yYAXssKCQaUWZcXZ79RJTBLvo-c;SfREtjZ9NYeQnnVMC-CsZ9qN6L0 Finance, Economics, Globus, Brokers, Banks, Collateral-Oriano Mattei: Oriano Mattei : L'«effetto Wikileaks» s'abbatte sul dittatore di Tunisi

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domenica 16 gennaio 2011

Oriano Mattei : L'«effetto Wikileaks» s'abbatte sul dittatore di Tunisi


16 Gennaio 2011


di CARLO BOLLINO
Dopo 2.428 cablogrammi pubblicati sui 251.287 carpiti dagli archivi segreti del Dipartimento di Stato americano ma non ancora resi noti, Wikileaks rovescia già il primo regime. Senza armate o bombardieri né alcuna invasione corazzata: semplicemente con la forza del web. Perché se il popolo tunisino è sceso in piazza con tale dirompente determinazione da costringere il suo potentissimo presidente-dittatore Ben Ali a mollare lo scettro del potere e a fuggire, lo si deve in gran parte all’effetto prodotto nell’opinione pubblica e nella stessa opposizione tunisina dalla diffusione delle informative partite dall’ambasciata americana a Tunisi in direzione di Washington. Cioè esattamente ai documenti pubblicati nei primi giorni di dicembre da Wikileaks.

Ma cosa contenevano quei documenti? Per la prima volta in 200 anni di forti e amichevoli relazioni, un ambasciatore degli Stati Uniti confermava senza giri di parole gli stessi inquietanti concetti che milioni di tunisini si ripetevano da anni, ma a bassa voce, su Ben Ali, sul suo regime e sulla corruzione sua e della sua famiglia. In un cablogramma datato 17 luglio 2009 l’allora ambasciatore Robert F. Godec arrivava a definire quello di Tunisi un «regime sclerotico e corrotto» in balia della famiglia «quasi-mafiosa » del presidente Ben Ali.

«Anche se brucia la piccola corruzione – scriveva l'ambasciatore americano - sono gli eccessi della famiglia del presidente che oltraggiano i tunisini. Spesso citata come una quasi-mafia, dire 'La Famiglia' basta per intendere a chi ti riferisci. La corruzione - annotava ancora il diplomatico - qui è l'elefante nella stanza: nessuno puo' dirlo pubblicamente, ma tutti sanno che questo è il problema».

Il documento finisce in rete il 7 dicembre (insieme ad altri tre dello stesso tenore spediti nei mesi precedenti), e sebbene il regime applichi da anni la censura sul web rendendo irraggiungibili i siti ritenuti ostili, il clamoroso contenuto dei cablo americani diventa rapidamente di pubblico dominio. Dopo sei giorni Wikileaks pubblica altri tre dispacci americani in uno dei quali vengono anticipati i contenuti di un libro che contiene le prove sulla corruzione di Ben Ali. Tempo un paio di giorni e i più attenti analisti notano il primo, sorprendente, effetto.

Dai giornali tunisini (tutti in qualche modo controllati dal governo) scompaiono gli annunci a pagamento che a firma di svariate associazioni già da settimane invocavano la riconferma di Ben Ali alle elezioni presidenziali del 2014. Sarebbe stata la sua settima elezione consecutiva da quando nel 1987 arrivò al potere rimuovendo, con quello che passò alla storia come «il golpe medico», l’ormai agonizzante presidente Habib Bourghiba.

La scomparsa degli appelli in favore di Ben Ali dalla stampa filo-governativa vengono interpretati come l’avvisaglia di una devastante tempesta. Quei sette “cablo ” destinati a rimanere segreti disvelano all’opposizione politica e alla gente comune, forse per la prima volta con tanta chiarezza, che Ben Ali è in crisi di fiducia nel rapporto col suo alleato più tradizionale, e che l’essere considerato un argine contro l’avanzata islamico-integralista ha smesso dopo decenni di essere per lui una ragione di immunità.

Anche il presidente ed il suo entourage devono aver letto in quei rapporti inviati a Washington la prova di un rapporto ormai finito. È il detonatore di una situazione già esplosiva. Il 24 dicembre, appena undici giorni dopo le ultime rivelazioni di Wikileaks, nella cittadina di Menzel Bouzayane, nella Tunisa centrale, un agente di polizia confisca le povere mercanzie ad un venditore ambulante trovato in piazza senza licenza. È solo uno dei quotidiani soprusi da parte di una polizia arrogante perché protetta e asservita, ma che questa volta scatena una reazione inaspettata: l’uomo si ribella, urla «basta» e si dà fuoco. Non era mai accaduto prima. Né era mai accaduto che il corteo funebre seguito al pubblico suicidio si trasformasse in un’aperta manifestazione di ostilità nei confronti del regime.

La polizia per la prima volta spara sui dimostranti, un altro giovane rimane ucciso. Tre giorni dopo nuovi cortei, la polizia spara ancora. La rivolta nata dal web esplode sulle piazze di tutto il paese e diventa una valanga che in appena venti giorni travolge il regime. Non è un caso che nel discorso alla nazione tenuto due giorni fa nel disperato tentativo di riconciliazione col suo popolo, tra le prime misure democratiche annunciate dal presidente Ben Ali vi sia stata proprio la liberalizzazione di internet.

È stato un concedere l’onore delle armi a quella Rete che ha contributo a segnare la sua fine. La stessa rete fatta di blog, socialnetwork e migliaia di siti improvvisamente tornati accessibili in tutto il paese, che da quel momento celebrano la propria vittoria. È almeno da dieci anni che i giovani maghrebini utilizzano il web come rete clandestina di comunicazione aggirando i blocchi e le censure imposte dallo Stato. Succede così in molti altri paesi arabi, in Iran, in Cina, nei regimi dell’America latina.

Ma in Tunisia è accaduto qualcosa di più: il web non si è limitato a portare in giro per il mondo la notizia di una rivoluzione (potere che già lo rende inviso ai tutti i regimi), il web questa volta la rivoluzione l’ha provocata. Perché è riuscito a comunicare ai sudditi disperati quel che il mondo pensava di loro, e quelli come per incanto hanno smesso di aver paura trasformandosi in insorti. Dunque anche così ci si può riprendere la libertà: con la semplice, incontenibile forza, del non sentirsi più soli.

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