di Milosevic nella trattativa , e noto per aver portato a termine la fase preliminare degli Accordi di Dayton, con cui si decretarono le ostilità con Sarajevo. Quando la Nato decise di bombardare la Serbia, molti si chiesero se il Governo italiano - lo stesso che tacitamente aveva acconsentito l'acquisizione da parte di Stet delle quote di Telekom Serbia - avesse commesso un errore.

Nel 1998, Franco Bernabé viene nominato nuovo Presidente di Stet, divenuta nel frattempo Telecom Italia, il quale, incuriosito dell'operazione Telekom Serbia, comincerà a controllare questa strana faccenda, che sino a quel momento era considerato solo un cattivo affare. Con suo grande stupore si accorgerà che in effetti, il famoso contratto di acquisto del 29% di Telekom Serbia non presenta nessun numero di protocollo ed è privo di firme, requisiti essenziali per decretare la validità dell’operazione di acquisto delle quote di una società a partecipazione statale. Quest’anomalia è un dettaglio tutt’altro che trascurabile, considerando che è determinante per dedurne che, in effetti, l'operazione di acquisizione di una parte di Telekom Serbia costituiva la manovra formale per raggiungere altri obiettivi, che evidentemente si cercava di nascondere.
Ad acuire i sospetti sulla peculiarità di questo caso, è la strana transazione Stet-Ote-Telekom Serbia avvenuta nel 1997, ossia in periodo in cui la Federazione Jugoslava - allora composta da Serbia e Montenegro - era sottoposta a rigide restrizioni finanziarie. Nonostante le sanzioni e l’embargo imposto, viene posta in essere una transazione di oltre 1,5 miliardi di vecchie lire in contanti, trasportati in sacchi di yuta che vengono prelevati dall'allora Ministro delle Telecomunicazioni della Serbia Milan Beko presso una modesta banca greca. Ci chiediamo dunque perché è avvenuto un pagamento in contanti, e da dove provenivano quei fondi. Sarebbe interessante, nonché risolutivo, controllare i pagamenti effettuati da Stet Italia e da Ote Grecia e da quale Istituto Bancario sono partiti i fondi.

Ulteriori elementi di riflessione potrebbe sorgere se proviamo a rivivere le stesse tappe storiche attraverso la vicenda parallela che si stava snodando durante gli stessi anni. Nel novembre del 1997, Milo Djukanovic si auto-proclama Presidente della Repubblica del Montenegro e comincia la sua battaglia contro Slobodan Milosevic per ottenere l’indipendenza, con l'appoggio indiretto del Governo Americano, il supporto logistico e finanziario delle Banche Internazionali, come la UBS Bank collegata alla Podgoricka Bancka, la Riggs Bank - condannata dopo pochi anni per riciclaggio di denaro da un Tribunale statunitense - nonché della organizzazione americana USAID. Lo stesso Governo del Montenegro riceve 188 milioni di dollari attraverso i servigi dell'allora mandatario del Governo Anthony Apap Bologna. In quel periodo, il Ministro degli Esteri Janko Jeknic e il Ministro delle Finanze Predrag Goranovic, presero dei contatti sulle piazze italiane e svizzere per reperire un finanziamento con titoli collaterali per milioni di dollari, destinanti a progetti per lo sviluppo del Montenegro, nonostante l’imposizione delle sanzioni finanziare. Venne così emesso dal Governo del Montenegro, che allora insieme alla Serbia era sottoposto a restrizioni finanziarie, un mandato finanziario nei confronti dell'avvocato Anthony Apap Bologna, per reperire delle linee di credito per un ammontare pari a 1 miliardo di dollari. Stranamente, lo stesso mandato consegnato all’avvocato Bologna, che portava le firme dei due ministri, non era stato registrato tale che non aveva alcun numero di protocollo. L'operazione andrà a buon fine, come dimostrato da un documento bancario con il quale la Riggs Bank trasferiva, presso la UBS BANK di Zurigo sul conto Podgoricka Banka, la somma di US$ 10.000.000 con causale "pagamento pensioni" per il Montenegro. Dunque, nel pieno di un periodo di sanzioni finanziarie, i rappresentanti del Montenegro circolavano tra Svizzera e l'Italia in cerca di finanziamenti, dando mandato al fiduciario Apap Bologna di procurare circa un milione di dollari. Una somma che stranamente coincide con la transazione Stet-Ote-Telekom Serbia.

Sembra che siano solo strane coincidenze, ma sembra che i due casi siano collegati anche attraverso le metodologie in cui si sviluppano e gli attori dell’operazione. UBS Bank sono è solo la Banca che curerà la transazione del finanziamento del Governo del Montenegro, ma è anche advisor di Stet (acquirente), che ha determinato una quotazione azionaria di Telekom Serbia - che si aggirava intorno ai 3000 miliardi di lire, una quotazione assurda per quei tempi - superiore rispetto a quanto aveva stimato NatWesr, advisor di Telekom Serbia (cedente). Un caso questo abbastanza anomalo, considerando che l’advisor dell’acquirente non darebbe mai una valutazione maggiore di quanto proposto da quello del venditore. Non a caso, nell’aprile del 2002, Tronchetti Provera, che nel frattempo diventa il padre padrone di Telecom Italia, rivende al Governo Serbo il 29% delle quote di Telekom Serbia, per una somma pari a 378 miliardi di lire, con una perdita secca di tutto il capitale investito, sempre che la Stet abbia davvero investito questo capitale. Anche questo è un altro piccolo particolare da non trascurare, considerando la Banca protagonista della perizia della vendita, ossia la UBS Bank , la stessa che risulterà coinvolta negli assurdi intrecci finanziari con il Governo del Montenegro.

Il caso Montenegro-Ubs Bank e quello di Telekom Serbia sembrano essere due vicende parallele, che tuttavia hanno dei piccoli punti di contatti, e degli elementi in comune che lasciano sospettare una sorta di legame causa-effetto. La prassi e la metodologia adottata dagli intermediari e dai protagonisti sembra essere la stessa: transazioni in contanti, assenza di documenti protocollati e registrati, utilizzo di titoli collaterali sfruttando i canali sicuri ed ufficiali di Banche ed organismi internazionali. Tali particolari sono stati volutamente ignorati, e hanno lasciato volentieri che l'opinione pubblica si accanisse nei confronti di personaggi inutili e insignificanti. E' stata costituita una commissione di inchiesta per indagare sulle assurde rivelazioni di un faccendiere, in maniera tale da insabbiare la vera inchiesta, che avrebbe dovuto interessare l'origine e la destinazione di rilevanti somme di danaro transitate sui conti correnti di grandi Banche d'affari. Come sempre, nella complessità delle inchieste italiane ed internazionali, la verità si perde e di confonde nei dettagli, mentre la macchina della disinformazione e dei media si adoperano per creare la versione ufficiale da servire all'opinione pubblica.

ORIANO MATTEI

venerdì 12 febbraio 2010

ORIANO MATTEI : Attenti al Milo ................... di Alessandro De Pascale



12 Febbraio 2010


Martedi' 19 gennaio 2010. A Bari si doveva svolgere l'udienza preliminare per decidere se rinviare a giudizio i cittadini montenegrini Veselin Barovic, Branko Vujoševic, Branislav Micunovic, Miroslav Ivaniševuc, Dušanka Jeknic, i cittadini serbi Andrija Draškovic e Stanko Subotic (detto Cane), e sette italiani. A vario titolo accusati di «aver rispettivamente promosso, diretto, costituito e preso parte a un'associazione di stampo camorristico-mafioso», per contrabbando dal 1994 al 2000 di sigarette, armi, droga e per aver favorito la latitanza in Montenegro di criminali italiani per i quali era stato chiesto l'arresto. Ma per la terza volta l'udienza e' stata rinviata.
Gli indagati sono imprenditori, ministri, rappresentanti commerciali, esponenti della criminalita' del Montenegro. Per la Dia di Bari il capo indiscusso del sodalizio e' l'attuale premier montenegrino Milo Djukanovic che governa il Paese da almeno due decenni. Dopo essere stato ascoltato dagli inquirenti italiani nel febbraio del 2009, la sua posizione e' stata stralciata per l'immunita' di cui gode come capo di un governo straniero. Ma non per insufficienza di prove, visto che tutte le persone interrogate hanno indicato lui come il capo del gruppo criminale.
Grazie al contrabbando sono stati portati nelle banche svizzere e cipriote, con aerei privati, decine di centinaia di milioni di euro. Tanto che alle indagini italiane si sono aggiunte quelle svizzere. Secondo gli inquirenti Djukanovic forniva la copertura politica e istituzionale mentre Stanko Subotic faceva da ponte tra i criminali e il governo montenegrino. «Senza il consenso di Milo Djukanovic non si puo' fare niente in Montenegro», spiego' agli inquirenti Goran Stanjevic, rappresentante dell'Agenzia governativa per gli investimenti esteri della repubblica balcanica. «Non esiste una democrazia in cui ognuno puo' fare liberamente quello che vuole… appena si tratta di un guadagno superiore al normale, piu' di cento euro al mese, il contratto e' del governo del Montenegro», denuncia Stanjevic.
«A un certo punto ho capito che non si trattava solo di sigarette - spiega Stanjevic - ma c'erano dentro droga, armi, prostituzione, clandestini, eccetera, e da quel momento mi sono ritirato. Da cio' che so io, ci sono magazzini a Bar pieni di armi. Le vendono anche alla Libia, alla Siria, ai Paesi arabi, dove ci sono sempre conflitti. Almeno 500-600 italiani lavoravano nel porto di Bar per il contrabbando».
Stanjevic e' un fiume in piena: «non mi e' mai stato chiaro come possa il presidente Milo Djukanovic mentire continuativamente alla sua gente dicendo di non essere legato al contrabbando. Io sono a conoscenza personalmente del fatto che egli incontro' personaggi della mafia italiana in Montenegro e in Svizzera. Il governo di Milo Djukanovic e la sua cricca, che gestisce il Paese, riciclava il denaro con l'acquisto di qualunque cosa avesse valore in Montenegro. L'obiettivo era saccheggiare il Paese. Oggi l'elite di Djukanovic e' cosi' profondamente coinvolta nel crimine che non e' piu' in grado di continuare a lavorare in qualunque affare legale. Un contrabbando che continua tutt'oggi e puo' essere sradicato solo togliendo potere alla struttura governativa, incluso Milo Djukanovic», conclude il rappresentante dell'Agenzia governativa per gli investimenti esteri del Montenegro.
Tanto che per Milo Djukanovic nel 2003 e nel 2004 erano stati emessi due mandati d'arresto anche dalla procura di Napoli, sempre per il suo ruolo di primo piano nel contrabbando. Respinti dal gip per l'immunita' di cui gode. Il pm di Napoli sottolinea il «pericolo di reiterazione di condotte analoghe» e fa ricorso in Cassazione. La Suprema Corte nel 2004 riconosce che non si puo' procedere per difetto di giurisdizione, pur evidenziando «la continuativa attivita' criminale svolta dall'indagato, attraverso i suoi uomini».
Alla fine le indagini sui referenti istituzionali della cupola montenegrina vengono riunificate in un unico procedimento a Bari. Ma nella richiesta di rinvio a giudizio Djukanovic non figura, grazie al ruolo di premier di un governo straniero ricoperto. E cosi' continua nei suoi affari accumulando un enorme patrimonio: banche, societa', agenzie immobiliari. Secondo l'International consortium of investigative journalists (Icij), la famiglia governativa dei Djukanovic possiede qualcosa come 200 milioni di euro. Che vuole a tutti i costi mantenere, rimanendo in sella al governo di Podgorica. Negli ultimi anni molti testimoni dell'inchiesta di Bari sono stati uccisi. Come il capo della polizia della capitale montenegrina, ammazzato nel centro della citta', pare dopo aver ricevuto gli atti del processo italiano inviati dal camorrista Ciro Mazzarella.
Ora la Suprema Corte di Podgorica vuole vederci chiaro. Lo scorso 20 gennaio il procuratore capo della capitale montenegrina, Ranka Carapic, ha annunciato di avere aperto un'indagine sui nove omicidi di testimoni legati al contrabbando, e sul possibile coinvolgimento della cricca di Milo Djukanovic come mandante e di Stanko Suboti Cane; come esecutore.

NON SOLO BIONDE
Per capire come si sia arrivati a tutto questo, facciamo un passo indietro. Siamo nella lontana estate del 1996. Un motoscafo d'altura arriva da Brindisi verso le 23. È partito due ore e mezza prima dal Montenegro. Dalla barca scende il latitante Benedetto Stano con due borsoni carichi di armi. Detto “occhi celesti”, Stano e' un boss della Sacra corona unita e il suo clan, grazie al traffico di armi da guerra ed esplosivi, era diventato uno dei piu' temuti della Puglia. Dopo aver consegnato le due preziose borse, riparte il giorno dopo con il suo motoscafo, assieme ai figli, alla volta del Montenegro con in tasca un passaporto contraffatto. Il tutto con l'aiuto di alcuni agenti della polizia di Brindisi, tra i quali l'ex capo della sezione Catturandi, Pasquale Filomena, che avevano portato nella citta' pugliese Salvatore Tagliente, un collaboratore di giustizia che viveva protetto dagli inquirenti a Perugia, e un altro parente.
Stano gia' all'epoca dei fatti era accusato di due omicidi e di un attentato dinamitardo contro un funzionario della questura di Brindisi. Ma soprattutto pendeva su di lui un mandato di cattura internazionale per strage, associazione mafiosa, violazione della legge sulle armi e porto abusivo di materiale esplodente.
I due poliziotti verranno alla fine arrestati nella citta' umbra nel novembre successivo, proprio a casa del pentito. Nell'abitazione c'erano tre auto, tra cui una Ferrari, molti contanti (350 milioni di lire), libretti al portatore e documenti falsificati. Finiranno sotto processo.
Erano anni bui. L'Italia tentava di sconfiggere il contrabbando di sigarette, armi e droga. Decine di motoscafi che ogni notte partivano dai porti montenegrini con il loro prezioso carico alla volta dell'Italia. I contrabbandieri erano diventati sempre piu' attrezzati ed aggressivi. Sulle strade pugliesi si contavano i primi morti tra forze dell'ordine e semplici cittadini che si trovavano coinvolti negli scontri a fuoco.
Dal Montenegro arrivavano in Italia almeno mille tonnellate al mese di sigarette. Il lavoro veniva coordinato da latitanti della Sacra corona e della camorra che vivevano nel Paese balcanico protetti dalle autorita' locali. Una notte un elicottero della polizia avvista uno scafo di contrabbandieri. Le forze dell'ordine aprono il fuoco. I poliziotti sono armati di pistole, mitragliette e bombe da esercitazione. A bordo dello scafo c'erano invece Vito Ferrarese e altri due uomini non armati. Ferrarese muore, secondo il pubblico ministero titolare delle indagini, a causa di un colpo di mitra esploso dalla polizia.
Le indagini vengono depistate. I poliziotti per simulare uno scontro a fuoco mai avvenuto, sempre secondo l'accusa, abbandonano una mitraglietta sul motoscafo dei contrabbandieri. Francesco Forleo, ex questore di Brindisi, Pietro Antonacci, ex capo della mobile, e il suo vice Giorgio Oliva, vengono condannati assieme a Pasquale Filomena, al quale sono stati inflitti 14 anni e mezzo per corruzione, falso, detenzione e porto d'armi.
Pochi anni dopo quell'episodio, il 28 febbraio del 2000, in Puglia parte la “Operazione Primavera”. A controllare gli sbarchi arrivano 1.900 unita' delle forze dell'ordine, compresi molti carabinieri del battaglione paracadutisti Tuscania. «Quell'operazione - ricorda Pier Luigi Vigna, allora a capo della Direzione nazionale antimafia - ha avuto effetti estremamente positivi, determinando un ritiro dalla zona pugliese e la conseguente deviazione delle rotte altrove». Le forze dell'ordine mettono cosi' le mani su 54 armi corte; 71 lunghe; 2 giubbotti antiproiettile; 6.804 munizioni; piu' di 502 chili di esplosivo, oltre a scafi, auto e fuoristrada blindati.
Quell'operazione ha di fatto interrotto il contrabbando di sigarette, che ora avviene con i camion dai Paesi dell'Est. Due boss della camorra appartenenti ai clan Sarno e Mazzarella tuttora vivono un esilio dorato in Polonia, lo stesso Paese in cui nel 2004 e' stato arrestato Francesco Schiavone, boss dei Casalesi. E cosi' dopo anni e' ripreso anche il contrabbando delle bionde. Dal 2006 i sequestri di sigarette si sono quintuplicati. Ma gli occhi non sono piu' puntati sul Montenegro, dove in silenzio continua il business delle armi.
Quando in Italia avviene un omicidio di mafia con mitra da guerra, soprattutto kalashnikov, quelle armi provengono da li'. I Balcani sono tuttora pieni di armi, qualsiasi famiglia ne possiede in casa. Tanto che i Servizi segreti italiani parlano di «riattivazione delle rotte marittime dall'Albania e dal Montenegro ad opera dei clan pugliesi, interlocutori privilegiati delle consorterie attive oltre Adriatico».
Trafficano armi da guerra e cocaina che dal Sudamerica arrivano direttamente nei Balcani, con la mediazione delle cosche leccesi. I sequestri sono resi difficili dalle modalita' di contrabbando della merce. «Le consegne avvengono in Puglia o direttamente sulle coste calabre, a seconda di chi sono gli acquirenti - spiega un membro della criminalita' barese - tramite veloci motoscafi che consegnate le borse, ripartono velocemente. Anche quando negli anni Novanta su queste rotte avveniva il contrabbando di sigarette, le armi e la droga arrivavano con carichi separati, rispetto a quelli delle bionde».

Fonte : Voce Delle Voci

ORIANO MATTEI

mercoledì 3 febbraio 2010

ORIANO MATTEI : Lettera aperta al giornale PrimaDaNoi


03 Febbraio 2010

Egregio direttore,
ho letto con molta attenzione l'articolo da Lei pubblicato sul Suo giornale “ Un verbale parla di Mileti e D'Alesio e degli affari in giro per il mondo “ .
Voglio fare alcune precisazioni, al fine di fare più chiarezza dei fatti accaduti. Io non faccio il broker finanziario, ma svolgo il ruolo di responsabile finanziario di una Fondazione Umanitaria, che ha lo scopo di aiutare popoli oppressi in tutto il mondo.
Che io abbia frequentato banche , avvocati e Notai Svizzeri è una verità sacrosanta, testimoniata da documenti e prove inconfutabili.
Lei nel Suo articolo parla di una “SPY STORY”, ma in effetti la cosa è molto più semplice di quanto si possa immaginare.
Io ho un contenzioso aperto “PUBBLICO”, da oltre dieci anni, nei confronti dello Stato del Montenegro e nei confronti della Podgoricka Banka attuale Gruppo Societe Generale ( è sufficente andarsi a vedere tutti gli incartamenti presso lo studio dell'avvocato Rinaldo Maderni in Lugano.
Inoltre, l'avvocato Patrizia D'Agostino ha anche Lei sufficiente documentazione per comprovare quanto io sto dicendo.
Dico questo, perchè da anni personaggi di tutte le risme e di tutti i ceti sociali, si sono abusivamente inseriti in questa vicenda, al solo scopo di trarne benefici personali. La lista dei nomi è molto lunga e Mi creda c'è di tutto e di più.
Per quanto riguarda, la posizione di questo signor Mileti, del signor D'Alesio e delle altre persone citate da Lei nel Suo articolo, io Mi sono limitato solo ed unicamente a comunicare alla Procura fatti e situazioni che Mi sono state comunicate da persone che Mi hanno chiamato e chiesto aiuto. Io non invento mai nulla e non millanto mai nulla. Se poi queste persone quando si rendono pubbliche certe confidenze, fanno marcia indietro su quanto ripeto Mi confidavano, beh allora questo è un Loro problema e non Mio. Io non ho mai avuto nessun rapporto con Le persone da Lei citate bell'articolo e Mi creda non sono nemmeno interessato ad averne.
Fatti, luoghi e circostanze, ripeto Mi sono state confidate da personaggi che vivono in Pescara e nei pressi di Pescara. Io se vengo a conoscenza di situazioni o fatti che possono avere rilevanza di indagine penale, è Mia abitudine informare Le autorità competenti. Io sto dalla parte della legge nel bene e nel male.
Sperando di essere stato esaustivo in questa Mi lettera, sono a Sua completa disposizione per eventuali chiarimenti del caso.

ORIANO MATTEI

martedì 2 febbraio 2010

ORIANO MATTEI : I Poteri forti del Montenegro si muovono



02 Febbraio 2010

C'è un' aria molto strana e voci molto strene che circolano da settimane. Sembra che tutti si siano accordati o per meglio dire che un gruppo di persone abbiamo preso ordini, per divulgare notizie false riferite al contenzioso che io Oriano Mattei ho aperto da anni nei confronti dello Stato del Montenegro , meglio conosciuto come " CASO MATTEI ".
Le voci che circolano, sono circoincise nella zona di Chiasso o giù di li, e se Le informazioni che dovrei ricevere dovessero essere vere, beh allora capisco da dove partono e perchè. Questo genere di tentativi, negli anni si è costantemente ripetuto e anzi ricordo con molta lucidità, quando una sera fui chiamato dall'allora Mio avvocato Rinaldo Maderni , presso l'ufficio dell'avvocato Pierfrancesco Campana, incontro programmato con lo scopo di farmi credere che ero sotto controllo dei "servizi", e che se avessi continuato a disturbare i Suoi amici, avrei passato guai giudiziari ( i signori sanno perfettamente a cosa mi riferisco e al contenuto della discussione che fu fatta quella sera. Veo caro Rinaldo Maderni ? ). Chi vuole capire capisce e capiscono anche Le persone a cui Mi sto riferendo. Sono anni che queste persone, al soldo di chi ha interesse a delegittimare la Mia posizione , tentano e hanno tentato in tutti i modi di mettermi in cattiva luce. Ci hanno provato personaggi ibridi, facenti parte dei cosiddetti "SERVIZI DEVIATI" , che poi non sono altro che pattumiera accantonata dalla società e dai poteri forti che prima Ti usano e poi Ti gettano, per poi riciclarti al momento opportuno.
Questi personaggi, frequentano e hanno rapporti quotidiani con avvocati e fiduciari Svizzeri, e insieme creano o tentano di creare i presupposti per ripresentare uno scandalo al momento opportuno.
Io sono qui sempre vigile a controllare e verificare ogni notizia o voce che circola e nello stesso tempo, sono sempre pronto ad informare la Procura di turno, senza mai tirarmi indietro.
Voglio proprio vedere tutta questa gente che prima Ti da informazioni e Ti invita a comunicare quanto detto privatamente alla Procura di turno competente, e poi quando succede che la notizia esce su qualche giornale locale, si spaventa e nega e rinnega tutto quello detto in precedenza.
Evidentemente, lo scopo è sempre quello : Cercare di mettermi in difficoltà e in cattiva luce " IN GERGO TECNICO SI CHIAMA DELEGITTIMAZIONE ", in quanto tutto questo farebbe comodo alle persone potenti che da anni io invito al tavolo delle discussioni , e che invece senza questi essere spregevoli che fanno il lavoro sporco, non hanno nemmeno il coraggio di fiatare.
Signori io sono qui a Vostra disposizione, e finchè invierete questa gente che conta nulla, non farete altro che delegittimare la Vostra figura. Io sfido chiunque si presenti al tavolo, a dimostrare che il Mio credito che vanto nei confronti dello Stato del Montenegro, non esiste, e sono pronto a dimostrarlo solo ed unicamente davanti ad un procuratore. Auguri a tutte le persone interessate a questa mia comunicazione. A buon intenditor poche parole.

ORIANO MATTEI

lunedì 1 febbraio 2010

ORIANO MATTEI : Caso Mattei/ Montenegro

02 Febbraio 2010

Il caso Oriano Mattei non è solo una truffa, ma è la storia di quello che è la realtà invisibile e subdola dei fiduciari e dei faccendieri, dei contractors e dei servizi paralleli che si muovono come parassiti. Sono molto organizzati, ma usano sempre gli stessi schemi, le stesse parole e potreste riconoscerli tra mille solo guardando le tecniche che usano per truffarvi. Spiegheremo dunque di chi stiamo parlando, e soprattutto come questi personaggi riescono ad avvicinarvi per poi scomparire, lasciando dietro di loro debiti e falsi nomi.
Frequentano degli ambienti molto particolari, e si appoggiano a strutture paragovernative, spacciandosi però per rappresentanti diplomatici e statali. Così, quando si va ad un gala, ad un ricevimento occorre prestare molta attenzione a chi vi invita, diffidando soprattutto di tutte quelle conoscenze che si fanno in quell'occasione solo per caso, perché a vostra insaputa potreste entrare in uno strano circolo di personaggi che possono poi poi portarvi alla rovina. Potete divenire attori senza saperlo, con strette di mano, tra gente, amici e donne , potete conoscere "uomini di mondo", anche onorevoli, o meglio "onorabili". Nelle nostre esperienze all'estero ,di questi ciarlatani ne abbiamo conosciuti molti: gente che sposta miliardi con una telefonata, amici degli amici, quelli che fanno un lavoro che non si può dire.
Frequentano sopratutto le ambasciate, e i consolati, è una vera e propria ciurma che ruota intorno a certi ambienti, e così qualche funzionario viene avvicinato e si rende inconsapevolmente complice di questo gioco infame.
Oggi il settarismo, le congreghe dei Templari di Malta, e tutte queste massonerie, sono sempre alla ricerca di gente per vendere onorificenze, medaglie, lauree certificate, un mare di carta igienica che spacciano come un affare, e alla fine ti danno solo una medaglia e una foto con il Ministro.
Questa gente, che fino ad ieri informava il Sismi, ora è senza lavoro, perché un tempo ,il concetto era la spia controlla la spia. 'U Maresciallo, 'u Capo Centro, 'u Numero Uno, la Ditta, e i soldi presi in una bustarella, freschi di stampa, e con tanto di ricevuta da firmare "altrimenti la Ditta la prende male". Questi sono i "fusibili" , non sono altro che crème che trovate un po' ovunque presso queste strane fondazioni umanitarie, che salvano un bambino regalando merendine e facendo delle foro. Così credono di aver salvato uno Stato e preparano il servizio ad hoc da rivendere poi quella fama in un altro Gala.
In tutti questi gala, tra "donne e panze" , passeggiano tra un "ossequi" e l'altro, con giacca e cravatta, e qualsiasi cosa di cui hai bisogno senza alcun problema possono dartela.

Poi ad un tratto spunta qualcuno che magari ti porta in un ufficio a Milano, dal Console di San Marino, e ti dice che rappresenta lo Stato Italiano, e addirittura la Comunità Europea. Si parla di chiudere un affare, e magari un personaggio di nome Giuliano Michelucci fa arrivare tutti i documenti e una serie di e-mail per corrispondenza che dovrebbero dimostrare che l'affare è in corso è alte personalità si sono attivate per far andare a buon fine la cosa. Guliano Michelucci così invia dei documenti, proprio come questi che vi mostriamo. Questi sono i documenti che sta affascinando tanto i Balcani, e i Serbi in particolar modo che se la stanno ridendo da un bel pezzo, perché ormai è finita un'epoca, è finito il tempo in cui i nostri Generali si presentavano per dettare legge.
Ad un certo punto, il loro gioco è finito perchè hanno incontrato Oriano Mattei che è un intenditore di Banche e grazie alla sua conoscenza, tempestivamente ha capito che qualcosa non andava, e dopo aver capito la truffa, spariscono tutti. Stranamente ricompaiono sempre i soliti personaggi in un altro dirottamento: magari si scoprirà che questi personaggi si sono appena conosciuti nello stesso Gala ma diranno sempre che non sanno assolutamente di nulla di quel ricevimento.
Vi sono tante società colpite, una distante dall'altra messe alle spalle al muro non da criminali, ma dai professori, seduti dietro una scrivania, con la giacca e la cravatta, che nei gala si fanno chiamare Presidenti, Eccellenze, e Commendatori.
In realtà sono loro i veri criminali incalliti, la bassa manovalenza di cui lo Stato si serve per recepire informazioni, la classica categoria dello Spione, che non ha nè arte e nè un mestiere, e fa il faccendiere.
Dietro questi fusibili vi è la lunga mano invisibile di quel potere che nasconde il segreto, che ormai è una casta politica, è il braccio armato e informativo delle lobbies, per costruire casi, denigrare e additare. Magari quando sei all'estero, il Capo Centro gioca il ruolo strategico, perchè se vuole denigrare l'italiano che non sta a compromessi, si presenta dicendo che "sanno già tutto, sanno di tutti", ma poi non si riesce mai a capire cosa sanno e il più delle volte non sanno un bel nulla. Si presentano nel vostro ufficio con un paio di occhiali da sole, e non appena ti volti perché ti distraggono intenzionalmente, ti registrano con la mano pronta nel taschino: la domanda più importante, quella per cui sono venuti ad incontrarti, la fanno alla fine mentre se ne stanno andando . Sono patetici, antichi, e con il solito sorriso dicono le loro bugie, che ormai sono nel sangue, per far piacere al loro capo, per assecondarlo dicono sempre quello che il capo vuole sentire. La loro bugia è particolare, è basata sul fatto che tu non puoi chiedere loro alcuna prova, perchè quando si presentano dicono che sono del governo e devi crederci sulla loro parola, perché non possono darti un documento. Tutto si basa sulla parola e molti approfittano di questa situazione, ti manipolano e senza volerlo diventi anche informatore.
Sembra un film bianco e nero e la situazione sta peggiorando sempre più perché ora c'è la nuova generazione, ossia i figli di Generali che hanno sempre il cellulare nuovo e la bella femmina accanto.
Molte volte le persone per amor di patria, cercano di fare delle cose, ma poi scoprono che "invece di morire per per la patria muoiono perle Banche". Questo perchè si sono venduti, entrando così nella casta dei servi, mentre gli incommestibili e i disubbidienti, restano fuori, alcuni in galera, altri obbediscono e alcuni dicono che "hanno famiglia e devono pagare il mutuo". Questa è la piramide del potere, mentre altri muoiono in iraq, all'aereporto, lontano da occhi indiscreti. I nostri agenti, quando si trovano in questi casini inviano, per esempio, Gino Strada a trattare mentre loro restano in albergo seduti comodamente dinanzi ad un condizionatore, e un bel bicchiere di Vino. E' una storia che si ripete da sempre ormai, sono queste le operazioni "sola" dei nostri agenti, come quelle delle Due Simone sequestrate in Irak, che alla fine sono anche ingrassate: insomma, siamo sempre stati servi di qualcuno.

ORIANO MATTEI