yYAXssKCQaUWZcXZ79RJTBLvo-c;SfREtjZ9NYeQnnVMC-CsZ9qN6L0 Finance, Economics, Globus, Brokers, Banks, Collateral-Oriano Mattei: agosto 2010

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martedì 31 agosto 2010

Oriano Mattei : BORSA: AVVIO IN NETTO RIBASSO SULLA SCIA DI TOKYO, -1,44% MILANO - Gheddafi.




Milano 31 Agosto 2010

1 - BORSA: AVVIO IN NETTO RIBASSO SULLA SCIA DI TOKYO, -1,44% MILANO
Radiocor - Avvio in netto calo per le Borse europee, dove e' tornato a prevalere il pessimismo, dopo la chiusura in rosso accusata nella notte da Wall Street e questa mattina da Tokyo. Il Ftse All Share cede l'1,44% e il Ftse Mib l'1,48%. Vanno male le azioni delle banche, quasi tutte in calo di oltre il 2%. Cercano di opporsi alle vendite le Terna (-0,17%).

2 - BORSA TOKYO: NIKKEI CHIUDE A -3,55% SOTTO I COLPI DEL CARO-YEN
Radiocor - Nuovo minimo dell'anno per la Borsa di Tokyo, con l'indice Nikkei che lascia sul terreno il 3,55% a 8.824,06, livello piu' basso degli ultimi 16 mesi. Il calo si e' prodotto per tutta la giornata parallelamente al rafforzarsi della divisa giapponese. Le misure della BoJ di allentamento monetario decise ieri si sono dimostrate inefficaci contro il caro-yen.

3 - MORNING NOTE: ECONOMIA E FINANZA DAI GIORNALI
Radiocor - CRISI: Giappone, altri 8,5 miliardi per la ripresa ma le nuove misure non convincono, yen di nuovo vicino al record da 15 anni. Usa, sgravi e tasse piu' leggere per ceto medio e pmi che assumono. Bene l'asta dei BTp, collocati 10 miliardi (dai giornali)
UE: 'Troppi Paesi individualisti e miopi. Cosi' l'Europa e' in difficolta'', intervista Manuel Barroso, presidente della Commissione Europea (Il Corriere della Sera, pag. 6)
IMPRESE: Gheddafi, con le aziende italiane altre commesse nella difesa (dai giornali)
FIAT: rientro con la Cassa. Federmeccanica prepara la disdetta dell'accordo. Fiom sul piede di guerra contro le deroghe al contratto. Blitz di Marchionne a Cassino (dai giornali). 'Non solo auto, deroghe al contratto per tutta la meccanica', intervista a Pier Luigi Ceccardi, presidente di Federmeccanica (Il Sole 24 Ore, pag. 1-5). 'Asta sotterranea' per l'Alfa, ma il Lingotto resiste ancora (Il Corriere della Sera, pag. 35)
UNICREDIT: i libici non escludono di salire ma senza scalate ostili (Il Sole 24 Ore, pag. 16). La Libia segna il passo in UniCredit per non provocare 'incidenti diplomatici' (Il Messaggero, pag. 3)
MEDITERRANEA: spuntano nuovi soci finanziaria (Il Messaggero, pag. 15)
RISANAMENTO: Calabi allerta le banche per anticipare i soldi dell'aumento (Il Messaggero, pag. 16)
CDP: entro l'anno lo scambio con il Tesoro delle quote Eni-Enel (dai giornali) VODAFONE: via al riassetto, in uscita da China Mobile (Il Sole 24 Ore, pag. 39)

4 - MORNING NOTE: L'AGENDA DI MARTEDI' 31 AGOSTO
Radiocor - Ponte Alto (Mo) - Nell'ambito della festa provinciale del Partito Democratico modenese 'L'uguaglianza fa la differenza', sessione 'Non c'e' sviluppo senza lavoro'. Partecipa, tra gli altri, Federica Guidi, vice presidente di Confindustria e presidente G.I. di Confindustria.

5 - ISAE: SALE ANCORA FIDUCIA IMPRESE AD AGOSTO, A LIVELLI MAGGIO 2008
Radiocor - Sale ancora ad agosto la fiducia delle imprese manifatturiere. L'indice, considerato al netto dei fattori stagionali, comunica l'Isae sale a 100,5 da 98,3 tornando sui valori di maggio 2008. Migliorano i giudizi sull'andamento corrente della produzione mentre peggiorano nettamente le previsioni a breve termine sulla domanda; si allentano le tensioni inflazionistiche e recuperano le attese relative alla situazione economica del Paese.
pzcort13 federica guidi

6 - INDIA: CRESCITA PROSEGUE A TAMBUR BATTENTE, +8,8% PIL IN II TRIMESTRE
Radiocor - L'India, la terza potenza economica dell'Asia, ha registrato nel secondo trimestre del 2010 una crescita del Pil dell'8,8% su base annuale. Il dato odierno rappresenta per l'India il miglior risultato dal quarto trimestre del 2007, quando il Pil era salito del 9,7% sempre su base annua. Il Paese asiatico conferma cosi' la solida ripresa che lo sta interessando a dispetto della crescita fiacca di Usa e Europa. Nel primo trimestre del 2010 la crescita era stata dell'8,6%, ma le stime di consensus puntavano su una crescita ancora maggiore, all'8,9%. L'anno scorso il Pil dell'India era cresciuto complessivamente del 6%. Per l'intero 2010 le stime del Governo puntano su una crescita del Pil dell'8,5%.

7 - PASSERA: IO IN POLITICA? 'SONO GIA' IN CAMPO E CI STO BENISSIMO'
Radiocor - 'Sono gia' in campo e ci sto benissimo'. Cosi' il Ceo di Intesa Sanpaolo,
Corrado Passera, ha risposto nel corso di dei lavori di 'veDro' 2010' a chi gli chiedeva di una sua possibile discesa in campo in politica. Passera ha poi rilevato che anche i banchieri si possono occupare di bene comune: 'bisogna metterci un po' di impegno in piu''.

8 - LIGRESTI: LUSSEMBURGHESE STARLIFE IN ROSSO DI 62MILA EURO NEL 2009
Radiocor - Conti in rosso per Starlife, la finanziaria lussemburghese della famiglia Ligresti che controlla Sinergia ed e' quindi il primo anello d ella catena di controllo del gruppo. Come emerge dai documenti depositati nei giorni scorsi nel Granducato e consultati di Radiocor, Starlife ha chiuso il 2009 con una perdita di 62mila euro, dopo averne persi 71mila nel 2008. Lo scorso anno la holding ha registrato proventi solo per 533 euro (6.200 nel 2008) contro oneri per 62.300 (77mila l'anno precedente), mentre gli asset sono rimasti invariati a 10,4 milioni, cosi' come l'indebitamento (1 milione).
In base al rapporto 2009 le principali immobilizzazioni finanziarie sono il 79,4% di Sinergia (la holding che controlla il 20% di Premafin e che a inizio agosto con una serie di operazioni ha ridotto l'indebitamento dando in pegno alle banche i titoli Premafin) e il 99,9% della spagnola Minoritaria Holding & Investments, per un valore di libro complessivo di 9,8 milioni. Di entrambe le societa' vengono segnalati i risultati 2008, da cui emerge una perdita di 24 milioni per Sinergia e un rosso di 6.855 euro per Minoritaria.
Quest'ultima - stando al bilancio 2 008 depositato in Spagna - controlla direttamente il 5% della stessa Sinergia e ha asset per poco piu' di 1 milione. La societa', presieduta da Giancarlo Maria Raffaele de Filippo, ha ricevuto nel 2002 un prestito di 766mila euro dalla controllante Starlife a tasso di interesse zero e di cui a fine 2008 restava un residuo di 547mila euro. Starlife e' controllata con quote partitiche del 25% da Salvatore Ligresti e dai tre figli Jonella, Giulio e Paolo. Del cda, in cui siedono solo Giulia e Paolo, fa parte anche il finanziere elvetico Giorgio Antonini, numero uno della ticinese Fidinam, la fiduciaria fondata da Tito Tettamanti.

9 - FONSAI: MARCHIONNI, 2 OFFERTE PER LIGURIA-SASA, CHIUDIAMO ENTRO ANNO
Radiocor - Per il polo assicurativo Liguria-Sasa sono arrivate 'due offerte, una da parte di Clessidra, e un'altra da parte di un fondo legato ad un industriale'. Lo ha detto Fausto Marchionni, amministratore delegato di Fonsai, a margine della giornata di amicizia Italia-Libia. Secondo le stime dell'amministratore delegato la chiusura dell'operazione avverra' entro l'anno, 'anche se il perfezionamento avverra' nel 2011'.


ORIANO MATTEI

Oriano Mattei : Oliviero Beha dichiara guerra a Bianca Berlinguer direttore di Rai 3.



Milano 31 Agosto 2010

BEHA DICHIARA GUERRA A BIANCA BERLINGUER
Emilia Costantini per Corriere della Sera

Ci risiamo. Oliviero Beha accusa: «Sono stato censurato, estromesso». Stavolta il dito è puntato contro Bianca Berlinguer, direttore del Tg3: «Non ci sarà più il mio commento della domenica sera - denuncia Beha a Radio 24 - dove analizzavo il rapporto tra calcio, società e il contorno di interessi economici. Un tipo di approfondimento che è normalmente "terra di nessuno"».
Ma perché censurato? Risponde: «Ho parlato del calcio che non funziona, dello scandalo dei Mondiali, ho fatto le pulci al potere politico legato al calcio... Devo aver dato fastidio a qualcuno». In altri termini il giornalista, che ha al suo attivo una travagliata carriera di cause, adombra l'ipotesi che «qualcuno» abbia fatto pressioni sul direttore del Tg3 per toglierlo di mezzo.
Replica la Berlinguer: «Beha si sopravvaluta! Il fatto è che il collaboratore di un telegiornale, come di qualunque altro mezzo di informazione, non può decidere lui quando e come andare in onda, ma deve concordare i suoi interventi con la redazione».
Da due anni Beha, con i suoi approfondimenti sportivi, va in onda la domenica sera sul Tg3: «È stato grazie a un ordine di servizio, imposto dal giudice alla Rai nel 2008 - riprende Beha - con cui venivo reintegrato. Fino al maggio scorso è andato tutto liscio. I problemi sono sorti con i Mondiali di calcio.
Ho chiesto alla Berlinguer se voleva un commento quotidiano. Mi ha risposto che voleva solo le partite dell'Italia e gli eventi più importanti. Poi le cose sono precipitate e, quando mi sono presentato la domenica per il mio consueto appuntamento, mi è stato detto "non sei previsto". Sono stato messo alla porta. Se questa non è censura! Caso strano - continua - giovedì scorso ero alla festa del Partito democratico a Pesaro e qualcuno mi ha detto "Sei sicuro di andare in onda domenica?". Era un avvertimento?».
La Berlinguer non ci sta: «La realtà è che Beha, una volta finito il campionato, pretendeva di venire in studio quando voleva lui e non quando chiamato dalla direzione. Si è più volte presentato senza preavviso e, quando gli è stato fatto notare, lui ha replicato dicendo che era lì per acquisire elementi per i suoi legali. Insomma, stava avviando un'altra causa».
Intanto, giungono le prime reazioni. A cominciare dal Comitato di redazione del Tg3, che fa quadrato intorno al direttore dichiarando in una nota: «Beha non ha mai segnalato all'organismo sindacale alcuna limitazione professionale, né chiesto tutela a riguardo». Mentre il consigliere d'amministrazione Rai Nino Rizzo Nervo osserva: «Conosco la Berlinguer da anni e so che la parola censura non le appartiene. Credo che un direttore abbia diritto di decidere quando far intervenire un editorialista».
E Giorgio Merlo (Pd), vice presidente Commissione vigilanza Rai, aggiunge: «Conoscendo la Berlinguer, posso affermare che la censura non fa parte della sua deontologia professionale». Conclude Beha: «Mi aspetto un chiarimento con l'azienda, per capire se devo tornare davanti al giudice per far valere i miei diritti».

BERLINGUER: "IL RICATTO DEGLI AVVOCATI NON LO ACCETTO"
il Fatto Quotidiano

Bianca Berlinguer, 51 anni a dicembre, direttore del Tg3. Da ieri mattina, tra un intervento di Nino Rizzo Nervo "La censura è estranea alla sua cultura politica" e un intervento all'Ansa, è alle prese con il caso Beha. "Oliviero aveva un accordo con Di Bella, il precedente responsabile del Tg, per raccontare il calcio nell'edizione domenicale. Quando arrivò il momento dei Mondiali sudafricani, gli feci presente che anche per questioni di orario, non avremmo approfondito quotidianamente la parte sportiva e che, fatto salvo il cammino dell'Italia, la semifinale e la finale, il suo intervento non avrebbe avuto luogo tutte le sere".
Secondo Berlinguer, la genesi del dissidio ha origine lì: "A quel punto Beha ha iniziato a essere molto pressante, a presentarsi tutti i giorni: ‘Allora sono previsto o non sono previsto?'. ‘Sì, ma ti chiamo io. Non vieni quando decidi tu. A dare la linea, come accade in tutti i giornali e telegiornali del mondo è la direzione'". Da allora, a detta di Berlinguer, il deterioramento dei rapporti è stato inarrestabile: "Per ben due volte, Beha si è fatto trovare già seduto in studio, non essendo stato chiamato.
Quando il conduttore Giuliano Giubilei glielo ha fatto notare, lui ha risposto letteralmente: ‘Sono qui soltanto per acquisire elementi utili per il mio avvocato'". Una deriva che Berlinguer giudica inaccettabile: "A quel punto, visto anche il suo lunghissimo contenzioso con la Rai di cui nulla so, l'ho chiamato e senza filtri, gli ho detto quel che pensavo: ‘Se qui dobbiamo andare avanti con il ricatto degli avvocati, non faremo molta strada'.
Inclinare la dialettica e la discussione sul piano legale per come io vedo la vita è intollerabile. Sabato scorso, per l'ennesima volta si è manifestato senza avvertire nessuno e incontrando i due vicedirettori ha ricevuto da loro il consiglio di contattarmi. Non l'ha fatto. Ieri mattina è andato a Radio 24 sostenendo di essere stato censurato".
Nulla di vero, secondo Bianca. "Glielo dico con una battuta: Beha si sopravvaluta. Nessuno e lui lo sa benissimo, ha mai chiesto di conoscere in anticipo il contenuto dei suoi interventi. Mai. Anche perché tra l'altro il suo commento a cavallo tra lo sport, l'economia e le dinamiche sociali, anche editorialmente al pubblico del Tg3 andava benissimo. Mi dispiace anche che la storia debba finire così, ma la conclusione è la conseguenza di una sua prepotente arroganza".
Nessuna conciliazione possibile quindi? "Sinceramente non so. Ma soprattutto per il suo comportamento. Quando dichiara di aver dato fastidio a qualcuno, è fuori strada". Se chiedi a Berlinguer se abbia ricevuto pressioni la risposta è netta: "Nessuno mi ha mai parlato di persona o fatto una telefonata per deprecare o apprezzare le opinioni di Beha".


ORIANO MATTEI

Oriano Mattei : CHI VINCE E CHI PERDE NELLA DUE GIORNI GHEDDAFIANA A ROMA?.




Milano 31 Agosto 2010

1 - DAGOREPORT: CHI VINCE E CHI PERDE NELLA DUE GIORNI GHEDDAFIANA A ROMA?
Chi vince e chi perde nella due giorni gheddaffiana a Roma? Perde un oscuro funzionario della Presidenza del Consiglio, Eugenio Ficorilli, protagonista della più grande disorganizzazione mai vista per una cerimonia di Stato e vince, a sorpresa, il Ministro dell'Ambiente Stefania Prestigiacomo che ha letteralmente stregato il raìs che l'ha invitata a Tripoli per firmare un accordo sull'ambiente.
Il successo della Prestigiacomo vale doppio anche perchè solo due mesi fa sul Corriere della Sera aveva duramente attaccato il governo libico per alcune trivellazioni al largo di Tripoli. La Prestigiacomo aveva in quell'occasione mobilitato anche la Commissione Europea per stabilire regole chiare che vietino abusi di questo genere nel Mediterraneo.
Partita una diplomazia segreta la Prestigiacomo ha tenuto il punto tanto che lo stesso Gheddafi ha dedicato parte del suo chilometrico discorso proprio alla salvezza del Mare Nostrum ed ha voluto conoscere personalmente la Ministra ribelle che ha osato sfidarlo siglando sotto gli occhi di Berlusconi una pace significativa che porterà Stefi a Tripoli per firmare un accordo sull'ambiente.
A parte questo successo diplomatico la serata di ieri sera è stata un clamoroso disastro organizzativo che ha mandato su tutte le furie il Nano Supremo di Arcore maniaco dell'organizzazione. Gli ospiti giunti dopo un piano traffico disastroso in tutta la zona di Roma Nord si sono trovati sbandati dentro la caserma dei Carabinieri senza alcuna indicazione e con delle navette che o non arrivavano mai o non sapevano neppure dove andare.
Molti manager ed ambasciatori accreditati sono finiti in alcune tribunette laterali. A parte il ritardo del raìs che ha fatto aspettare gli ospiti quasi un'ora con i cavalli stremati e nervosi schierati in parata il caos è stato alla fine dello show quando gli ottocento disperati, alcuni bagnati dalla pioggia, volevano attovagliarsi al più presto.
Anche li' il caos perchè nessuno aveva pensato di distribuire i cartoncini con il posto a tavola assegnato creando una ressa mai vista fuori dai saloni in mezzo ad un parcheggio. Alessandro Profumo ha vagato per oltre 40 minuti prima di poter addentare le farfalline ed altri ancora accompagnati dalle mogli non hanno trovato neppure la sedia.

2 - SU GHEDDAFI L'AFFONDO DEI VESCOVI "UN'INCRESCIOSA MESSA IN SCENA"
La Stampa.it

Muammar Gheddafi ha lasciato l'Italia dopo una visita di 48 ore carica di polemiche. L'aereo del leader libico, che indossava una camicia sahariana marrone, è ripartito da Ciampino poco prima delle 13.
Dopo il j'accuse del Pd e dell'Idv, ma anche dei finiani e del ministro Meloni, contro la visita del dittatore oggi è arrivato l'affondo del quotidiano dei vescovi Avvenire. In un editoriale il direttore del quotidiano dei vescovi, Marco Tarquinio, ha parlato di un «avvenimento con aspetti sostanziali e circostanze, per così dire, volutamente folkloristiche» e «momenti urtanti». In particolare l'incontro con le hostess e le conversioni all'Islam vengono definiti «un'incresciosa messa in scena » e «un boomerang, una dimostrazione di quanto possano confondersi persino in certo Islam giudicato non (più) estremista piano politico e piano religioso».
In una lettera a La Stampa, Maurizio Lupi e Mario Mauro, deputato ed europarlamentare dell'area cattolica del Pdl, hanno chiesto di «non offrire più palcoscenici» a Gheddafi, affermando che le sue frasi «sono gravi proprio perchè non ne capiamo la gravità». Critica anche Giovanna Ortu, presidente dell'Associazione dei rimpatriati italiani dalla Libia: «Di noi non si parla mai, si citano il fascismo ed i suoi mali per esaltare il nuovo trattato. Neanche ieri, dopo il discorso di mezz'ora tenuto da Gheddafi, il Governo ha ricordato che la presenza italiana in Libia risale ai nostri avi, nessuno ha citato il patrimonio architettonico considerevole che abbiamo lasciato e nemmeno i danni di guerra ripagati».
La cena alla caserma dei Carabinieri Salvo d'Acquistio per celebrare il secondo anniversario del Trattato di amicizia italo-libico si è conclusa a notte fonda. Gheddafi ha lasciato il tavolo d'onore intorno alle due e il premier Silvio Berlusconi, è rimasto ancora per un'ora, cantando per gli ospiti una canzone in francese. Dalla Commissione europea è venuto un «no comment» alle dichiarazioni di Gheddafi che aveva chiesto all'Ue 5 miliardi di euro l'anno per scongiurare il rischio di massicce immigrazioni dall'Africa. «Restiamo convinti che con il dialogo e la cooperazione può migliorare la collaborazione con le autorità libiche in tema di lotta all'immigrazione clandestina», si è limitato ad affermare un portavoce.

3 - CAVALLI, AMAZZONI, AFFARI: SHOW DEL COLONNELLO E LA FINE DI MR B.
Giampiero Gramaglia per Il Fatto

Lo show di Gheddafi a Roma colpisce la stampa internazionale che gli dedica spazio e ironia a iosa. Il colonnello dittatore in Italia "con tenda, cavalli e guardia del corpo femminile", nota il Times, mentre la Bloomberg scrive che il leader libico porta con sé "cavalli e affari per miliardi". L'elogio all'islam di Gheddafi e, soprattutto, l'invito a farne la religione dell'Europa fa titolo sul WSJ e pure sulla stampa spagnola, mentre il Chicago Tribune, ispirato dall'Ap, punta sulla lezione impartita a "500 giovani donne italiane" ("modelle" per El Mundo, "escort" per altri).
La stampa francese, come pure la Cnn, sottolineano i legami tra Italia e Libia sanciti dal Trattato d'amicizia, di cui ricorre l'anniversario, e dalla frequenza delle visite. Se Gheddafi dà un tocco d'eccentricità alle cronache dall'Italia, la politica non lascia tregua. Il Financial Times, in un editoriale dal titolo "L'autunno caldo dell'Italia", sostiene che Mr B. "sta lottando per la sua sopravvivenza" e giudica "possibile che Fini gli dia il colpo di grazia": starebbe a lui decidere "se aprire l'era post" Mr B.
Una crisi, secondo il quotidiano economico europeo, non renderebbe necessarie le elezioni, ma "i partiti dovrebbero formare una coalizione" e trovare un nuovo premier. Tre le opzioni: 1) Fini appoggia un'alleanza di centrodestra, Tremonti guida il governo; 2) Fini forma una coalizione di centro ‘democristiana'; 3) si vara un governo guidato da una figura tecnocratica o imprenditoriale. "Nessuna è entusiasmante, ma tutte avrebbero il merito di fare finire l'‘era Berlusconi'".


ORIANO MATTEI

venerdì 27 agosto 2010

Oriano Mattei : Carlo De Benedetti ha il divieto di atterrare nella Sua proprietà di Dogliani.




Milano 27 Agosto 2010


Carlo De Benedetti, finanziere ed editore di Repubblica, almeno per il momento, non potrà atterrare con l'elicottero personale nella sua proprietà di Dogliani, in provincia di Cuneo, quattro casali per un totale di 46 vani, dove dal febbraio scorso ha trasferito la sua residenza, prima fissata a Sankt Moritz, in Svizzera, insieme con quella della moglie, Silvia Cornacchia (in arte Silvia Monti).
Motivo banale: le ripetute "esuberanze escrementizie" dei suoi due cani da caccia, che regolarmente utilizzavano come toilette il campo di grano attiguo alla villa, terreno di proprietà di un contadino del luogo che abita a poche decine di metri, in strada San Luigi.
Uno scontro più vivace del solito fra la signora Cornacchia in De Benedetti e l'agricoltore, un certo Porro, dopo l'ennesimo raid dei due cani, evidentemente soddisfatti di defecare nel grano, ha rotto i già difficili rapporti di buon vicinato che la famiglia De Benedetti ha con molti doglianesi. «Vada a farli c... a casa sua», ha detto esplicitamente in buon piemontese, il signor Porro alla signora Cornacchia in De Benedetti. Che ha capito ed ha eseguito, sia pure controvoglia. Ma ormai l'armonia - già problematica con i doglianesi - era rotta.
Ma i veri problemi per il capo della Cir sono nati quando si è visto che per poter disporre di un'aviosuperficie minima per l'atterraggio dell'elicottero personale, come era abituato ad avere, in passato, nella villa sulla collina torinese, non lontana dalla residenza dell'Avvocato, era indispensabile acquistare il terreno attiguo.
Proprio quello scelto dai cani per le loro deiezioni. Il signor Porro, langarolo purosangue, avvicinato da un collaboratore dell'Ingegnere, alla richiesta di acquisto ha risposto molto tranquillamente: «Non ci penso nemmeno». E lo avrebbe ripetuto anche a un successivo e congruo rilancio dell'offerta. Langarolo duro, coriaceo ma lungimirante.
Due i comprensibili motivi del diniego. Primo: lo scontro verbale con la signora non è stato gradito, anche se rientra nel rapporto difficile tra De Benedetti e i doglianesi. Secondo: il viavai di un elicottero a quattro passi da casa è un sicuro disturbo. Ragionamento che non fa una grinza se si pensa che proprio ieri il neosindaco di Arzachena (Costa Smeralda) ha vietato l'atterraggio e il decollo degli elicotteri accanto alle ville dei vip per il medesimo motivo.
Il disturbo investirebbe a Dogliani una vasta zona, compreso uno dei templi sacri del vino langarolo, la cascina di Quinto Chionetti, che sorge a poca distanza, sempre in strada San Luigi. Così, per il momento, i cani si sono dovuti accontentare dei terreni di proprietà De Benedetti e l'Ingegnere utilizza la sua Porsche per raggiungere casa. Intanto il campo di grano si sta riprendendo dalle intemperanze dei due animali dall'intestino vivace.



ORIANO MATTEI

Oriano Mattei : E' guerra aperta fra Umberto Bossi e Pier Ferdinando Casini.




Milano 27 Agosto 2010


La parola d'ordine, nella Lega veneta, è "decasinizzare" Il Gazzettino. Sì, perché nella guerra verbale tra Umberto Bossi e Pier Ferdinando Casini in mezzo c'è proprio il giornale veneziano, ritenuto dai leghisti come un quotidiano appiattito sulle posizioni dell'Udc (ieri il titolone della prima pagina era: «Finiani: patto anti-Lega», dando spazio alle frasi di Italo Bocchino).
E i fedelissimi di Luca Zaia, governatore regionale, leggono pure cosa appare sulle altre testate "meridionali" del gruppo imprenditoriale di Francesco Gaetano Caltagirone, come il romano Il Messaggero e il partenopeo Il Mattino: quest'ultimo, ieri, per la gioia dei napoletani presentava in prima pagina un'inchiesta dedicata alla Lega e le banche, intitolata «Dal Crediteuronord fino all'Unicredit, le scalate del Carroccio allo sportello».
Scelte editoriali che non sono state apprezzate dai leghisti, che puntano il dito contro il nemico numero uno di casa Bossi, ovvero Casini, «uno che tiene il piede in tre scarpe». Tanto che in Veneto c'è chi ha intenzione di «consigliare vivamente» all'editore e costruttore di cedere la testata veneziana, che al Carroccio serve come il pane, specie in vista delle prossime elezioni politiche.
La regione è già stata conquistata, e a breve toccherà alla cassaforte della fondazione Cariverona passare nelle mani leghiste: il rinnovamento di 25 componenti su 38, e il sindaco di Verona Flavio Tosi potrà inserire quattro nomi di fiducia nel consiglio federale. Si tratta di un tesoro straordinario, dato che la fondazione vanta un patrimonio pari a 3,7 miliardi di euro, e sulla base di un avanzo previsto di 214 milioni ha stanziato per quest'anno 130 milioni da destinare al territorio.
E proprio grazie a queste formidabili munizioni potrebbe anche non servire una cordata di imprenditori amici, per rilevare da Caltagirone l'agognato quotidiano, e restituirlo al Veneto. Non ci sarebbero ostacoli a un intervento istituzionale, visto che si tratta di tornare a offrire al territorio regionale una voce storicamente amata dai lettori, "ora in mani straniere" come dicono in tanti.


ORIANO MATTEI

Oriano Mattei : Corrado Passera replica all'articolo scritto e pubblicato dal "Corriere della Sera".




Milano 27 Agosto 2010


Oggi Passera scrive al Corriere e giustamente ampio spazio si dà alla sua replica. E' pur sempre il primo banchiere italiano, principale azionista del Corriere e dal quotidiano era stato tirato in ballo per due giorni di fila su alcune curiosità della sua società alberghiera di famiglia.
Il Dott. Passera è persona cortese e premette che se solo il Gerevini Mario che articoleggia sul Corriere gli avesse telefonato, certe semplici cose gliele avrebbe spiegate a voce. Prenda nota Gerevini.
Ma andiamo al merito della lettera. Forse qualche lettore di Dagospia e di Bankomat non fa il banchiere o non è comunque uso chiedere e soprattutto ottenere prestiti bancari copiosi con facilità, dunque ci permettiamo di spiegare qualche tecnicismo.
Dice il Passera banchiere, in sintesi: avevamo in cantiere un'operazione di acquisizione che poi è sfumata, il Sanpaolo che ce la voleva finanziare ormai ci aveva dato i soldi e quindi ci consiglio' come gestirli al meglio, al quel punto diventati liquidità in eccesso, facendoci comperare una società di servizi finanziari e marketing in quel di Madeira. Che Passera ammette essere stata piazza con fiscalità vantaggiosa.
Ora provate voi piccoli imprenditori italiani - perché piccola era ed è la Lario Hotels dei Passera, come lui stesso dice per altri motivi che vedremo in fondo (due alberghetti da cinquanta camere...) - a chiedere a una banca una cifra presumibilmente molto vicina al vostro fatturato.
Il credito come Passera sa si eroga in base non solo alle garanzie ma anche in base alle capacità di rimborso. Chissà che business plan e che flussi di cassa avrà mostrato la piccola Lario Hotels al Sanpaolo per ottenere 15 miliardi di lire nel 1999. Ma quel che stupisce con piacere - e poi si parla male delle banche! - è che il Sanpaolo mise sul conto di Passera la cifra prima che l'operazione di acquisto si chiudesse. E poi infatti è sfumata.
Sicché il medesimo Sanpaolo, santo davvero, angosciato per il problema della liquidità inutilmente giacente in tasca di questi bravi imprenditori da cento camere in Como dice loro: "Amici, andate a Madeira, è un po' lontana da Como ma è un paradiso, le tasse sono basse, comprate una bella società di servizi finanziari e di marketing e tenete lì i soldi, poi vedremo".
Che generoso il Sanpaolo, invece di suggerire ai Passera di parcheggiare la liquidità nelle gestioni private del Sanpaolo stesso! Magari in posti più vicini...
Chiaro che appena possibile il Passera abbia suggerito al Bazoli di comprarsi il Sanpaolo, qualche anno dopo (oddio, comprarsi, parola grossa: basta fondersi carta contro carta e non si tira fori un euro): banche così simpatiche non ce ne sono mica tante.
La lettera del Passera è quindi un capolavoro di marketing: piccoli imprenditori italiani, correte in Piazza Scala e proponetegli operazioni simili alla sua del 1999, IntesaSanpaolo è lì che vi aspetta.
PS: la Lario hotels è piccola, di provincia, ha solo due alberghetti con 50 camere dunque non è concorrente di Intesa/NH Hotels. Così sostiene il Passera Banchiere per giustificare che suo fratello in Consiglio di NH non è un concorrente in conflitto di interessi.
Ma allora quale expertise darà il Passera fratello albergatore al Consiglio di NH Hotels di cui fa parte? Se lui si intende di business totalmente più piccoli e diversi ne capirà poco di global business, sarà lì per imparare. Ecco perché non prende emolumenti.

2 - TUTTI I CHIARIMENTI DI PASSERA SULLE IMPRESE DI FAMIGLIA
Lettera al Corriere della Sera
Lario hotels

Caro Direttore, ieri il «Corriere della Sera» è ritornato, dopo l'articolo di mercoledì, su varie vicende relative alla mia famiglia, e siccome il giornalista Mario Gerevini non ha reputato utile chiamare né mio fratello né me, fornisco ora tutti i chiarimenti che avrei potuto darvi a voce. Non entro nei dettagli perché non mi sono mai occupato della gestione delle attività di famiglia e non sono amministratore di nessuna società. Posseggo l'11,3% e ho la nuda proprietà del 22,7%. Per tutti gli approfondimenti mio fratello Antonello è comunque a disposizione. Ho ricostruito con lui i principali temi e ne faccio una sintesi.
La società Lariohotels, che possiede i due alberghi di famiglia a Como, nel 1999 ha stipulato un mutuo con il San Paolo (15 miliardi di vecchie lire) perché si apprestava a fare una acquisizione industriale nel suo settore di attività. L'acquisizione alla fine non si concluse e il San Paolo diede vari suggerimenti su come gestire la somma riveniente dal mutuo in attesa di future opportunità di investimento industriale. In particolare fu acquisita a Madeira una società - Sea Horse Serviços e Marketing, LDA - che fu dedicata alla gestione finanziaria della liquidità approfittando del regime fiscale vantaggioso che tale localizzazione prevedeva, regime per altro approvato a livello Ue.
Nel corso degli anni furono valutate varie alternative di investimento industriale e alla fine mio fratello decise di liquidare la società di Madeira e di far rientrare le disponibilità della società (i dieci milioni dei quali si parla nell'articolo) e di utilizzarle per ristrutturare totalmente uno dei due alberghi di Como. Il cantiere è in corso da più di un anno. Dei vari eventi nel corso degli anni viene data informativa nelle Relazioni di Bilancio della società. È infatti da documenti pubblici che Gerevini trae lo spunto per i suoi articoli.
La mia famiglia detiene da trent'anni 55.000 azioni di Villa d'Este che corrispondono circa allo 0,9% del capitale della società. Questa partecipazione certamente non rilevante è stata finanziata negli ultimi anni con una parte del mutuo San Paolo del quale ti ho detto poco sopra. Nel momento in cui la società di Madeira è stata liquidata le azioni sono state acquistate da Lariohotels. La transazione totale ammonta a circa 1 milione di euro e il prezzo per azione (18 euro) rappresenta una prudente valutazione del valore per quote di infima minoranza sulla base delle ultime transazioni realizzate.
Non c'è stata nessuna intenzione di nascondere la transazione e infatti se ne dà trasparente illustrazione nel bilancio della società. L'utilizzo di una fiduciaria risponde solo all'esigenza di non volersi iscrivere direttamente a libro soci. Appare quanto meno forzata qualsiasi altra speculazione su «crocicchi» indebiti tra le attività di mio fratello, Villa d'Este e Intesa Sanpaolo. Quest'ultima aveva partecipato insieme alla famiglia Fontana all'acquisto del pacchetto di controllo di Villa d'Este ma è già da tempo uscita dall'operazione.
Intesa Sanpaolo detiene il 44,5% di NH Italia che è la holding italiana di NH Hoteles che in questi anni ha sviluppato la sua attività nel nostro Paese attraverso numerose acquisizioni. Sostenni la proposta di inserire anche mio fratello tra i consiglieri di amministrazione di NH Italia in rappresentanza della banca perché lo reputo un vero esperto di gestione alberghiera per la sua esperienza imprenditoriale, per i molti anni di ruoli manageriali in grandi catene in Italia e all'estero e per la partecipazione a molti organismi di categoria.
Tale proposta seguì le procedure previste e per evitare ogni dubbio o possibile critica mio fratello decise di rinunciare a qualsiasi emolumento. Anche in questo caso parlare di «Intesa concorrente di Passera sugli hotel di Como» mi pare francamente una forzatura. NH è un gruppo che opera in mezzo mondo di centinaia di alberghi con migliaia di stanze. Lariohotels controlla due alberghi a Como con 50 stanze cadauno. E naturalmente NH non opera a Como.


ORIANO MATTEI

Oriano Mattei : Bruno Vaspa oramai si sente l'ultimo Cesare. Ora si presenta anche al prossimo festival in Sanremo




Milano 27 Agosto 2010

Non si può mai stare tranquilli. Mai un minuto di requie, tra casini Fini da ingoiare e Mondadori sporchi da vomitare. E un agosto più scemo, osceno e turbo-demente, non poteva non finire con una notizia marziana, nel senso di Marte, pianeta di Papalla.
Per farla breve, Sado-Masi e compagnucci della parrocchietta locata al settimo piano di viale Mazzini hanno avuto la bella pensata di offrire la conduzione del prossimo Festivalone di Sanremo a - mettetevi seduti, allontanate i bambini e riprendete fiato - a Vespa Bruno da "Porta a Porta", detto Bru-neo per la tribù di pig-nei che vagano sul mascelluto volto abruzzese.
L'idea di Masi-Mazza, due uomini un Vespa, è quella di affiancare Brunello con tre figazze tre, una probabilmente sarà Belen se il Cda Rai riesce a dimenticare certe sniffatine criminose, quindi scodellare la solita pippa canterina di gorgheggi e schitarrate che non fregano ormai niente a nessuno.
Altra sorpresa è la gioia suprema del prescelto: Vespa non vede l'ora, minuto e secondo di fare il pippobaudo sul palco dell'Ariston per la massima manifestazione del nazional-popolare; quella che tiene insieme padri e figli, nonni e zie, ladri e frati, vivi e tele-morenti. E qui sbucano le prime spine. E qui viene il bellum...I consiglieri centro-sinistrati sarebbero contrarissimi infatti all'operazione "Mi porti un Bru-neo a Sanremo". E non solo perché il rais di "Porta a porta" è il primo conduttore di berlusconismo insano.
Il ragionamento di Rizzo Nervo e Van Straten potrebbe sintesizzarsi così: le serate del Festival cadono a metà/fine febbraio e il mese di marzo viene dato dai più attenti addetti al teatrino della politica come il provabilissimo mese che ci porterà a infilare una scheda nelle urne. Ecco il voto anticipato che viene anticipato da una settimana di Sanremo in mano di Vespa potrebbe essere un palcoscenico ad altissimo rischio di propaganda berluscona. Ce la farà Masi a portare all'Ariston il mitologico insetto televisivo?


ORIANO MATTEI

Oriano Mattei : E A FELTRI E BELPIETRO CHI GLIELO DICE CHE LA DEVONO PIANTARE CON ELISABETTA TULLIANI?




Milano 27 Agosto 2010


E a Feltri e Belpietro chi glielo dice che la devono piantare con la Tulliani ? E' l'interrogativo che si sta ponendo il Nano Supremo di Arcore dopo il vertice di "Tira a Campari" (villa) con Umberto Bossi.
Ora infatti che l'immagine di GianmeneFrego è distrutta non c'è più alcun bisogno di continuare a picchiare duro contro i Tullianos. Ma Berlusconi che su questo punto si è sentito più volte con i giornalisti de Il Giornale e di Libero non se la sente di ordinare personalmente la marcia indietro.
A chi tocca quindi disinnescare le mine? Al solito il pompiere Gianni Lecca Lecca che più volte aveva richiesto senza essere ascoltato ‘moderazione, gente, moderazione'. Del resto fino a quando l'artiglieria pesante del Giornale e di Libero non cambiano rotta Fini è deciso a vendere cara la sua pelle. "Da vittima, divento eroe e se questi continuano cosi si faranno male da soli", ha ripetuto Fini all'avvocato Giulia Bongiorno che è andata a trovarlo ad Ansedonia.
Se non riesce Letta è gia pronto un altro sminatore, Nicolò Ghedini che farà presente i rischi patrimoniali che corrono le due testate nel portare avanti un'inchiesta che fino ad oggi non è servita a disarcionare Fini dalla Presidenza della Camera. Sulla linea morbida sono schierati tutti i più fedeli berluscones da Verdini a Cicchitto, dalla Prestigiacomo alla Gelmini.
Chi continua a soffiare sul fuoco sono gli ex colonnelli La Russa, Gasparri e Matteoli preoccupati di un accordo, sia pure in extremis tra GianmeneFrego ed il Cavaliere. La Russa in particolare si è molto irritato per non essere stato invitato a Villa Campari assieme a Bossi. Il Nano di Arcore non perdona pero' agli ex AN di non avergli fornito le cifre giuste sull'esodo verso Futuro e Libertà e comincia a non fidarsi più di tanto di loro.
Come si comporteranno ora Feltri e Belpietro? Feltri dice che non parla da mesi con il Cavaliere avendo fatto gestire la questione Tulliani-Fini al suo condirettore Alessandro Sallusti che più di una volta ha messo in viva voce le lunghe chiacchierate con Arcore. Con Belpietro invece l'intesa per una tregua armata pare sia più facile da portare in porto.


ORIANO MATTEI

Oriano Mattei : Milo Đukanović stopama Iva Sanadera: Ko bi, prije dvadeset godina, mogao pretpostaviti takav zaplet?


Milano 27 Agosto 2010

Nekadašnji premijer Hrvatske i predsjednik vladajućeg HDZ-a Ivo Sanader, aktuelni premijer Crne Gore i predsjednik vladajućeg DPS-a Milo Đukanović i bjegunac sa Interpolove potjernice i šef balkanskog kokainskog klana Darko Šarić – svi skupa u istoj priči. Uvezani intrigantnim poslovnim vezama sa Hipo Alpe Adria bankom (HAAB) iz idilične austrijske provincije.

Ko bi, prije dvadeset godina, mogao pretpostaviti takav zaplet?

Sanader je, početkom prošle decenije, prekinuo preduzetnički angažman u Austriji i vratio se u Hrvatsku. Tamo mu je, tvrde verzirani, zbog dobrih privatnih i poslovnih veza, iz vrha HDZ-a povjeren zadatak skladištenja novca prikupljenog za kupovinu oružja neophodnog za vođenje Domovinskog rata. Odabrao je HAAB.

Milo Đukanović je, u to vrijeme, bio komunistički lider u usponu. U hodu se zaogrnuo plaštom socijaldemokratije, preuzeo neoliberalnu retoriku i osmislio politiku ekonomskog osamostaljenja Crne Gore zasnovanu na međunarodnom švercu (tzv. tranzitu). Žalio se kako mu je zbog hrvatske šahovnice omrznuo šah. U kratkoj pauzi između premijerskih i predsjedničkih mandata odlučio je da se oproba u biznisu. I odabrao HAAB.

Darko Šarić je prije dvadeset godina u rodnim Pljevljima krao kobasice iz lokalnih magacina i devize iz komšijskih slamarica. Odmetnuo se u inostranstvo, tamo stekao iskustvo, veze i novac. Vratio se da – kako i dolikuje kontroverznom biznismenu sa pedigreom – iz jadranskih i dunavskih diskoteka i kafića vodi legalne i ilegalne poslove. I on je, pokazuju dokumenta, za glavnog finansijskog partnera odabrao HAAB.

Ostatak priče postaće, rekli bi pripovjedači skloni klišeima, legenda. Ili optužnica. Sanader je prošle godine iznenada podnio ostavku na državnu i partijsku funkciju, a trenutno se nalazi na ,,duže planiranom odmoru” u Americi. Mediji u Hrvatskoj kažu da je u bjekstvu. Đukanović će, najavljuje se, do kraja godine ili najkasnije na proljeće podnijeti ostavke na državnu i partijsku funkciju. Nema informacija o tome gdje će na ,,duže planirani odmor”. Da li je u pitanju samo puka koincidencija? I Darko Šarić je na ,,odmoru”. Ostavku na funkciju u klanu, da znamo, nije podnosio.

SKLAPANJE MOZAIKA: Četiri su događaja minulih dana aktuelizovala aferu HAAB. U petak 13. avgusta, u Austriji je uhapšen Volgan Kulterer čovjek koji je 15 godina vodio HAAB (do 2005.), osmislio njenu politiku širenja na Balkanu ali, prema tvrdnjama austrijske policije i tužilaštva, i konstruisao međunarodnu šemu pranja novca preko fiktivnih kredita.

Potom je zagrebački Nacional izvjestio kako je Državno tužilaštvo Hrvatske, u sklopu međunarodne istrage o pronevjerama i pranju novca u Hipo banci, započelo rad na predmetu u kome se bivši premijer Sanader sumnjiči da je sredinom prošle decenije primao nezakonitu proviziju (oko 800 hiljada DEM) od hrvatskog tajkuna Miroslava Kutle za kredit od četiri miliona DEM koji mu je sredio u austrijskoj banci.

Tužilaštvo u Zagrebu je demantovalo tvrdnje Nacionala da je optužnica protiv Sanadera spremna saopštavajući da su informacije u navedenom članku «u najmanju ruku preuranjene”. Krivicu je, izjavom poslatom iz SAD, negirao i Ivo Sanader.

To nije zaustavilo pisanje hrvatskih medija. A oni tvrde kako su hrvatske obavještajne službe, najkasnije 2007. godine, imale informaciju o tzv. Sanaderovom fondu u Hypo Alpe Adria Banci Klagenfurt, kojim je kao povjerenik HAAB raspolagao sredinom prošle decenije. Sanader je taj novac, navodi se, uz proviziju «mogao preko svoje povjereničke mreže plasirati kao kredite fizičkim i pravnim osobama u Hrvatskoj”. Fond je, prema dokumentu iz 2007. godine, bio „težak” 140 milijuna eura.

CRNOGORSKE VEZE: Potom je, kao treći kamičak u mozaiku, na hrvatskom portalu necenzurirano.com objavljen prepis internog dokumenta HAAB Klagenfurt, pod nazivom Projekt Fokus s popisom ,,sumnjivih kreditnih plasmana” Hypo Grupe u Sloveniji, Hrvatskoj, BiH, Srbiji i Crnoj Gori.

Ovdašnji mediji su prenijeli taj spisak uz napomenu da je riječ o kreditima koji su dobijeni mimo uobičajene bankarske procedure (uz političke veze) ili uz nedovoljno kreditno obezbjeđenje. Za ovu priču, sa tog popisa je najinteresantniji kredit od 5,5 miliona eura odobren prije tri godine kompaniji Global Montenegro čiji su vlasnici Milo Đukanović i njegov kum Vuk Rajković.

Monitor je u više navrata upozoravao na činjenicu da je taj posao krajnje neobičan. Nadležni crnogorski zvaničnici nijesu u tom aranžmanu vidjeli ništa čudno. Austrijanci – jesu.

Ukratko, kompanija bez poslovnog pedigrea dobila je višemilionski kredit samo na osnovu želje da kupi plac na primorju i na njemu nešto sagradi. Uz to im je odobren i višegodišnji grejs period, mada se novac na crnogorskom tržištu u to vrijeme mogao plasirati pod, za zajmodavca, mnogo povoljnijim uslovima. Konačno, pohvalio se Đukanović novinarima, dijelom dobijenog novca kupljen je plac od 20.000 kvadratnih metara koji je stavljen pod hipoteku kao zalog za vraćanje već potrošenog kredita.

Dakle, HAAB je novac dala na ,,povjerenje” a potom prihvatila garanciju koja je dokazano manja od iznosa odobrenog kredita, iako bankarska praksa nalaže da vrijednost založene nekretnine bude makar dvostruko veća od odobrenog iznosa. Konačno, na kupljenom placu se ne radi ništa, tako da je pitanje da li će korisnici kredita biti u stanju da ga uredno otplaćuju.

Dva detalja nam ne dozvoljavaju da opisani posao posmatramo kao uobičajenu finansijsku transakciju.

Kredit za Global Montenegro odobren je i plasiran dok je potpredsjednik Upravnog odbora Hipo banke u Crnoj Gori bio Petar Ivanović, aktuelni savjetnik premijera Đukanovića za ekonomiju i direktor vladine Agencije za promociju stranih investicija.

Ivanović je razriješen početkom naredne godine (februar 2008.) nakon što su novi vlasnici HAAB saznali da je njihova filijala u Crnoj Gori u prethodnoj godini zabilježila 30 miliona eura gubitaka – uglavnom zbog rizičnih plasmana, odnosno teško naplativih ili nenaplativih kredita.

Nezvanično, Ivanović je smijenjen bukvalno preko noći. Zvanično, napustio je HAAB nakon što je ,,svojim profesionalnim angažovanjem dao doprinos ostvarivanju rezultata u prošloj godini”. Sagleda li se taj rezultata (gubitak) zvanična i nezvanična verzija se svode na isto.

ČUDNA KLIJENTELA: To nije jedina veza premijera i Banke za koju Domagoj Margetić urednik portala necenzurirano tvrdi da je ,,transbalkanska praonica novca”.

Pravne poslove oko registracije HAAB u Crnoj Gori, 2006. godine, obavila je advokatska kancelarija premijerove sestre Ane Kolarević. Ona je i danas pravni zastupnik ove banke. Da li je to možda razlog što država ne reaguje na saznanja da su neke privatne kompanije iz Crne Gore vraćanje kredita dobijenih od HAAB-a garantovale stavljajući u zalog državnu imovinu. O tome nas nijesu obavijestile državne institucije koje bi tu imovinu trebale da čuvaju već – NVO MANS. Na pitanje ko je dozvolio da se vlasnici divljeg gradilišta na Zavali zadužuju stavljajući pod hipoteku obalu u vlasništvu JP Morsko dobro, država je odgovorila šutnjom koja para uši.

Zašto to nikoga nije iznenadilo? Prije nešto manje od godinu dana Monitor je prenio i Margetićevu najavu da istraga u aferi HAAB ,,razotkriva balkanski tranzicijski model stvaranja lokalnih političkih i ekonomskih elita i učvršćivanja njihove moći na strahovitom ratnom plijenu, opljačkanom iz balkanskih država, posebno Hrvatske, Srbije, Slovenije, BiH i Crne Gore”. Uz sve kontroverze koje prate tog hrvatskog novinara čini se da je bio na dobrom tragu. O balkanskoj poslovnoj politici austrijske banke govori i podatak da je internom istragom, provedenom krajem 2007. godine, utvrđeno da se u među klijentima njenih filijala van Austrije nalaze i 24 osobe optužene za ratna zločine i dvojica terorista, koji su se sa tom dijagnozom nalazili na spisku EU na kojem se nalaze imena kriminalaca sa kojima evropske banke ne smiju sarađivati. Obične kriminalce i sumnjive političare među klijentima nijesu prebrojavali.

Monitor je još u prošlogodišnjem tekstu najavio da je Darko Šarić jedan od klijenata HAAB sa posebnim statusom. Proljetos smo te tvrdnje i dokumentovali tekstovima u kojima su detaljno navedeni sumnjivi poslovni aranžmani između HAAB-a, domaćih kompanija u vlasništvu Šarića i njegovi saradnika i niza of šor firmi koje su depozitima garantovale isplaćene kredite.

Predrag Mitrović, direktor Uprave za sprečavanje pranja novca i finasiranje terorizma potvrdio je Monitorova saznanja izjavom da «neke od pomenutih transakcija imaju status sumnjivih i kao takve su pod pažnjom nadležnih državnih organa”.

IZ DRUGE RUKE: Iz Hipo banke, tvrde da njihovo poslovanje u Crnoj Gori nije predmet bilo kakve istrage. ,,Nema indicija ni o kakvoj istrazi, niti bilo kakvih sumnjivih poslova, o čemu možete dobiti potvrdu i od nadležnih državnih organa”, saopšteno je novinarima prije nekoliko dana.

Ono što je u Crnoj Gori ili normalna pojava, ili nosi status službene tajne ipak je stiglo do javnosti. Ali opet kao proizvod saznanja policija iz inostranstva. Tako je Bečki dnevnik Esterajh prenio saznanje da je Šarić preko HAAB-ovih filijala u Lihtenštajnu oprao 100 miliona eura stečenih u kriminalnim poslovima. Model je bio identičan onom iz Crne Gore: of šor firme su polagale depozite kojima su garantovani krediti dati kompanijama u vlasništvu saradnika Šarića. Dužnik bi vratio samo simbolične iznose kredita pa se banka namirivala iz položenih depozita. Njoj je ostajao profit, a zajmoprimcu potvrda da novac kojim raspolaže ne potiče iz ilegalnih aktivnosti već je riječ o pozajmici iz banke.

Srpski mediji su izvjestili kako će Ivica Dačić, tamošnji ministar policije tokom zvanične posjete Beču zatražiti dodatne informacije od kolega iz Austrije. Ovdašnji mediji nijesu bili u prilici da prenesu izjavu bilo kog crnogorskog zvaničnika. Nije ih bilo.

Da li zato što misle da se nas to ne tiče? Ili se niko ne usuđuje da bilo šta kaže? Makar dok Đukanović ne ode na (ne)najavljeni odmor. (fonte "Daily News Montenegro").


ORIANO MATTEI

Oriano Mattei : Il Montenegro meta per ricchi , evasori ecc. ?



Milano 27 Agosto 2010

Il piccolo stato balcanico cerca di attirare capitali facendo ponti d'oro agli investitori stranieri e costruendosi una nuova immagine. Ma la corruzione e la scarsa trasparenza dei contratti continuano a preoccupare il resto d'Europa.
“Meglio di St. Tropez!”, ha esclamato Milo Djukanovic, primo ministro del Montenegro, passeggiando tra gli yacht ormeggiati in questa baia circondata da montagne sulla sponda orientale del Mar Adriatico. Non è proprio così, ma se Djukanovic e il gruppo di uomini d’affari stranieri che lo sostiene riusciranno nei loro intenti, il porto di Tivat potrebbe diventare la nuova meta vacanziera per i ricchi stranieri e il perno dell’audace tentativo da parte del minuscolo stato di ripulire la propria immagine macchiata dalla corruzione, e ottenere l'accesso all’Unione Europea.
Nell’ambito di un piano che punta ad attirare investitori da ogni parte del globo, Djukanovic – già presidente dell’agenzia per la promozione degli investimenti in Montenegro – la settimana scorsa ha affermato che chiunque sia disposto a investire 500mila euro o più potrebbe ottenere la cittadinanza montenegrina. Alla faccia della democrazia e delle regole internazionali.
"Il nostro non è un paese fatto per mediocri programmi di investimento: il Montenegro diventerà presto una delle mete più esclusive per il jet set di tutto il mondo", ha dichiarato Djukanovic davanti a un pubblico di imprenditori e politici che con mogli e fidanzate sorseggiavano champagne a una cerimonia organizzata per il completamento della prima fase dei lavori del porto.
Con una popolazione di circa 670mila abitanti, il Montenegro ha più o meno le dimensioni del Connecticut, e ha ottenuto l’indipendenza soltanto nel 2006. Con le sue montagne a strapiombo sull’Adriatico, il paese è la più bella “fusione di terra e mare”, come dichiarò una volta Lord Byron.
Vanja Calovic, a capo di “Mans”, un osservatorio sulla corruzione affiliato a Transparency International, ha detto: "Il Montenegro è un paese in saldo: sta vendendo tutto ciò che possiede e non sono sicura che stia ottenendo molto in cambio".
Effettivamente il governo di Djukanovic è molto aperto agli investitori. Le imposizioni fiscali sul reddito e sulle imprese al nove per cento sono tra le più basse d’Europa, e nel tentativo di spianare la strada al progetto Tivat il parlamento ha tagliato l’Iva per tutto ciò che attiene al porto nella misura del 7-17 per cento. La Commissione Europea ha immediatamente accusato il paese di non rispettare le leggi sulla concorrenza.
L’azienda più importante del Montenegro – la Kap, che produce alluminio ed è responsabile di oltre la metà delle esportazioni del paese – nel 2005 è stata venduta a un miliardario russo, Oleg Deripaska, che ha investito anche nel porto con un contratto alquanto controverso.
Fiuto per gli affari
I sostenitori del governo affermano che in un mondo altamente competitivo, i piccoli paesi come il Montenegro devono saper attirare i capitali stranieri. In molti, però, pensano che questo atteggiamento rifletta l’improbabile mix di affari e politica e comporta il rischio di accordi corrotti e poco trasparenti.
Dai registri pubblici lo stipendio di Djukanovic risulta essere di soli 1.256 euro al mese, ma da tempo i suoi avversari sostengono che il primo ministro e altri parlamentari arrotondino grazie a una rete di interessi in affari esterni. Nel 2006, quando lasciò temporaneamente il proprio incarico pur restando membro del parlamento, Djukanovic ha fondato una società di investimenti immobiliari, anche se adesso non se ne occupa più direttamente.
Oltre a un'indubbia presenza fisica, con il suo metro e ottantacinque di altezza, Djukanovic ha una presa d'acciaio sulla sua poltrona fin dal 1991, ben prima che il Montenegro fosse indipendente: è stato in posizione di comando per quasi tutto questo tempo e attualmente sta servendo il suo sesto mandato come primo ministro.
Secondo l’ Organized Crime and Corruption Reporting Project, Djukanovic avrebbe ammesso di essere stato coinvolto negli anni novanta nella gestione di un’azienda che trafficava in  sigarette, ma ha ripetutamente smentito ogni accusa di illeciti. Nel suo rapporto del 2009 sulla situazione in Montenegro, decisivo ai fini dell’ammissione all’Ue, la Commissione europea ha affermato che “la corruzione è prevalente in molte aree e continua a costituire un serio problema”. Il vicepremier Igor Luksic ha detto che il governo ha fatto molti progressi nella lotta contro la corruzione, e di recente ha adottato un piano di interventi mirati per arginare le preoccupazioni dell’Ue in proposito.
Malgrado il tappeto rosso srotolato per gli stranieri più ricchi, in Montenegro non è facile realizzare guadagni: oltre ai rischi associabili alla maggior parte dei mercati emergenti in Europa, infatti, il paese preoccupa gli investitori per le sue esigue dimensioni e la forte presenza di insider.
E' intanto è di questi giorni che è scoppiato un nuovo scandalo dove la Hypo Alpe Adrya Group, sarebbe nel mirino degli investigatori, con l'accusa di riciclaggio di denaro provenienze da azioni criminali, dove vedrebbe coinvolte parecchie società Montenegrine e anche in primis il Premier Milo Djukanovic.
Io credo che la candidatura del Montenegro presso l'Unione Europea con l'attuale Governo e in special modo con la presenza del Premier Milo Djukanovic, sia e sarà un grande errore, perchè porterà solo ed unicamente problemi a tutta la comunità.
Prima il Montenegro dimostri seriamente di combattere la corruzione, la criminalità organizzata, paghi i debiti contratti con i cittadini Europei incluso lo svrivente e poi potrà seriamente e finalmente entrare a far parte dell'Unione Europea.


ORIANO MATTEI

giovedì 26 agosto 2010

Oriano Mattei : Dopo il calo di ieri, Partenza vivace per le Borse europee




Milano 26 Agosto 2010

1 - BORSA: EUROPA TENTA IL RIMBALZO, I BANCARI GUIDANO FTSE MIB A +0,7%. PARIGI LA PIU' VIVACE (+1,1%). SOTTOTONO LE UTILITIES
Radiocor - Partenza vivace per le Borse europee che tentano il rimbalzo dopo il calo di ieri. Parigi, la migliore, ha aperto in rialzo dell'1,1%, Londra dello 0,73% e Francoforte dello 0,6%. A Milano, +0,68% il Ftse Mib, in evidenza i bancari con Mps a +1,5% e Intesa Sanpaolo a +1,47%. Bene anche Tenaris e Pirelli, per entrambe +1,3%. Sottotono le utilities: A2a lascia sul terreno lo 0,5%.

2 - BORSA TOKYO: IL NIKKEI RECUPERA LO 0,69%, MA LE TENSIONI RESTANO
Radiocor - L'indice Nikkei della Borsa di Tokyo ha interrotto oggi i suoi declini, dopo quattro sedute consecutive di ribassi, ed e' terminato in prog resso dello 0,69% a 8.906,48 punti, ma le tensioni sui mercati non sono sopite, lo yen resta forte e le autorita' sono ritenute troppo lente nell'agire. L'indice si sta ancora aggirando attorno ai valori minimi degli ultimi 16 mesi, a cui e' stato spinto dalle fluttuazioni rapide della divisa nipponica contro euro e dollaro. Il leggero indebolimento della moneta oggi ha consentito alla Borsa di prendere una boccata di ossigeno, ma il volume degli scambi resta flebile.

3 - MORNING NOTE: ECONOMIA E FINANZA DAI GIORNALI
Radiocor - FIAT: La presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, difende il Lingotto: 'Azienda in linea con prassi e legge' (dai giornali). La Fiom di nuovo in tribunale sul caso dei tre operai: chiesti chiarimenti sulla sentenza di reintegro (dai giornali). L'ad Sergio Marchionne scrive al Quirinale 'Ecco le nostre ragioni: rispetto della magistratura ma rispetto delle scelte aziendali' (dai giornali).
CRISI: Standard & Poor's boccia ancora l'Irlanda e anche Atene torna nel mirino dei mercati (dai giornali). Crollo record delle vendite di case Usa: toccati i minimi dal 1963. (dai giornali). Il Governo tedesco vara la tassa sugli utili bancari per finanziare il fondo anti crisi (dai giornali)
CONTI PUBBLICI: Il ministro dell'Economia, Giulio Tremonti, propone gli otto punti per ripartire: 'Riapre il cantiere del fisco: parliamo di sgravi a imprese e famiglie'. (dai giornali) 'Una riforma fiscale contro il mostro deflazione'.
SEAT PAGINE GIALLE: Consob sanziona Mediobanca, Credit Agricole ed Equita per lo scoperto sulle azioni della societa' (dai giornali)
UNICREDIT: Il presidente di Generali, Cesare Geronzi, spegne l'allarme della Lega: 'I libici sono i migliori azionisti che ho mai avuto' (dai giornali)
ALIMENTARE: Una guerra in famiglia per i biscotti di Spagna. H battaglia nel gruppo Gullon (Il Sole 24 Ore, pag 33).
MORNING NOTE: L'AGENDA DI GIOVEDI' 26 AGOSTO
Radiocor - Parigi: conferenza stampa Credit Agricole per la presentazione dei risultati semestrali.
- CDA (approvazione dati contabili) di Acegas-Aps, Banca MPS, Banca Popolare di Milano, Hera e Tod's.
- Cortina (Bl): 'Conquistare il mondo'. L'amministratore delegato dell'Eni racconta la sua storia e spiega l'Italia come e' dall'estero. Dialogo tra Paolo Scaroni ed Enrico Cisnetto.
- Rimini: proseguono i lavori del Meeting di Cl al quale intervengono, tra gli altri, Sergio Marchionne, amministratore delegato Fiat, Bernhard Scholz, presidente Compagnia delle Opere, Antonio Tajani, vice presidente Commissione europea, Marco Arzilli, segretario di Stato all'Industria della Repubblica di San Marino, Sergio Dompe', presidente Farmindustria e Giuseppe Orsi, amministratore delegato di AgustaWestland.
- Roma: il Tesoro offre in asta BoT a sei mesi per 9,5 miliardi di euro e CTz a due anni per un importo pari a 4 miliardi.

4 - TREMONTI: RIPRESA INCERTA, TORNARE A DISCUTERE DI RIFORMA FISCALE
Radiocor - 'Come la crisi ha sorpreso il mondo con il suo arrivo improvviso, ma non il Governo, cosi' la ripresa si presenta con margini molto ampi di incertezza, disomogeneita', discontinuita', tanto da essere per tanti ancora terra incognita'. Lo ha detto il ministro dell'Economia, Tremonti intervenendo al Meeting di Comunione e Liberazione. 'Dobbiamo riaprire il cantiere delle riforme, delle cose da fare: stiamo cominciando a fare le analisi della realta' economica e a scrivere alcuni punti su cui riflettere. Dobbiamo ricominciare a discutere di riforma fiscale - ha aggiunto -per semplificare regimi e aliquote per famiglie, lavoro e ricerca'.

5 - ENI: SCARONI, BP? GUARDIAMO AD ASSET SE IN VENDITA. PER LA RETE GAS DI ISTANBUL PER ORA SOLO BANDO DI GARA
Radiocor - 'Se Bp mette in vendita qualche asset, ma per ora non e' avvenuto, guarderemo' a quelli dove 'siamo soci per esercitare il diritto di opzione'. Lo ha detto l'amministratore delegato di Eni, Paolo Scaroni. Gli asset a cui il gruppo Eni potrebbe essere interessato sono in 'Egitto e Indonesia - ha spiegato Scaroni - ma per il momento non ho letto alcuna intenzione di Bp di cedere'. E sull'interesse per la rete gas di Istanbul, ha aggiunto Scaroni, 'per il momento non c'e' niente, solo un bando di gara'.

6 - ISAE: SCENDE AD AGOSTO LA FIDUCIA DEI CONSUMATORI
Radiocor - Fiducia dei consumatori in calo in agosto. L'indice calcolato dall'Isae e' sceso a 104,1 da 105,5 di luglio, sui minimi da marzo 2009. La flessione e' part icolarmente marcata per le valutazioni sulla situazione personale, ma migliora la fiducia nel quadro economico generale. Particolarmente sfavorevoli le valutazioni sul mercato dei beni durevoli e le possibilita' future di risparmio, migliorano i giudizi sulla situazione del Paese.

7 - UNICREDIT: CREDIT AGRICOLE INTERESSATA A CESSIONE PIONEER
Radiocor - Credit Agricole potrebbe essere interessata a Pioneer, la controllata del gruppo Unicredit. Lo ha detto l'ad della banca francese, Jean-Paul Chif flet, in una conferenza stampa, precisando di restare in attesa che Unicredit faccia chiarezza sui suoi progetti per Pioneer. Lo scorso maggio UniCredit ha dato mandato a BofA-Merrill per esplorare tutte le opzioni strategiche per Pioneer al fine di valorizzare la societa'.

8 - FALCK, GLI OCCHI CONSOB SULLE VALUTAZIONI UNICREDIT
Corriere della Sera (a.jac.) - Sui conflitti in famiglia tra i Falck e i Marchi ora ci si mette anche la Consob. L'Authority dei mercati ha chiesto ad Actelios (gruppo Falck) di dare spiegazioni in merito alla valutazione espressa su Falck Renewables, la controllata del gruppo Falck che verrà conferita in Actelios in cambio di azioni di nuova emissione. E questo proprio in vista dell'assemblea straordinaria del 27 agosto che dovrà approvare il progetto e soprattutto il presunto concambio (0,58 azioni Actelios per ogni azione di Falck Renewables).
La Consob accende il faro su un report di Unicredit del 4 giugno scorso, in cui gli analisti di Piazza Cordusio si esprimevano sul riassetto che concentrerà nella società del gruppo Falck quotata a Piazza Affari tutte le attività nel settore delle rinnovabili. A incuriosire la Commissione è stata la «forchetta» tra la valorizzazione di 363 milioni fatta dagli analisti di Unicredit Research e quella (di gran lunga maggiore) stimata dal consiglio di amministrazione, di 518 milioni. E cosa ancora più curiosa, che per arrivare a questa cifra il consiglio di Actelios si sia avvalso della «fairness opinion» del suo advisor: ancora una volta Unicredit.
Per tutelare gli azionisti di minoranza (tra cui i Marchi) della bontà della valutazione l'organo di vigilanza chiede al gruppo guidato da Federico Falck di pubblicare un documento da presentare all'assemblea in cui si spiega nel dettaglio come il cda sia arrivato a quella cifra. Ieri la società ha depositato un supplemento al documento informativo sul riassetto di Actelios, in cui è contenuto un paragrafo dedicato alle «Considerazioni sul report di Unicredit Group del 4 giugno 2010».
Per quanto a conoscenza della società - si legge nel documento - la principale motivazione della differente valorizzazione di Renewables «risiede nell'applicazione, da parte di Unicredit Research, di una differente metodologia di valutazione rispetto a quella utilizzata dal cda di Actelios ai fini della determinazione del rapporto di concambio». Quale delle due Unicredit avrà ragione?
Gli advisor la cui valutazione è stata giudicata corretta anche dal perito nominato dal Tribunale, Mazars. O gli analisti di Unicredit Research (indipendente e separata da altre unità del gruppo bancario). Il fatto che advisor e analisti avessero a disposizione informazioni diverse dimostra, almeno questa volta, l'esistenza in una banca di quei «muri cinesi» che devono impedire scambi di informazioni sensibili tra consulenti e analisti.

9 - GATES E BUFFETT AI CINESI RICCHI: «PIÙ FILANTROPIA»
Corriere della Sera - Viaggio in Cina, il mese prossimo, per Bill Gates e Warren Buffett. Obiettivo: spiegare a «persone molto fortunate» come hanno già convinto 40 miliardari americani a donare la metà del loro patrimonio aderendo al progetto «Giving Pledge», cioè «La promessa solenne a donare». La Cina, secondo Forbes, è il Paese con il maggior numero di miliardari dopo gli Usa. Prossima, nel marzo 2011, l'India.

10 - FERROVIE NTV CONTRO MORETTI «TRENITALIA RITARDA LO SVILUPPO»
Il Giornale - Le polemiche sulla concorrenza sollevate martedì dall'amministratore delegato delle Fs, Mauro Moretti «sono inutili: è lui il vero ritardatore dello sviluppo del Paese». Ntv replica con durezza all'affondo con cui Moretti aveva denunciato come la società ferroviaria presieduta da Luca Cordero di Montezemolo sarebbe stata avvantaggiata nell'ottenere le licenze. Ntv - si legge in un comunicato - ha sempre evitato ogni polemica con il gruppo Fs «nella convinzione che le stesse non siano d'aiuto alla realizzazione dei nuovi progetti».
Le dichiarazioni di Moretti, prosegue il gruppo, «hanno però superato ogni limite e ci impongono quindi di precisare con la massima fermezza che il progetto di Ntv procede nel totale rispetto delle direttive, delle leggi e delle norme stabilite in sede europea e nazionale con buona pace di Moretti». Ntv precisa che intende «contribuire al miglioramento del servizio ferroviario nell'interesse dei cittadini e dei viaggiatori che avranno finalmente la possibilità di scegliere l'operatore con cui viaggiare». Il servizio dovrebbe partire a settembre del 2011.

11 - 2010, LA FUGA DAL MATTONE USA CONTINUA
Il Giornale - «Home, sweet home», addio. È un brutale stravolgimento di abitudini consolidate quello che gli americani stanno vivendo ormai da quattro anni, ovvero dallo scoppio della bolla immobiliare. Da allora, il mattone ha perso lo status di bene-rifugio per eccellenza, assumendo i contorni del bene svalutato, inappetibile, fonte di perdite e di guai. Oggi il mercato della casa rappresenta, assieme alla disoccupazione, uno dei problemi più seri per l'America. Forse irrisolvibile.
Nelle ultime 48 ore è arrivata una duplice batosta sulle residue speranze di ripresa germogliate la scorsa primavera grazie, però, al programma di stimoli fiscali governativi. La realtà è un'altra: le vendite di case esistenti sono crollate ai minimi da 15 anni (dato di martedì), quelle di nuove abitazioni (dato di ieri) sono addirittura precipitate al livello più basso dal 1963, anno dell'uccisione del presidente John Kennedy.
Nei quartieri residenziali i cartelli con le scritte «for sale» certo non mancano, ma sono nettamente inferiori a quella che potrebbe essere l'offerta reale. Nonostante tassi ai minimi storici, gli acquirenti stentano a materializzarsi, forse spaventati dalla prospettiva di ritrovarsi un mutuo sulle spalle se dovesse saltare il posto di lavoro, oppure perché già troppo indebitati o, più semplicemente, perché scommettono su un'ulteriore discesa delle quotazioni. Al tempo stesso, molti potenziali venditori restano in stand by per il timore di dover abbassare le pretese. Così nessuno fa la prima mossa.
«È una profezia che si autorealizza - spiega un agente immobiliare californiano -. Se tutti i compratori hanno la percezione che i prezzi caleranno, smettono di fare offerte e i prezzi calano». Infatti: il costo delle nuove abitazioni è ai minimi da dicembre 2003. Il futuro? Nero. Con un tasso di disoccupazione al 9,5%, sostengono gli analisti, le difficoltà del mattone proseguiranno: «Il comparto ha contribuito in modo deciso alla recessione, ora bisognerà vedere quanto le sue difficoltà si faranno sentire sulla debole ripresa economica».


ORIANO MATTEI

Oriano Mattei : Anche i ricchi piangono: non possono più atterrare con l’elicottero nel giardino di casa a Porto Cervo.




Milano 26 Agosto 2010

1 - Sarà un caso? Però che caso! Va raccontato. Il presidente Berlusconi arriva a Porto Rotondo in vacanza e il giorno dopo compare a Olbia Noemi Letizia, la ragazzina napoletana che in parte ha contribuito a sfasciare le nozze del Nano di Arcore. "Papi è qui? Non so, io faccio i cavoli miei". Non alloggia negli hotel di lusso di Porto Cervo, ma nel più economico Alessandro alle porte della city. E chiacchierando qua e là, più qua che là, spesso anche lì, a chi le chiede l'autografo offre notizie: "Parteciperò al programma "Chiambretti night" che partirà in autunno su Canale 5. Questa è la mia strada, fare la showgirl, da Chiambretti ballerò, canterò e presenterò". Grande cavolata: Pierino ha smentito tutto.

2 - Piero Filigheddu, neo sindaco di Arzachena (capitale della Costa Smeralda), ha le palle. Ma qualcuno gliel'ha giurata: "Tenzione che te le tagliamo". Infatti il primo cittadino più ricco della Sardegna (per le tasse che fa pagare ai divi) ha emesso una ordinanza con la quale, sedutastante, vieta a qualsiasi elicottero privato di atterrare nel giardino di casa.
La Costa è piena di elicotteri che atterrano e si alzano da spiazzi pericolosi, ma vicini al tavolo imbandito. Dalla cloque alla griglia fumante. Li ha spediti tutti negli eliporti sicuri e governativi. "L'atterraggio e il decollo", ha precisato " provocano mini-terremoti a vicini di casa e ai bagnanti in spiaggia, costretti a subire i lati negativi di questo servisio di lusso". E scherza: "Mi taglieranno le palle? E io comincio a tagliare le pale".

3 - Il grande Totti giallorosso, suo amico, direbbe: "A Bria, ma che te sei magnato?". Carta canta, anzi conto canta. Flavio Briatore con amici è stato invitato a cena dal conte Simone Avogadro di Vigliano nel ristorante La Scogliera di La Maddalena, un gioiellino che ha visto adagiare sulle proprio sedie chiappe celebri, da Meril Streep a Janet Jackson, dal principe arabo Al Walee con 40 ladroni al principe Andrea d'Inghilterra.
Sono in tutto 15 e chiedono di gustare spaghetti con l'aragosta, e insalatina di contorno. Tutto ottimo sia chiaro. Meno il conto: 3300 euro tondi tondi e pure quadrati (cioè quanto è avvenuto nel basso ventre del conte di Vigliano). "Ma che siamo a Hollywood?", ha protestato. "Nei locali di Porto Cervo pago meno, non sono un principe arabo io!". Il proprietario si difende: "Da me nessuno mai protesta, mangiano bene, pagano e se ne vanno felici". Questa volta però tutti dal giudice.

4 - Fabrizio Corona, l'uomo più rincorso dai giudici per i reati che combina, è sceso a Porto Cervo nel miglior hotel e ha dato ordini tassativi: "Nessuno deve disturbarmi, neanche i camerieri". E subito si è immerso nella lettura del copione delle nuove puntate di "Squadra Antimafia", la fiction di Canale 5 prodotta da Pietro Valsecchi che in autunno aveva segnato il suo esordio come attore nella parte di uno spietato galeotto omicida. Nessuno disturbi l'assassino!

5 - Gianni da Olbia, uomo di terra , di mare e di porti, ci segnala una chicche. "A proposito di spilorci, come mai il Force Blue di Briatore è ormeggiato da settimane al porto vecchio di Olbia e non a Porto Cervo? Semplice, a Olbia l'ormeggio costa due euro... pardon due euro mentre a Porto Cervo un occhio della testa".

6 - In transito a Porto Rotondo la bellissima Costanza Caracciolo, velina in carica di "Striscia la notizia", ha confidato alle amiche di avere "un forte ritardo" e insomma... potrebbe essere incinta di Alessandro Fogacci, difensore del Pavia. Ricci prepara nuova velina!

7 - Valeria Marini a Cagliari per il concerto di Gigi D'Alessio in compagnia della sua inseparabile amica Linda Batista. Proprio la Batista sfoggiava all'anulare della mano sinistra un anello tempestato di rubini e di diamanti del valore di svariate migliaia di euro. "E' un dono di Valeria", ha confidato "quando me lo ha messo al dito ho pianto. Noi siamo fatte così, inseparabile come fidanzate".
- Non siete spilorci, è rimasta ancora una villa da affittare a Porto Cervo, zona Liscia di Vacca, quasi in spiaggia, 5 camere, 10 posti letto, giardiniere presente e già pagato, costo: 25 mila euro. Però per un intero mese. Correte altrimenti se la cuccano i russi, loro comperano e affittano tutti, purché sia caro

8 - Sono arrivati in incognito e sono così belli e teneri che nessuno osa disturbali, né al Cala di Volpe né al Pitrizza dove si spostano per depistare i paparazzi. Sono Cesare Prandelli neo mister della Nazionale Azzurra e la bionda Novella Benini, una delle donne più belle e ambite di Firenze, nota per il suo lungo fidanzamento con il manger Chicco Testa. Ottimo gol Cesare, compliment.

9 - Tornano sempre sul luogo del... relitto. A Porto Cervo due mesi fa la bellissima modella ucraina Kristina Liliala, 22 anni, aveva ucciso il suo matrimonio con il calciatore Lothar Matthaeus (ex capitano della Germania e Pallone d'Oro con l'Inter) mostrandosi tra le braccia dell'italianissimo Matteo Baldo, e ora è tornata sulle stesse spiagge per chiudere la stagione (e la storia con Lothar).


ORIANO MATTEI

Oriano Mattei : Antonio Di Pietro : "Saviano lasci la mondadori e i lettori la boicottino".




Milano 26 Agosto 2010

1 - DI PIETRO: "SAVIANO LASCI MONDADORI, I LETTORI LA BOICOTTINO"
Repubblica - «Roberto Saviano lasci la Mondadori, il lettori comprino altri libri». L´appello lo lancia dal suo blog Antonio Di Pietro. Il leader dell´Idv invita «gli autori a valutare bene quale sia la merce di scambio quando decidono di pubblicare con la Mondadori. Sappiano che in gioco non ci sono solo le copie vendute e le royalty retrocesse ma ben altri valori non commerciabili. Stesso invito rivolgo ai lettori: nell´acquistare si orientino verso libri etico-compatibili».

2 - QUALITÀ DELL'EINAUDI E LOTTA AL PREMIER - LE «VERITÀ PARALLELE» DEGLI INTELLETTUALI
Paolo Di Stefano per Corriere della Sera
È davvero una questione delicata, quella sollevata dal teologo Vito Mancuso: un problema di coscienza, etico e/o politico, di fronte al quale non è facile schierarsi in modo netto per gli autori del gruppo Mondadori (e di conseguenza di Einaudi) che professano una fede antiberlusconiana.
Le posizioni finora espresse sono sfumate, ma in fondo abbastanza prevedibili: e, tranne don Andrea Gallo (che ha annunciato la sua fuga da Segrate), nessuno ha raccolto la sfida del teologo mettendo in dubbio la propria permanenza nel gruppo Mondadori. Lo stesso Mancuso, dopo aver scritto il suo appello, non ha ancora sciolto il dilemma.
E anzi, in risposta a un lettore della «Repubblica», sembra far prevalere ora il richiamo degli affetti e della riconoscenza per gli amici di Mondadori, le istanze della «semplice umanità». Ma va detto che in generale gli intellettuali chiamati in causa hanno replicato esponendo due verità parallele: l'una riguarda la qualità professionale dei funzionari editoriali, l'altra, politica, riguarda il conflitto di interessi e il premier-padrone.
Nel confronto, prevale sempre la prima istanza. Michele Serra, invece, si meraviglia che il secondo corno della questione venga tanto trascurato (bisognerebbe aggiungere che, curiosamente, viene «trascurato» nella fattispecie proprio da opinionisti che invece fanno dell'antiberlusconismo il loro impegno quotidiano): «Per dirla secca - scrive Serra su «la Repubblica» - se l'editore di questo giornale diventasse capo del governo (...) sarei costretto a pormi da subito il problema della mia indipendenza professionale».
È nettissimo, Serra. Specie se confrontato con la posizione espressa da Eugenio Scalfari nella pagina accanto. Dice Scalfari in sostanza: «Se il gruppo editoriale che guida la Einaudi cambiasse o se i suoi dirigenti si piegassero a richieste politicamente scorrette e per me incompatibili, non esiterei un istante ad andarmene».


ORIANO MATTEI

Oriano Mattei : Fausto Cattaneo "Come ho infiltrato i cartelli della droga



Milano 26 Agosto 2010


Testimonianza in prima persona delle operazioni sotto copertura di un agente dei servizi antidroga.
I cartelli della droga colombiani, la mafia turca e la via dei Balcani, il riciclo dei proventi della droga nelle banche svizzere: il commissario Fausto Cattaneo ha partecipato a tutte queste inchieste.
Abbandonato dai suoi colleghi e perseguitato dai sicari sudamericani, stila un bilancio d’impotenza.
Vero mago delle operazioni d’infiltrazione si finge trafficante, avvocato, finanziere senza scrupoli e banchiere cinico. Nel libro racconta dall’interno questo universo allucinante dove s’intrecciano criminali, poliziotti e informatori, e dove il confine tra queste “categorie” non appare sempre pulito.
Tra protezioni politiche e rivalità tra polizie, incompetenza di alcuni e mancanza d’audacia di altri, questa demistificazione del mondo dei trafficanti di droga porterà Fausto Cattaneo, uno degli agenti d’infiltrazione più decorati della sua generazione, a gettare gravi accuse sulle strane pratiche di certi suoi colleghi e sulle mancanze di qualche magistrato.
All’inizio degli anni Ottanta Cattaneo partecipa alla prima grande inchiesta internazionale contro i cartelli della droga: l’operazione Hun.
Si infiltra nell’organizzazione del trafficante boliviano Roberto Suarez, uno degli uomini più potenti del paese. Il bilancio dell’operazione è notevole: 600 chili di cocaina sequestrati e il figlio di Suarez arrestato. In una lettera al presidente Reagan il boss boliviano propone, in cambio della liberazione del figlio, di pagare il debito estero della Bolivia!
Con questo libro l’autore costruisce un grave castello di accuse:
gli squadroni della morte diretti da Klaus Barbie si finanziano grazie al traffico di cocaina; le complicità svizzere nel circuito del riciclaggio dei proventi della droga; un crocevia scoperto... in Vaticano; ecc.
In Svizzera hanno provocato le dimissioni del ministro della giustizia Elisabeth Kopp, accusata di aver protetto il marito avvertendolo di un inchiesta che lo vedeva coinvolto.
In Italia hanno gettato sospetti sulla provenienza e sull’invio di fondi legati all’impero Fininvest e a politici italiani, nonché a terroristi di estrema destra implicati nella strage di Bologna.
Fausto Cattaneo, commissario di polizia svizzero, è stato nominato alla testa del servizio antidroga di Locarno nel 1975 prima di dirigere, dal 1987 al 1992 il Servizio informazioni sulla droga della polizia svizzera. È stato uno degli agenti infiltrati più decorati della sua generazione.
I riconoscimenti sono giunti da: Associazione internazionale delle polizie antidroga; DEA; FBI; BKA; Interpol e dalla maggior parte delle polizie europee.
Qui sotto, riportiamo estratti dei primi capitoli del libro uscito nel mese di Giugno dal titolo "Fausto Cattaneo . Operazione sotto copertura. Come ho infiltrato i cartelli della droga. Consiglio vivamente di acquistarlo e leggerlo con molta attenzione, perchè credo che mai nessuno sia arrivato a sapere tanto, come è descritto nello stesso libro. In questo libro, Finanza, Malavita organizzata e colletti bianchi, si intrecciano in un unica entità, con lo scopo di fare affari di qualsiasi natura.

Estratti dei primi capitoli:

[...]
Ho visto cose che nessuno dovrebbe vedere. Mi sono infiltrato nei santuari più segreti, scoperto le relazioni inconfessabili che uniscono i cartelli della droga e il mondo delle banche, della finanza, della politica e, in certe frange, della polizia e dei servizi segreti. Essendomi avvicinato ai cartelli latino-americani, alla mafia italiana e turca, so che una decina di persone sono ai vertici del traffico internazionale di droga. Come tutti i miei colleghi, conosco i loro nomi. Beneficiano di tali protezioni che non sono mai indagati. Ho tentato, invano, di rompere questo muro del silenzio. L’incompetenza degli inquirenti, più che la corruzione, è – alla fine – la migliore alleata degli intoccabili. Ho infine compreso perché, nelle condizioni attuali, la lotta al traffico internazionale di droga è votata al fallimento.
[...]
Conosco una buona decina di trafficanti di grosso calibro che hanno giurato di farmi la pelle. Parecchi “contratti” pendono sulla mia testa. Per quattro volte i cartelli della droga hanno inviato i loro sicari sulle mie tracce. Hanno fallito quattro volte, ma la partita è tutt’altro che chiusa. Come dimenticare le minacce di un boss boliviano che, mimando con le dita la forma di una pistola, fingeva di spararmi durante un processo a Miami? E un altro che non si sposta senza avere con sé la mia fotografia e il mio indirizzo? So benissimo che mi è destinato un proiettile; i trafficanti me lo hanno fatto sapere lasciandone uno accuratamente posato accanto ad un cadavere di un informatore. È successo a Locarno, nel cuore della pacifica Svizzera italiana, sul mio territorio. Quel giorno una miracolosa partita a bridge mi ha salvato la vita. In seguito sono sfuggito per un pelo ad una trappola a Milano; due dei miei informatori sono stati uccisi a colpi d’arma da fuoco, legati come volgari pacchi e abbandonati nel baule di un’auto ai margini di un campo. Eppure l’ottusità dei burocrati mi fa più paura delle minacce dei narcotrafficanti.
[...]
Sono boliviani. La bellezza piccante si chiama Heidi Suarez, ed è effettivamente l’ultima “miss Bolivia” in ordine di tempo. È accompagnata da uno dei suoi fratelli. I nostri schedari non contengono informazioni su questi individui. Fortunatamente, John Costanzo, il capo dell’antenna milanese della Drug Enforcement Agency (DEA), è un amico.
«Senti, John, ti chiamo solo per una piccola verifica. Ho bisogno che controlli nei tuoi schedari se hai qualcosa su una famiglia boliviana di nome Suarez.»
«Il nome mi dice qualcosa, ti richiamo.»
Due ore più tardi, Costanzo piomba improvvisamente e senza fiato nel mio ufficio:
«Lascia perdere tutto quello che stai facendo. Suarez è il pesce più grosso sul quale abbiamo mai messo gli occhi e tu partecipi all’operazione. Benvenuto nel club degli infiltrati.»
La Bolivia è uno dei paesi più poveri al mondo. Si coltiva la coca dalla notte dei tempi. Le popolazioni indiane masticano le foglie di questa pianta per dimenticare la fame e la disperazione di una condizione sovente paragonabile alla schiavitù. Questo consumo ha cambiato natura. La Bolivia è diventata uno dei principali produttori di un alcaloide conosciuto con il nome di cocaina. Sugli altopiani, migliaia di indiani sopravvivono grazie alla raccolta delle foglie che sono rivendute ad un vero e proprio cartello che si occupa di trasformarle in pasta di coca, da cui sarà estratta la droga. A capo del cartello c’è un grosso coltivatore che vale diversi miliardi di dollari: Roberto Suarez Gomez. È il padre di “miss Bolivia” e dei suoi fratelli che ho incrociato nel Night Club di Ascona. John Costanzo, eccitato, mi spiega:
«La DEA ha appena dato avvio, da Miami, ad un’operazione per infiltrare l’organizzazione di Suarez. Roberto Suarez detiene il monopolio della cocaina boliviana e controlla il governo del paese. Dobbiamo sapere cosa sono venuti a fare in Svizzera. Cosa hanno a che fare i suoi figli con i tuoi due malviventi?»
[...]
Dopo aver avvertito il procuratore di Lugano, Renzo Respini, e con la sua autorizzazione, m’involo per Miami: destinazione il quartier generale dell’operazione destinata a far cadere Roberto Suarez. Nome in codice: Hun.
Roberto Suarez è potente. Il 10 luglio 1980, al suo amico e suo protetto generale Garcia Meza riesce il 189° colpo di stato nella storia boliviana, conosciuto con il nome di “colpo di stato della cocaina”, tanto sono stretti i legami tra i trafficanti e i militari. Gli agenti della DEA hanno convinto una ex amante di Roberto Suarez a collaborare. La ragazza ha paura. Perché parla? Ha compreso che i giorni del nuovo capo dello Stato sono contati? Che gli Stati Uniti non possono tollerare la presenza di un regime così legato ai trafficanti di droga nella loro riserva di caccia latino-americana? È mantenuta dalla DEA? È da lei che la polizia antidroga americana viene a sapere che i soldi di Suarez sono riciclati in Svizzera. Faccio fatica a crederlo.
Per comprendere la mia reazione, bisogna ricordare il contesto dell’epoca. Non si parlava di riciclaggio se non a bassa voce. Certo, la Svizzera aveva già la reputazione di non essere troppo esigente sull’origine dei soldi che lavorano nelle sue banche, ma si parlava solo di evasione fiscale e in nessun caso di narcodollari. So che i boss del narcotraffico non sono nessuno fuori dal loro territorio. Non vedo quindi come Roberto Suarez possa riciclare i suoi soldi in Svizzera. Se un boliviano versa svariati milioni di dollari su un conto senza un garante svizzero, è probabile che venga segnalato alla polizia. Deve quindi utilizzare dei pesci pilota solidamente impiantati nella Confederazione. Chi?
[...]
Fisico da atleta, biondo con occhi azzurri, Hans Joachim Fiebelkorn è un giovane tedesco che potremmo definire acculturato e intelligente, se non fosse per la sua propensione al culto del III Reich. La frequentazione di gruppi neonazisti lo ha portato ad incontrare Klaus Barbie a La Paz. Sedotto dalle qualità del giovanotto e dal suo fanatismo, il vecchio responsabile della Gestapo di Lione ne fa il suo braccio destro. Fiebelkorn apre a Santa Cruz, altra città boliviana, un bar decorato tipo III Reich dove si ritrovano, sotto un ritratto di Hitler e diverse svastiche, i “fidanzati della morte”.
Fine 1981, su pressione degli americani il presidente Garcia Meza è costretto a sciogliere questa unità paramilitare neonazista. Fiebelkorn lascia il paese per l’Argentina, dove viene arrestato per il possesso di tre chili di cocaina e un impressionante stock di materiale di propaganda nazista. Contattato dall’antenna locale della DEA, accetta di collaborare con l’agenzia americana in cambio dell’immunità.
La DEA lo rimpatria in Europa così da poter essere consegnato al BKA (Bundeskriminalamt) tedesco. Poi viene il mio turno per poterlo interrogare. Il mio primo incontro con Hans Joachim Fiebelkorn si svolge negli uffici della DEA presso il consolato americano di Milano. Segretamente lo accompagno in Svizzera e lo sistemo in un albergo di Locarno senza notificarlo ai miei superiori e senza riempire la documentazione per gli uffici dell’immigrazione. Cinque giorni più tardi i nostri rapporti, senza essere particolarmente cordiali, si sono distesi. Mi consegna delle fotografie dei suoi ex compagni d’armi, mi racconta i massacri organizzati dai “fidanzati”, dei furgoni stipati di dollari e scortati attraverso La Paz fino alla banca della famiglia Suarez. Devo invece rinunciare a qualsiasi uscita pubblica in sua compagnia. Una sera che mi ero preso il rischio di portarlo fuori è saltato su un tavolo di un bar, il braccio destro teso in avanti urlando: «Heil Hitler!»
Procuro a Fiebelkorn un passaporto falso. Su mia richiesta, un magistrato lo autorizza ad incontrare Suarez junior in prigione. Junior non sa che Fiebelkorn è stato arrestato e non sospetta che sia passato dalla nostra parte. Il tedesco si presenta in prigione. I secondini non sono a conoscenza del piano e mi avvisano immediatamente. Autorizzo a mia volta l’incontro e chiedo che ai due venga messo a disposizione un ufficio. Suarez abbraccia Fiebelkorn. La loro conversazione è priva d’interesse ma, di tanto in tanto, bisbigliano. L’agente incaricato della loro sorveglianza, uno dei miei uomini, ha ricevuto istruzioni di non ascoltare; al contrario deve ostentatamente leggere il suo giornale. Non mi servono orecchie indiscrete poiché alla fine Fiebelkorn mi metterà al corrente. Junior gli chiede di riunire i “fidanzati” in Svizzera per farlo evadere con un’azione di commando. Un’idea interessante della quale potrei approfittare. L’unico modo per scoprire le ramificazioni dell’organizzazione è quello di lasciare che Fiebelkorn ricostituisca in Svizzera il suo squadrone della morte. Ho capito che Junior continua a comandare dalla sua cella. Tanto vale organizzarla noi, l’evasione, a condizione di non perderlo mai di vista.
Il magistrato al quale sottometto il mio piano ha difficoltà ad accettare i miei metodi, considerandomi quasi un folle. Il progetto è abbandonato.
[...]
Comunque, io non ho ancora finito con i due neonazi. Il magistrato italiano Gentile, incaricato delle indagini sulla strage che fece più di 85 morti e 150 feriti alla stazione di Bologna il 2 agosto 1980, aveva emesso un mandato d’arresto internazionale per Fiebelkorn. Un ex “fidanzato della morte” lo accusava di aver posato la bomba. Ora, Fiebelkorn dispone di un solido alibi: il giorno della strage stava ricevendo un carico di narcodollari in un aeroporto clandestino dei Suarez, alibi confermato da Rudi Grob, nonostante non avesse alcun motivo per fare un regalo all’uomo che lo ha fatto arrestare. Anche se scagionato, l’impressione è che i due conoscano la verità sulla strage di Bologna. Sanno che è stata organizzata e preparata in Bolivia. Non me lo hanno mai detto direttamente, ma me lo hanno fatto intendere. All’epoca, presso i “fidanzati della morte”, si trovavano alcuni terroristi italiani di estrema destra, tra cui il temibile Stefano Delle Chiaie, ricercato in Italia per la sua partecipazione a diverse stragi. Grob e Fiebelkorn avrebbero visto in Bolivia un importante politico italiano, hanno evocato la loggia massonica P2 e parlato del trasferimento in l’Italia di enormi somme di denaro. Mi hanno fatto capire che, se gli fossero fornite delle precise garanzie, soldi e passaporti, accetterebbero di collaborare. Gli italiani rifiutano e l’accordo salta.
[...]
Roberto Suarez padre non ha ancora giocato tutte le sue carte. Inconsolabile per l’arresto di Junior, propone al governo americano di estinguere il debito estero della Bolivia in cambio della liberazione di suo figlio. Il presidente Reagan gli oppone un rifiuto. La battaglia si sposta allora sul terreno della giustizia. Il boss ingaggia i migliori avvocati al fine d’impedire l’estradizione di Junior verso gli Stati Uniti. Invano. Per la prima volta, un tribunale federale svizzero riconosce la validità di un’operazione clandestina all’estero. Questa sentenza farà giurisprudenza in Svizzera. Junior è estradato negli Stati Uniti alla fine del 1982 per essere processato.
[...]
La prima sera, un collega della DEA mi consegna un’arma, una Smith&Wesson: «Non dovresti essere armato, ma con i sicari boliviani alle tue calcagna non bisogna correre alcun rischio. Tienila sotto il cuscino; se la porta si apre e non stai aspettando nessuno, spara. Anche se si dovesse trattare del cameriere ai piani che ha sbagliato camera. Me ne frego. Poi, vedrò di sistemare la cosa. Ma ricorda: spara per uccidere.»
[...]
Al termine dell’udienza, dopo aver abbracciato i suoi avvocati, Roberto Suarez junior si gira verso la sala. Il suo sguardo incrocia il mio. Mi sorride e finge, con le dita, di puntare un’arma nella mia direzione. Come un bambino che gioca, piega leggermente il pollice dicendo «bang». Due anni più tardi, sarà lui ad essere ucciso nel corso di una sparatoria con la polizia
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Situata all’estremità meridionale della Confederazione elvetica, Chiasso era, una volta, un semplice posto di frontiera, simile a Kapikule, la porta d’Oriente. Un banale luogo di transizione nel cuore delle montagne, lontano dal formicaio turco-bulgaro, una piccola stazione doganale sulla linea del Gottardo. Nel giugno del 1986, dopo vent’anni di sviluppo caotico e vertiginoso, Chiasso ha cambiato faccia. Potenti interessi occulti si sono abbattuti sulla piccola cittadina elvetica. Durante circa trent’anni, dalla fine della seconda guerra mondiale fino all’alba degli anni 80, la cittadina ha approfittato delle ricadute del contrabbando di sigarette americane a destinazione dell’Italia e della Spagna. Un commercio succoso, alimentato dalle multinazionali del tabacco e controllato dalla criminalità organizzata italiana (principalmente dalla Camorra napoletana e dalla N’drangheta calabrese), utilizzando come piattaforme il Belgio, l’Olanda e la Svizzera e che, in città come Napoli, costituisce l’industria principale.
Poi Chiasso si è sintonizzata sul riciclaggio di denaro su vasta scala. Trasportatori, case di spedizione, grossisti, uffici di cambio, consulenti finanziari o agenti di commercio, mediatori, avvocati e notai, tutti lottano per accaparrarsi le briciole lasciate dalle grandi banche svizzere.
Adriano Corti è un agente di cambio conosciuto e stimato. Con sede a Chiasso, la sua società, la Telecambio SA, lavora con le banche. La sua specialità: il contrabbando di valuta. Una professione piena di rischi che lo conduce a volte a varcare certi limiti, ma mai con i suoi clienti che hanno la garanzia di ritrovare i loro soldi su un conto in Svizzera. Corti ha la reputazione di pagare sempre, anche se il denaro viene confiscato alla frontiera. Nell’ambiente dei contrabbandieri si dice che abbia rimborsato senza battere ciglio 4 milioni di franchi svizzeri ad un cliente, perché le valige erano state sequestrate dalla dogana francese. Può permetterselo: gli affari vanno bene e Corti non bada a spese. Sponsorizza piloti automobilistici, possiede un parco macchine che spazia dalla Ferrari alla Rolls-Royce, passando per alcune “modeste” Range Rover. Membro del Jet set, si sente a proprio agio sia nei palazzi di Monte Carlo così come in quelli di Saint Moritz. Anche se ha già avuto noie a causa del suo lavoro, si è sempre tenuto alla larga da certi loschi affari. Inviare clandestinamente in Svizzera capitali di cittadini in conflitto con il fisco della vicina penisola non implica forzatamente di conoscere l’origine del denaro, soprattutto se si tratta di denaro “sporco”. Se Adriano Corti ha commesso dei reati agli occhi di diversi paesi europei, si tratta di questioni fiscali. In compenso, rispetta sempre la legislazione svizzera. Nulla a che vedere con la reputazione di “cassiere della mafia” che gli hanno rapidamente affibbiato giornalisti poco scrupolosi o magistrati che agiscono in modo superficiale.
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Il 5 giugno 1986, Gaetano Petraglia, un siciliano residente da diversi anni a Lugano dove gestisce una boutique, legge un articolo dedicato ad Adriano Corti. «Ne ho abbastanza di mangiare la minestra con la forchetta», si dice Gaetano Petraglia. Sogna il colpo grosso che lo farà uscire dalla miseria e in men che non si dica si reca presso l’ufficio di Adriano Corti, senza nemmeno prendere appuntamento:
«Signor Corti, lei non mi conosce, ma io conosco bene lei. Ho letto tutto quando la riguarda e sono sicuro che conosciamo le stesse persone... di una certa organizzazione... se capisce quello che voglio dire.»
Corti inarca le sopracciglia, temendo di capire dove voglia arrivare il suo interlocutore.
Petraglia insiste: «Sarò diretto. Lei ha dei contatti negli Stati Uniti; io conosco delle persone a Istanbul che gradirebbero fare degli affari con loro. Hanno qualcosa da vendere e...»
A Corti ribolle il sangue nelle vene.
«Lei mi sta chiedendo di prendere contatto con le “famiglie” americane? Fuori! Se ne vada...»
Corti balza in piedi, si getta addosso a Petraglia e gli sferra un pugno in faccia. Poi lo sbatte fuori dal suo ufficio. Una volta calmato, Corti ripensa all’incidente. Si pende di aver perso il controllo. Senza dubbio sarebbe stato meglio lasciar finire lo strano personaggio per avere un quadro più chiaro della storia. Forse, sarebbe potuta tornare utile per appianare i suoi problemi con la giustizia italiana.
Contro ogni aspettativa, il giorno dopo Petraglia torna alla carica. Corti prende tempo per riflettere e in seguito lo riceve l’11 giugno nei suoi uffici: ha un piano. Lo ascolta, mantenendo la calma, fino alla fine.
«Signore», dice Corti prima di congedare il suo ospite. La prima volta che lei è venuto da me, lo scambiata per un provocatore. Mi sono informato su di lei. Ora so che possiamo lavorare insieme. Ho ascoltato con interesse la sua proposta e vorrei rifletterci un attimo.»
Nonostante fossi al corrente delle sue disavventure, non conoscevo Adriano Corti di persona. Dopo aver visionato le carte degli inquirenti italiani con Dick Marty, ero arrivato anch’io alla conclusione che gli italiani si stavano sbagliando. Così, quando Corti mi chiede un appuntamento, dopo il suo secondo incontro con Petraglia, lo ricevo senza esitazioni. Dopo avermi fatto un resoconto della situazione, mi dice:
«Da quello che ho potuto capire, il siciliano è in contatto con la mafia turca. Sono in cerca di nuovi canali per smerciare la loro eroina negli Stati Uniti. La vecchia rete è stata smantellata dopo la Pizza Connection. Mi sono detto: se mi credono il cassiere della mafia, perché non dare seguito a queste voci? Forse mi si presenta l’occasione per uscirne definitivamente, per ripulire il mio onore. Perché non vedere fin dove Petraglia ha intenzione di arrivare? Chi si nasconde dietro di lui? Se le interessa, sono disposto a recitare la commedia. In cambio voglio che la giustizia Svizzera riconosca la mia totale innocenza.»
«Sicuro che m’interessa, ma è cosciente dei rischi che corre? Infiltrare un’organizzazione mafiosa è un’operazione molto pericolosa. In ogni caso non posso darle una risposta senza prima aver informato le autorità giudiziarie.»
Incontriamo immediatamente il procuratore Dick Marty che accetta l’accordo. Corti ha semaforo verde. Deve aprire la strada ai poliziotti che infiltreranno l’organizzazione.
Il primo luglio, Corti si incontra con il siciliano presso un bar in riva al lago di Lugano. Quest’ultimo è accompagnato da Nicola Giulietti, un esuberante uomo d’affari milanese, sulla trentina, vestito elegantemente... forse un po’ troppo: i suoi abiti sono talmente ricercati da attirare l’attenzione. Turco d’adozione, Giulietti ha passato tutta la sua infanzia a Istanbul e lavora per la mafia locale. È un avventuriero privo di scrupoli. La sua azienda si trova sull’orlo del fallimento; ha fretta di fare affari ed è pronto a tutto.
Petraglia ha preparato bene il terreno. Corti e Giulietti arrivano immediatamente al nocciolo della questione. Giulietti chiede a Corti di riattivare le sue pedine nel traffico di eroina così da permettere di ristabilire i contatti tra i trafficanti turchi – che operano sulla via dei Balcani – e i mafiosi americani, facendo a meno delle famiglie siciliane dilaniate da violente faide. Di fronte alle domande pressanti del suo interlocutore, Adriano Corti gioca la carta della prudenza:
«Piano, con calma. Posso, forse, fare qualcosa per lei, ma i miei partner sono particolarmente diffidenti. Non interverrebbero mai personalmente. In ogni caso non negli Stati Uniti. Chi mi garantisce che lei sia realmente chi dice di essere? Io non la conosco. Potrebbe essere un poliziotto. Forse lo è il suo contatto. Lo sa che la polizia antidroga americana tenta insistentemente di infiltrare una spia nella nostra organizzazione? Ci continuano a “mandare” degli undercover, come li chiamano loro. Lo sa cosa succede quando ne peschiamo uno? Ho bisogno di saperne di più. Ma le garantisco una cosa: se decido di entrarci, allora l’affare si farà.»
«OK, ci rifletta; poi mi faccia sapere. Se sarà interessato, le presenterò il mio contatto.»
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Haci Mirza è uno dei più grossi trafficanti di droga della via dei Balcani. Ricercato per assassinio, il boss si era rifugiato, negli anni 70, in Bulgaria, a Verna, dove beneficiava della protezione dei servizi segreti bulgari e lavorava con un’azienda statale specializzata nel traffico internazionale di armi, eroina e sigarette: la Kintex. Dalla Bulgaria, con la benedizione dei suoi nuovi amici, Haci Mirza forniva armi ad un gruppo di terroristi di estrema destra, i Lupi Grigi, implicati nell’attentato contro Papa Giovanni Paolo II in Piazza San Pietro, il 13 maggio 1981. Forniva anche morfina a laboratori clandestini della mafia a Palermo. Questi laboratori siciliani si erano indeboliti a causa delle guerre tra le famiglie dell’isola. Con la fine della Pizza Connection negli Stati Uniti, Haci Mirza non riesce più a smaltire tutta la merce. È dunque alla disperata ricerca di nuovi sbocchi.
Haci Mirza è una preda di prima scelta. Per gli agenti americani della DEA e del FBI, è uno dei più grossi, se non il più grosso trafficante di eroina della Turchia. Non è sconosciuto neppure ai nostri servizi investigativi. Ha soggiornato a Zurigo negli anni 80 con altri boss turchi. Studiando il suo dossier scopro, con un certo stupore, che numerose polizie europee e americane hanno già investigato su di lui ma ognuna per conto proprio. A Milano, per esempio, Carabinieri e Guardia di Finanza hanno indagato separatamente sulla stessa organizzazione di trafficanti turchi. La stessa cosa vale per altri paesi europei e per gli Stati Uniti. Polizia giudiziaria, magistrati, giudici, servizi segreti, ognuno opera per proprio conto, ognuno difende le sue posizioni, i suoi vantaggi, creando non solamente degli inutili doppioni ma favorendo indirettamente il crimine organizzato. Nessuno si è mai dato la pena di provare ad avere una visione globale del problema; di eseguire dei controlli incrociati sul materiale dei vari dossier per comprendere il ruolo delle persone implicate e definire la loro reale responsabilità. Dick Marty, incaricato della procedura penale, concede la sua autorizzazione per il seguito dell’operazione. Prima fase: creazione di un di gruppo operativo, nel gergo task force, che raggruppi la DEA americana, il nucleo antidroga dei Carabinieri di Milano e i servizi centrali per la repressione del traffico internazionale di stupefacenti a Berna.
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Una volta stabilita la fiducia, Giulietti ci propone altri affari. Il 24 luglio 1986 incontra Adriano Corti in una stazione di servizio sull’autostrada, vicino a Chiasso, e gli chiede se sia anche in grado di fornire armi. Senza sbilanciarsi troppo, Corti gli lascia intendere che dispone dei contatti necessari.
«Conosco delle persone del governo di Teheran», precisa Giulietti. «Con la guerra contro l’Iraq e l’embargo delle Nazioni Unite, l’esercito iraniano fatica a rifornirsi. Si possono realizzare ottimi affari. Così possiamo abbinare armi e droga, se vi interessa.
Prima di congedarsi, Giulietti lascia una lista degli armamenti che gli iraniani verrebbero acquistare; nella lista figurano anche 50 batterie antiaeree del tipo Oerlikon GDF 005. Inizialmente Corti, Sam ed io dubitiamo che Giulietti abbia veramente dei legami con le autorità iraniane, ma fatti concreti dimostreranno rapidamente la loro esistenza: Giulietti dispone di contatti ai più alti livelli con responsabili del governo di Teheran.
Le negoziazioni tra Sam e Giulietti avanzano rapidamente. Ora è tempo di incontrare Haci Mirza. Per ovvie ragioni di sicurezza, avremmo preferito farlo in Svizzera, non a Istanbul. È anche vero però che una trasferta nel suo territorio può essere l’occasione per conquistare la sua fiducia.
Il 28 luglio 1986, Nicola Giulietti si reca a Istanbul con un volo Alitalia. Corti lo chiama, come convenuto, l’indomani. La sua risposta è come un segnale di via per l’operazione: «Tutto bene, abbiamo appuntamento il 4 agosto presso l’hotel Sheraton».
Per questioni di sicurezza Sam non può andare in Turchia da solo. È venuta l’ora, per me, di entrare in scena nel doppio ruolo di guardia del corpo e consigliere. Sam Meale ed io siamo comunque obbligati ad essere accreditati come poliziotti presso le autorità locali. È una condizione sine qua non per poter operare. Inoltro quindi una richiesta urgente tramite l’Interpol. Annuncio il nostro arrivo per il 30 luglio dando i nostri veri nomi e qualifiche. Due giorni dopo, Ankara autorizza l’operazione.
Naturalmente non abbiamo alcuna intenzione di atterrare il 30 luglio come previsto. La corruzione in Turchia è così diffusa come l’inflazione è galoppante. Vogliamo evitare che un poliziotto corrotto, o peggio, ci aspetti all’aeroporto. Il primo agosto, festa nazionale Svizzera, prendiamo un volo della Swissair con destinazione Istanbul. Non viaggiamo con i nostri veri nomi. I documenti di Sam Meale sono a nome di Sam De Rosa, i miei portano quello di Pierre Consoli; le nostre identità di copertura dall’inizio dell’inchiesta.
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Il 4 agosto, al mattino, ci trasferiamo allo Sheraton. Alle 12.30, come convenuto, Giulietti ci viene a cercare. Dobbiamo pranzare con Haci Mirza. Un sole rovente e un tasso di umidità vergognosamente alto hanno avuto la meglio sui nostri abiti leggeri. Siamo in un bagno di sudore mentre entriamo nel ristorante. Il contrasto tra il fresco del luogo e il calore della città è incredibile. I tavoli sono occupati principalmente da uomini d’affari. Sulla terrazza affacciata sul Bosforo un piccolo uomo tarchiato – cicciottello, il viso squadrato e capelli ricci brizzolati – ci aspetta. Lo riconosco immediatamente per aver visto la sua fotografia nei nostri archivi.
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Nel ristorante si sente come a casa sua. Di tanto in tanto il proprietario viene a sincerarsi del nostro grado di soddisfazione inchinandosi rispettosamente davanti al boss, o buyuk baba, come si dice da questa parte del Bosforo. Dopo averci offerto un bicchiere di raki, Haci Mirza sceglie qualche aragosta da una cassa che ci viene mostrata. Euforico, Giulietti parla in continuazione. Ritorna con insistenza sui suoi contatti con il governo iraniano. Dice che in barba alla politica ufficiale americana e all’embargo delle Nazioni Unite, c’è qualcuno in seno al governo americano che fornisce armi ad un dignitario iraniano, Hachemi Rafsandjani. All’epoca, nessuno ne era al corrente. Fatichiamo a crederci. Prendo nota mentalmente e mi riprometto in seguito d’interrogare Giulietti a questo proposito.
Le rivelazioni di Giulietti finiscono per innervosire Haci Mirza che ha l’abitudine di misurare le sue parole. Il boss richiama all’ordine l’uomo d’affari italiano, poi inizia a parlare lentamente:
«Volete 100 chili? Bene.»
Sam ed io, dopo attenta riflessione, abbiamo deciso di accontentarci di una “quantità” minima per un commerciante della levatura di Haci Mirza, capace di fornire quantità fino a trenta volte superiori. Il perché di questa decisione? Nessuno, durante un primo affare, si arrischia ad acquistare grossi quantitativi a scatola chiusa. Se si fosse trattato di una normale trattativa, con del caffè per esempio, avremmo fatto la stessa cosa. Le regole in materia di first business sono ancora più drastiche per la droga. Agire diversamente, significherebbe mettere in pericolo le nostre vite.
«Ma prima c’è un piccolo problema da sistemare.»
A mano a mano che Giulietti traduce, cominciamo ad avere difficoltà a deglutire.
«Sono stato informato che due investigatori della polizia svizzera sono arrivati a Istanbul. Sono scesi al vostro albergo, lo Sheraton. Stanno indagando su un grosso affare, un’importante fornitura di eroina. Che stiano investigando su di me? Invito quindi tutti alla prudenza, alla pazienza.»
In un silenzio di tomba, il boss esibisce la fotocopia del telex d’accreditamento che ho redatto e dove figurano le nostre vere identità e qualifiche di ufficiali di polizia, svizzera e americana. Senza nemmeno guardare Sam, ingoio un boccone d’aragosta e mi giro verso Giulietti.
«Ascolta Nicola, spiega al signor Mirza che possiamo capire le sue paure. Sinceramente, al suo posto farei la stessa cosa. Purtroppo, visto il corso degli eventi, dobbiamo assolutamente smettere d’incontrarci. Mi secca dirlo, ma se il signor Mirza non esclude la possibilità che dei poliziotti siano sulle nostre tracce, non è solo un suo problema, ma anche nostro. Non abbiamo nessuna intenzione di finire in carcere. Ringrazia il signor Haci Mirza per la sua accoglienza, ma dobbiamo assolutamente interrompere i nostri contatti. Non possiamo permetterci di concludere affari con qualcuno che è sorvegliato dalla polizia.»
Giulietti, che vede improvvisamente svanire i suoi sogni di ricchezza, per poco non cade dalla sedia. Poso il mio tovagliolo sul tavolo, spingo in avanti il mio piatto ancora pieno, sposto la mia sedia e mi alzo. Sam mi segue e usciamo senza dire nulla.
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L’11 agosto – due giorni dopo il nostro rientro in Svizzera – siamo in riunione negli uffici della DEA, presso il consolato americano a Milano, quando una telefonata di Adriano Corti ci interrompe. Ha appena ricevuto una chiamata da Giulietti. Deve incontrarlo a Coldrerio, un piccolo paese a nord di Chiasso, a mezzogiorno. È troppo tardi per inviare una squadra di sorveglianza. Adriano deve vedersela da solo e senza protezione. In realtà Giulietti ci vuole rassicurare. Avremo il nostro campione di eroina ma per la spedizione del resto della droga bisognerà aspettare che le acque si calmino.
Il 14 agosto 1986, su richiesta delle autorità di Berna, gli olandesi ci comunicano finalmente alcune informazioni riguardanti il sequestro di 70 chili di eroina ad Amsterdam. Ha avuto luogo qualche ora prima che ce lo comunicasse Giulietti quando eravamo a Istanbul. Quanto agli arresti effettuati dai militari turchi, ce lo ha detto un giorno prima che uscisse sui giornali locali. A quanto pare Giulietti è bene informato, e lo è sicuramente dai vertici dell’organizzazione. La pista che stiamo seguendo è quella giusta.
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Il 10 settembre, Giulietti telefona a Corti per annunciargli la sua partenza da Istanbul per il giorno dopo, con un campione di qualità migliore. Il giorno dopo, l’11 settembre, la città è praticamente in stato d’assedio. Estremisti musulmani hanno ucciso una decina di persone in un attentato dinamitardo ad una sinagoga. Il ritorno di Giulietti non è comunque compromesso. Haci Mirza gli dice di andare in aeroporto. Farà in modo che passi i severi controlli senza problemi. In effetti due poliziotti, al soldo del boss turco, lo fanno uscire dalla lunga fila che si è formata a causa dei controlli e lo scortano fino all’aereo. Corti, che lo aspetta all’aeroporto di Zurigo Kloten, riesce a malapena a trattenere una risata quando vede come si è vestito: un grande cappello nero, una lunga sciarpa scura indossata sopra una giacca di un rosso vivo. Il corriere di Haci Mirza non passa certo inosservato. Giulietti consegna il campione di 70 grammi. Questa volta i chimici del laboratorio della polizia ne stimano la purezza all’80%. La droga proviene dall’Iran.
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«Se volete, ho 10 chili di eroina. Mi arriva da un membro dell’ambasciata iraniana. L’unica condizione è che l’eroina deve essere pagata in armi. Ho la lista di quello che serve.»
Per risalire fino all’Iran, bisognerebbe acquistare i 100 chili di eroina di Haci Mirza pagando 4 milioni di dollari senza arrestare nessuno. Cosa mai vista. Informato della nostra idea, Dick Marty accetta di coprirci. Comprare i 100 chili senza intervenire significa anche penetrare nei meandri economico-finanziari e forse scoprire gli appoggi dei trafficanti in Svizzera. Questo progetto non aiuta certo a suscitare l’entusiasmo dello stato elvetico. Il governo a Berna si rifiuta categoricamente di andare oltre l’acquisto dei 100 chili. Senza dubbio per paura; i ministri responsabili non vogliono correre il rischio di finire in una posizione piuttosto delicata, nel caso l’operazione dovesse andare male.
Durante una conversazione telefonica, Giulietti suggerisce forniture d’armamenti e sofisticati apparecchi di difesa all’Iran spacciandoli per derrate alimentari di prima necessità, utilizzando una società d’import-export di Francoforte. Dietro a questa società fantasma mi sembra di sentire l’odore dei servizi segreti israeliani. L’uomo d’affari milanese cita il nome del rappresentante per la Svizzera della società di Francoforte. Si tratta di un cittadino svizzero che risiede nella regione di Locarno. Il suo telefono viene messo sotto controllo: in questo modo riusciamo ad avere una conferma e avvertiamo subito i tedeschi. Il BKA riesce a fotografare un incontro in un albergo di Francoforte. Lo svizzero figura tra i partecipanti. In un primo momento sembra che i tedeschi vogliano approfondire la questione. Vengono organizzate una serie di riunioni: prima presso l’ambasciata degli Stati Uniti a Bonn e in seguito nella sede del BKA a Wiesbaden. Sam Meale ed io consegniamo tutto quello che abbiamo raccolto sui contatti iraniani di Nicola Giulietti. Verrò poi a sapere che il BKA ha abbandonato l’inchiesta a seguito di pressioni politiche.
Giulietti insiste che noi dobbiamo assolutamente fornire armi all’Iran in cambio di eroina. La sua insistenza si trasforma quasi in molestia e noi non sappiamo più che pesci pigliare. Vuole le sue 50 batterie antiaeree. Prezzo d’acquisto: 1,2 miliardi di franchi svizzeri in contanti e il 15% restante in eroina, che significa tre tonnellate! Non ha l’aria di uno che scherza. Ridotto il nostro margine di manovra, ci inventiamo ogni volta una nuova scusa che appaia credibile. Fortunatamente per noi il 4 novembre 1986 esplode lo scandalo dell’Irangate, fornendoci il pretesto per mettere da parte il lato iraniano dell’operazione.
La gestione e il coordinamento delle operazioni non ci lasciano alcun respiro. Stiamo per affrontare una fase delicata. Haci Mirza, accompagnato da Giulietti, arriva in Svizzera, via Milano, il 10 gennaio 1987, munito di un falso passaporto a nome di Josip Ramazan. Vuole regolare gli ultimi dettagli relativi alla spedizione e noi gli abbiamo riservato una piccola sorpresa. Adriano Corti accompagna i due ai loro alloggi, due camere all’hotel Posta di San Bernardino, un bel paese a vocazione turistica con impianti invernali di risalita piuttosto conosciuti.
«Mi raccomando, divertitevi. Vi verremo a prendere domani», gli dice Corti prima di lasciarli.
Il giorno seguente Sam e Adriano Corti vanno a prendere Mirza e Giulietti. Corti è al volante di una Range Rover che ha appena acquistato, Sam siede al suo fianco e i due si sistemano sui sedili posteriori. L’auto parte. Corti giuda senza dire una parola. Il veicolo imbocca alcune stradine e ripassa frequentemente nello stesso posto. Mirza capisce che li stanno facendo girare in tondo per la campagna in modo che non siano in grado di riconoscere la strada percorsa. Nel giro di un’ora, Corti ferma l’auto a fianco della strada. Sam si gira e dice:
«Signori, vi abbiamo riservato una piccola visita a sorpresa. Avrete il privilegio di accedere al luogo più segreto della nostra organizzazione. Vedrete quello che in pochi hanno visto. Capirete che ciò impone alcune misure di sicurezza.»
Sam porge loro dei foulard. I due uomini si bendano gli occhi.
«La CIA riserva lo stesso trattamento a quelli che vuole eliminare», commenta il boss turco.
Dopo aver verificato che i due non siano in grado di vedere, Sam e Corti faticano a trattenersi dal ridere. L’auto riparte per poi fermarsi una mezz’ora dopo davanti ad una casa isolata a Roveredo, nel Canton Grigioni.
«Ecco, siamo arrivati. Potete togliervi i foulard.»
All’interno della casa cinque uomini in camice bianco sono indaffarati attorno a provette, bruciatori e contenitori di acido. Muniti di maschere protettive, trasformano la morfina base in eroina. Gli addetti si comportano in modo estremamente professionale, e a ragion veduta: sono chimici della polizia svizzera. Tutto il materiale del laboratorio è perfetto: è stato sequestrato in un laboratorio clandestino per la lavorazione di eroina, uno vero, gestito dalla French Connection. I laboratori dove operano i nostri chimici sono praticamente asettici. Siamo lontani anni luce dai miserabili laboratori della mafia nei quartieri malfamati di Palermo o dai capannoni nel cuore del Kurdistan.
«Solo in Svizzera si può lavorare in questo modo», commenta un impressionato Haci Mirza.
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L’ora della verità si avvicina e la tensione sale. Siamo tutti un fascio di nervi. Sopporto sempre meno i sorrisi beffardi, l’acida ironia, il sarcasmo di certi miei colleghi: burocrati che non operano mai sul terreno.
Haci Mirza arriva a Zurigo il 10 febbraio 1987. Il fedele Giulietti lo raggiunge in albergo. I due – che aspettano pazientemente notizie sui 100 chili di eroina – sono sorvegliati dal gruppo speciale della polizia cantonale di Zurigo. Per quanto ci riguarda, non abbiano nulla da fare se non aspettare.
Il gruppo di coordinamento è ormai operativo ventiquattr’ore su ventiquattro. I carabinieri di Milano hanno dirottato verso i nostri uffici le intercettazioni telefoniche effettuate in Italia: una prima in assoluto nella storia della polizia.
Nicola Giulietti deve chiamare Sam il giorno dell’arrivo del camion in Svizzera. I due definiscono i dettagli: Sam deve aspettare la chiamata presso una cabina telefonica di Lugano, il 21 febbraio alle 10 in punto. Alcuni colleghi di Lugano sono incaricati di seguire questa parte dell’operazione. Devono accompagnare Sam alla cabina. Il più piccolo errore può ancora affossare tutto.
Alle 10.10, la centrale di sorveglianza mi avverte che il telefono della cabina ha suonato insistentemente ma che nessuno ha risposto. Strano, i colleghi che hanno accompagnato Sam mi confermano che sono arrivati puntuali alla cabina – anzi, con leggero anticipo – e che nessuno ha ancora chiamato. Molto, molto strano. Non impieghiamo molto per capire che i poliziotti hanno accompagnato Sam alla cabina sbagliata, non lontana da quella dove ha chiamato Giulietti. Questo fallito contatto telefonico fa precipitare gli eventi a Zurigo. I colleghi incaricati della sorveglianza di Haci Mirza e Giulietti ci informano che i due hanno preso in tutta fretta un treno in partenza per Milano, con in tasca un biglietto di sola andata. Sprofondo nella mia poltrona.
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Ora, qualche minuto prima, Giulietti aveva cercato di contattare Sam alla cabina, invano. Pensando ad un legame tra il fermo e la mancata risposta dell’agente, Nicola Giulietti si è spaventato e ha convinto Haci Mirza di saltare sul primo treno per Milano. È solo dopo aver lasciato Zurigo che il boss turco ha ritrovato il suo sangue freddo. Se ci fosse stato qualche pericolo, ha pensato, Istanbul non avrebbe confermato che camion e autisti sarebbero stati presenti all’appuntamento. Per questo motivo è sceso a Lugano, deciso a portare a termine l’affare con o senza Giulietti.
Sam tira un sospiro di sollievo. L’ignoranza degli autisti, peraltro comprensibile, unita all’incomprensibile leggerezza dei colleghi che hanno portato Sam presso la cabina sbagliata, hanno rischiato di far saltare mesi di lavoro.
Tre ore dopo, è un Giulietti rassicurato e felice che raggiunge Mirza a Lugano. Tutto continua come previsto: Istanbul ha comunicato che il carico si troverà nel parcheggio della stazione di servizio Moevenpick di Bellinzona (nord-sud) dalle 19. Giulietti comunica a Sam il numero di targa del veicolo.
Scampato il pericolo, continuo comunque a provare uno strano presentimento. Una riunione al vertice ha luogo presso gli uffici del procuratore Dick Marty. Allibito dalle gaffe della polizia svizzera, vuole assicurarsi che ognuno svolga al meglio il proprio lavoro in seno all’operazione.
Da parte mia spiego dettagliatamente quali siano le mie intenzioni: ci è impossibile sequestrare i 100 chili di eroina senza procedere a degli arresti. In teoria avremmo dovuto lasciare i protagonisti in libertà e sorvegliarli, così da poter risalire la pista della Turco Connection; ma è inutile pensarci, perché le autorità federali lo hanno vietato. Quindi, tanto vale ottenere più benefici possibili da quest’affare arrestando Haci Mirza e la sua banda il più tardi possibile, dopo la consegna dell’eroina. Il tempo gioca a nostro favore perché ha inizio il fine settimana. Mirza dovrà quindi aspettare la riapertura delle banche per ritirare i suoi soldi. Non ci resta che sperare che la sorveglianza del boss e dei suoi uomini, in queste quarantotto ore, ci dia sufficienti informazioni per rilanciare l’inchiesta. Ognuno deve giocare il proprio ruolo in modo impeccabile.
Munito del numero di targa del camion, un commissario è incaricato di sorvegliare il luogo dell’incontro. Secondo le informazioni, il veicolo dovrebbe arrivare con largo anticipo all’incontro. Ora, alle 18.30, il collega non ha ancora visto il mezzo pesante. Incredulo, mi reco immediatamente sul luogo. Decine di TIR sono parcheggiati nell’area di sosta. Mi ci vogliono solo pochi minuti per identificare quello che ci interessa. È lì da più di tre ore! Il commissario incaricato della sorveglianza si è scordato che i camion con rimorchio sono composti da una motrice e da un rimorchio dotati, a volte, di numeri di targa diversi! Continuava a controllare le targhe posteriori quando il numero che ci interessava era quello della motrice...
Poco dopo Sam e Corti arrivano sul parcheggio con un biglietto datogli da Giulietti e si presentano dall’autista. I due turchi, in possesso di una copia, controllano che lo strano ingarbugliamento di segni presenti sul biglietto sia uguale a quello in loro possesso.
Accompagnato da un suo uomo, in realtà un nostro agente, Sam prende posto sul veicolo: direzione un magazzino situato nella periferia di Lugano. Sotto il controllo di un gruppo di agenti in borghese, i 100 chili sono trasferiti in una Mercedes che in seguito parte a tutta velocità. Qualche ora dopo, i laboratori della polizia scientifica ci danno il loro verdetto: eroina pura al 75%. Merce di buona qualità.
Sam informa Haci Mirza e Nicola Giulietti della buona riuscita dell’operazione. Alcuni poliziotti occupano le camere accanto alle loro all’hotel Excelsior di Lugano. Sentono pregare il boss turco durante tutta la notte.
La domenica del 22 febbraio alle 9, Dick Marty organizza una nuova riunione di lavoro per mettere a punto gli ultimi dettagli della fase successiva, cioè gli arresti. Verso mezzogiorno, accompagnato da un agente scelto da me, Sam si reca da Haci Mirza e Nicola Giulietti per discutere del pagamento.
Due ore più tardi il boss turco, l’industriale milanese e i due autisti vengono arrestati. Gli agenti che hanno partecipato alla consegna dell’eroina non partecipano al fermo dei trafficanti. In previsione degli interrogatori e delle deposizioni che seguiranno, non vogliamo scoprire le nostre carte. Le persone in stato di fermo devono ignorare che il loro arresto è la conseguenza di un’operazione d’infiltrazione fintanto che la prima fase della procedura giudiziaria non sia terminata.
Il mio ufficio viene invaso in poco tempo da voluminosi dossier. Provo, non senza difficoltà, di scovare informazioni preziose tra la documentazione raccolta dalle nostre conversazioni con Haci Mirza e Nicola Giulietti e dai resoconti della sorveglianza. Continuo ad imbattermi nel nome di copertura utilizzato da Haci Mirza: Ramazan! Sono sicuro di averlo già sentito o visto da qualche parte. La soluzione si trova nelle precedenti inchieste che si perdono nei meandri della via dei Balcani. All’inizio degli anni 80, gli inquirenti incaricati di risolvere l’assassinio di due poliziotti presso Basilea, nel nord della Svizzera, erano finiti sulle tracce di tre grossi trafficanti di droga, tra cui un misterioso Ramazan.
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Analizzo anche le agende di Mirza e Giulietti. Quest’ultimo si rifiuta di fornire la password della sua agenda elettronica. Trovare questo codice non è impresa da poco, conviene agire con precauzione, il minimo errore rischia di cancellare tutti i dati. Ci vorranno alcuni giorni perché un carabiniere di Milano, esperto informatico, riesca ad aggirare le protezioni elettroniche e a recuperare i dati contenuti. Un’annotazione si ripete almeno cinque volte: “4913388 Rsit Osman”.Questo numero corrisponde la recapito telefonico di alcuni uffici situati nel più grande albergo di Zurigo, il Nova Park, l’hotel dove i trafficanti turchi sono soliti alloggiare. Il numero è intestato ad un uomo d’affari libanese residente in Svizzera: Barkev Magharian.
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Il 27 novembre 1986 alle 9.45, Anna Szczepaniac sbriga le formalità per l’imbarco sul volo PA 90 con destinazione Istanbul, via Zurigo, al check-in della Panam presso l’aeroporto internazionale di Los Angeles. L’imbarco dei passeggeri è imminente. Due uomini dai capelli castani hanno posato sulla bilancia tre valige Samsonite grigie. «Vartkes Torunyan, nato il 3 aprile 1960...», legge Anna Szczepaniac sul passaporto turco dell’uomo con i capelli più scuri.
«Vorrei modificare il mio biglietto per Istanbul. Ho intenzione di fermarmi a Zurigo più a lungo.»
Solo uno dei due deve imbarcarsi. Le sue valige sono pesanti, quasi 30 chili l’una. Anna Szczepaniac calcola il sovrapprezzo.
«Sono 645 dollari per il nuovo biglietto e 80 dollari per il peso supplementare dei bagagli. Come desidera pagare?»
Uno dei due uomini le consegna un’American Express.
Alcune settimane prima, a Karachi, dei terroristi hanno preso in ostaggio i 358 passeggeri di un volo della Panam. Ventiquattro di loro sono rimasti uccisi durante l’assalto lanciato dai militari. Da allora, i dipendenti della compagnia sono sul chi vive e devono seguire dei protocolli di sicurezza molto severi. Anna Szczepaniac chiede quindi discretamente ad un collega di dare un colpo d’occhio ai due uomini e ai loro bagagli.
«Cosa contengono le sue valige?» Gli chiede mentre attacca le etichette della destinazione sulle tre Samsonite.
I due cominciano a sudare.
«Vestiti, scarpe e dei regali...»
La loro voce tradisce un certo nervosismo.
«Ma, scusi... come si chiama lei?»
«Torunyan.»
«E allora perché le etichette portano un altro nome?»
Mentre Anna Szczepaniac regolarizza la situazione scrivendo il nome del passeggero su tre nuove etichette, Torunyan e il suo amico manifestano una certa esasperazione. Finalmente, Torunyan riceve la sua carta d’imbarco.
Gli impiegati della Panam passano discretamente le valige ai raggi X. Sullo schermo appaiono dei pacchetti rettangolari sistemati in modo da economizzare ogni centimetro. Gli ispettori delle dogane vengono allertati.
Poco dopo l’imbarco un veicolo si arresta sotto il ventre del Boeing. A bordo viene chiamato il Signor Vartkes Torunyan. Due ispettori delle dogane salgono a bordo accompagnati da Anna Szczepaniac. Il sedile di Torunyan è vuoto. Viene dato l’ordine di evacuare l’aereo. Le valige del passeggero vengono recuperate e allontanate dal velivolo. Gli artificieri della polizia fanno saltare le serrature. I pacchetti rettangolari corrispondono a delle mazzette di denaro. Ce n’è per 2 milioni in tagli da 20 e 100 dollari.
[...]
Verso la fine della primavera del 1987, Dick Marty ed io partecipiamo ad una riunione presso il segretariato generale dell’Interpol a Parigi. Tema dell’incontro: l’affare Haci Mirza e tutto quello che lo riguarda, da vicino e da lontano. Rimaniamo a Parigi una settimana. Una sera, siamo invitati ad un cocktail organizzato dai nostri omologhi francesi della vecchia brigade des stupéfiants de la police judiciaire, ribattezzata office central de répression du trafic international de stupéfiants (OCRTIS), per festeggiare il sequestro di parecchi chili di droga dopo un’operazione sotto copertura. In mezzo ai numerosi poliziotti presenti, noto un individuo che non mi è nuovo. Ho già visto la sua fotografia nei nostri incarti. È un trafficante. Sicuramente è un informatore della polizia francese, ma comunque invitare uno “spione” ad un ricevimento di poliziotti... trovo che sia una stana usanza! Mi avvicino a Dick Marty e gli dico con discrezione:
«Lo ha riconosciuto?»
«No, di chi si tratta?»
«Glielo dico più tardi, quando saremo soli.»
Gli ho rivelato l’identità dell’invitato una volta lontani da orecchie indiscrete. L’uomo è ricercato dalla polizia italiana e da quella svizzera. Avrei potuto creare scandalo richiedendo il suo arresto seduta stante. Ma non sarebbe servito a nulla: sarebbe stato rilasciato il giorno dopo.
«Si tratta di Georges!»
Apprendendo l’identità dell’uomo Dick Marty, dopo un colpo di tosse che per poco non lo soffoca, si lascia sfuggire un’incredibile imprecazione. Georges è un uomo elegante dal comportamento raffinato, molto intelligente e acculturato. Il libanese, naturalizzato canadese in seguito ad un matrimonio, ci tiene occupati da diversi mesi. Nella prima metà degli anni 70, il suo nome è apparso per la prima volta in occasione di un gigantesco traffico di droga riguardante diverse tonnellate di haschich in Italia. La procura di Como, che coordinava da tempo le inchieste, ha emesso un mandato d’arresto internazionale contro di lui. I preparativi del traffico e i pagamenti legati ad esso hanno avuto luogo a Lugano. La procura luganese ha a sua volta emesso un mandato d’arresto internazionale. Due anni più tardi le autorità elvetiche ricevono dall’antenna parigina della DEA una richiesta di collaborazione per una transazione bancaria. Nel testo della richiesta, gli agenti americani segnalano che uno dei loro agenti deve depositare in una banca luganese una grossa somma di denaro con lo scopo di attirare in trappola una banda di trafficanti. Un’operazione di routine, se non fosse che le fotografie scattate dalla polizia svizzera durante lo svolgimento dell’operazione rilevino che il collaboratore della DEA è Georges. Quando abbiamo voluto arrestarlo, era già rientrato in Francia.
Il nuovo incontro negli uffici della polizia a Parigi, qualche mese dopo, conferma che Georges, come altri trafficanti, gode della protezione dell’OCRTIS. Al mio ritorno parlo dell’“incidente” a due agenti della DEA di Berna. Non gli nascondo il mio interesse per questo curioso personaggio e il mio desiderio di incontrarlo. Poco dopo gli agenti federali americani mi informano di un incredibile proposta proveniente dall’antenna parigina dell’Agenzia e che concerne proprio Georges. Quest’ultimo controlla una decina di trafficanti mediorientali. Tra di loro si trova un uomo intelligente, raffinato, elegante, dal comportamento regale, che ha libero accesso sia all’OCRTIS che agli uffici parigini della DEA: Alex, un siro-armeno di 35 anni, intermediario tra diversi trafficanti d’armi e di droga di base in Libano, nella tristemente nota valle della Bekaa. Ora, Alex è per così dire a suo agio negli uffici che Barkev Magharian divide con suo fratello Jean, anche lui di professione agente di cambio. Secondo gli agenti della DEA, li unisce una lontana parentela.
Come tutti gli informatori di un certo livello, Georges fa il doppio gioco. Attirato dalla prospettiva di guadagnare delle allettanti percentuali organizzando trasferimenti di fondi da riciclare, ne approfitta per coprirsi le spalle comunicando informazioni approssimative e di poca importanza alla DEA di Parigi. È stato lui ad informare la polizia americana che Magharian e suo fratello cercavano di regolarizzare la loro situazione in Svizzera. Vorrebbero ottenere un permesso di soggiorno così da poter esercitare la loro professione in tutta tranquillità. Georges si è impegnato a farglielo ottenere grazie ai suoi amici della DEA parigina che si è rivolta a noi attraverso l’antenna bernese dell’agenzia. È arrivata l’ora di agire, ma prima bisogna escludere Georges dai giochi. È una mina vagante che non può restare nei paraggi quando cercheremo d’infiltrare uno o più agenti negli affari dei fratelli Magharian. Diamo a questa operazione il nome di una delle più alte montagne della Confederazione: l’Eiger. Ci sono tanti riciclatori come il numero di montagne svizzere, ma rare sono le cime molto alte. I fratelli Magharian sono tra queste.
Agenti di cambio professionisti, Barkev Magharian e suo fratello non possono essere ingannati che da uno specialista in materia. Penso naturalmente ad Adriano Corti, i cui talenti di agente segreto e di esperto finanziario hanno largamente contribuito allo smantellamento dell’organizzazione di Haci Mirza. Io lo accompagnerei in qualità di avvocato, incaricato di appianare eventuali problemi amministrativi. Non ci resta che guadagnarci la fiducia dei due fratelli. La DEA offre 10.000 dollari a Georges in cambio di una telefonata ai Magharian per proporgli i servizi di Adriano Corti e i miei. Opererò di nuovo sotto le sembianze di Pierre Consoli. Georges gli deve dire che noi siamo in grado di aiutarli a creare una nuova rete di riciclaggio a destinazione degli Stati Uniti.
Poco dopo, uno dei responsabili della DEA di Berna ed io ritroviamo Georges negli uffici della DEA parigina per assistere a questa telefonata. Georges tergiversa: 10.000 dollari sono troppo pochi. Afferma che questa situazione gli farà perdere un sacco di soldi: non potrà più lavorare con i Magharian e quindi vuole guadagnarci di più. Sembra di essere in un souk d’Istanbul mentre si mercanteggia l’acquisto di un tappeto. Il capo dell’antenna parigina della DEA non dice nulla. Sembra accettare tutte le pretese dell’informatore. Io non resisto più ed esplodo:
«Apri bene le orecchie, Georges! O fai subito, adesso, immediatamente quello che ti è stato chiesto, prendi i tuoi 10.000 dollari e sparisci dalla nostra vista; oppure scendo in strada e chiedo al primo poliziotto che incontro di arrestarti perché, non te lo dimenticare, ci sono due mandati internazionali d’arresto sulla tua testa, uno dei quali emesso dal paese che rappresento. Me ne frego completamente delle tue protezioni! Mi sono spiegato?»
Silenzio di tomba. Non sto scherzando e Georges lo ha capito. Prende il telefono e compone il numero dei fratelli Magharian. La conversazione si svolge in arabo. A Zurigo, le linee telefoniche dei due fratelli sono controllate da interpreti professionisti messi a disposizione dalla DEA. La sera stessa mi arriva la conferma che Georges ha fatto quanto richiesto. In seguito avrò altri contatti con lui. Mi passerà informazioni preziose senza chiedere nulla in cambio.
Alcuni giorni dopo, il nostro piano di battaglia è pronto. Corti ed io ci fingeremo due esperti finanziari incaricati di riciclare narcodollari della mafia americana. Quindici giorni dopo, eccoci qua, come convenuto, all’hotel Nova Park di Zurigo, un lussuoso palazzo che ospita gli uffici e la residenza dei due fratelli Magharian. Veniamo accolti da un ometto rotondo come una botte di vino: Jean Magharian. Ci porge una mano molliccia. Dopo averci fatto visitare i locali degli uffici e della loro residenza, i due fratelli ci offrono un tè. Nella stanza accanto, due impiegati sono indaffarati davanti a dei computer.
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Corti ed io incontriamo i Magharian una volta alla settimana, a Zurigo o in Ticino. Corti ha messo a disposizione i suoi uffici, confortevoli e professionali. Ad ogni riunione, i fratelli chiedono se ci sono sviluppi nella loro situazione amministrativa. Io ho, naturalmente, già risolto i loro problemi, ma non bisogna correre troppo. Dobbiamo rispettare i tempi e le modalità. Passato un ragionevole lasso di tempo, i fratelli Magharian ottengono infine il permesso di soggiorno che gli permette di esercitare la loro professione alla luce del sole. Ora possono creare la loro prima società anonima in Svizzera e noi possiamo osservare, in prima fila, il funzionamento di una “fabbrica” per il riciclaggio dei proventi dei grandi cartelli internazionali della droga.
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Il riciclaggio di denaro dei cartelli della droga negli Stati Uniti costituiva, fino all’incidente di Los Angeles, una delle principali risorse dei due fratelli. Noi stimiamo che in due anni hanno fatto uscire dagli Stati Uniti più di 2,5 miliardi di dollari. Abbiamo anche trovato il punto debole del loro sistema. Come possono servirsi ancora di corrieri, con valige colme di denaro, nell’era dei trasferimenti elettronici? Poiché ai loro occhi siamo i rappresentanti d’importanti organizzazioni criminali nord-americane, ci vantiamo di disporre di circuiti perfettamente rodati. Ci proponiamo di trattare, in esclusiva, il trasferimento di capitali dei loro clienti fuori dagli Stati Uniti.
Non siamo gli unici ad aver messo gli occhi su questo mercato. Come concorrente abbiamo Alex, l’emissario di Georges presso i Magharian. Propone di costituire una nuova organizzazione di corrieri mediorientali. Alex possiede un asso nella manica: è un informatore della DEA. Tutti i grandi trafficanti del pianeta cercano di manipolare la DEA. Il principio è semplice: informare l’agenzia americana sulle attività dei loro concorrenti in cambio, se non dell’immunità, di un po’ d’indulgenza. Viste le relazioni di Alex con l’agenzia americana, i due fratelli sono tentati di appoggiarsi a lui, sperando di beneficiare anch’essi della protezione della DEA.
Il nostro primo compito consiste quindi nel seminare dubbi e paure così che i Magharian rinuncino a questa soluzione. Poi, per farli abboccare, gli proponiamo di recarsi negli Stati Uniti per giudicare con i loro occhi l’efficacia della nostra organizzazione.
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Il 7 luglio 1988 i fratelli Magharian ed i loro impiegati verranno arrestati su ordine del procuratore pubblico Dick Marty. Sono accusati d’aver riciclato diversi milioni di narcodollari. Riversiamo del dossier la procedura americana concernente il sequestro dei 2 milioni di dollari a Los Angeles e tutte le informazioni raccolte dai nostri servizi durante l’operazione d’infiltrazione. Lo scandalo politico-finanziario svizzero, conosciuto sotto il nome di Lebanon Connection, ha inizio.
Possiamo disporre unicamente dell’articolo 19 della legge federale sugli stupefacenti per perseguire penalmente i fratelli Magharian. Prima di accusarli, bisogna provare che abbiano deliberatamente partecipato ad un’azione delittuosa. Bisogna stabilire che fin dall’inizio riciclavano denaro proveniente dal traffico di droga conoscendo perfettamente l’origine dei soldi. In giurisprudenza, il principio d’intenzionalità può essere costituito dal “dolo eventuale”, cioè il fatto di fare una cosa sapendo che questo atto costituisce, eventualmente, un reato. Dato che la loro clientela era composta prevalentemente da trafficanti, è ragionevole pensare che i Magharian conoscevano, o perlomeno sospettavano, la dubbia provenienza del denaro. Ma non è comunque sufficiente per condannarli: bisogna precisare, per ogni trasferimento, da quale vendita di droga proviene il denaro. Senza la collaborazione delle autorità turche, non possiamo fare niente.
Il generale che comanda le forze di polizia turche ad Ankara accetta di collaborare. Nel corso di una riunione speciale a Bellinzona, alla presenza del procuratore Dick Marty, della DEA, del FBI e delle autorità italiane, il generale elabora un piano d’intervento. Due mesi dopo viene trasferito... al comando di un commissariato di provincia!
Grazie ad una rogatoria internazionale mi reco, in compagnia di Jacques Kaeslin, a Istanbul per interrogare uno dei sospetti e raccogliere informazioni su altre persone. Decine di giornalisti e di fotografi ci aspettano davanti al palazzo di giustizia. Sono stati convocati ad una conferenza stampa dalle autorità turche. Non c’è motivo di prestarsi a questa farsa: siamo qui per lavorare. Una volta che i giornalisti se ne sono andati, i nostri interlocutori prendono nota delle nostre richieste ma non otterremo mai la minima informazione.
Un esempio tra tutti. Se non possiamo ottenere più informazioni sull’organizzazione di Haci Mirza, perlomeno vorremmo ottenere maggiore collaborazione per la parte turca del dossier sui 100 chili di eroina sequestrati a Bellinzona. Il nostro scopo è quello di approfondire le conoscenze sui legami che uniscono Haci Mirza e i fratelli Magharian. Sappiamo che uno dei più grossi clienti dei due fratelli è il proprietario dell’hotel dove era istallata la centrale incaricata di gestire la consegna, il proprietario della Mercedes usata per trasportare i 100 chili di droga prima che fosse trasferita sul TIR. Lo abbiamo mancato per un pelo. Si trovava negli uffici dei Magharian due giorni prima del loro arresto. Peccato. La documentazione sequestrata rivela che l’uomo ha affidato più di 300 milioni di dollari ai due fratelli. Le autorità turche prendono nota delle nostre richieste, ma non avremo mai una risposta ufficiale. Un collega della DEA mi dirà poi che i poliziotti che hanno perquisito gli uffici di questo intoccabile, il 22 febbraio 1989, hanno trovato dei documenti compromettenti in una cassaforte. Non hanno preso nulla e se ne sono andati, discretamente, con mezzo milione di dollari in tasca.
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In Svizzera inizia a scatenarsi la tempesta. Tutto inizia da un rapporto del mio collega Jacques Kaeslin che invita il ministero pubblico della Confederazione ad intraprendere una procedura penale contro le società sospettate – seguendo l’esempio dei Magharian – di riciclare denaro sporco. A cominciare dalla società fondata da un finanziere tra i più influenti della Svizzera, il miliardario Mohammed Shakarchi.
Nato nel 1939 nella città irachena di Mossoul, Mohammed Shakarchi discende da una famiglia benestante. Rifugiatisi a Beirut a causa della rivoluzione irachena del 1958, si rifanno una fortuna grazie al commercio di zucchero, oro e valuta. Allo scoppiare della guerra civile libanese, la famiglia si istalla prima a Ginevra e poi a Zurigo. La morte del patriarca, nel 1983, innesca una furiosa guerra per la successione. Secondo la legge islamica la totalità dell’eredità di famiglia spetta ai figli di primo letto, cioè Mohammed e Salem. Il codice civile svizzero, però, riconosce anche i figli della seconda moglie, Karma e Marvan, cresciuti nei migliori collegi della svizzera romanda, la parte della confederazione dove si parla la lingua francese. Marvan, poco più che ventenne, assume quindi la direzione della Shakarchi SA di Ginevra, mentre il fratello maggiore, Mohammed, fonda a Zurigo la sua propria società, la Shakarchi Trading AG, che diventa una delle più importanti società di cambio e di commercio della Svizzera. Il suo segreto? La fiducia delle banche e solide amicizie, a cominciare da quella con Edmond Safra, uno dei dieci banchieri più potenti del mondo. Mohammed lo conosce sin dall’infanzia. Beneficia anche di contatti privilegiati con differenti agenzie di spionaggio come la CIA, alla quale fornisce, ad esempio, valuta pakistana e afgana: in otto anni l’equivalente di 25 milioni di dollari.
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La Shakarchi Trading AG è capitanata da un consiglio d’amministrazione abbastanza ridotto: vi figura il proprietario circondato da un pugno di amici libanesi, siriani o turchi e con, come richiede la legge svizzera, un avvocato elvetico. Per l’occasione, Shakarchi ha scelto il signor Hans W. Kopp. Vicepresidente della Shakarchi, l’avvocato svizzero è anche il marito del consigliere federale Elisabeth Kopp, ai tempi numero due della Confederazione Elvetica e capo del dipartimento di giustizia e polizia, l’equivalente del Ministro della Giustizia in Italia.
Elisabeth Kopp è dunque una dei destinatari del rapporto redatto da Jacques Kaeslin dove veniva richiesta l’apertura di un’inchiesta su diverse società, tra le quali quella di Shakarchi. Per il timore di eventuali ripercussioni politiche, il ministro telefona al marito. Il 27 ottobre 1988, Hans Kopp dimissiona dal consiglio d’amministrazione della Shakarchi. Il 4 novembre, il quotidiano zurighese Tages Anzeiger pubblica un dettagliato articolo sulla Lebanon Connection nel quale si fa riferimento alla telefonata del ministro a suo marito. Questo pregiudicherà la carriera politica del consigliere federale che non diventerà la prima donna presidente della Confederazione! Il 5 dicembre, Elisabeth Kopp, affranta, prenderà congedo dal Consiglio Federale. Il suo mandato come presidente della Confederazione è durato esattamente due giorni.
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La Lebanon Connection ha provocato, nella sola Svizzera, inchieste amministrative, parlamentari e giudiziarie. L’inchiesta amministrativa ha portato al pensionamento anticipato del procuratore pubblico della Confederazione seguita da un’inchiesta disciplinare. La prima inchiesta parlamentare si conclude con un giudizio severo che concerne Elisabeth Kopp e la denuncia di gravi lacune e malfunzionamenti del dipartimento di giustizia, della polizia e del ministero pubblico della Confederazione.
Anche due delle più grandi operazioni di lotta al riciclaggio negli Stati Uniti, Polar Cap e Pisces, sono strettamente legate alla Lebanon Connection. Anni dopo, lavorando in Brasile nel quadro di un’altra operazione (Mato Grosso), mi ritroverò confrontato con queste ramificazioni.
Si è trovato un possibile testimone contro i Magharian durante queste operazioni. È un trafficante. Sta scontando la pena che gli è stata inflitta, in Svizzera, nel quadro della Pizza Connection. Mi fa sapere che vorrebbe parlarmi. Vuole collaborare, ricevendo però in cambio delle garanzie per la sua famiglia e per lui stesso. In breve, chiede di beneficiare del Witness Protection Program (WPP) americano, una legge speciale che, negli Stati Uniti, permette di proteggere i testimoni in pericolo. In Svizzera non esiste questo tipo di programma estremamente efficace e quindi ne parlo a Greg Passic, il responsabile della DEA di Berna, che mi dice possibilista a condizione, ovviamente, che le autorità politiche e penali elvetiche accordino la loro autorizzazione.
Il trafficante è uno svizzero di origine turca, di una cinquantina d’anni e proprietario di due società d’informatica. Gestisce sia i contatti con la mafia siciliana che il riciclaggio di denaro. Conosce perfettamente i segreti della Pizza Connection, a cominciare dai legami dei trafficanti con i governi bulgaro e turco.
Il 23 gennaio 1989 Greg Passic, Jacques Kaeslin – che rappresenta il ministero pubblico federale – ed io lo incontriamo. Cosciente che la sua deposizione deve essere sostenuta da elementi concreti, parla ininterrottamente per delle ore. Dopo le sue rivelazioni, ho riempito il mio blocco per gli appunti. Ci consegna l’organigramma dei trafficanti che operano lungo la via dei Balcani e i loro riciclatori; ci spiega come recuperavano le somme di denaro e come le trasportavano; ci consegna i nomi dei suoi contatti iraniani e degli avvocati che servono da consulenti alle loro società svizzere.
Il trafficante ripeterà tutto davanti ad una delegazione della commissione d’inchiesta parlamentare. Malgrado l’affidabilità di questa deposizione, la commissione d’inchiesta esige una collaborazione totale da parte sua. Vuole tutta la verità sulle zone d’ombra della Pizza Connection prima di considerare una sua trasferta negli Stati Uniti. Il trafficante, da parte sua, non cesserà di ripetere che ci “servirà le teste su un piatto d’argento” quando la sua famiglia e lui stesso saranno al sicuro. In breve, finiamo in un vicolo cieco. Il progetto non andrà a buon fine. Il trafficante non ha mai testimoniato contro i fratelli Magharian e nuove importanti inchieste non vedranno mai la luce.
[...]
Le tracce dei Magharian emergono da diverse inchieste. Nel gennaio 1988, nel quadro di un’operazione congiunta riguardante un piccolo traffico di eroina (500 grammi) a Losanna e Milano, parecchie persone vengono arrestate. Una di loro cerca di far sparire un biglietto sul quale è scritto: “Nurettin Guven, conto n° 2376/c/o Jean e Barkev Magharian, Zurigo”. Dalle verifiche fatte su questo conto gestito dai fratelli Magharian risulta che Nurettin Guven ha versato 1.200.000 dollari. Guven è un trafficante di eroina all’ingrosso. Sei mesi prima la sua organizzazione aveva consegnato, ad un intermediario delle famiglie mafiose a Roma, 100 chili di eroina poi pagata in parte con armi.
L’inchiesta è supervisionata da Philippe Strano della squadra antidroga del Canton Vaud, un inquirente abituato all’azione e alla lotta. Parallelamente il maresciallo dei Carabinieri di Milano, Roberto Villani, ci comunica che una delle persone arrestate, Ali Dunder, un ingegnere turco residente in Francia, si dichiara disposto a collaborare. Dunder afferma che la famiglia Guven lo ha incaricato di trovare dei compratori per una grossa quantità di eroina. Si dice pronto ad introdurci presso Nurettin Guven.
Il 28 gennaio 1989 ha luogo a Milano una riunione con Dick Marty, i carabinieri di Milano e la DEA. La DEA ci interessa per via della sua solida presenza in Turchia, ma anche perché solo lei ha i mezzi per assicurare certe spese, come il pagamento degli informatori. Siamo costretti ad elemosinare il sostegno finanziario degli americani se non vogliamo lasciare carta bianca ai nostri informatori, come fanno i poliziotti francesi dell’OCRTIS.
Ali Dunder informa quindi Nurettin Guven di aver trovato un compratore. Lo presenta come l’inviato di una famiglia mafiosa siciliana. In realtà l’acquirente, chiamiamolo Pippo, è un collaboratore della DEA di Milano. Il 7 febbraio alle 16.30 Nurettin Guven prende un volo che lo porta da Istanbul a Ginevra. Pippo lo incontra all’hotel Hilton. L’eroina deve essere consegnata a Milano in cambio di 5 milioni di franchi svizzeri. Il trafficante turco vuole però vedere i soldi prima della consegna. Nessun problema: Guven si reca a Milano il 9 febbraio per vedere i 5 milioni prima di ripartire per Istanbul. In seguito i fratelli Nurettin e Mehmet Guven chiedono di parlare direttamente con i destinatari della merce, senza intermediari. È il momento, per me, di entrare in scena.
L’idea di tornare in Turchia non mi entusiasma molto, ma la riuscita dell’operazione può dipendere da questo viaggio. La droga dovrebbe essere destinata ad una famiglia mafiosa operante a Milano. La presenza di un italiano al mio fianco è d’obbligo. Il commissario della polizia ticinese Giorgio Soldini (nome di fantasia) è perfetto per questo lavoro. Ho potuto apprezzare il suo sangue freddo e il suo senso della strategia durante altre operazioni sotto copertura. Ricordandomi delle mie brutte esperienze vissute in Turchia, non richiediamo nessun accredito presso la polizia locale. Dobbiamo mantenere la missione nel segreto più assoluto se vogliamo ritornare a casa.
[...]
Il giorno dopo, Soldini ed io abbiamo appuntamento con un agente della DEA di Istanbul in modo che ci possa facilitare le cose con le autorità turche. Vedendolo arrivare, capiamo subito che c’è qualcosa che non va. Si rifiuta di stringermi la mano e dice:
«Dovete lasciare immediatamente la Turchia. Non siete accreditati, quindi fate le valige e sparite. Avete tempo fino a mezzogiorno. Se a quell’ora sarete ancora qui, vi denuncerò alle autorità turche per violazione della sovranità territoriale della Turchia. Ricordatevi che conosco sia i vostri nomi di copertura che quelli veri. L’inchiesta Guven non è affar vostro.»
Ancora oggi ignoro il motivo del comportamento dell’agente della DEA. Dato che era stato raggiunto da un altro agente americano venuto direttamente da Francoforte, suppongo che volesse dirottare l’indagine a beneficio dell’antenna tedesca dell’agenzia.
Messi con le spalle al muro dobbiamo fuggire il più presto possibile, se possibile senza lasciare tracce e senza escludere l’ipotesi che il nostro “collega” si sia effettivamente precipitato in un posto di polizia per denunciarci. A mezzogiorno prendiamo un taxi che ci porta da Izmir fino all’hotel Sheraton di Istanbul. Un viaggio di 800 chilometri per ritrovare i nostri amici del campo base. La sera stessa il direttore della DEA di Ankara, responsabile per tutta la Turchia, si attiva per farci lasciare il paese di nascosto. Deve ricorrere a conoscenze personali per fare in modo che non veniamo intercettati dal controllo passeggeri all’aeroporto. Quindici giorni dopo l’agente della DEA che ci ha cacciato da Izmir verrà richiamato a Washington in attesa di un procedimento disciplinare.
[...]
Nel frattempo Soldini, Ali Dunder, Ibrahim Aziz ed io ci ritroviamo all’hotel Urdl, piacevole residence alla periferia di Graz. Avvisati dall’Interpol, poliziotti austriaci sono pronti a intervenire.
L’indomani, alle 17, il camion si ferma in un parcheggio della città. Verso le 23 gli autisti tolgono i sacchi di eroina dalla ruota di scorta, dove erano nascosti, e li passano a Ibrahim Aziz che è accompagnato da Soldini, incaricato di dare il segnale per l’arresto. Nel momento in cui sta per dare il segnale, scoppia un violento temporale. A causa della pioggia torrenziale i poliziotti austriaci non ricevono il segnale in tempo. Soldini continua a mandare segnali disperati ma gli agenti capiscono con troppo ritardo che devono intervenire. Finalmente si decidono e sparano diversi colpi in aria. Sentendo gli spari Soldini e gli autisti si riparano sotto l’automezzo, mentre Ibrahim Aziz fugge nell’oscurità. Appena mi avvisano mi preparo a riceverlo all’hotel. Dieci minuti più tardi sono seduto al tavolo del ristorante quando Aziz fa il suo ingresso. Infreddolito e fradicio si dirige verso di me. Prima che si possa rendere conto di qualcosa, gli sferro un pugno che lo mette al tappeto.
Il camion trasportava 50 chili di eroina dei quali 40 erano per noi. Arrestato e condannato ad una lunga pena detentiva, Mehmet Guven non ha mai parlato, se non per dire il suo nome. Suo fratello non è stato perseguito. Nessuno, in quest’affare, ha testimoniato contro i fratelli Magharian.
Il processo ai fratelli Magharian si è aperto il 27 agosto 1990. Sono stati condannati a quattro anni e sei mesi di reclusione “per complicità nel finanziamento di un traffico di droga”.
[...]
Philippe Strano, un giovane collega della squadra antidroga del Canton Vaud, è in contatto con un giornalista investigativo specializzato in criminalità organizzata. Quest’ultimo è stato avvicinato da una danese, Dora Halmen, che cerca di vendere rivelazioni concernenti un’importante rete di trafficanti di cocaina legati al generale panamense Noriega. Siamo nel mese di luglio del 1989; all’epoca Noriega è l’uomo forte di Panama. L’informazione costa cara, troppo per il giornalista. Se si fosse trattato di un comune giornalista, la faccenda sarebbe rimasta lì. Fiutando la possibilità di altri scoop, presenta Dora Halmen a Philippe Strano, senza precisarle che si tratta di un poliziotto. La donna crede di avere a che fare con un rappresentante di una potente rete di trafficanti di droga europei. Così inizia l’operazione Parano.
Philippe Strano non può gestire l’operazione da solo, nel suo angolino a Losanna. Poliziotto senza una lunga esperienza, non possiede né i mezzi né le capacità per affrontare i cartelli della droga. Intervengo quindi nel caso l’indomani del suo primo incontro con Dora Halmen a Ginevra. Come convenuto, il mio collega la spinge nella mia rete dandole un numero di telefono ticinese spacciandolo per quello del suo capo, Pierfranco Bertoni, cioè io.
Dora Halmen telefona al finanziere Bertoni il 13 luglio 1989, verso le 16.15. La centralinista gira la chiamata al mio ufficio presso il commissariato.
«Signor Bertoni» mi dice «la chiamo da parte di Philippe Strano. Ho delle noccioline da vendere ed un immediato bisogno di soldi.»
«Cara signora, se questo affare ci dovesse interessare lo porteremo avanti, ma noi abbiamo criteri di selezione estremamente precisi. Gli affari sono affari, come si suol dire, e noi ne trattiamo parecchi. Non ci muoveremo che a colpo sicuro. Dobbiamo tener conto delle esigenze degli investitori, del mercato, della concorrenza, della clientela...»
«Signor Bertoni, tutto quello che voglio è la mia commissione. Sono una novellina, non sono ferrata sui grossi traffici d’import-export. Io metto in contatto le persone in cambio di una percentuale.»
«Calma, calma... non mettiamo il carro davanti ai buoi.»
«Credo che Philippe le abbia detto di cosa si tratta. Conosco un gruppo di sudamericani e di spagnoli che trattano tonnellate di noccioline. Cercano uno sbocco sul mercato europeo. Si tratta di un ottimo affare. Parliamo di 50, 100 chili per ogni affare.»
«Capisco, signora, ma ho bisogno di maggiori elementi per poter prendere una decisione. Credo che anche lei mi abbia compreso. Tratto questo genere di affari per conto di investitori che mi concedono la loro totale fiducia, che si fidano della mia società finanziaria. Devo sempre rendere conto a queste persone. Devo fornirgli delle garanzie che al momento non ho, soprattutto per quanto la concerne.»
«I miei amici sudamericani devono venire a Ginevra tra due giorni. Organizzerò un incontro con loro ma, la prego, non dimentichi la mia commissione.»
Dora Halmen è una bionda dagli occhi azzurri che potrebbe essere molto carina se non fosse per una certa durezza nei suoi tratti. Si dice che passati i 40 ognuno sia responsabile del proprio aspetto; a 45 anni l’avidità le ha lasciato il segno. Il nostro primo incontro ha luogo all’aeroporto di Lugano. La danese arriva da Ginevra, accompagnata da due uomini: un piccolo e rotondo sudamericano di nome José e un algerino residente in Spagna, di una trentina d’anni, che dice di chiamarsi Victor Benhalia. È lui a prendere la parola, dopo esserci seduti attorno ad un tavolo del bar dell’aeroporto. Mi mette alla prova parlandomi di un primo affare di 200 chili di cocaina. Vuole sapere se ho i mezzi per pagare in contanti.
«Dipende dal prezzo.» Gli dico, impassibile.
«80.000 dollari al chilo.»
Scoppio a ridere. La somma è fin troppo elevata. Ascoltando l’algerino capisco che il trio è in contatto con importanti venditori dei cartelli sudamericani della droga, ma che non hanno alcun potere esecutivo. Sono semplici intermediari che sognano il colpo grosso: ecco il motivo del prezzo esagerato che chiedono.
«Io rappresento un gruppo di soci» gli spiego con aria professionale. «Ho parecchi poteri tranne uno: non posso fare pagamenti in anticipo. Desidero parlare con dei responsabili della vostra organizzazione, con qualcuno del mio livello. Sono autorizzato ad investire in questo affare 12 milioni di franchi svizzeri, che sono pronto a farvi vedere in qualunque momento così che possiate essere sicuri della nostra serietà e solvibilità... ma comunque non posso accettare 80.000 dollari al chilo. A seconda della quantità e della qualità della merce, sono pronto ad arrivare fino a 25.000 dollari al chilo, trasporto incluso. Prendere o lasciare.»
[...]
Philippe ci aspetta fuori al volante di una Mercedes. La donna sale dietro e io mi siedo a fianco del conducente. L’auto parte e si dirige verso la periferia dove ci attende, in un parcheggio isolato, una Audi Quattro con a bordo due dei “miei uomini”; agenti in borghese venuti da Bellinzona. Giusto il tempo di far salire Dora Halmen in auto e ripartiamo verso il centro città. Direzione: la sede centrale dell’Unione di Banche Svizzere. Siamo seguiti dalla Mercedes guidata da Philippe e, non lontano, da anonimi veicoli della polizia ginevrina incaricata della nostra protezione.
«Le ho riservato una piccola sorpresa» dico alla donna. «Voleva vedere i soldi? Beh... eccoli qui.»
Ad un mio gesto, l’autista tende la mano verso il posacenere e fa scattare un interruttore. Poi abbassa il finestrino sinistro e tiene premuto il tasto qualche secondo più del necessario. Ai piedi della donna una botola si apre su un mucchio di denaro stipato nel doppio fondo. Il bianco viso della danese diventa ancora più pallido.
«5 milioni di franchi svizzeri, come convenuto. Ora li depositeremo in banca. I miei assistenti depositeranno gli altri 7 milioni in un secondo tempo. Sempre alla sua presenza. Bene... spero che si sia convinta delle nostre intenzioni.»
Il denaro è stato messo a nostra disposizione dal governo federale. Philippe lo ha prelevato la mattina stessa presso lo sportello ginevrino della Banca Nazionale. Dopo il deposito Dora Halmen ed io prendiamo un caffè. Eccitata, la danese calcola a voce alta la sua percentuale di guadagno. Da parte mia, eseguo mentalmente la somma degli anni di carcere che l’aspettano.
Ci rincontriamo il giorno seguente al mio hotel. Questa volta è accompagnata dai suoi due compari. Capisco subito che l’atmosfera è un po’ tesa.
«Anche noi vogliamo vedere i soldi» mi dice Victor Benhalia.
«Una banca non è un museo! Non avete fiducia nella vostra amica? Credete che vi racconti delle frottole? Avete forse paura che scappi con i soldi?»
«Non è per questo» borbotta l’algerino. «Mi sono incontrato con uno dei responsabili... ha 100 chili puri al 90%... ma vuole che io controlli il denaro di persona. Cerchi di capirmi, non mi trovo in una posizione facile. Capisce? Praticamente mi trovo tra l’incudine e il martello.»
«L’avevo capito dal principio. Sa, ho una certa esperienza. Sono parecchi anni che mi occupo di operazioni di questo tipo. Vi ho inquadrati non appena mi avete chiesto 80.000 dollari per un chilo. Per carità, vi capisco benissimo. Volete guadagnarci il più possibile... ma non sulle mie spalle! Siete degli intermediari ed è giusto che vi paghi, ma non devo essere io la vostra unica fonte di guadagno. Adesso vi accompagno in banca in modo che possiate vedere i soldi e, in seguito, andate a riferire ai vostri clienti che io, Pierfranco Bertoni, voglio parlare con loro. Voglio incontrare qualcuno che possa prendere delle decisioni. Non ho l’abitudine di trattare con degli intermediari. Mi fate solo perdere il mio tempo e il mio denaro. Mi avete fatto depositare 12 milioni in una cassetta di sicurezza dove non mi rende nulla. Avete idea di quanto perdo ogni giorno? Minimo 3.000 franchi.»
Dopo avergli mostrato il denaro, li invito in un lussuoso ristorante di Rolle, uno dei migliori della regione. In seguito, congedandomi da loro, penso che avrò il mio daffare per far sì che le mie tre sanguisughe si mettano in contatto con i capi del cartello. Li capisco, non vogliono correre il rischio di perdere un ottimo affare. Ora, loro non sono certo il mio bersaglio principale, io miro ai loro contatti sudamericani. Fedele alla linea di condotta che mi sono prefissato, do in escandescenza quando, l’indomani, l’algerino mi dice al telefono che il suo contatto è disponibile ad incontrarmi... ma non subito. Prima di attaccargli il telefono in faccia gli dico dove si può mettere le sue “noccioline”. So di essere sulla buona strada. Le intercettazioni telefoniche al domicilio di Dora Halmen ci hanno informato che l’algerino si trova ad Amsterdam. Senza dubbio il porto d’arrivo della droga.
Il primo agosto Philippe mi informa che Victor Benhalia ha riservato una camera all’hotel Président di Ginevra. Qualche ora più tardi l’algerino mi telefona e chiede di incontrarmi da solo. Evidentemente intende proseguire senza i suoi “amici” per tenersi tutto il malloppo. Approfitto dell’occasione e chiamo subito Dora Halmen.
«Signor Bertoni, che bella sorpresa! Le noccioline sono pronte.»
«Lo so, il suo amico mi ha avvisato. Ma non sono sicuro che mi interessino ancora. Dove si trova il suo amico in questo momento?»
«Da qualche parte tra l’Olanda e la Spagna.»
«Bene, vedo che non è al corrente di quello che fa il suo amico. Non mi piace il suo comportamento. Mi ha appena chiamato da Ginevra e mi chiede di incontrarlo da solo, senza di lei e senza, come lo chiama lui, il “grosso”, cioè José. È evidente che non siete in buoni rapporti. Non posso lavorare con queste premesse. Non posso rischiare di perdere un investimento di questo tipo.»
«Mi dica, signor Bertoni, dove si trova il mio amico?»
«All’hotel Président. Domani sarò a Ginevra per sistemare questa faccenda. Non mi posso permettere di lasciare 12 milioni a dormire in una cassetta di sicurezza, devo reinvestirli. Se mi rimarrà del tempo, andrò dal vostro amico per spiegarmi. Ho fiducia in lei. È stata lei a propormi l’affare. Lui... beh, è un altro paio di maniche.»
«Credo che farò una sorpresa a quel bastardo.»
«Gli dica che l’ho avvisata io.»
«Per favore, signor Bertoni, la prego di venire da me dopo la sua visita in banca. Sarò anch’io all’hotel Président. Se occorre, l’aspetterò per tutto il giorno.»
Vittoria! Ho seminato zizzania tra di loro. Non avrei mancato l’appuntamento dell’indomani per nulla al mondo.
[...]
L’ambasciatore itinerante, Mario Calderon, è un colombiano di una cinquantina d’anni. Attirato da Bruno che lo ha allettato con la possibilità di contatti con grossi trafficanti senza mai nominarli, Calderon è pronto a consegnare tutti, o parte, dei 400 chili. Unico ostacolo, l’ambasciatore itinerante vuole vedere i soldi in Svizzera. Prendere o lasciare. Ronald Husler chiede il mio aiuto e insieme concordiamo un piano. Prima fase dell’operazione: Bruno, l’infiltrato, propone a Mario Calderon di presentargli il suo socio svizzero, Pierfranco Bertoni, che sarei io. Tutto fila liscio e l’appuntamento è fissato per la fine del mese di agosto del 1989 a Ginevra, non lontano dalla frontiera francese.
Quando arrivo sul luogo dell’appuntamento a bordo di una lussuosa Mercedes SEC 500, guidata dal mio collega Philippe Strano, Mario Calderon e Bruno ci attendono a bordo di una BMW.
Conosco Bruno. L’ho intravisto nella primavera del 1987 presso i locali del OCRTIS, durante la festa dove Dick Marty ed io abbiamo visto Georges. Nel suo sguardo qualcosa mi dice che anche lui mi ha riconosciuto. Ma questo non è certo il momento delle spiegazioni o delle rimpatriate. Devo dare tutto me stesso al mio nuovo cliente, Mario Calderon.
Calderon è un uomo atletico dal viso squadrato, capelli corti e sguardo penetrante. La sua stretta di mano è energica. Fin dall’inizio mi tratta come suo pari: Bruno ha svolto egregiamente il suo lavoro. Gli ha spiegato che sono molto importante, un boss.
Philippe interpreta perfettamente il suo ruolo di autista-tuttofare. Apre le portiere della Mercedes e, dato che Calderon è in un bagno di sudore, accende l’aria condizionata al massimo. Partiamo e imbocchiamo l’autostrada per Losanna, direzione il Château d’Ouchy, seguiti dalla BMW guidata da Bruno.
«Signor Bertoni,» mi dice Calderon «Bruno mi ha tanto parlato di lei che mi sembra di conoscerla da sempre. Sono sicuro che faremo affari insieme; ottimi affari.»
«Mario, puoi darmi del tu, e chiamami Pierfranco. Lavoreremo insieme, quindi bando alle formalità. E poi, se mi dai del tu, mi sembrerà di ringiovanire.»
Calderon scoppia in una risata fragorosa prima di riprendere il discorso:
«Ho promesso di fare un favore ad un amico, un colombiano che abita in Spagna. Vuole cambiare 130 milioni di kwanza angolani in una valuta più forte, dollari o franchi svizzeri. Il denaro si trova già in Svizzera in una cassetta di una banca. Se tu potessi fare qualcosa, sarebbe geniale. Mi rendo conto che non sarà facile, non vedo chi potrebbe essere interessato a del denaro angolano. Te ne parlo perché l’ho promesso a questo amico. Deve venire in Svizzera tra due o tre giorni, ma non solamente per questa ragione. È alla ricerca di qualcuno per piazzare 30 chili di cocaina che sono già a Madrid. Chiede 30.000 dollari al chilo, cosa ne pensi?»
Questo suo modo di fare molto diretto, senza fronzoli, mi lascia allibito. Cinque minuti dopo aver fatto conoscenza, eccoci già a parlare di altra cocaina e riciclaggio.
«Mario, parliamone con calma più tardi, una volta arrivati all’hotel, dopo una bella doccia e davanti ad un buon bicchiere. Abbiamo tempo, gustati il paesaggio.»
«Lo so, ma devo andare in Germania, forse già domani.»
Insieme al mio collega Ronald Hasler, abbiamo pianificato il seguito del viaggio di Calderon. Il nostro piano prevede che Bruno lo accompagni a Francoforte per presentargli uno dei miei “soci”, un agente tedesco che impersona un tenutario di un bordello.
«Lo so, Mario. Devi incontrare il mio amico Fifi. Vedrai, è un bravo ragazzo.»
«Sì, e devo anche incontrare uno dei miei soci. Si tratta di un incontro molto importante per i nostri affari. È lui che riceve una parte della cocaina boliviana in Europa.»
Ahi... non può che trattarsi di Fabio, sorvegliato dalla sezione rivale del BKA che, secondo Hasler, sta per essere arrestato. Devo improvvisare qualcosa per impedire che i due si incontrino. Non ho nessuna intenzione di perdere Calderon. Ho altri progetti per lui prima di sbatterlo in galera.
La sera stessa, seduti ad un tavolo del ristorante vista lago dell’Ouchy, spiego i miei progetti ad un Calderon fresco e riposato dopo una bella doccia.
« Bruno mi ha parlato molto bene di te e dice che posso fidarmi. Quindi mi fido. Sicuramente ti ha detto che rappresento un gruppo d’investitori. Facciamo qualsiasi tipo di affari. Noi abbiamo i soldi, tu hai i contatti con persone che possono consegnarci la merce, ma dobbiamo procedere con calma e chiudere un affare prima d’iniziarne un altro. Ora io, in questo momento, sono in affari con un tuo collega colombiano, a Ginevra. Si tratta di un grosso affare. Mi hanno offerto 200 chili al prezzo di 25.000 dollari al chilo per una qualità superiore al 90%. Ma ci sono alcune problemi dell’ultimo minuto, dettagli. Mi sono detto che forse tu potresti darmi una mano per superarli. Sei uno di loro, parlate la stessa lingua e poi, tra colombiani... avete la stessa mentalità. La tua presenza mi aiuterebbe. Bisogna che io chiuda questo affare prima di cominciarne un altro. Ho investito 12 milioni e i miei soci sono molto scrupolosi, non amano vedermi mettere troppa carne al fuoco.»
Mentre gli parlo, lo fisso dritto negli occhi. Alla fine del mio discorso mi sorride.
«Nessun problema, amico mio, se vuoi partiamo subito per Ginevra. So come negoziare con i miei compatrioti. Hai ragione, noi parliamo la stessa lingua.»
«Non c’è motivo per andarci subito.»
«Dimmi quando sei pronto. Poi, noi due faremo affari insieme. Aspetto 400 chili nel porto di Amburgo. Se hai i soldi, sono tuoi. Forse sono addirittura già arrivati. Qualcuno deve arrivare da Bogota per ritirarli. Sono nascosti dentro della merce alla dogana. Vogliamo essere pagati in Svizzera, ecco perché sono qui.»
«Calma, una cosa alla volta. E l’amico del quale mi hai parlato, quello della moneta angolana e dei 30 chili di Madrid?»
«Tra due giorni sarà qui, bisogna aiutarlo. È molto importante per me. I 30 chili di Madrid sono un affare eccellente. Ce li consegnano laggiù. Accompagno uno dei tuoi soci, Bruno o Philippe, e andiamo a prenderli. È un gioco da ragazzi e si può pagare direttamente qui.»
«Mario, vedrò quello che posso fare. Pierfranco Bertoni è un uomo di parola. Per i 30 chili, nessun problema, posso farlo. Per la moneta angolana non ti garantisco nulla. Incaricherò Philippe di occuparsi del problema. Conosce bene i banchieri di Losanna e Ginevra. Per quel che riguarda Amburgo, se la merce è buona vedremo poi in seguito.»
«Perfetto! Perché non vieni in Germania con me? Ti presenterò il mio amico Fabio. È qualcuno di molto importante. I 400 chili di Amburgo... è lui che se ne occupa. Rappresenta i cartelli colombiani nel nord dell’Europa. Abbiamo depositi un po’ ovunque, possiamo rifornirvi quando volete.»
«Mario, possiamo farci le palle d’oro con questo affare. Non ti scordare che io posso investire i profitti in borsa o nel mercato immobiliare attraverso le mie società finanziarie. Creiamo una società: divideremo 50/50. Io metto i soldi, tu fornisci la merce. E ti dirò di più: sarai il nostro ambasciatore in America latina.»
Un sorriso radioso illumina il viso di Mario Calderon. Alziamo i nostri bicchieri di champagne per cementare il nostro accordo.
[...]
Domenica sera rientro al Château d’Ouchy, dove mi aspetta un messaggio di Joselito. Desidera vedermi il più presto possibile. Un’ora dopo lo incontro, in compagnia di José, nella hall del Bristol a Ginevra. Comincio ad averne piene le scatole delle loro storie di noccioline. La negoziazione riprende. Di tanto in tanto Joselito si assenta per telefonare in Colombia.
«I miei amici sono d’accordo di cominciare con 100 chili» m’informa Joselito. «Ma vogliono un anticipo di 380.000 dollari.»
Scoppio a ridere.
«E perché non il contrario? Prima mi date i 100 chili e poi vi pago in un altro momento. Ai tuoi amici non manca certo il senso dell’umorismo.»
«Seguiamo delle procedure molto severe. La prima volta bisogna imparare a conoscersi. Dobbiamo poterci fidare di te.»
«Hai ragione, Joselito, ma per noi è la stessa cosa. Anche noi abbiamo le nostre regole. Sai dove trovarmi. A buon inteditor...»
[...]
Il giorno dopo, alle 17.15, annuncio l’arrivo del mio socio colombiano Mario Calderon a Joselito e José, dopo averli incontrati al bar del Bristol. I due non la prendono molto bene. Tre quarti d’ora dopo ci raggiunge un Calderon più allegro del solito.
«Ragazzi miei» dice «il mio socio mi ha detto che esigete un grosso anticipo.»
«Non siamo noi... sono i nostri... in Colombia.»
«Ragazzi, siete voi che dovete dare delle garanzie in Colombia, non il signor Bertoni. Se foste delle persone importanti, avreste già semaforo verde. Voi non contate niente.»
I due sono pietrificati. Mario continua; la sua voce si fa più dura, il suo sguardo diventa di ghiaccio:
«Voi venite qui a chiedere della garanzie a me, Mario Calderon. Laggiù la mia parola è sufficiente. Quelli che conoscono don Mario sanno chi sono; gli Escobar, gli Ochoa lo sanno bene. Ho i miei titoli nobiliari. Voi... voi non avete niente! Informatevi su di me. Vi ricontatteremo.»
Faccio fatica a trattenermi dal ridere. Anche quando, qualche giorno dopo, Mario Calderon ed io ritroviamo Joselito al bar dell’hotel Bristol. Devo mordermi la lingua per rimanere serio, vedendo quanto sia terrorizzato. Ho deciso di picchiare duro. Voglio che Joselito consegni al suo compatriota la chiave della cassetta di sicurezza dove sono depositati i 12 milioni. Sono cosciente dell’importanza di questo atto simbolico per il colombiano. Mario Calderon afferra Joselito alle spalle:
«Punto numero uno: mi dai subito la chiave. Punto numero due: voglio il numero di telefono del tuo corrispondente in Colombia.»
Livido, Joselito consegna la chiave a don Mario, ma si rifiuta di comunicargli il numero.
«Tu non hai capito!» Urla don Mario. «Io voglio il numero di telefono e il nome del tuo corrispondente! Altrimenti ti garantisco che quando rimetterai piede in Colombia ti ritroverai senza testa!»
Mario Calderon non ha l’aria di scherzare. Joselito sa di non essere mai arrivato così vicino alla morte.
«Mister John, si chiama Mister John. Non l’ho mai visto. Ho solo il suo numero e il nome. È lui che mi dà gli ordini.»
«Mister John? Non lo conosco. Comunque, credimi, conosco tutti quelli che contano in Colombia. Ora lo chiamo e vedremo...» dice Calderon dirigendosi verso una cabina telefonica.
Una decina di minuti dopo Mario Calderon, raggiante, esce dalla cabina e mi fa un gesto perché io lo raggiunga:
«Tutto a posto. Adesso sanno con chi hanno a che fare. Non chiedono più anticipi. Non so ancora quanta merce ti daranno. Deve parlare ai suoi amici del cartello. Gli ho detto che Mario Calderon aspetta un gesto di buona volontà da parte sua. Gli ho detto: “informati su di me presso gli ambienti che contano, quelli che hanno fatto la storia della Colombia, e vedrai cosa ti diranno”. Non sapeva cosa rispondere. “Va tutto bene, don Mario” ha balbettato, “stia tranquillo, darò istruzioni ai miei ragazzi”.»
Poi Calderon si dirige verso il “ragazzo” e dice, con calma, a Joselito:
«Ormai la tua vita mi appartiene. Mi devi ringraziare se hai ancora la testa sulle spalle.»
[...]
Mario Calderon , invece, ha fretta di concludere l’affare.
«Chiudiamo con i 30 chili» mi dice. «È un ottimo affare, un gioco da ragazzi. Bisogna solo risolvere il problema del trasporto. Prestami Philippe e uno dei tuoi uomini. Vado a Madrid e ti porto la droga.»
«Mario» gli rispondo «il trasporto non è un problema. Guarda.»
Aziono il meccanismo di apertura del compartimento segreto. Mario Calderon è meravigliato. Non ha mai visto un nascondiglio così perfetto.
«Mario, se dovesse andare male, se Guillermo non fosse colui che crediamo, io perdo tutto: te, Philippe e questo gioiellino. Quest’auto ci serve per trasportare il denaro all’andata e la droga al ritorno. Capisci?»
Calderon non mi sta nemmeno ascoltando.
«Santa Madre di Dio. Da noi un trucco simile vale una fortuna. Almeno 100.000 dollari, solo per il meccanismo. Si può adattare a qualsiasi auto? È una miniera d’oro!»
«Certo! Se te l’ho mostrato è per farti capire cosa ho da perdere. Se perdo l’auto, perdo tutto.»
«Non conosco bene Guillermo. È Federico che me l’ha presentato. Rispondo di Federico con la mia testa, per Guillermo non lo so.»
«Allora andiamoci piano. Ci faremo i 30 chili quando saremo sicuri che tutto è OK. Al minimo dubbio molliamo tutto e ci concentriamo sull’affare di Amburgo.»
[...]
A partire da ora, sono più di un amico per Mario Calderon; faccio parte della famiglia, e per sottolinearlo il boss colombiano ora mi chiama “zio”. Lo riferisce anche ai suoi interlocutori colombiani. Un modo per sottolineare la mia importanza, ma anche di risponderne personalmente, mettendo così in gioco la sua vita. In tutta la mia vita d’infiltrato non ho mai incontrato un criminale della sua specie: assassino e seduttore nello stesso tempo. La violenza è ben visibile sul suo viso ma è sempre elegante e impeccabile. Se si concede, se si fida, allora non ci sono più segreti. Diventa così, suo malgrado, un informatore molto prezioso. Grazie a lui, dopo qualche mese uno dei principali cartelli della droga colombiani non ha più segreti per me. È arrivato il momento si segnare un altro punto portando Calderon sul mio territorio.
«Ne ho piene le scatole di Losanna, vieni, andiamo a rilassarci in campagna per qualche giorno» dico a Mario. «Ti mostrerò un gran bel posto.»
Situato non lontano da Locarno, in piena campagna, l’hotel Sogno è una struttura a cinque stelle composta da bungalow immersi in un giardino dove dominano piante esotiche, con due ristoranti, due piscine, campi da tennis e perfino un piccolo zoo. I proprietari sono amici di vecchia data che sono al corrente delle mie “attività”. Quindi non sono sorpresi di vedermi arrivare sotto il falso nome di Pierfranco Bertoni e accompagnato da un vero colombiano. Mi accolgono come se fossi a casa mia. Non temo nessun imprevisto. Da molto tempo i figli dei proprietari hanno l’abitudine di chiamarmi “zio”, mentre i loro genitori mi danno del “caro socio”.
Appena arriva nella sua camera, Mario Calderon chiama a Madrid il suo socio Federico Quesada. Come tutti i clienti dell’albergo, ha una linea diretta. Niente di più facile da ascoltare.
«Ola, Federico. Sai bene del bordello che è successo nell’hotel di Losanna. Se non ci fosse stato il mio socio Bertoni, sarebbe potuta finire molto male. Tutto a causa di quell’idiota. Che idea quella di partire senza pagare il conto! Fai attenzione, sono sicuro che lavora per la polizia. Non lo dimenticherò mai, un giorno o l’altro quel tipo avrà bisogno di un trattamento speciale.»
«Sì, un piccolo trattamento alla colombiana.»
«Federico, sono nell’albergo del mio socio. Non ho mai visto un posto come questo. Come minino vale decine di milioni di dollari. Il mio socio è veramente forte, molto forte. Dovresti vedere come lo ricevono da queste parti, come un re. Federico, devo parlare a Junior.»
Junior, cioè Escobar Junior, il figlio di Severo Escobar Ortega.
«Nessun problema. Ti ricordi del grosso? È lui che tiene i contatti. Bisogna passare da lui. Arriva in Europa domani o dopodomani; ti farò sapere.»
Poi, ancora entusiasta, Calderon telefona ad uno dei suoi soci a Bogota, Gustavo Lopez:
«Sono in società con una persona molto importante, qualcuno molto serio. Possiamo dargli l’affare di Amburgo. Niente problemi, faccio io da garante. Mi conosci.»
«OK amico mio. Ti farò sapere quando arriverò in Germania. Partirò da Bogota. Per l’affare, la crociera è composta da 400 colombiani (cioè 400 chili).
[...]
«Zio» mi dice Calderon «è confermato. La cocaina è arrivata al punto franco di Amburgo. 350-400 chili nascosti nel doppio fondo di barili di bile di toro, un prodotto impiegato nell’industria cosmetica. Si tratta di un trasporto perfettamente legale. Uno dei nostri uomini deve arrivare domenica per controllare che non ci siano problemi.»
«Molto bene, Mario, domenica aspetteremo il tuo amico all’aeroporto di Francoforte.»
«Sabato sera un altro dei miei amici di Bogota sarà a Francoforte. Vorrei che tu facessi la sua conoscenza. Orlando è una persona molto importante. L’ho sentito ieri al telefono.»
«Ah sì?» Rispondo, come se non lo sapessi.
«Deve andare ad Amsterdam e poi a Tokyo. Ho approfittato per chiedergli di fare una deviazione a Francoforte per incontrarti. Orlando possiede un grosso deposito di cocaina in Olanda. Così saremo sicuri di avere abbastanza cocaina per soddisfare la domanda.»
«Molto bene, Mario, tu puoi partire domani. Dirò al mio socio Fifi di riservarvi delle camere all’hotel Penta di Wiesbaden, dove siete già stati. Io vi raggiungerò in un secondo tempo. È meglio viaggiare separatamente.»
«C’è solo un problema. Preferirei partire dopodomani per Francoforte. Domani devo incontrare un amico che non vedo da molto tempo, un italiano che ha vissuto parecchio tempo in Colombia. Anche lui potrebbe tornarci utile.»
«Nessun problema, ma fai attenzione ai tuoi amici. Hai visto cos’è successo a Losanna. Non voglio sbirri qui.»
«Non ti preoccupare, lavoro con lui da parecchio tempo.»
[...]
Ne prendo nota prima di recarmi al ristorante dell’Holiday Inn per incontrare Mario Calderon e il suo amico Orlando Fonseca Rivera, appena arrivato da Bogota. A vederlo si direbbe un distinto uomo d’affari. I suoi modi raffinati, il suo portamento, i suoi abiti perfettamente confezionati nascondono l’uomo di fiducia di José Santacruz Londono, capo del cartello di Cali, un cartello della droga più discreto ma anche più pericoloso del suo rivale di Medellin. Mario Calderon ha preparato il terreno, e lo ha fatto così bene che l’uomo d’affari parla a ruota libera:
«Si parla molto di te, ed in bene, in Colombia. Sono fiero di conoscere lo zio del mio amico Mario. È un onore fare affari con te. Forse saprai già che possediamo un grosso deposito vicino ad Amsterdam. È il nostro stock principale per l’Europa. Puoi avere tutta la merce che desideri. Tu sei uno dei nostri, ti faremo delle condizioni vantaggiose. Avevamo circa 2 tonnellate di merce; ora ce ne rimangono 100 chili. Se li vuoi, manda uno dei tuoi ad Amsterdam. Deve solo noleggiare un’auto, prendere una camera in albergo e telefonare ad un numero che ti darò. Uno dei miei uomini passera a prendere l’auto e la riporterà con i 100 chili. Per quanto mi riguarda possiamo farlo anche domani. Per il pagamento non ci sono problemi. Indicherò a Mario come, dove e quando dovrà essere effettuato. Se preferisci aspettare l’inizio dell’anno prossimo, avremo a disposizione due altre tonnellate di cocaina di eccellente qualità. La droga arriverà con un carico di succhi di frutta freschi. Lavoriamo con una famiglia che controlla una delle più importanti imprese produttrici di succhi di frutta del continente.»
Si tratta della famiglia Grajales – legata al cartello di Cali – uno dei bersagli prioritari della DEA. Conosco bene questa famiglia per aver partecipato, nel 1988, ad un’operazione d’infiltrazione condotta dalla DEA in Italia e in Svizzera. Dopo aver incontrato a più riprese i suoi rappresentanti in Europa, ho fatto sequestrare 150 chili di cocaina nel porto di Genova e di Livorno.
Il sogno di ogni agente infiltrato sta per realizzarsi. Mi trovo nel cuore di uno dei più grossi cartelli della droga del pianeta, parlando da pari a pari, da grosso cliente a fornitore, con uno dei suoi dirigenti. Bisogna prendere una decisione. Mi giro verso Calderon e gli domando cosa ne pensa:
«Ascolta, zio» mi dice. «Direi che non vale la pena scomodarsi per 100 chili. Adesso siamo sicuri che la merce ci sarà. Tra qualche mese potremo concludere un affare importante. Zio, aspettiamo che arrivi il grosso carico, in questo modo avremo tutto il tempo per prepararci nel migliore dei modi. Visto che l’amico Fonseca è d’accordo di rifornirci di tutta la merce che abbiamo bisogno, possiamo contattarlo in qualsiasi momento. D’altronde siamo già impegnati con un altro importante affare. Direi di finire quello che abbiamo cominciato prima di buttarci in altre attività.»
Non avrei potuto dire di meglio.
Il mattino del 18 settembre Orlando Fonseca Rivera, dopo averci abbracciato, prende congedo. Ha un appuntamento in Olanda prima di partire per Tokyo. Mi dà il suo biglietto da visita che riporta due indirizzi: uno a Bogota e uno ad Amsterdam.
Qualche ora dopo aver lasciato Orlando Fonseca Rivera telefono ai miei colleghi olandesi e li informo dettagliatamente dell’inchiesta in corso. La presenza di un deposito con 2 tonnellate di cocaina, regolarmente alimentato, nel porto di Amsterdam dovrebbe eccitarli. Ingenuamente ho pensato che unendo i nostri sforzi a quelli del BKA, potremmo istituire quella che gli americani chiamano una task force, una squadra speciale composta da differenti corpi di polizia europei.
Hasler, il mio collega del BKA, condivide il mio punto di vista. Mi aspettavo una reazione immediata dai miei omologhi olandesi. La loro risposta non è decisamente all’altezza delle mie informazioni: capisco subito che il collega olandese all’altro capo del telefono non crede ad una sola parola di quanto riferito. Per ufficializzare la cosa, Hasler invia un telex alla polizia olandese. Nessuna risposta.
[...]
«La merce, 390 chili, ci aspetta dentro 15 barili di bile di toro nel punto franco di Amburgo. Ma ci sono alcuni problemi. Abbiamo incaricato Jürgen Metz, un tedesco sposato con una colombiana, di occuparsi dello sdoganamento e di trovare un posto dove scaricare la merce. Gli ho dato 50.000 dollari per occuparsene e non ha fatto nulla.»
«Non ci resta che ammazzare lui, sua moglie e il loro bambino.» Suggerisce Mario Calderon.
«Impossibile, Metz è in possesso dei documenti per sbrigare le pratiche doganali e si rifiuta di restituirceli. Lo incontriamo domani all’hotel Ramada di Amburgo.»
«Non preoccupatevi» dico loro intervenendo nella discussione. «lasciate fare a me.»
A dire il vero, non ho nessun piano, ma l’assassinio non rientra nel margine di manovra che sono disposto a concedergli.
L’indomani, dopo un viaggio di 900 chilometri in macchina, Calderon, Ortiz, Lopez ed io incontriamo Metz al bar del Ramada. Due dei miei uomini, agenti svizzeri che impersonano le mie guardie del corpo-autisti-tuttofare, prendono posto in un altro tavolo. Metz è già quasi ubriaco. Ne approfitto per ubriacarlo del tutto a colpi di Whisky. Effettivamente non ha combinato nulla e non ha alcuna intenzione di consegnarci i documenti necessari per le pratiche doganali.
«Mi occuperò di tutto domani» dice balbettando. «Prendiamo i barili, ci fermiamo al bordo di una strada, scarichiamo i sacchi e ci separiamo.»
I tre colombiani non aprono bocca. Hanno l’aria inquieta. Il viso di Mario Calderon si fa ancora più duro. Ci posso leggere le sue intenzioni omicide. Per stemperare la tensione scoppio a ridere e appoggio una mano sulla spalla di Metz:
«Ok, amico mio, faremo come dici tu. Ma per il momento tu torni all’hotel, ti fai una doccia e vai a dormire.»
Ad un cenno i miei due angeli custodi si alzano e si avvicinano a Metz. Difficile resistergli. Il primo misura circa due metri, il secondo è un ex campione svizzero di atletica.
«Vieni con noi.»
«Io non vado da nessuna parte!» Inizia ad urlare Metz. «Vi tengo per i coglioni. Voglio il resto dei miei soldi adesso!»
I miei due uomini lo prendono per le braccia, lo sollevano e lo portano fuori dal ristorante. Due ore dopo ritornano con i documenti. Hanno dovuto fingere di strangolarlo, mentre erano in macchina, per ottenere il suo numero di camera e poi, una volta arrivati sul posto, hanno finto di buttarlo dalla finestra per farlo cooperare. L’umore dei colombiani cambia in meglio.
«Zio, i tuoi uomini avrebbero dovuto ucciderlo. Dovevano lanciarlo dalla finestra. È un traditore, ci consegnerà alla polizia.»
«No, Mario, i miei hanno agito bene. Sarebbe stato troppo pericoloso buttarlo dalla finestra. Troppi testimoni li hanno visti salire con Metz. Non è il caso di attirare l’attenzione degli sbirri.»
[...]
I 15 barili vengono caricati su un furgone a noleggio che prende poi la strada per Stoccarda, seguito da due auto con noi a bordo. Arriviamo a Stoccarda verso le 21.30, dopo un viaggio di 900 chilometri. Il BKA ha fatto le cose in ordine. Il garage si trova fuori da un piccolo villaggio nella campagna, lontano da occhi e orecchie indiscrete. O quasi. Il BKA ha imbottito il posto di microspie e telecamere. Infiliamo guanti e tute di lavoro e, fortunatamente, ci sono attrezzi utili per il nostro lavoro. Prima dobbiamo aprire i bidoni, svuotarli del loro contenuto maleodorante e, infine, tagliare il doppio fondo. Mario Calderon è il più accanito. Qell’uomo è dotato di una forza impressionante. Io mi assento un istante per ascoltare il miei messaggi. Dora Halmen conferma che avrà qualche chilo di noccioline per me entro pochi giorni. Vedremo.
Il mattino seguente, dopo una notte breve in un albergo della regione, riprendiamo il nostro lavoro in un’aria appestata dalla bile di toro. I primi doppi fondi sono aperti. Gustavo Lopez viene da me, tutto fiero, con un pacchetto in mano. Come un enologo canta le lodi di un gran vino, mi presenta le caratteristiche della sua merce. Con occhio da buongustaio mi indica la regione della Colombia dalla quale proviene, il modo in cui è stata raffinata e la sua composizione. Non l’ho mai visto così sveglio di quando mi annuncia con una certa fierezza:
«È pura al 95%.»
«La prendo tutta.» dico con espressione ingorda. «Pago in contanti.»
«Lo sai che non è possibile. Lo farei volentieri ma ho già venduto 190 chili a degli italiani che devono venire a ritirarla qui a Stoccarda. Arrivano da Bruxelles. Hanno la mia parola. Li conosco bene, non è la prima volta che faccio affari con loro. Quella è gente che non scherza.»
«Ok, scusa se ho insistito. Ti devo quindi 5 milioni di dollari per i 200 chili. Dove e come preferisci essere pagato? Vuoi i soldi qui?»
«No, devi aprirmi un conto in Svizzera. Tra due giorni devo consegnare i 190 chili agli italiani in cambio di 4.750.000 dollari. Vorrei che tu me li portassi in Svizzera. Li verserai sul mio conto e poi trasferirai il tutto su un conto a Miami.»
«Nessun problema. Posso versare il denaro sul conto di una delle mie società in Svizzera e trasferirli ad una banca di tua scelta a Miami. Se vuoi, i miei uomini possono venire a prendere i soldi a Bruxelles e trasportarli in Svizzera a bordo di un veicolo.»
Un sorriso raggiante trasforma il viso di Mario Calderon che interviene:
«Sei in ottime mani. Conosco i sistemi di trasporto di mio zio. Ho promesso di non parlarne, ma non ho mai visto niente di simile. Non scopriranno mai i tuoi soldi.»
4.750.000 dollari che si aggiungono a quelli che sequestreremo. Con un po’ di fortuna potremmo anche arrestare gli italiani di Bruxelles.
Rimane solo un problema. Capisco quale sia vedendo i miei tre colombiani confabulare in fondo al garage. Dopo qualche minuto Mario Calderon viene verso di me:
«Zio, abbiamo discusso del destino di Jürgen Metz. È un traditore. Troppo rischioso lasciarlo in vita. Sa tutto. Ci ha già traditi una volta e vedrai che lo farà ancora. Far venire dei sicari dalla Colombia richiederebbe troppo tempo, ed è urgente! Lo ammazzerò io. Lo chiameremo e gli diremo di venire in questo garage. Gli dobbiamo ancora dei soldi. Lo ammazzerò con una spranga, taglierò a pezzi il cadavere e lo metteremo in uno dei barili. Salderò il coperchio con la fiamma ossidrica e lo butteremo da qualche parte. In seguito faremo ammazzare la sua famiglia: sua moglie e il loro bambino.»
So che è in grado di farlo. In passato, a Bruxelles, è stato arrestato per percosse gravi e intenzionali. Che fare? Arrestarli ora? È troppo presto. Calderon è troppo importante pensando alle prossime fasi dell’operazione: la possibilità di localizzare il deposito di Orlando Fonseca Rivera in Olanda e quello di Severo Escobar IV Garzon in Spagna. Non dimentico nemmeno che tra qualche giorno gli italiani arriveranno per ritirare i loro 190 chili di cocaina. Non ho nemmeno intenzione di arrestare Metz. Correrei il rischio di far fuggire Orlando Fonseca Rivera ed Escobar Junior. Devo guadagnare tempo.


ORIANO MATTEI