yYAXssKCQaUWZcXZ79RJTBLvo-c;SfREtjZ9NYeQnnVMC-CsZ9qN6L0 Finance, Economics, Globus, Brokers, Banks, Collateral-Oriano Mattei: giugno 2010

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martedì 29 giugno 2010

Oriano Mattei : Paolo Borsellino : "Quando la mafia è alternativa allo Stato"


Milano 29 Giugno 2010

Per non dimenticare mai un grande uomo : Paolo Borsellino

Relazione presentata in data 27 marzo 1992 a Palazzo Trinacria, a Palermo, in occasione della tavola rotonda su "Criminalità, politica e giustizia".
di Paolo Borsellino
Io sono sempre stato estremamente convinto che la mafia sia un sistema, non tanto parallelo, ma piuttosto alternativo al sistema dello Stato ed è proprio questo che distingue la mafia da ogni altra forma di criminalità. In particolare nell'ordinamento del nostro stato, a differenza che in qualsiasi altro Stato, si tratta di una organizzazione criminale dal grossissimo potere, e sebbene organizzazioni criminali di grandissimo potere e di grandissima potenzialità vi siano anche negli altri stati, il nostro mi pare sia l'unico paese in cui a chiare lettere si è potuto dire, da tutte le parti politiche, che l'esistenza di questa forma di criminalità mette addirittura in forse l'esercizio della democrazia. Probabilmente in nessuna altra parte del mondo esiste una organizzazione criminale la quale si è posta storicamente e si continua a porre, nonostante talvolta questo lo abbiamo dimenticato e nonostante talora facilmente si continui a dimenticarlo, come un sistema alternativo, che offre dei servizi che lo Stato non riesce ad offrire.
Questa è la particolarità della mafia e, anche nel momento in cui la mafia traeva - e forse ancora continua a trarre, anche se probabilmente in misura minore - i suoi massimi proventi dalla produzione e dal traffico delle sostanze stupefacenti, l'organizzazione mafiosa non ha mai dimenticato che questo non costituiva affatto la sua essenza. Tanto che, e questo lo abbiamo vissuto tutti coloro che abbiamo partecipato a quell'esperienza del maxiprocesso e del pool antimafia, anche in quei momenti ed anche quando vi erano famiglie criminali mafiose che guadagnavano centinaia e centinaia, se non migliaia di miliardi dal traffico delle sostanze stupefacenti, quelle stesse famiglie non trascuravano di continuare ad esercitare quelle che erano le attività essenziali della criminalità mafiosa, perché la droga non lo era e non lo è mai stata. La caratteristica fondamentale della criminalità mafiosa, che qualcuno chiama territorialità, si riassume nella pretesa, non di avere ma addirittura vorrei dire di essere il territorio, così come il territorio è parte dello Stato, tanto che lo Stato "è" un territorio e non "ha" un territorio, dato che esso è una sua componente essenziale. La famiglia mafiosa non ha mai dimenticato che sua caratteristica essenziale è quella di esercitare su un determinato territorio una sovranità piena.
Naturalmente si determina un conflitto tra uno stato che intende legittimamente esercitare una sovranità su un territorio e un ordinamento giuridico alternativo, il quale sullo stesso territorio intende esercitare una analoga sovranità, seppure con mezzi diversi. Questo conflitto - ecco perché io non le chiamo istituzioni parallele ma soltanto alternative - si compone normalmente non con l'assalto al palazzo del comune o al palazzo del governo da parte delle truppe della criminalità mafiosa, ma attraverso il condizionamento o il tentativo di condizionamento dall'interno, delle persone atte ad esprimere la volontà dell'ente pubblico, che rappresenta sul territorio determinate
La soluzione finale del problema, la finalità cui devono tendere le forze politiche che veramente intendono combattere la mafia, è quella di chiudere questi canali di infiltrazione, attraverso i quali la volontà delle persone fisiche che impersonano l'ente pubblico, di coloro che sono abilitati ad esprimere la volontà delle istituzioni pubbliche che operano sul territorio, viene condizionata da queste istituzioni alternative.
Chiudere come? Ci sono stati chiesti esempi concreti. Ebbene in Italia mi sembra che spesso le istituzioni pubbliche non vengano considerate dalle forze politiche come istituzioni dove inviare i migliori che vadano ad impersonarne la volontà, ma piuttosto teatri di lobbies che si azzuffano e si scornano per impossessarsi quanto più possibile di fette di potere per esercitarlo in funzione non tanto del bene pubblico, ma di interessi particolari.
Questa è l'accusa che da più parti viene fatta alla "partitocrazia", a quella che da tutti dispregiativamente è così chiamata, ma da tutti sostanzialmente sopportata.
L'occupazione da parte dei partiti e delle lobbies partitiche delle istituzioni pubbliche crea la strada naturale perché all'interno di queste istituzioni si formino volontà che non sono dirette al bene pubblico ma ad interessi particolari. Chiudere queste strade attraverso interventi, anche istituzionali, significa evidentemente chiudere possibilità di accesso delle organizzazioni criminali all'interno delle organizzazioni dello Stato. Certamente questo deve farsi salvando i principi democratici che reggono oggi tutte le nostre istituzioni.
La sordità del potere politico a modificare radicalmente quelle che sono le legislazioni che regolano, ad esempio, gli enti locali è chiaramente una sordità nei confronti di un problema il quale, una volta affrontato e risolto nel migliore dei modi, impedirà l'accesso all'interno degli enti locali di quelle lobbies che vanno lì dentro per provocare, come normalmente provocano, affinché la volontà di coloro che gestiscono le istituzioni sia rivolta non al bene pubblico ma agli interessi di questo o di quel gruppo affaristico, fra i quali primeggia l'organizzazione mafiosa.

ORIANO MATTEI

Oriano Mattei : Milo Djukanovic e Stanko Subotic - La stampa montenegrina fa pesanti accuse contro di loro


Milano 29 Giugno 2010

E' un piccolo Stato di appena 700.000 abitanti: una natura quasi intatta, paesaggi mozza fiato, un litorale molto frequentato dal jet-set internazionale. Il Montenegro, Crna Gora in serbo-croato (la montagna nera), e' dal 2006 un Paese indipendente dalla Serbia, la moneta ufficiale e' l'euro ed aspira a far parte dell'Ue da quando nel 2008 ne ha fatto domanda di adesione e, come scrive la sua ambasciatrice a Parigi Milica Pejanovic-Durisic sul sito Euractiv, vi entrera' subito dopo la Croazia.
Ma questo quadro quasi idilliaco ha anche un'altra faccia: traffici di tutti i tipi, presunta corruzione e nepotismo ai piu' alti livelli, collusione con la delinquenza organizzata. Sempre la nostra ambasciatrice in Francia precisa che si tratta di un fenomeno che e' diffuso in tutta la regione e che il Montenegro coopera con gli organismi internazionali per combatterlo.
Non la pensa cosi', pero', la stampa indipendente su cui si possono leggere le opinioni dell'opposizione, soprattutto Nebojsa Medojevic, che accusa il primo ministro Milo Djukanovic, al potere da venti anni, di aver tollerato e profittato dei traffici delle mafie internazionali. Il settimanale di Podgorica (capitale del Montenegro), Monitor, va anche oltre: i suoi giornalisti chiedono le dimissioni del primo ministro in seguito alla pubblicazione di diversi articoli in cui lo accusano di aver trasformato il Paese in “Narconegro”.
Le accuse nascono dalle condanne che il tribunale di Belgrado ha inflitto a Darko Saric e alla sua mafia conosciuta col nome “Amerika”: traffico di stupefacenti in grande stile con provenienza America Latina e riciclaggio di denaro. Secondo diverse fonti il Montenegro sarebbe la porta d'ingresso per questa mercanzia e avrebbe il placet delle autorita' che avrebbero un 30% di benefici da questi traffici. Le autorita' di Podgorica e l'équipe presidenziale hanno reagito tacciando queste accuse come un attacco della Serbia per denigrare il suo vecchio partner e come un attacco contro lo Stato montenegrino. Darko Saric e la sua famiglia hanno anche diversi affari legali rapporti con banche, istituzioni, porti e altri Comuni del Montenegro.
Le medesime accuse alla famiglia di Darko Saric, pero', vengono fatte anche in Serbia, dove un'associazione di giornalisti ha pubblicato un quadro dell'impero economico di questa famiglia. La rivista Monitor ricorda come Darko Saric, originario di una piccolo borgo montenegrino, Pljevlja, ha un passaporto serbo, ha potuto usufruire di diverse complicita' locali quando e' evaso di prigione: lo stesso Sindaco del suo paesino d'origine ha detto che anche se lui fosse al corrente dove Darko Saric si nasconde, non denuncerebbe mai un suo compaesano. Secondo il ministro serbo della Giustizia, Slobodan Homen, il clan di Saric ha un giro d'affari annuale intorno ad un miliardo di Usd (il doppio secondo la stampa serba).
In seguito al lancio di un'offensiva contro i trafficanti serbo-montenegrini di droghe, la sicurezza del ministro della Giustizia e quella del presidente serbo Boris Tadic, e' molto piu' curata: sono diverse le minacce di morte che sono giunte loro e i servizi segreti le reputano credibili.
Secondo la giustizia italiana, che nell'operazione "Amerika" si e' occupata delle ramificazioni in Italia delle mafie balcaniche, i canali che negli anni '90 servivano per il contrabbando di sigarette, e che avevano come punto di riferimento il Montenegro, sono stati semplicmente messi a disposizione per il traffico di cocaina ed eroina verso l'Europa. La rivista Monitor sostiene di essere in possesso di informazioni dei servizi segreti occidentali, soprattutto intercettazioni telefoniche di appartenenti al clan Saric, che la dicono lunga sulla complicita' del governo del Montenegro con questi traffici.

ORIANO MATTEI

Oriano Mattei : L'eldorado della mafia

Milano 29 Giugno 2010

Per la prima volta delineata la presenza delle cosche italiane in Canton Ticino
(da.c.) Gandria, periferia Est della Grande Lugano, martedì 12 maggio 2009. La polizia elvetica arresta Michele Antonio Varano, 58 anni, inserito nella lista dei 30 latitanti italiani più pericolosi. Varano è nato il 13 luglio 1951 a Centrache, in provincia di Catanzaro ed è considerato tra i boss più importanti della ’ndrangheta calabrese. È ricercato per associazione a delinquere di stampo mafioso, contrabbando di sigarette e altri gravi reati, dal 2000 la polizia spiccato un mandato di cattura internazionale. Il nome di Varano è nel programma speciale di ricerca del Gruppo Integrato Interforze, una sorta di black list dei più pericolosi criminali in attività.
A lungo si è parlato del 58enne calabrese come di uno dei protagonisti della cosiddetta Montenegro Connection, colossale contrabbando di tabacchi messo in piedi dalla malavita ex jugoslava in collaborazione con le mafie nostrane. In Svizzera, dove operava Varano, vengono riciclati i fondi provenienti dal gigantesco traffico di sigarette. In Svizzera, qualche anno prima - a Zurigo - era stato arrestato la presunta mente dell’intero contrabbando di bionde tra le due sponde del Mediterraneo, Gerardo Cuomo.
Michele Antonio Varano è soltanto uno dei 10 mafiosi fermati in questi ultimi anni nella Confederazione Elvetica. Altri, prima di lui, sono finiti nella rete della polizia rossocrociata e dell’Interpol. Nomi che al grande pubblico possono forse non dire molto, ma che invece “parlano” in maniera chiara agli investigatori: Nicola Bortone, Vincenzo Renzulli (arrestato a Chiasso il 30 aprile 2004), Ciro Forte. Quest’ultimo, napoletano, soprannominato O’ Ricciulillo, considerato il capo della banda che nel marzo del 1978 aveva rapito a Milano David Beissah, finanziere messicano di origine siriana i cui resti vennero poi ritrovati sei anni più tardi sepolti nei pressi del cimitero di Mairago, in provincia di Lodi.
Svizzera crocevia della malavita organizzata italiana, quindi. Come racconta con nuovi dettagli nel suo ultimo libro Francesco Forgione, presidente della commissione Antimafia nella legislatura del secondo governo Prodi e oggi docente di Storia e sociologia delle organizzazioni criminali all’Università dell’Aquila (Mafia Export, Baldini & Castoldi Dalai, pagg. 368, euro 20). Un libro che disegna per la prima volta la mappa delle mafie italiane in Europa e non solo. Una mappa che comprende, come detto, anche la Svizzera e il Canton Ticino, dove secondo la ricostruzione di Forgione, basata interamente su documenti ufficiali (atti processuali, materiali investigativi, relazioni cui l’autore ha potuto avere accesso nella veste istituzionale e che ha utilizzato tenendo conto ovviamente «dei vincoli di segretezza di alcune inchieste alla data di pubblicazione del libro») trovano le loro basi alcuni clan camorristici e una ’ndrina calabrese, la cosca Fazzari di Rosarno, paese oggi al centro di impressionanti cronache su una assurda “guerra” etnica.
Droga, contrabbando di tabacchi, contraffazione di capi d’abbigliamento, truffe ai danni di istituti di credito e, soprattutto, il cosiddetto money transfert, il sistema di riciclaggio del denaro di provenienza illegale: sono queste le attività che camorra, ’ndrangheta e, negli ultimi anni, anche la Sacra Corona Unita pugliese gestiscono dalle loro basi elvetiche, disseminate tra Lugano, Basilea, Lucerna, Zurigo, Ginevra e la piccola Le Chaux de Fonds, dove qualche anno fa venne arrestato Domenico Speranza, uomo di collegamento della ’ndrina capeggiata dai fratelli Giuseppe e Santo Pasquale Morabito. Proprio il clan Morabito, di Africo, ha sempre avuto le sue basi nel triangolo dell’Alta Brianza ai confini con la provincia lariana e a due passi dal confine con la Svizzera.
«Secondo le analisi di alcuni istituti di ricerca - dice Forgione - ’ndrangheta, camorra e mafia siciliana hanno un fatturato annuo che oscilla tra i 120 e i 180 miliardi di euro». Gli analisti della Direzione Investigativa Antimafia (Dia) stimano che «nell’industria mafiosa, tra settori legali, illegali e sommersi, è impiegato il 27% degli abitanti attivi della Calabria, il 12% di quelli della Campania e il 10% della Sicilia. Praticamente quasi il 10% della popolazione attiva nelle principali regioni del Mezzogiorno».
E la Svizzera, forziere per certi versi inattaccabile, non ha mai cessato di fare da tesoriere, attraverso il suo sistema finanziario, dei capitali mafiosi. «Nelle casseforti delle sue banche - scrive l’ex presidente della commissione parlamentare Antimafia - si stima che sia custodito un terzo di tutta la ricchezza delle famiglie più facoltose del pianeta», anche quelle mafiose: 11mila miliardi di dollari, quasi quattro volte il Pil della Germania».

ORIANO MATTEI

Oriano Mattei : Lettera aperta a Michele Altamura direttore di Osservatorio Italiano



29 Giugno 2010

L'articolo che è uscito sul quotidiano Montenegrino DAN in data 03 Dicembre, per la prima volta un giornalista rilascia un'intervista vera e seria, dei fatti che sono accaduti negli ultimi quindici anni nei Balcani e in principal modo in Montenegro.
Questo giornalista, si chiama Michele Altamura, il quale fa un'analisi seria e corretta, spiegando quali sono stati i veri obiettivi che si era prefissato l'ex Ministro degli Esteri del Montenegro Janko Jeknic, morto in un incidente stradale nel Gennaio 1997.
Michele Altamura, ha centrato l'obiettivo che non è il solito obiettivo dove vengono tirati in ballo mafiosi, pentiti o altro, ma ripeto Michele Altamura va oltre e lancia un messaggio molto chiaro per gli addetti ai lavori : Il Montenegro si accingeva negli anni 1996 in poi, a creare i presupposti politici e finanziari per l'Indipendenza del Montenegro.
Poi giustamente Michele Altamura, affronta le dichiarazioni fatte da Ratko Knezevic presso la Procura di Bari nel 2001, dove in tutto quello che dice, si addentra per un attimo nell'operazione TRUFFA , come la identifica Knezevic che poi verrà negli anni identificata come “CASO MATTEI”. Knezevic in quello che dice, sembra quasi che Lui fosse all'oscuro di quello che stava accadendo in Montenegro in quel periodo.
Ma allora il signor Knezevic, Mi dovrebbe spiegare e dovrebbe spiegare a tutti i Midia a cui si è rivolto, cosa ci faceva in Milano presso l'Hotel Principe di Savoia nell'Aprile del 1997.
Dovrebbe sempre spiegare a tutti , perchè Knezevic Mi incontrava in quella sede alla presenza di Predrag Goranovic, Giancarlo Sironi e Dado Asovic.
Dovrebbe inoltre spiegare a tutti, perchè Knezevic parlando in nome e per conto di Milo Djukanovic e per conto del Governo del Montenegro, Mi minacciava in maniera pesante, intimandomi di sospendere immediatamente Le Mie pretese economiche, in quanto Lui riteneva che non fossero pretese reali.
Evidentemente, Knezevic in quel periodo gli faceva comodo cavalcare l'onda Milo Djukanovic e allora Milo Djukanovic andava bene per il signor Knezevic.
Anni dopo, Knezevic si presenta come una brava persona che una volta conosciuti i traffici del Montenegro si staccava e prendeva le distanze.
Beh, allora sempre il Knezevic dovrebbe spiegare come mai essendo Lui in contatto con l'Avvocato Andres Baumgartner di Zurigo , avvocato difensore del Montenegro e della Podgoricka Banka nella causa civile che io avevo intentato, ed essendo sempre il Knezevic a conoscenza di una sentenza ufficiale emessa dal Tribunale di Zurigo nell'Agosto del 2000 , sentenza a Mio completo favore, il Knezevic un anno dopo, dichiarava che l'operazione “CASO MATTEI” era tutta una truffa?
E' chiero che il Knezevic non dice la verità, perlomeno nella Mia vicenda e il perchè non dice la verità, questo è un mistero.
Se Knezevic fosse stato serio e corretto, alle domande del Procuratore Giuseppe Scelsi, avrebbe dovuto rispondere che Lui sapeva di questa sentenza e che forse sarebbe stato il caso di andare fino in fondo alla vicenda.
Invece Knezevic cosa dice : Dichiara che tutto è falso e fa nomi e spiega particolari che sono completamente inesatti.
Se fosse tutta una truffa come dice il Knezevic, io devo essere la prima persona che il Governo del Montenegro deve denunciare, perchè tutto il procedimento avviato in Zurigo contro il Montenegro e contro la Podgoricka Banka, è stato avviato su Mio incarico.
Sono io che ricevo le garanzie dal Montenegro attraverso l'allora Mandatario Anthony Apap Bologna, garanzie per il valore totale pari a 10.000.000 di dollari americani e tutt'ora ancora non pagate dal Montenegro.
Io invito pubblicamente attraverso il Vostro giornale il signor Ratko Knezevic ad accettare un incontro pubblico con me per chiarire e farmi spiegare dal signor Knezevic cosa realmente intendeva dire con Le Sue dichiarazioni.
Io voglio prove concrete, perchè quello che io dico è scritto nei documenti ufficiali emesse dai Tribunali Svizzeri. Io non faccio chiacchiere come le fa Ratko Knezevic e fino a prova contraria per quanto riguarda la Mia situazione, il signor Knezevic fa solo chiacchiere e illazioni.
Non finirò mai di Ringraziare Michele Altamura che con la Sua professionalità, sta dimostrando di essere un giornalista indipendente, e non un giornalista legato a lobby o interessi personali.
Io spero vivamente che attraverso Michele Altamura, questa Mia lettera arrivi al quotidiano DAN e a tutti i quotidiani in Montenegro, perchè questa vicenda non interessa solo Me o qualcun'altro, ma questa vicenda ed eventuali nuovi scenari, interessano ed interesseranno il futuro del Montenegro

ORIANO MATTEI

venerdì 25 giugno 2010

Oriano Mattei : Paolo Borsellino "Il potere, lo Stato non ha mai voluto combattere seriamente la mafia"

Milano 25 Giugno 2010

Per non dimenticare mai


di Paolo Borsellino
 
Io ringrazio dell'invito il gruppo parlamentare del movimento sociale. Ricordo che sono anche presidente della sezione di Palermo dell'Associazione Nazionale Magistrati, la quale ha da tempo sollecitato un ampio dibattito parlamentare sui problemi della giustizia. E mi sembra che l'ultima volta che questa esigenza fu prospettata al Ministro della Giustizia e al Presidente del Consiglio dei ministri la risposta sembrò essere che la Camera era troppo intasata da altri lavori. E allora, anche se sotto il patrocinio di un gruppo parlamentare può svolgersi un interessante dibattito del genere con l'intervento, oltre che dei parlamentari, di chi può dare un modesto contributo, come me, è un fatto comunque auspicabile, è un fatto comunque di cui ringraziare gli organizzatori di questo convegno. Il cui titolo: "Stato e criminalità organizzata: chi si arrende?" comporta risposte estremamente semplici perché che non si sia arresa la criminalità lo vediamo ogni giorno su tutti i giornali, sia sotto il profilo dei gravi attentati all'ordine pubblico, che avvengono sulle nostre strade, meridionali, soprattutto, e non, sia sotto il profilo dell'ordine istituzionale. Perché delle infiltrazioni mafiose nelle istituzioni, soprattutto locali di Sicilia e Calabria, sono stati pieni i giornali, addirittura in occasione delle ultime elezioni amministrative. Ma erano state denunciate anche, tempo fa, addirittura dal presidente della regione siciliana il quale parlava di indebite pressioni per condizionare gli esecutivi delle Usl e dell'Ente locale comunale. Verrebbe ironicamente da dire che non si arrende neanche lo Stato perché forse per arrendersi occorre aver prima seriamente tentato di combattere. E su questo, sebbene probabilmente non si possa affermare che non si sia mai combattuto, dobbiamo dire qualcosa anche sui termini di questa lotta tra virgolette, come diceva il collega Alibrante. Io ho esperienze […][nel campo] della criminalità organizzata di tipo mafioso e simili, Camorra, 'Ndrangheta, […] ma diverso, ad esempio, potrebbe essere il discorso in materia di criminalità terroristica dalla quale probabilmente il potere si sentì attaccato e [quindi] reagì in modo molto migliore. Perché abbiamo tutti la sensazione, possiamo essere polemici quanto vogliamo, ma in materia di criminalità terroristica mi sembra che i discorsi siano più rosei. E quando mi riferisco al potere, tanto per intenderci, […][vorrei citare] un articolo dell'agosto '88 dell'avvocato Tarantino, che poco fa ho visto ma che ora purtroppo forse si è allontanato. […] Questo articolo fu […][scritto] in occasione di una violenta polemica esplosa per una mia improvvida intervista del luglio '88, e l'avvocato Tarantino scriveva sul Secolo d'Italia, il 17 agosto '88: "E allora un imbroglione c'è, sta a Roma in un palazzo nel centro e lo chiamano potere. Ma è solo un vecchio ipocrita, un cinico mercante, se ne frega dei siciliani onesti, dei figli e dei nipoti. Le occasioni non mancano e a promettere che il nemico non passerà. Un solo dubbio: chi è il nemico, chi loro amico?" Orbene, che questo potere non abbia mai, non dico avute serie intenzioni, ma non ha avuto probabilmente mai intenzioni profonde di combattere la criminalità mafiosa, lo dicono le esperienze di quella prima commissione antimafia che tanto opportunamente, poco fa, è stata richiamata dall'on. Franchi. Perché a leggersi quei volumi della prima commissione antimafia, che operò fino all'inizio degli anni '70, a leggersi quei volumi - per chi ha avuto la pazienza di leggerli -, ma era una lettura estremamente interessante, si trova tutto. Quando nel 1984 Buscetta andò a raccontare ai giudici di Palermo l'esistenza di un'organizzazione verticistica che si chiamava mafia, composta da "famiglie" con determinate caratteristiche, con determinati riti addirittura, quando Buscetta si fermò sulla soglia dei rapporti tra la mafia e il mondo politico, le indagini di quella commissione antimafia non si fermarono. Perché quelle erano una serie di conoscenze che individuavano perfettamente quali erano le caratteristiche del fenomeno. E che cosa avvenne? Mi sembra che sia stato detto che è restato tutto nei cassetti. Il potere non prese quelle iniziative che l'aver accertato l'esistenza di una situazione così pericolosa doveva comportare. E non solo non le prese, ma quelle stesse conoscenze che erano state così tanto lodevolmente acquisite dalla prima commissione antimafia si dispersero totalmente, a livello di conoscenze comuni, di conoscenze culturali degli operatori del settore. Tant'è che, quando sorse la stagione delle grandi indagini del pentitismo, sembravano conoscenze nuove. Ma […][leggendo] gli atti della prima commissione antimafia [ci si accorgeva che] nuove non erano. Non fu cioè utilizzato questo sforzo di conoscenza che fece il Parlamento; e poi chi ne aveva il dovere, chi muoveva le leve politiche, statuali di allora non utilizzò quelle conoscenze perché si intervenisse nel modo in cui si doveva intervenire, poi accennerò brevemente. E dopo ci fu un periodo di dieci lunghi anni di silenzio. Ma per […][farvi immaginare] di che silenzio si tratta io vi posso soltanto citare di quanto poco fosse sensibilizzata la stessa opinione pubblica a reagire a questo fenomeno impressionante che già la prima commissione antimafia aveva evidenziato. Per dirvi di che silenzio si tratti e come coinvolgeva addirittura gli operatori privilegiati del settore, cioè anche i magistrati, io vi cito la mia esperienza all'ufficio istruzione di Palermo, iniziata nel 1975, finita poi nel 1986. Dal 1975 al 1980 in quell'ufficio istruzione, nel centro principale della mafia, nella capitale della mafia - qualcuno non lo vuol sentir dire, io la penso così - in quell'Ufficio istruzione, in quei cinque anni, non si fece nessun processo di mafia. Nessuno. E quando nel 1980 fu fatta la prima grossa inchiesta, quella condotta dal collega Falcone, il cosiddetto processo Spatola-Inzerillo si dice, io non ne ho le prove, ma si è detto abbondantemente che una delegazione di avvocati si recò dal Consiglio istruttore, o da qualche altro, dicendo: "ma non c'era l'accordo che processi per associazioni per delinquere non se ne facessero più?" Credo che sia scritto nei diari di Chinnici, qualcosa del genere. Vi furono cioè dieci anni di assoluta insensibilità e per la mafia questi dieci anni che cosa rappresentarono? Per la mafia questi dieci anni rappresentarono il passaggio dalla dimensione meramente parassitaria a una dimensione imprenditoriale in cui essa diventò produttrice, tra virgolette, di ricchezza. Nel senso che creò i grandi capitali mafiosi e l'enorme pericolo che questi capitali mafiosi rappresentano, perché danno un'enorme forza, un enorme potere di contrattazione alla mafia e quando vengono utilizzati nelle attività paralecite tendono a danneggiare l'economia. Purtroppo questa è una materia che io conosco poco ma mi sembra chiaro che quando si presenti sul libero mercato un'impresa che ottiene capitali facilmente e facilmente li spende, li paga poco o nulla, questa tende naturalmente a marginalizzare l'impresa che invece deve ricorrere ai sistemi normali di mercato per procurarsi il relativo denaro. La mafia quindi, in questi dieci anni di silenzio, diventò potentissima. Subentrò poi, all'inizio del 1980 una breve stagione di profonda attenzione alla criminalità mafiosa. E viene da domandarsi: allora all'inizio del 1980 quel potere si era svegliato, lo stato era intervenuto, aveva deciso, aveva capito [che era necessario] mettere in essere quegli strumenti, quelle conoscenze che avevamo sulla mafia, acquisite tanto lodevolmente dalla prima commissione antimafia, che era ormai [giunto] il momento di partire all'attacco di questo problema e di risolverlo. [E invece no], non è stata unadecisione riferibile al potere. Non è che lo stato nella sua globalità avesse deciso, a un certo punto, di intervenire nei confronti di questo gravissimo fenomeno il quale, per crisi interne, era diventato un gravissimo problema anche di ordine pubblico. A Palermo e in altre città siciliane. No, non è lo stato. Perché tutti sanno che l'inizio delle indagini antimafia di questo decennio, anzi del decennio trascorso perché siamo nel novanta, non fu la risultanza di una decisione dello stato inteso nella sua globalità, del potere, tanto per intenderci, di coloro che muovono le leve dello stato. Quello strumento attraverso il quale furono condotte le più importanti indagini antimafia, tanto per intenderci il pool antimafia, nacque per germinazione spontanea, nacque per iniziative successive di Rocco Chinnici e Antonino Caponnetto, per l'estremo impegno del collega Falcone e di alcuni che gli stemmo accanto, ma nacque sostanzialmente non perché a un certo punto lo stato disse: "bisogna fare queste indagini che non sono state fatte nei dieci anni precedenti e quindi organizziamo un ufficio giudiziario in modo che queste indagini si possa farle, compriamo una macchina da scrivere o una fotocopiatrice che non c'è, compriamo una macchina che non hanno tanto che comincino a lavorare". No! Nacque per germinazione spontanea utilizzando i pochissimi mezzi a disposizione, ritagliandosi uno spazio all'interno di uffici giudiziari decrepiti e sclerotici e operò per qualche anno attraverso strumenti dolorosissimi quale quello del maxiprocesso. Dico dolorosissimi perché mi rendo perfettamente conto anche dei danni del maxiprocesso.
Fu uno strumento dolorosissimo perché per ripigliare le fila di dieci anni di assenza di indagini occorse creare questo strumento che non era un modello di strumento, non era dovuto a una scelta, era dovuto a una grossa necessità  di ripigliare le fila di questa situazione. Nacque con l'intento di essere l'ultimo, di non porsi affatto come modello processuale ma pur necessario. Fu inventato perché in realtà lo stato, e quando parlo di stato intendo sempre dire lo stato nella sua globalità, nella sua possibilità di interventi, non interveniva e allora bisognò inventare artigianalmente qualcosa. E quando questo cominciò a dare i suoi frutti, perché i pentiti vennero dopo questo impegno, perché i pentiti se non vedono l'impegno dall'altra parte delle barricate non parlano, i pentiti parlano soltanto quando ritengono che ci sia qualcuno che li ascolti, e […] che ci sia qualcuno […] in grado di ascoltarli per saper discernere il grano dall'olio, ma, [dicevo], vennero dopo la creazione di questi strumenti nati per germinazione spontanea. E allora non appena i primi successi tra virgolette, non si tratta di successi, i primi risultati giudiziari si cominciarono a ottenere ci fu un momento in cui lo stato ritenne di impegnarsi pesantemente. Il presidente Giordano fu il protagonista di quella fase, non mi riferisco tanto al protagonista del processo, ma perché ricorderà che in quel momento, per esempio, si riuscì a realizzare a Palermo qualcosa che poi soltanto i mondiali hanno consentito: ad esempio un'aula bunker abbastanza sofisticata - […] non si era mai visto a Palermo costruire qualcosa così velocemente, le costruzioni in genere si iniziano e non si finiscono più - arrivarono poliziotti da tutti i lati, arrivarono mezzi, non sapevamo più dove metterli, noi giudici istruttori avevamo tante di quelle macchine da poterci permettere di cambiarne due al giorno, le fotocopiatrici, le macchine da scrivere che non c'erano mai state si contavano, i computer, addirittura, arrivarono addirittura i computer. Però a che prezzo? Contemporaneamente cominciò a montare una delega inammissibile. Cioè fu fatto sostanzialmente credere all'opinione pubblica che in quell'aula di maxiprocesso si processava la mafia e si doveva decretare in pubblico dibattimento la fine della mafia. Sostanzialmente fu affidata alla magistratura e alle forze di polizia una delega che la magistratura e le forze di polizia, con queste modalità, non avevano nessun diritto né nessun dovere di accettare. Perché in realtà la lotta alla mafia non era quella. Quello era un processo, importante quanto si vuole ma era un processo dove si doveva cercare, e fu fatto egregiamente, di valutare la posizione processuale di imputati, non di mafiosi, perché mafiosi si diventa almeno ufficialmente dopo la condanna. Valutare la posizione di imputati, condannarli se colpevoli, assolverli se innocenti. Non si processava la mafia in quel processo, come sostanzialmente si tentò di far credere ma non da parte dei magistrati, perché magistrati e forze di polizia posero l'accento sin da allora sul fatto che questa delega fosse inammissibile; la lotta alla mafia non era un fatto privato fra magistrati e mafiosi o fra polizia e mafiosi, la mafia bisognava affrontarla soprattutto affrontando le radici socioeconomiche che la generano. Perché altrimenti, accertata l'esistenza di cento mafiosi colpevoli e condannati cento mafiosi colpevoli ne riemergono altri duecento, perché è il sistema perverso che genera il perpetuarsi del fenomeno mafioso. Perché la mafia è qualcosa di diverso dalla banda Vallanzasca o dalla banda Epaminonda. Perché per la banda Vallanzasca si fanno le indagini, si scopre Vallanzasca, si arresta Vallanzasca ed è finita la banda Vallanzasca. E lo stesso vale anche per Epaminonda, anche se Epaminonda aveva qualche contatto con le menti mafiose. Ma la mafia è qualcosa di più. La mafia è una istituzione alternativa che opera sul territorio ponendosi in alternativa allo stato, non lottando con lo stato andando all'assalto dei palazzi comunali o dei palazzi delle regioni, ma cercando di conquistarli dall'interno con il sistema della collusione, della corruzione, della contiguità. Esiste perché ha consenso, perché dove lo stato è debole o non si sa presentare con la forza imparziale delle leggi, il consenso non va allo stato, va a qualcuno che risolve i problemi o che può risolvere i problemi in modo alternativo allo stato. Perché la forza della mafia si basa soprattutto su questo. La forza della mafia si basa sulla capacità di offrire o di apparire offerente di servigi che lo stato non riesce a dare. E basta pensare, e ogni siciliano lo sa, alla giustizia, la mafia appresta anche il servizio di giustizia. Perché qualsiasi siciliano sa che è inutile ricorrere ad un tribunale per riscuotere una cambiale non pagata, perché la causa si vincerà fra dieci anni. Ma il don Tano, il don Peppe, ora non si chiama più don, comunque il capo mafioso a cui ci si rivolge, te la fa recuperare in 24 ore. Il servizio lavoro, la mafia riesce a trovare lavoro e lo stato invece non riesce a fare i concorsi e il servizio d'ordine pubblico, anche la mafia lo fa. Si dice in Sicilia, si dice spesso che quando i capi, i grossi capi mafiosi sono in galera la piccola criminalità dilaga e da fastidio. Perché la signora la sera deve rientrare a casa con la pelliccia e non può essere messa in balia dei piccoli rapinatori. Solo che la mafia questi servigi li offre a somma algebrica zero. Cioè fa una giustizia ma deve contemporaneamente fare un'ingiustizia, da un lavoro a uno ma lo deve necessariamente togliere a un altro. Non li assicura cioè in modo imparziale. Sono queste forme apparenti di assicurare quelle che sono le principali funzioni dello stato quelle su cui la mafia attira consenso. E sono quelle che però creano questo humus fertile per la mafia e la prova si ha, non sto parlando di cose antiche, la prova si ha a Palermo quando si inalberano i cartelli [recanti le scritte] viva la mafia, viva Ciancimino in occasione di manifestazioni di operai licenziati da non so quale  [impresa]. E' avvenuto anche recentemente. E non è [un atto] provocatorio, come ha detto qualche giornale. Quelli dicevano: viva la mafia, viva Ciancimino perché volevano dire viva la mafia, viva Ciancimino. Perché la mafia si regge soprattutto su questo. La droga è un incidente della mafia, la mafia è un'altra cosa, la mafia si sta occupando di droga, è potente anche la droga ma la mafia è un'altra cosa. E' un'istituzione alternativa allo stato che ha per avventura, anzi è, perché i costituzionalisti ci insegnano che il territorio è parte essenziale dello stato e non è il possesso dello stato, la mafia è un territorio.
La famiglia mafiosa è un'istituzione che è un territorio o agisce su un territorio in alternativa con l'istituzione pubblica che per avventura agisce sullo stesso territorio. E allora lo scontro come avviene? Non avviene scontro, la mafia risolve i suoi problemi di rapporto con l'istituzione legittima quale è lo stato cercando di condizionarla dall'interno. Ecco il perché del fatto che il rapporto mafia e politica è un rapporto essenziale. La mafia ha bisogno di questo rapporto, ha bisogno di condizionare i politici, cioè coloro che vanno a occupare le istituzioni. E dico occupare a ragion veduta perché fino a quando dureranno questi sistemi di spartizione, lottizzazione di ogni cosa, di enti locali prima di tutto, la mafia avrà il normale veicolo per inserirsi. Sino a quando non si proverà una riforma istituzionale seria e radicale degli enti locali la mafia avrà la strada aperta per inserirsi all'interno di questi enti locali, addirittura con suoi esponenti (in Campania e in Calabria succede). Esponenti mafiosi che in un paese si erano divisi i partiti: uno democristiano, uno comunista, uno socialista, non so se uno missino non voglio offendere nessuno… ognuno di una famiglia, ci stavano tutti. E si erano inseriti personalmente nelle associazioni o hanno mandato propri uomini - caso Ciancimino ad esempio, almeno secondo l'accusa - nelle istituzioni. Oppure le hanno condizionate attraverso le collusioni e le concussioni che trovano terreno fertile in un sistema partitico come quello attuale in cui i partiti, o gli uomini di partito, non è che ritengono di andare a servire le istituzioni ma ritengono, in qualsiasi campo, di andare a occupare le istituzioni. Una volta che le vanno a occupare [queste diventano] di loro proprietà, diventano i normali veicoli di infiltrazione mafiosa nelle istituzioni. Quindi il problema della lotta alla mafia non è che sia un problema prevalentemente giudiziario, o repressivo, o preventivo dal punto di vista giudiziario. Il problema della lotta alla mafia è un problema istituzionale, è un problema socioeconomico. [Necessitiamo] di interventi istituzionali, di interventi socioeconomici che impediscano le ragioni per cui la mafia ha linea nel territorio. E in questa materia che cosa è stato fatto? Non debbo dire nulla, ma debbo dire sicuramente poco. Su questo siamo tutti d'accordo a qualsiasi partito, a qualsiasi ideologia si appartenga. Però lo stato, oltre ad aver fatto poco o nulla con riferimento a questo tipo di interventi non giudiziari, né polizieschi,  bensì […] socioeconomici e istituzionali per debellare  le vere radici della mafia, dall'epoca della celebrazione del maxiprocesso in poi cominciò a fare ben poco con riferimento all'aiuto concreto che si dava ai magistrati e alle istituzioni per combattere la mafia. O comunque per affrontare il problema della mafia sotto il profilo repressivo, poliziesco. Perché da quel momento, dal 1986/87 l'impegno, anche sotto questo limitatissimo profilo, che è quello giudiziario - perché io sono convinto che si tratti di un intervento limitatissimo perché il più importante è l'altro - cominciò a scemare. Già nel 1986, ricordo che io ne parlai per la prima volta in occasione del primo anniversario dell'uccisione di Ninni Cassarà - nella sala del Consiglio comunale di Palermo fu fatta la commemorazione - e per la prima volta dovetti affrontare il tema della normalizzazione, che io chiamai smobilitazione […][dal momento] che si stava squagliando già tutto. Poi, nel 1988, scoppiò la crisi del pool antimafia che, nonostante le apparenze del documento votato dal Consiglio superiore della magistratura nel settembre di quell'anno, in realtà si è concluso nella smobilitazioneanche del pool antimafia. Che era stata l'unica struttura seria creata dalla base e non dal vertice, dal potere. [Perché non fu il potere] che lo volle, bensì coloro che ne fecero parte. […]  fu smontato anche quello. In occasione delle polemiche aspre sorte a seguito della mia intervista del luglio '88 circa la smobilitazione del pool antimafia, il ministro Vassalli intervenne, con un articolo se non piglio errore su Epoca e disse: “beh, tutta questa polemica riconduciamola nei temi istituzionali, probabilmente occorre una legge che regoli il lavoro di équipe, cioè i pool antimafia”. Poi ha fatto il codice ed era l'occasione migliore per inserire in questo codice di procedura penale una regolamentazione dei pool antimafia. Troviamo invece quell'articolo, che non ricordo perché io con i numeri ho scarsa dimestichezza, quell'articolo che è stato citato non so da chi a proposito del coordinamento, e l'altro giorno, in occasione di una audizione della commissione antimafia a cui ho partecipato assieme a quasi tutti i procuratori della repubblica e ai procuratori generali d'Italia, eravamo tutti d'accordo [nel dire] che è inutile fare questa norma sul coordinamento visto e considerato che esso è basato soltanto sull'adesione volontaria dei singoli partecipanti. E io citai il caso di avere invaso l'Italia di talune dichiarazioni importanti che riguardavano fatti avvenuti in Sicilia, a Milano, a Roma ecc. dicendo a tutti i miei corrispondenti Procuratori della repubblica: “visto che abbiamo una fonte comune prendiamo contatti, coordiniamoci per gestirla per evitare che ognuno faccia danno agli altri”. Mi rispose solo […] il  Procuratore della repubblica di Reggio Calabria che non era il destinatario dei verbali contenenti i fatti più importanti. E in quella riunione si venne alla triste considerazione che questo coordinamento non è niente. Perché è inutile che una norma dica che i pubblici ministeri si devono coordinare tra loro, e se non si voglio coordinare? O se uno di loro non si vuole coordinare l'altro che strumenti ha? Nessuno. Non esistono strumenti per costringere a coordinarsi. Ed è una cosa importante perché, sempre per tornare al fatto dei pentiti, se io ho un pentito che mi dice fatti che riguardano me, fatti che riguardano altri, faccio i dovuti riscontri, faccio le dovute indagini, poi a un certo punto scopro la fonte perché chiedo i provvedimenti cautelari. Faccio quella che ormai si chiama, con termine americano, discovery. Ma se non sono coordinato con l'altro a cui vengono gli atti gli posso far danno perché può essere che lui è più avanti o è più indietro di me e ha necessità ancora alla segretazione. Dico solo per questo. Anche per queste cose [è necessario il coordinamento], non solo per dirigere indagini assieme ma anche per evitare gravi danni a queste indagini. Il codice di procedura penale non contiene niente di tutto questo. […] L'entrata in vigore del nuovo codice di procedura penale ben poco se non niente, almeno per ora, ha ottenuto e lo sapete che significa che non ha ottenuto niente? Che in Italia viviamo in un periodo che rasenta l'assenza non della giustizia ma della giurisdizione. Perché? Perché non basta il momento normativo perché si cominci a operare con il nuovo codice, al cui tessuto normativo mi riservo, se ho tempo, di fare pochissime critiche. Occorre che il nuovo codice entri in vigore allorché vi siano le strutture adeguate per farlo funzionare, e le strutture non erano adeguate nemmeno a fare funzionare il vecchio. Figuriamoci il nuovo. Che per altro si è rivelato, nonostante le dichiarazioni di principio, si sta rivelando nella pratica estremamente formalistico con riferimento proprio a quella parte delle indagini, cioè quelle di parte del pubblico ministero che dovevano invece essere le più snelle e le più veloci possibili e invece sono infarcite di adempimenti. L'altro giorno facevamo i conti con il gip di Marsala [e siamo arrivati alla conclusione] che per far trascrivere una brevissima intercettazione telefonica avevamo bisogno di tre o quattro mesi, o qualcosa del genere. Per una serie di adempimenti. E' bene che il legislatore tenga presente questo fatto e sollevi il pubblico ministero soprattutto da questo tipo di adempimenti minuti che prevede il codice. Perché sono veramente per la maggior parte inutili, non sono garantisti, non assicurano nessuna difesa a nessuno, servono soltanto perché l'esasperato formalismo, forse degli italiani, tende a complicare necessariamente le cose. Ma la cosa più grave è quella di carattere generale. Lasciamo stare il codice, probabilmente è uno dei migliori codici che siamo mai venuti fuori nella storia del mondo, ma chi lo sta attuando? Ebbene siccome io, come poco fa accennai, sono procuratore della repubblica non di Trapani ma di Marsala, e questo ha la sua importanza perché Marsala - lo prendo come esempio non perché voglio tirare acqua comunque al mio mulino - pur essendo un circondario più grosso di quello di Trapani che ha più abitanti e ha soprattutto la maledetta zona del Belice - con grossissima presenza mafiosa - […] ha dovuto subire quella che è la conseguenza di una legge, entrata in vigore assieme al nuovo codice di procedura penale, che è la modifica dell'ordinamento giudiziario il quale, pochi sanno,ha diviso l'Italia in tribunali di serie A e tribunali di serie B. Nel senso che non essendoci magistrati a sufficienza per istituire il nuovo organo di procuratore della repubblica presso le preture, nei tribunali di serie B, cioè quelli non capoluoghi di provincia, senza tenere conto se si trattava di tribunali piccoli, tribunali grossi, tribunali impegnati nella lotta alla criminalità organizzata oppure no, il Procuratore della repubblica presso il tribunale, cioè io nella fattispecie ma anche il collega di Termini Imerese, anche il collega di Locri e di Palmi, con la criminalità agguerrita che esiste in quelle zone, assomma in se provvisoriamente, e tutti sappiamo che in Italia non c'è nulla di più definitivo che il provvisorio, anche le funzioni di Procuratore della repubblica presso la pretura. E allora da un giorno all'altro, in questi tribunali di Locri, di Palmi, di Termini Imerese consentitemi anche di Marsala, un ufficio che deve interessarsi mediamente di un omicidio alla settimana, perché questa è per difetto la media, uffici che debbono dirigere le indagini riguardanti associazioni criminose estremamente agguerrite vengono immediatamente travolti da una massa di assegni a vuoto, illecite edilizie, contravvenzioni per il 650 del codice penale, guida senza patente, e chi più ne ha più ne metta. I numeri: un tribunale come il mio, che trattava una media di 4.000 procedimenti l'anno, di colpo ne tratta 40.000 senza avere neanche un uomo in più. Ma […][per uomo non intendo] un magistrato in più [ma anche solo] un dattilografo in più. Questo è il modo in cui è entrato in vigore il nuovo codice di procedura penale. E che questa sia stata una scelta logica per Lodi o per Legnano, dove probabilmente si è pensato: “Beh, sono piccoli tribunali, lavorano poco, quanto meno facciamogli fare anche il lavoro pretorile”, [non discuto]. Ma è stata una scelta incredibilmente tragica per le zone dove opera la più feroce criminalità organizzata. E dove la struttura giudiziaria della procura della repubblica, che ora ha avuto la delega, deve dirigere sin dal primo momento le indagini di polizia - e indagini di polizia dietro le spalle del magistrato non se ne fanno più -, queste procure sono state travolte da questa massa di carte che non si ha il tempo neanche di scrivere i registri. Registri i quali furono mandati caoticamente lo stesso giorno in cui iniziava a entrare in vigore il codice. Perché ora si è arrivati alla condizione che mentre prima i giudici erano accusati di non riuscire a portare a termine i processi ora non li riescono più neanche ad iniziare. Brevemente perché vi ho tediato troppo. Noi, l'Associazione Nazionale magistrati, nell'ultimo incontro con il Presidente del consiglio dei ministri, il ministro Vassalli,oltre a quel dibattito parlamentare sui problemi della giustizia, abbiamo chiesto che si ponesse subito mano quantomeno a due riforme: dell'ordinamento giudiziario l'una e di diritto sostanziale l'altra. Cose di cui non parla più nessuno. Una è l'istituzione del giudice di pace. Il magistrato deve essere sollevato […] dalle miriadi e miriadi di faccende bagattellari dalle quali oggi viene sommerso. E' vero che i magistrati italiani sono molti ma mai, in nessun paese del mondo come in Italia, la legislazione penale, soprattutto, si occupa di tante sciocchezze. Oggi qualsiasi fatto, anche se non provoca nessun tipo di allarme sociale, viene immediatamente penalmente sanzionato. Perché è la strada più breve. Ma il magistrato deve essere sollevato da questi fatti perché altrimenti giustizia in Italia non se ne farà più. Perché solo se si depenalizzassero gli assegni a vuoto, l'emissione di assegni a vuoto, la giustizia italiana verrebbe sollevata probabilmente del 70% del suo carico di lavoro. Il ministro Vassalli una volta mi confidò in una sua venuta a Marsala che la relazione del progetto di legge per la depenalizzazione di assegni a vuoto… che è un fatto importantissimo! Devono essere depenalizzati! Perché altrimenti la giustizia italiana, per questa sciocchezza, non funzionerà più, perché noi siamo travolti nel nostro lavoro per il 70% almeno da questo. Sono sciocchezze, ma moltiplicando per 1.000, per 2.000, per 3.000, per 4.000, per 10.000 un lavoro, anche ripetitivo, che però si è costretti a fare, ci accorgiamo che non si trova più il tempo di fare il resto. Ebbene, il ministro Vassalli mi confidò che la proposta di legge, o il disegno di legge, non so che cos'era, era stata dimenticata dal relatore nel cassetto essendo il relatore diventato intanto sottosegretario o qualcosa del genere. Mi disse: “la abbiamo dovuta ripescare”. Forse era un paradosso, un’iperbole ma intanto sta di fatto che non se ne parla. Basterebbero soltanto queste due iniziative per ridare fiato a una giustizia la quale si alimenta di meno dell'1% del bilancio nazionale. E con i pattini […] non si può correre né la mille miglia né questa gravissima gara e importantissima scommessa, una gara di Formula Uno, che è il funzionamento della giustizia nel momento della riforma del codice di procedura penale.
Grazie.
 
Convegno dal titolo "Stato e criminalità organizzata: chi si arrende?", tenutosi, in data 22 giugno 1990.
Da archivio sonoro di Radio Radicale Ca N.070182. Trascrizione a cura di Monica Centofante.
La trascrizione è fedele al documento sonoro, con alcuni interventi a discrezione dell'operatore: 1) l'apposizione della punteggiatura; 2) l'inserimento di parole, comprese in parentesi quadre, per aiutare la comprensibilità del testo; 3) la correzione delle deformazioni fonetiche dialettali.

ORIANO MATTEI

martedì 22 giugno 2010

Oriano Mattei : Paolo Borsellino - Il volto socio economico della criminalità -

Milano 22 Giugno 2010

di Paolo Borsellino (per non dimenticare)
Intanto vorrei premettere, riallacciandomi alle osservazioni introduttive del moderatore, che questo dibattito lo stiamo facendo nel corso della campagna elettorale ma l'avremmo potuto fare in qualsiasi altro momento, in quanto non tratta di problemi che interessano specificamente la campagna elettorale ma tratta di problemi che interessano il Paese e lo interessano in ogni momento, anche quando si è lontani dalle elezioni. Ho voluto dirlo perché mi è giunta notizia, non appena io sono arrivato in questo edificio che non conoscevo, che addirittura ci sarebbe stata una definizione di questo incontro come "cocktail di magistrati". A parte il fatto che in questo tavolo di magistrati in attività di servizio ci sono soltanto io, c'è qualcuno che aspira ad andarsene e gli faccio tutti i miei auguri perché ritengo che potrà portare nella nuova sede, nelle nuove funzioni a cui aspira, tutta la competenza, tutto l'ardore della sua attività e vorrei aggiungere anche tutta la sua simpatia. Ce ne è qualcuno che aspira, estremamente contrastato, a rientrarci in magistratura ed egualmente mi auguro che al più presto possa rientrarci e ce ne è qualche altro, ce ne è un altro che a quanto pare, e anche questa è una notizia che ho appreso stasera, si appresta anch'egli a rientrarci. Però, in questo momento, magistrato in attività di servizio sono soltanto io. E ci sono io non per partecipare, sia ben chiaro, a una manifestazione che abbia qualcosa a che fare con la campagna elettorale ma ci sono io perché sono stato sollecitato, e ho aderito di buon grado a questa sollecitazione, a trattare problemi di cui sempre mi sono occupato, problemi che mi affascinano e che mi tormentano, problemi dei quali ho parlato in tante e in ben altre occasioni e ne parlo pure in questa occasione perché non è la campagna elettorale in corso che mi deve impedire di esprimere in proposito il mio pensiero. E il mio pensiero è che  in realtà non può contestarsi che negli ultimi periodi sembra che il governo, e in genere il potere legislativo, abbia mostrato di prendere contezza di quanto è importante il problema da affrontare e di quanto sia necessario organizzarsi per affrontarlo seriamente. Le riforme legislative cui si è accennato, cui accennava il moderatore, sono riforme verso le quali va il mio giudizio sicuramente positivo. Tuttavia sono estremamente preoccupato perché queste riforme rischiano in questo momento di diventare una nuova tabella messa sull'entrata di un edificio che rimane sempre lo stesso. Perché se si decide di affrontare effettivamente, almeno sul piano repressivo, perché per ora mi sto occupando solo di questo, il problema della criminalità mafiosa questa decisione deve essere una decisione globale perché non si può istituire, come meritoriamente si sono istituiti, nuovi strumenti per la lotta alla criminalità mafiosa - uno di questi è la Direzione Distrettuale Antimafia, che ha già cominciato ad operare e la Direzione Nazionale Antimafia, che ancora invece non opera -,  senza accompagnare queste decisioni da una volontà globale che sia diretta soprattutto a fare funzionare queste nuove strutture. E se il potere legislativo e il potere esecutivo affrontano questi problemi, istituiscono la Direzione Distrettuale Antimafia ma, contemporaneamente, ad esempio, continuano in modo forsennato a maldistruibuire i giudici sul territorio…
Perché è un bel dire che è colpa soltanto delle leggi che regolano i trasferimenti dei magistrati, è un bel dire… Quindi nel riversare queste responsabilità soltanto sul Consiglio Superiore… Perché non dimentichiamo che mentre si applicavano le leggi, mentre si emanavano le leggi sulla Direzione Distrettuale Antimafia e sulla Direzione Nazionale Antimafia e sulla Direzione Investigativa Antimafia il Parlamento continuava in modo forsennato a creare nuovi Tribunali, maldistribuendo, continuando a maldistribuire i giudici sul territorio. Credo che in contemporanea alla istituzione della Direzione Distrettuale Antimafia sono stati creati in Italia credo altri cinque Tribunali. E creare altri cinque Tribunali, cioè continuando in senso esattamente contrario a quello che si è fatto con la istituzione delle direzioni distrettuali che tendono invece ad accentrare a livello regionale le indagini, continuando invece a suddividere ancora le già piccole circoscrizioni dei Tribunali italiani, regolati secondo concetti geografici che risalivano al secolo scorso, significa creare problemi di riempimento con le forze necessarie a questi Tribunali perché ora ci vorrà un Procuratore della Repubblica in più a Barcellona Pozzo di Gotto, un Procuratore della Repubblica in più a Nocera Inferiore, un Procuratore della Repubblica in più negli altri tre o quattro Tribunali che sono stati istituiti. Questo evidentemente è indice del fatto che il potere legislativo e il potere esecutivo continuano in questa materia a camminare in modo schizofrenico, nonostante il mio giudizio sia estremamente positivo su queste nuove strutture per combattere la criminalità mafiosa dal punto di vista della repressione. Concordo pienamente con quanto detto nell'ultima parte dell'intervento di Aldo Rizzo sul fatto che la lotta alla criminalità mafiosa non può essere ristretta al momento repressivo perché la criminalità mafiosa ha delle caratteristiche particolari e delle radici socio-economiche così precise che se non si incide sulle radici del fenomeno l'intervento repressivo, sia quello delle forze di polizia, sia quello giudiziario, sarà destinato a un intervento a ripetersi continuamente perché non sarà altro che una fatica di Sisifo fatta da persone che hanno il solo compito di accertare la consumazione di reati, di individuare i presunti colpevoli,condannarli se colpevoli, se accertata la loro colpevolezza, assolverli se la loro colpevolezza non viene accertata. Questo con il fenomeno ha poco a che fare. Sperare che un rafforzamento, un perfezionamento delle istituzioni repressive sia sufficiente ad incidere seriamente sul fenomeno mafioso è una speranza sicuramente vana ed è una sorta… anzi, l'enfatizzare questo tipo di interventi finisce per diventare uno dei termini di un pericoloso ricatto: cioè noi vi abbiamo dato gli strumenti, voi non li avete saputi usare quindi voi siete i responsabili.
Tavola rotonda dal titolo "Criminalità, giustizia" tenutasi a Palermo, in vista delle elezioni politiche, il 27 marzo del 1992. Da archivio sonoro Radio Radicale Ca n° 104989. Trascrizione a cura di Monica Centofante.
La trascrizione è fedele al documento sonoro, con alcuni interventi a discrezione dell'operatore: 1) l'apposizione della punteggiatura; 2) l'inserimento di parole, comprese in parentesi quadre, per aiutare la comprenslità del testo; 3) la correzione delle deformazioni fonetiche dialettali.

ORIANO MATTEI

lunedì 21 giugno 2010

Oriano Mattei : SEENET 2 è un progetto o cosa ?



Milano 21 Giugno 2010

Michele Altamura, direttore di Osservatorio Italiano, giornalista sempre molto presente per quanto succede nei Balcani, oggi affronta lo strano progetto denominato "SEENET 2". Dico strano progetto, perchè leggendo quanto scrive Michele Altamura, viene il sospetto di essere ancora davanti all'ennesimo progetto che di concreto non ha nulla. Comunque, lascio ai lettori dopo avere letto quanto qui sotto dichiarato da Michele Altamura, tirare Le conclusioni e farsi un'idea propria senza nessun condizionamento. Cero è , che se anche i Nostri giornali nazionali si interessassero di quanto sta succedendo nei Balcani, o forse è più giusto dire di quanto non sta succedendo nei Balcani, con i soldi dei contribuenti, forse forse la prossima manovra finanziaria potrebbe essere più leggera. Augir di buona lettura.

Banjaluka - Seguire gli sviluppi del progetto SEENET 2 non è semplice come poteva sembrare. Le istituzioni italiane non sembrano infatti essere molte propense a rende pubblici i documenti amministrativi relativi ai budget di spesa, affermando che si tratta di documentazione coperta dalla legge sulla privacy della pubblica amministrazione (Legge 241/90). Legge che costituisce senz'altro una forma di protezione per i dati dello Stato, ma pone anche delle ostruzioni inutili al diritto-dovere di informazione e alla trasparenza sull'utilizzo dei fondi pubblici. per cui, se in via del tutto teorica c'è la massima disponibilità a fornire i documenti, in pratica non è così.
D'altro canto, la stessa Regione Toscana - ossia l'ente che deve distribuire il denaro, e che è responsabile dinanzi al Ministero degli Affari Esteri - dichiara che "la Regione, e i suoi partner, provvedono in maniera autonoma e sovrana" al monitoraggio dell'utilizzo del denaro. Siamo però convinti che visionare il progetto del SEENET 2, che beneficia di oltre 11 milioni di euro dei soldi dei contribuenti italiani, è un diritto che non può fermare con una trafila burocratica. Vorremmo poi far notare ai nostri lettori che questo progetto non ha neanche un sito web nonostante risala al 2009. Tutto dunque si gioca sulle parole, con il rischio di cadere nei labirinti dell'amministrazione, nonostante la nostra richiesta sia molto chiara e precisa. Tra l'essere dalla parte della legge o l'abuso della stessa vi è una differenza molto sottile, che rischia a volte di criminalizzare gli stessi interessi dei cittadini. "Le strutture che beneficiano di questi fondi sono sempre le stesse, sembra quasi essere una casta, una lobby di potere - osserva Michele Altamura, direttore dell'Osservatorio Italiano - che spesso si presentano come dei bohemien, ma dietro di loro vi sono società nelle cui casse corrono fiumi di milioni, nascondendosi dietro la parola ONG. Li terremo d'occhio questi bohemien".

ORIANO MATTEI

Oriano Mattei : Fausto Cattaneo " Ticino Connection: di tutto e di più "



Milano 21 Giugno 2010

Vi ricordate dell'ex commissario Ticinece Fausto Cattaneo ? Se non vi ricordate, Vi spiego io chi era e cosa ha fatto negli anni che ha passato in polizia Elvetica. Fausto Cattaneo, credo sia stato il poliziotto Elvetico più attivo e forse più vicino a scoprire tutto il traffico di soldi e il Suo riciclaggio nelle banche Svizzere, fondi che arrivavano dal traffico di cocaina. E' stato sicuramente un grande ed importante personaggio, coraggioso e che ha avuto il coraggio di affrontare a viso aperto la criminalità organizzata e più di quella, i grandi centri di potere finanziario mondiale. E' stato anche corteggiano alla fine degli anni novanta, dai signori della Lega Nord e in persona da Umberto Bossi, quando questo era l'acerrimo nemico di Silvio Berlusconi, ma questa è storia vecchia che tutti gli addetti ai lavori conoscono.
In occasione della presentazione della edizione italiana del suo libro “Operazione sotto copertura. Come ho infiltrato i cartelli della droga” l’ex commissario della polizia ticinese Fausto Cattaneo preannuncia nuove rivelazioni sui legami fra criminalità organizzata e la piazza finanziaria ticinese.
Ci sono voluti nove anni prima che il libro di Fausto Cattaneo uscisse anche in italiano. Non ci vuole molto a indovinare il perché. Il Ticino di Fausto Cattaneo non è il Ticino dei boccalini, delle rilassanti gite in montagna e degli alberghi a cinque stelle. E non è neppure un Ticino popolato da politici lungimiranti, da magistrati integerrimi e banchieri onesti ed efficienti. È invece un Ticino inquietante, crocevia di loschi traffici, dove gli alberghi a cinque stelle diventano il luogo di ritrovo degli emissari della criminalità internazionale, e dove studi legali, banche e società finanziarie servono ai trafficanti di droga a nascondere l’origine dei loro guadagni.
L’edizione italiana del libro, pubblicata dall’editore Capelli di Mendrisio, è stata presentata dallo stesso Catta­neo, dal consigliere agli Stati Dick Marty e dal prof. Nicolas Giannakopoulos, presidente del­l’Osservatorio criminalità orga­nizzata di Ginevra. La giornalista Franca Verda Hun­ziker, moderatrice della serata, ha messo in evidenza l’originalità della testimonianza di Cattaneo, che non propone solo un resoconto sulle indagini svolte, ma svela anche i risvolti umani e meno conosciuti di questo tipo di operazioni.
In un nuovo capitolo, che prefigura le tematiche che verranno approfondite nel suo prossimo libro, Fausto Cattaneo abbandona l’ambiente dei voli intercontinentali e dei boss dai nomi esotici per avvicinarsi a personaggi dai nomi familiari, protagonisti della vita politica ed economica locale.
La lista è lunga. Si passa dall’ex consigliere nazionale Gianfranco Cotti, all’attuale capo della polizia Romano Piazzini, agli avvocati Luisa Gianella-Brioschi ed Elio Borradori, Non si salvano nemmeno magistrati come Carla Del Ponte o Bruno Balestra.
Il punto di partenza è l’ultima inchiesta svolta da Cattaneo, l’operazione “Mato Grosso”, che aveva come obiettivo di colpire i cartelli brasiliani della droga. Portata avanti fra mille difficoltà, questa inchiesta ha poi portato alle dimissioni di Cattaneo dalla polizia nel 1994. Secondo Cattaneo, questa inchiesta, rimasta incompiuta, è un esempio di come “gelosie, invidie, vecchi rancori e la forte ricerca di rapidi successi investigativi” abbiamo contribuito a bruciare un patrimonio investigativo di grande valore.
Nel corso delle indagini erano emersi dei contatti fra personaggi legati alle organizzazioni criminali destinatarie della droga brasiliana e la fiduciaria di Chiasso Fimo SA. Negli uffici di questa società, secondo le testimonianze del pentito Joe Cuffaro raccolte dagli inquirenti americani, e riprese poi dal giudice Falcone, avrebbe lavorato un emissario dei clan siciliani dei Madonia e dei Ciulla. Un’altro caso ricordato da Cattaneo è quello dell’avvocato Francesco Moretti di Lugano, il riciclatore dei soldi della n’drangheta. Casi che secondo Cattaneo, non sono stati approfonditi, e che rappresentano un esempio di “come la criminalità organizzata, ormai da anni, sia infiltrata nelle nostre istituzioni.”

ORIANO MATTEI

Oriano Mattei : Paolo Borsellino "Dietro il paravento della normalizzazione"


Milano 21 Giugno 2010

Per non dimenticare mai quanto è stato grande e nello stesso tempo umile e coraggioso un grande uomo, che non deve mai essere dimenticato. Ogni giorno, pubblicherò dichiarazioni che vennero fatte dal Dr. Borsellino.

Testo integrale dell' intervento tenuto dal dottor Borsellino
durante il dibattito organizzato dal cordinamento antimafia, CGIL Sicilia,
nell'anniversario dell'assassinio di G. Montana, N. Cassarà e R. Antiochia,
Palermo, 28 luglio 1986.  
di Paolo Borsellino
Ancora una volta, purtroppo, nel pieno di una estate palermitana carica di tensioni, è doveroso ricordare, in coincidenza con la ricorrenza annuale, un’altra tragica estate tra le numerose che hanno visto consumarsi per mano mafiosa le vite di fedeli servitori dello stato ed insieme a loro distruggersi l’immenso patrimonio di conoscenze, di volontà, di coraggio ed abnegazione  di cui erano portatori. Cadevano un anno fa vittime della mafia Beppe Montana, Ninni Cassarà e l’agente  Antiochia, vittime altresì di pericolose altrui illusioni e gravi omissioni. E mi sia consentito spiegarmi partendo da due struggenti ricordi personali che li riguardano. Con Beppe Montana avevamo da qualche mese scoperto la nostra comune passione per il mare e nelle pause dei nostri frequenti incontri di lavoro non mancavamo di informarci scambievolmente sulle prestazioni delle nostre barchette di impiegati statali. In una di queste occasioni Montana mi confidò che le poche ore libere che avrebbe dovuto trascorrere spensieratamente sul mare, lontano dagli assillanti problemi di lavoro ed, in particolare, di ricerca dei latitanti (servizio che gli era affidato) le dedicava a procedere con la sua barca e col carburante pagato di tasca sua ad appostamenti ed avvistamenti, che altrimenti, per la scarsezza, se non per l’inesistenza, dei mezzi e degli uomini da impiegare all’uopo, non avrebbero potuto essere effettuati. E questo è stato il primo struggente pensiero che mi ha assalito allorché una sera, alla luce delle lampare e dei riflettori, ho visto il corpo martoriato di Beppe Montana disteso tra barche ed attrezzi marinari, in costume da bagno, sul litorale di Porticello. Mi aveva accompagnato Ninni Cassarà, con il quale anni di comune lavoro avevano cementato una affettuosa amicizia, consolidatasi specialmente durante una comune missione in Brasile nel novembre del 1984. In quella occasione avevo avuto più che mai modo di apprezzarne le straordinarie doti di umanità, che per altro ben conoscevo dapprima, e la purezza d’animo, quasi da fanciullo, che traspariva dalla espressione del suo viso, intelligente e pulito. Ebbene, questo Ninni Cassarà, sempre allegro ed ottimista come tutti i fanciulli puri di cuore, nel riaccompagnarmi a casa dopo il pietoso e doloroso ufficio della visita al cadavere di Montana, nel salutarmi in fretta per recarsi a riprendere il suo incessante lavoro investigativo, mi disse questa frase, che fu l’ultima che ascoltai da lui, poiché dopo qualche giorno mi toccava rivederlo nel lago del suo stesso sangue, proteso verso le scale di casa sua, quasi in un impossibile estremo e vano tentativo di riabbracciare i suoi cari. Mi disse, dunque, in quella occasione Ninni Cassarà: “Convinciamoci che siamo dei cadaveri che camminano”. Qualche giorno più tardi la sua disperata profezia si sarebbe avverata su di lui. “Dei cadaveri che camminano”. Era la fine di una illusione che, in verità, nessuno di coloro che seriamente si occupano e si occupavano allora di faccende di mafia aveva mai nutrito. Ricordo gli sforzi costanti, successivi alle clamorose tappe del cosiddetto maxiprocesso (in particolare i mandati di cattura conseguenti alle rivelazioni di Tommaso Buscetta e Salvatore Contorno) per smorzare i facili trionfalismi, per avvertire che la mafia non era sconfitta, che ancora lungo era il cammino da percorrere per contenere il fenomeno, che lunghi anni di vigili e penetranti indagini attendevano l’apparato investigativo e repressivo statuale, che non poteva concedersi sosta alcuna o allentamento di tensione senza rischiare di trovarsi dopo breve periodo nella stessa situazione di partenza, poiché le organizzazioni mafiose sono ancora in grado di ricostituire i loro organigrammi con la stessa velocità con la quale da parte delle organizzazioni statuali riesce a seguirsi l’evolversi delle vicende criminose ed infliggere seri colpi alla criminalità organizzata. L’illusione di aver sconfitto la criminalità mafiosa costò negli anni ‘70 un vuoto di indagini di un decennio, al termine del quale, non per scelta ma per necessità inderogabile, divenne indispensabile tentare di recuperare il tempo perduto con lo strumento del maxiprocesso, i cui denigratori farebbero bene a ricordare che “maxi” esso non sarebbe stato se non fosse stato necessario affrontare il problema di una organizzazione criminale di proporzioni gigantesche, cresciuta a dismisura tra l’indifferenza generale o l’assuefazione alle più efferate forme di violenza, esplose in una città dove ogni giorno dell’anno aveva il suo omicidio ed ogni settimana la sua “lupara bianca”, per trascurare le altre minori forme di criminalità. Coloro i quali avevano, superficialmente o forse anche in mala fede, salutato le iniziative giudiziarie a cavallo degli anni 1984 e 1985, non come l’inizio di una adeguata risposta statuale allo straripare incontrollato della violenza e della potenza di Cosa Nostra, bensì come una conclusiva risposta alla “emergenza mafiosa” avevano finito per alimentare una pericolosissima illusione, poiché da una siffatta erronea impostazione del problema discendeva  un inevitabile corollario, ai nostri giorni ormai chiaramente enunciato da certi manipolatori di opinioni: cessata l’emergenza (sono diminuiti gli omicidi, vengono catturati i latitanti ed il maxiprocesso procede regolarmente nelle sue tappe dibattimentali) è venuta meno la necessità di una straordinaria risposta dello Stato ed occorre ripiegare sulla “normalizzazione”.
Noi rifiutiamo il concetto di “emergenza” nella lotta alla criminalità mafiosa e riteniamo pertanto senza significato valido i costanti richiami alla “normalizzazione”. La risposta dello Stato deve essere continua e costante nel rispetto doveroso delle garanzie del cittadino. Non sono consentiti allentamenti di impegno e di tensione, non perniciose illusioni di cessata pericolosità solo in presenza di un calo statistico degli episodi di violenza, per altro niente affatto scomparsi. All’inizio dell’estate 1985 non era difficile incontrare chi parlava di mafia sconfitta o di mafia che sarebbe stata definitivamente sconfitta sol che fosse stata assicurata la conclusione, ormai allora alle porte, della indagine istruttoria in corso (la sentenza - ordinanza, come è noto, venne depositata l’8 novembre 1985) e la celebrazione del relativo dibattimento. Con l’uccisione di Montana, Cassarà e Antiochia, Cosa Nostra dimostrò di avere ancora pressoché intatte tutte le sue capacità decisionali ed operative, se è vero che in tal modo palesò di essere in grado di adottare così terribili decisioni e tradurle in atto a mezzo di potentissimo gruppo di fuoco. E gli avvenimenti successivi ne danno conferma, anche con riferimento ai traffici di sostanze stupefacenti, in ordine ai quali basta accennare agli ingenti sequestri di eroina operati nel corso di quest’anno sulla tratta aerea Palermo-Roma-New York, sulla linea cioè di tradizionale sviluppo dei traffici internazionali di droga gestiti da Cosa Nostra che è impensabile siano in così breve tempo caduti in gestione di mani diverse, nonostante il coinvolgimento in tali indagini, in prevalenza, di soggetti insospettabili di estrazione non mafiosa: circostanza, anzi, che induce a ritenere intatte, se non addirittura accresciute, le capacità di reclutamento della organizzazione mafiosa. Ad un anno di distanza dalle stragi del luglio e agosto 1985 e nonostante gli indubbi successi conseguiti dalle forze dell’ordine con la cattura di numerosi latitanti, resta, pertanto, ancora pienamente valida la richiesta del massimo sforzo statuale per il massimo possibile potenziamento dell’apparato investigativo e repressivo. Perduranti omissioni in proposito si rivelerebbero grandemente perniciose. Ho parlato all’inizio di omissioni che resero più agevole il compito degli assassini di Cassarà, Montana e Antiochia. Omissione dei responsabili organi statuali centrali è stata certo quella che rese possibile l’identificazione della squadra mobile di Palermo, cronicamente carente di uomini e di mezzi sin dai tempi dell’assassinio di Boris Giuliano, nella persona di Ninni Cassarà, tanto da far concepire alle organizzazioni criminali il proposito, freddamente e barbaramente attuato, di azzerare di colpo con l’omicidio del funzionario e per diversi mesi a venire ogni seria capacità investigativa della polizia a Palermo, come del resto erasi già in modo identico verificato con l’omicidio del vice questore Giuliano nel 1979. Omissione dei responsabili organi statuari centrali è stata certo quella che costringeva Beppe Montana a ricercare pericolosissimi latitanti, avvalendosi di mezzi personali ed esponendosi costantemente in prima persona per la mancata disponibilità di adeguato numero di collaboratori. Perdurante omissione sarebbe quella che sulla scia della invocata “normalizzazione” continuasse a mantenere insufficiente l’apparato investigativo e repressivo palermitano, senza considerare che la stagione dei grandi processi deve considerarsi appena iniziata, mentre occorre sollecitamente già procedere ad un aggiornamento della mappa del potere e delle attività mafiose, essendo rimasto fermo il quadro conosciuto (e delineato nella sentenza ordinanza dell’8 novembre 1985) al primo biennio degli anni ‘80. Sul piano strettamente giudiziario è necessaria l’immediata istituzione a Palermo di una terza sezione di Corte d’Assise, poiché, delle due esistenti, una rimarrà impegnata sino alla metà del 1987 nella celebrazione del primo maxiprocesso e presso l’altra è stata già fissata la celebrazione di altri gravissimi procedimenti concernenti anche la criminalità mafiosa, quale ad esempio quello per la strage di piazza Scaffa. Occorre pertanto un’altra sezione, da istituire, che si occupi del secondo poderoso stralcio del maxiprocesso, la cui sentenza istruttoria è in corso di deposito in questi giorni e concerne circa 100 imputati.  La necessità di celebrazione di detti procedimenti e le conseguenti misure di sicurezza da adottare distoglieranno altro rilevante numero di uomini e mezzi dall’attività repressiva ed investigativa, per cui ulteriori poderosi interventi in tale campo si rivelano indispensabili. Gli enti, le associazioni ed i comitati che si sono dati come finalità nobilissima quella della lotta alla criminalità mafiosa hanno il gravoso e meritorio compito di tenere ora come non mai desta l’attenzione dell’opinione pubblica sugli accennati problemi, affinché dietro il paravento della cosiddetta “normalizzazione” non si pervenga invece ad una frettolosa “smobilitazione” dell’apparato antimafia e coloro che, doverosamente e dolorosamente, hanno ritenuto in questa lotta di trovarsi in prima fila non vengano addirittura additati, come recentemente è avvenuto, alla pubblica esecrazione.

ORIANO MATTEI

domenica 20 giugno 2010

Oriano Mattei : Aldo Brancher nominato ministro


Milano 19 Giugno 2010

Il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha firmato il decreto di nomina di Aldo Brancher a ministro senza portafoglio con delega all'attuazione del Federalismo. Brancher era già membro del governo quale sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega alle riforme. Bellunese, 67 anni, è considerato vicino al ministro dell'Economia, Giulio Tremonti e con lui è uno degli uomini di raccordo tra Pdl e Lega.
Aldo Brancher_LaPresse

In qualità di testimoni erano presenti il Segretario Generale della Presidenza della Repubblica, Consigliere di Stato Donato Marra, e il Consigliere Militare del Presidente della Repubblica, Generale Rolando Mosca Moschini. Tra gli altri c'erano anche il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, il Ministro dell'Economia Giulio Tremonti e il Ministro per la Semplificazione Normativa, Roberto Calderoli.

Il capo dello Stato Giorgio Napolitano al termine della cerimonia ha fatto "molti complimenti e auguri" al neoministro. Nella sala della Pendola Brancher ha recitato la formula di rito per diventare ministro della Repubblica: "Giuro di essere fedele alla Repubblica e di osservare lealmente le sue leggi e di esercitare le mie funzioni nell'esclusivo interesse della Nazione". Al termine della cerimonia Silvio Berlusconi si è avvicinato al Capo dello Stato per scambiare qualche breve parola.

Pd: "Ora anche Brancher potrà usare legittimo impedimento"
"La nomina di Aldo Brancher a ministro del federalismo aumenta il numero degli uomini di governo che possono avvalersi della norma privilegio sul legittimo impedimento che consente di sottrarsi "agevolmente" dalle convocazioni in sede giudiziaria". Lo afferma in una nota la capogruppo del Pd nella commissione Giustizia della Camera, Donatella Ferranti. "Con questa nomina - prosegue la Ferranti - Brancher potrà a pieno titolo evitare di comparire all'udienza del 26 giugno del processo Antonveneta che lo vede indagato per appropriazione indebita in relazione a soldi incassati dall'ex numero uno di Banca Popolare di Lodi, Giampiero Fiorani. Il ministro non dovrà quindi sostenere tutte le formalità burocratiche che ha dovuto affrontare da cittadino comune quando ha chiesto per ben tre volte di non comparire in giudizio. Auguriamoci che questo non sia l'unica finalità di questa nomina, perché il paese ha bisogno di azioni concrete di governo negli interessi di tutti i cittadini".

Di Pietro presenta interpellanza al Governo
L'Italia dei Valori ha depositato un'interrogazione urgente al Governo affinché il premier spieghi le ragioni della nomina a ministro di Aldo Brancher. Lo ha reso noto Antonio Di Pietro. "Una ragione ci doveva essere, ci deve essere e c'è", ha detto Di Pietro, secondo il quale "si tratta di vedere se è quella di ringraziare Brancher per ciò che non ha detto durante la prima Repubblica o per ciò che ha fatto o non deve dire in questa". Il leader Idv, ricordando che Brancher "è stato coinvolto in più processi, compreso uno di cui mi sono occupato personalmente, è sotto processo in questo momento per la vicenda di Fiorani e la banca Antonveneta". L'udienza, ha proseguito Di Pietro, "doveva tenersi in questi giorni e già un paio di volte è stata rinviata perché Brancher era impegnato: vogliamo scommettere che nei prossimi giorni chiederà di usare il lodo Alfano in quanto ministro?".

Il legale di Brancher: "Valuteremo se eccepire o meno il legittimo impedimento"
La difesa di Aldo Brancher valutera' se eccepire o meno il legittimo impedimento previsto dalla legge nell'ambito del processo in calendario per il prossimo 26 giugno a Milano e in cui il neo ministro e' imputato in uno stralcio della vicenda per la tentata scalata ad Antonveneta da parte di Bpi. I legali di Brancher, gli avvocati Filippo Dinacci e Pier Maria Corso, hanno preso atto della nomina di ministro del loro assistito e ''valuteremo - come e' stato spiegato - se eccepire l'impedimento previsto dalla legge con conseguente sospensione del processo'', per 18 mesi. Brancher deve rispondere di appropriazione indebita in relazione a una somma di denaro incassata dall'ex ad di Banca Popolare Italiana Gianpiero Fiorani. Insieme a lui, davanti ai giudici della quinta sezione penale del Tribunale, e' imputata anche la moglie Luana Maniezzo, accusata invece di ricettazione. Le scorse udienze del 5 e 7 giugno erano saltate per impegni parlamentari di Brancher.

ORIANO MATTEI

venerdì 18 giugno 2010

Oriano Mattei : Addio segreto bancario per la Svizzera



Milano 18 Giugno 2010

Pace fatta tra Fisco statunitense e Confederazione elvetica. Il pomo della discordia era rappresentato da una lista di presunti evasori, clienti della banca svizzera Ubs, sui quali inizialmente era calato il velo dal governo del piccolo Stato alpino. Ieri, dopo un lungo iter, il parlamento elvetico ha approvato l´accordo di assistenza amministrativa agli Stati Uniti, promesso ormai quasi un anno fa.

Il patto prevede la consegna alle autorità americane dei dati relativi a 4.450 clienti della banca Ubs sospettati di evasione o frode fiscale. E scalfisce per la prima volta nella storia il segreto bancario della cassaforte svizzera. L´intesa non verrà sottoposta ad un referendum facoltativo, com´era stato precedentemente ipotizzato. I tempi così non si allungheranno e, sventando il rischio di un risultato negativo alle urne, i dati dei 4.450 clienti verranno consegnati entro la scadenza prevista.

L´accordo, infatti, era stato siglato nell´agosto del 2009. Gli Stati Uniti si erano impegnati a rinunciare a una causa civile che mirava a ottenere l´identità di 52.000 titolari di conti Ubs, mentre la Svizzera a mettere nero su bianco, entro un anno, un nuovo accordo di assistenza amministrativa.

Non sono mancati i commenti di Ubs. «Questa decisione rappresenta un importante passo per risolvere la questione a livello governativo», ha affermato una nota della banca. La trasmissione dei nomi da Ubs al Fisco Usa era stata bloccata da una sentenza di una corte elvetica che a gennaio aveva stabilito che per procedere occorreva una modifica a livello legislativo.

Le autorità Usa si erano messe sul piede di guerra ed erano pronte a rendere impossibile la vita del colosso elvetico al di là dell´Oceano. Ora la pace è fatta. La mossa degli Stati Uniti rientra comunque nella più vasta campagna che i governi centrali dei principali Paesi occidentali hanno mosso contro i paradisi fiscali. E in questo ambito ieri il Fisco italiano ha segnato un nuovo punto a suo favore contro un giro di società fittizie il cui scopo era solo quello di evadere l´Iva.

ORIANO MATTEI

Oriano Mattei : La disinformazione controllata dai centri di potere

Milano 18 Giugno 2010

Riportiamo un articolo scritto da Michele Altamura direttore di Etleboro nell'anno 2007, ma ancora oggi più che mai di grande attualità. Prego a chi legge il Mio blog, di fare molta attenzione a quanto scritto nell'articolo sotto pubblicato, perchè questo è un esempio di grande e libero giornalismo.

DI ETLEBORO

Com'è noto a molti, Wikipedia nasce come progetto per la creazione di un'enciclopedia libera, che doveva contenere l'universalità del sapere umano, costruito grazie alla partecipazione della community virtuale. È stato presentato come uno strumento al servizio della grande massa, che può inserire le proprie informazioni, nonché apportare delle modifiche alle voci entrando a far parte del progetto.
Con gli anni è stato tuttavia evidenziato che Wikipedia era uscito fuori dal controllo degli ideatori, in quanto molte informazioni erano state inserite con eccessivo zelo da parte degli amministratori delle pagine, e spesso erano stati creati dei forum di discussione agli articoli inseriti con false identità, con l'esclusivo scopo di creare confusione o una certa persuasione su di un determinato argomento. Molte sono state le segnalazioni di coloro che hanno notato come nel tempo gli articoli e le pagine subivano sempre nuove modifiche, oppure che determinati eventi oggetto di particolare attenzione per l'opinione pubblica venivano cancellati, eliminando la possibilità di apportare delle modifiche.
Cosa c'è dunque dietro Wikipedia: manipolazione di un progetto democratico o disinformazione progettata sin dalla sua creazione?
Per rispondere a tale domanda, occorre considerare che la disinformazione nasce negli ambienti delle intelligence, che controllano la stampa e i media diffondendo informazioni e manipolando le notizie. Nei mesi che precedono il rovesciamo del regime iraniano del 1953, le agenzie di intelligence degli Stati Uniti e del Regno Unito usarono soprattutto le armi della disinformazione, pubblicando articoli e vignette sui giornali di propaganda anti-comunista spacciandola per dissenso popolare: i canali dell'informazione ufficiale furono infiltrati dalla CIA. La tecnica della disinformazione è stato un elemento critico per la guerra nei Balcani, in quanto per giustificare l'attacco della Jugoslavia furono creati documentari, dossier e rapporti che dimostrassero atroci crimini di guerra. Le agenzie di intelligence hanno avuto un ruolo strategico in occasione dello stesso 11 settembre, quando il Pentagono creò l'Ufficio del Reparto di Difesa dell'Influenza Strategica con l'obiettivo di trasmettere direttamente articoli ed informazioni false ai giornalisti per sostenere la tesi dell'attacco terroristico nei confronti degli Stati Uniti. La creazione di tale ufficio sollevò molte critiche, da parte degli stessi ufficiali che denunciarono pubblicamente i pericoli di tale programma minacciando di minare la stessa credibilità del Pentagono, al punto che l'amministrazione di Bush dovette cancellarlo nel febbraio del 2002.

Si capisce dunque che la disinformazione è un'arma a disposizione delle intelligence, e per essere efficace deve infiltrarsi all'interno dei canali ufficiali, nonché il quelli della controinformazione. Molta della propaganda "complottistica" è deliberatamente manipolata dai servizi, che reclutano "spie" da quattro soldi all'interno dei forum e delle room di discussione, dando loro documenti, informazioni da divulgare e da accreditare come "teoria ufficiale del complotto". Spesso può capitare di essere contattati da strani personaggi che affermano di far parte degli ambienti delle massonerie e delle intelligence, di conoscere l'Alpha e l'Omega della verità a tutti negata, di aver visto con i propri occhi i Cavalieri della Chiesa, i Templari della giustizia, accreditando se stessi mediante informazioni raccolte superficialmente sul web. In tutto questo, un grande ruolo ha avuto Indymedia, canale di informazione dei gruppi anti-fascisti e no-global di Soros, che utilizza i forum per attaccare e denigrare verità scomode. Non è un caso che tutti gli articoli della Etleboro inseriti in Indymedia sono stati bersaglio di numerosi tentavi di screditamento, con l'obiettivo di etichettare la Etleboro come un gruppo di fascisti estremisti o nazi-maomisti : ogni nuova struttura che nasce al di fuori del mondo dei forum diventa subito bersaglio di personaggi strani che utilizzando tali media per accreditare se stessi. La stesso meccanismo ispira Wikipedia, con la differenza che questa è stata accreditata da Governi e Istituzioni Internazionali come canale ufficiale di informazione. Secondo prove e indizi raccolti da cittadini comuni in tutto il mondo, la CIA e le altre agenzie di intelligence diffondono tramite Wikipedia una marea di informazioni e disinformazioni, che vengono poi divulgati da migliaia di internauti inconsapevoli di accreditare bugie e falsità. Abbiamo liste di e-mail, di persone che poi puntualmente sparisce nel nulla, si aggirano nei forum firmando i propri messaggi con nomi di altri al solo scopo di denigrarli e ridicolizzarli. I grandi "intelligentoni" della nostra intelligence, oggi sono seduti in uffici amministrativi a sorvegliare i forum, e così non appena viene postato un articolo su Indymedia subito giungono i commenti di qualche personaggio che accusa i serbi di essere nazionalisti. E poi indagando scopriamo che questi siti sono gestiti da italiani o da croati. Ma cosa fanno gli italiani o i croati con dei siti nazionalisti serbi? Forse la stessa cosa che gli americani fanno con i siti dei terroristi islamici.Saremmo così curiosi di sapere perchè un sito come osservatoriobalcani.org non ha pubblicato l'indagine sulla corruzione di Martti Ahtisaari, non parla del Caso Oriano Mattei nonostante sappiano bene di cosa stiamo parlando.

Sono molti i pericoli della manipolazione, e discernere la verità all'interno delle falsità è impossibile se non si ha come punto di riferimento la scienza, l'analisi e la continua indagine.Occorre prestare attenzione a stratagemmi volti a distrarre le menti delle persone, a deviare un percorso di indagine che va verso la giusta strada per la scoperta della verità: riusciranno ad attrarre verso di sé solo i curiosi e gli amanti del complotto, i giornalisti amanti della cronaca, non coloro che lottano per costruire la vera controinformazione del popolo.

ORIANO MATTEI

Oriano Mattei : Lettera aperta a Beppe Grillo



Milano 18 Giugno 2010

Il perchè di questa Mia lettera aperta indirizzata al sito di Beppe Grillo, è relativa all'articolo e al vidio pubblicato e riferito all'indagine denominata “ Il Kosovo e i lupi nella nebbia “ fatta da due giornalisti freelance Giuseppe Ciulla e Vittorio Romano.
Questi due giornalisti, raccontano fatti e misfatti che sono accaduti e che tutt'ora accadono in terra Kosovara. Parlano di sprmini effettuati puntualmente da esponenti dell'ex UCK e parli di traffici di eroina e di organi che quotidianamente avvengono in Kosovo.
Parlano della presenza non presenza dell'ONU e della NATO in quella terra, e infine parlano degli attuali padroni politici presenti in Kossovo, che non sono altro che assassini imputati di numerosi crimini, ma con l'aiuto del potere americano e delle Lobby di potere, tenuti in piedi per interessi privati. Bene, cari signori, tutto questo è molto vero anche se Le ragioni sarebbero molto ma molto più profonde e solo chi è stato ed è presente in quelle terre può spiegare Le ragioni del perchè i grandi poteri sono interessati a far si che piccoli dittatori assassini, ancora oggi sono stati messi nei centri di potere, al servizio dei potenti.
Però quello che Mi preme dire solo ed unicamente per una questione di correttezza e di giustizia, è che da anni un giornalista Italiano che oramai vive in quelle terre da oltre quindici anni e mi sto riferendo a Michele Altamura, direttore di Osservatorio Italiano quotidiano online e direttore di Etleboro quotidiano di Intelligence, racconta e pubblica prove e dico prove e non opinioni o fatti riportati da terzi, di tutte le malefatte che sono successe e succedono tutt'ora in quelle terre.
Bene, per tutto questo Michele Altamura è stato tacciato di collaborazionismo con i Serbi e i Russi, di spia e di quant'altro di infame si possa dire.
Oggi, arrivano due giornalisti che giustamente cercano di dare notizie su quanto accadute e accade nei Balcani, e per questo viene subito pubblicato un libro, e Lei signor Grillo, giustamente mette a disposizione il Suo importante sito per divulgare quanto di buono fatto da questi signori.
Io non dico che tutto questo non sia giusto, anzi ripeto è giustissimo che finalmente si affronti in maniera seria e trasparente, tutte Le schifezze che gli occidentali hanno fatto negli ultimi venti anni nei Balcani. Io dico solo che quando scriveva e scrive Michele Altamura, nessuno e dico nessuno si prende la briga o l'onere di avere un confronto con Michele Altamura.
Basterebbe andarsi a rileggere gli articoli scritti da Michele Altamura, riguardo il traffico di cocaina che avviene nei balcani o andarsi a rileggere chi effettivamente tira le fila del potere e il perchè c'è tanto interesse da parte dei potenti in quelle terre.
Che Michele Altamura, sia un giornalista scomodo, perchè dice verità che non piacciono a nessuno e quando dico nessuno, Mi riferisco a tutti i centri di potere. Che Michele Altamura, dia lezioni di Intelligence e pubblichi Le stesse informazioni senza occuparsi o prendere ordini da nessuno, questo è un altro fatto reale.
Ultima cosa : Per quanto riguarda il traffico di organi dal Kossovo, la cosa è già stata scritta e riscritta dai giornali presenti nei balcani, e gli stessi giornali, hanno smentito dicendo che era tutta una farsa. Poi, onestamente trattare cocaina credo che per quei signori, renda molto ma molto di più. Spero di essere stato cortese nello scrivere questa Mia lettera a Lei, e nello stesso tempo, spero che Lei Mi invii una Sua risposta o meglio ancora, se fosse possibile avere un incontro con i due giornalisti che hanno pubblicato l'articolo.

ORIANO MATTEI

sabato 12 giugno 2010

Oriano Mattei : Sappiamo veramente chi comanda in Italia ?

Milano 12 Giugno 2010

L’Italia non è più degli italiani, ci è stata tolta. Un tempo si colonizzava con l’esercito, ora esistono metodi di controllo più sofisticati. Chi comanda veramente in Italia? E’ forse il signore straricco con tre televisioni in mano, diventato capo del tri-partito? Lo credono in molti, ma torniamo agli anni ‘70, periodo in cui Berlusconi militava nella loggia P2 con tessera 1816. L’operazione segreta con lo scopo di contrastare l’espansione comunista sovietica, che arruolava esclusivamente uomini filo-americani, portata avanti anche tramite Gladio. Licio Gelli aveva contatti con la Cia, erano gli Anni di Piombo. Ma nessuno sa spiegare perché il Piano di Rinascita Democratica sia stato portato a termine dopo il suo arresto, sia da governi di sinistra che di destra. Tanto che un solo punto resta in sospeso: la repubblica presidenziale. Un chiaro segno che la nostra politica è fortemente infiltrata da poteri Atlantici, capaci di servirsi di ogni mezzo per rendere il nostro paese sempre più vicino all’America. Parlo di complessi intrecci tra massoneria deviata, servizi segreti deviati, politica, mafia e potere finanziario, in primis le banche.
Gli Stati Uniti stanno conducendo una seconda guerra segreta per trovare nuovi alleati. La finta democrazia che esportano in Medio Oriente è stata esportata anche qui.
Ma pensate davvero che sia l’America a comandare? Guardate quanti filo-israeliani ci sono al Congresso e alla Casa Bianca :
Richard Perle
Ari Fleischer
Paul Wolfowitz
Dov Zackheim
Douglas Feith
Marc Grossman
Richard Haas
Robert Zoellick
Steve Goldsmith
Adam Goldman
Joseph Gildenhorn
Joshua Bolten
Brad Blakeman
Lewis Libby
Mel Sembler
Mark Weinberger
Samuel Bodman
Bonnie Cohen
Ruth Davis
Lincoln Bloomfield
Jay Lefkowitz
Michael Chertoff
David Frum
Mel Sembler
Daniel Kurtzer
Robert Satloff
Elliott Abrams
Ruth Braden Ginsburg
Seph Lieberman
Carl Levin
Stuart Eizenstat
Guardate chi sono gli azionisti della Federal Reserve:
Rothschild Bank (London)
Warburg Bank (Hamburg)
Rothschild Bank (Berlin)
Lehman Brothers (New York)
Lazard Brothers (Paris)
Kuhn Loeb Bank (New York)
Israel Moses Banks (Rome)
Goldman Sachs (New York)
Warburg Bank (Amsterdam)
Chase Manhattan Bank (New York)
Tutte banche di stampo israeliano! Ora capiamo perché non si può parlare male di Israele senza essere tacciati di antisemitismo. Ora capiamo perché la Feltrinelli ha allestito un’intera sezione su questo argomento.
Ma la maggior parte degli israeliani di questa faccenda non sa nulla. Chi sono allora i veri artefici? Chi comanda veramente in Italia? Beh, i banchieri israeliani, gli israeliti Rothschild, la famiglia Rockefeller e il suo entourage israelita. C’è una linea di potere che va da Wall Street alla City di Londra che determina le buone e cattive sorti del pianeta.
Il blocco sovietico è solo in apparenza in opposizione agli Stati Uniti. Il blocco europeo in apparenza è alleato agli americani, ma nascostamente è in conflitto e l’euro che stava per spazzare via il dollaro, oggi ne paga Le conseguenze… ma sono i banchieri israeliani i manovratori. Gli unici che guadagnano sia dalla guerra che dalla ricostruzione, concedendo finanziamenti a entrambi gli schieramenti. Loro controllano giornali di destra dicendo che la sinistra è cattiva e giornali di sinistra dicendo che la destra è cattiva. Mettono gli uni contro gli altri, mantenendo il terzo mondo in povertà, al servizio delle multinazionali di cui sono azionisti.
E’ una guerra invisibile, che noi non vediamo, ma che spiega tante cose. Per esempio perché ci siano tanti politici consulenti della Goldman Sachs nel governo italiano attuale e passato o nel parlamento europeo; figure come Romano Prodi, Massimo Tononi, Mario Monti e Gianni Letta. Ma anche alla Casa Bianca o con altre importanti cariche. Wikipedia ha pubblicato un elenco che qui sotto pubblico:
-    Robert Rubin, da dirigente Goldman Sachs a segretario al Tesoro presidenza Clinton
-    Henry M. Paulson, da vice Presidente di Goldman Sachs a Segretario al Tesoro sotto presidenza G.W. Bush
-    Robert Zoellich, da dirigente Goldman Sachs a vicesegretario U.S.A.
-    William Dudley, da dirigente della Goldman Sachs a capo della Federal
-    Reserve Bank di New York, il distretto principale azionista della Federal Riserve
-    Paul Thain, da Presidente Goldman Sachs nel 2003 a capo del New York Stock Exchange
-    Mario Draghi, da Vicepresidente Goldman Sachs a Governatore della Banca d’Italia
-    Joshua Bolten, da dirigente Goldman Sachs, a capo del gabinetto dell Casa Bianca
-    Gary Gensler, sottosegretario al tesoro
-    Jon Corzine, da ex presidente Goldman Sachs a Governatore del New Jersey
-    Philip D. Murphy, da presidente Goldman Sachs in Asia a Responsabile per la raccolta fondi per il Partito Democratico U.S.A.
-    Massimo Tononi, dalla Goldman Sachs di Londra a sottosegretario all’Economia nel governo Prodi del 2006
-    Gianni Letta, membro dell’Advisory Board di GS è nominato sottosegretario alla Presidenza del Consiglio del governo Berlusconi (2008)
La Goldman Sachs, come detto prima, è anche uno degli azionisti della Fed. Vi dice niente tutto questo?
Nota finale:
Sono tante le lobby israeliane che governano gli Stati Uniti d’America, ecco i siti ufficiali di alcune delle più potenti:
Comitato degli affari pubblici di Israele in America (AIPAC) o Lobby Pro-Israeliana D’America:
http://www.aipac.org/
Organizzazione sionista d’America (ZOA):
http://www.zoa.org/
Americani per la sicurezza israeliana (AFSI):
http://www.afsi.org/

ORIANO MATTEI