yYAXssKCQaUWZcXZ79RJTBLvo-c;SfREtjZ9NYeQnnVMC-CsZ9qN6L0 Finance, Economics, Globus, Brokers, Banks, Collateral-Oriano Mattei: Oriano Mattei : AMARCORD DI GIAMPAOLO SULLA PRIMA AFFITTOPOLI CHE RIVELÒ GLI AFFITTI "regalo" DI VELTRONI E D’ALEMA

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venerdì 25 febbraio 2011

Oriano Mattei : AMARCORD DI GIAMPAOLO SULLA PRIMA AFFITTOPOLI CHE RIVELÒ GLI AFFITTI "regalo" DI VELTRONI E D’ALEMA



25 Febbraio 2011


CANTA CHE TI PANSA - AMARCORD DI GIAMPAOLO SULLA PRIMA AFFITTOPOLI CHE RIVELÒ GLI AFFITTI "regalo" DI VELTRONI E D’ALEMA - L’IRA DEI MILITANTI FURIOSI - ENTRAMBI I LEADER S’INFURIARONO, MA SOLO DALEMIX EBBE IL BUON GUSTO DI TRASLOCARE - E QUANDO ’L’ESPRESSO’ PUBBLICÒ LA PIANTINA DEL NUOVO APPARTAMENTO, MAX QUERELÒ: “NON SO COME SI CONCLUSE LA FACCENDA TRA D’ALEMA E DE BENEDETTI. COMUNQUE SIA ANDATA, FU UNO SCONTRO FINANZIARIO FRA GIGANTI”...

Giampaolo Pansa per "Libero"

Era un omino di mezza età. Con l'espressione del viso chiusa, severa, o forse soltanto intristita. Mi guardò e lì per lì sembrava deciso a parlarmi, poi non disse nulla. Attese con pazienza che l'edicolante mettesse insieme il mio pacco di quotidiani e facesse il conto. Quando venne il suo turno, chiese sottovoce: «Mi dà il giornale?» «Quale giornale?» gli domandò il padrone dell'edicola.

Lui rispose: «Quello di Feltri». Lo prese, lo pagò e uscì sulla strada. Eravamo a Siena, città rossa come poche. Non mi capitava quasi mai di incontrare un lettore del Giornale, allora diretto da Vittorio Feltri e da Maurizio Belpietro. Chiesi all'omino: «Legge sempre questo quotidiano?».

«No, lo compro da qualche giorno». Azzardai: «Lo compra da quando è scoppiata la storia di Affittopoli?». «E già!» esclamo lui. Allora gli domandai: «Che cosa pensa delle case affittate ai politici?». L'omino mi scrutò senza parlare. Aveva arrotolato il Giornale e lo impugnava come se fosse un randello di carta. Di colpo lo alzò e disse sottovoce: «Penso che stavolta i politici l'hanno fatta grossa. Davvero grossa!». Erano parole pronunciate con rabbia sommessa.

E con uno sguardo così furente e disperato che mi dissuase dal chiedergli altro. Se mi domandate quale sia il mio ricordo più netto della prima Affittopoli, emersa nell'agosto 1995, rispondo: è l'omino con il bastone di carta e la sua rabbia mite. E soprattutto con uno sguardo carico di umiliazione e di rancore. Mi sarebbe piaciuto che lo vedessero i politici che vivevano nelle case ricevute dagli enti previdenziali a condizioni di riguardo. E soprattutto i due big di sinistra messi nei guai dall'inchiesta del Giornale: Massimo D'Alema, allora segretario del Pds, e Walter Veltroni, direttore dell'Unità.

Li per lì, i due big finsero di non vedere quanto stava accadendo. Lo stesso fecero tanti altri a sinistra. Applicando la tattica dello struzzo, in vigore ancora oggi. Non vedevano le lettere spedite ai giornali dai loro militanti. Non leggevano interviste come quella del Corriere della sera a un operaio dell'Alfa Romeo, Alvaro Superchi, che l'anno prima era diventato deputato del Pds.

Lui raccontava delle telefonate incavolatissime e angosciate dei suoi compagni di lavoro a proposito delle case di Massimo e di Walter. Certo, non erano gli unici ad aver vinto alla lotteria. C'era pure una compagnia di centro- destra. Ma a fare clamore, fatalmente, era il loro caso. Chi teneva gli occhi aperti si rese conto subito che l'italiano qualunque, il cittadino senza potere, viveva l'affare degli affitti privilegiati come uno scandalo persino più pesante di Tangentopoli. Le tangenti indignavano, ma erano una questione che riguardava lo strato alto della torta sociale: i partiti e le imprese.

Una vicenda sporca, però collocata nella stratosfera dei poteri politici ed economici. Le case no. Da questa storia di alloggi concessi a Tizio, un potente, e non a Caio che non lo era, milioni di italiani si sentivano borseggiati, scippati, feriti. Perché un ente pubblico li affittava a dei parlamentari, invece che a cittadini ben più deboli di loro? Per questo l'omino ringhiava: «Stavolta l'hanno fatta grossa!».

Era uno stato d'animo che venne spiegato da una lettera pubblicata su Repubblica. L'aveva spedita da Livorno la signora Giuseppina Calvani, una donna di sinistra, elettrice del Pds. Diceva: «Il segretario del Pds, D'Alema, vuole dimostrare che tutto è stato fatto regolarmente, secondo la legge. Ma non si rende conto che anche questo fa infuriare milioni di italiani, anche elettori del Pds come me. Perché allora non si capisce come mai tanta gente sia costretta a pagare affitti in nero o ad accollarsi gravosi mutui con balzelli aggiuntivi (Ici e compagnia), quando basterebbe fare una semplice domanda a un qualunque ente previdenziale e poi aspettare soltanto 365 giorni. Che gli italiani "normali", oltre che essere curiosi e maligni, siano anche stupidi?».

L'inciso sugli italiani "normali" era una stoccata a D'Alema che proprio in quell'estate aveva pubblicato, con la Mondadori di Silvio Berlusconi, il suo primo libro: "Un paese normale". Ma in fondo Max si comportò in un modo più avveduto rispetto al compagno Walter. Sulle prime, D'Alema fece il piangina. Disse: «Consegno al partito il 52 per cento della mia indennità di parlamentare. E dunque non posso trovare una casa decente al libero mercato».

Però il suo lamento ebbe l'unico effetto di irritare una parte della gente che replicò, incazzata: possibile che il Pds sia così in brache di tela da non offrire al proprio leader un appartamento adatto al suo rango? In quei giorni mi capitò di parlare al telefono con lui. Max era un freezer zeppo di rabbia gelida. Ce l'aveva a morte con i giornalisti, e non soltanto con Feltri e Belpietro.

Penso che nacque allora il proposito di stilare un lungo proclama contro la stampa. In seguito affidato a una mega intervista scritta da Lucia Annunziata. Pubblicata da Prima comunicazione nel dicembre 1995, si apriva con una sentenza memorabile: «I giornali? È un segno di civiltà non leggerli. Bisogna lasciarli in edicola». Poi D'Alema prese una decisione saggia: se ne andò con la famiglia in un'altra casa, non rammento se comprata o affittata da un privato. Veltroni, invece, non si mosse dall'appartamento al centro della polemica. E scelse la tattica del lamento.

Alla Festa nazionale dell'Unità, a Reggio Emilia, balbettò angosciato: «Riaffiora il clima di un anno fa, è ripresa una campagna di demonizzazione. Sia ben chiaro che, se si va avanti su questa strada, non mancheranno le risposte». Come avevo fatto con Max, parlai al telefono anche con Walter. Era furibondo. Gridò che pure noi dell'Espresso li avevamo presi «a calci in faccia». E concluse, urlacchiando: «Ci avete fatto passare per privilegiati!». Allora gli replicai: «Perché non rispondi per le rime a Feltri? Dirigi anche tu un giornale, l'Unità. Spellalo vivo, se hai gli argomenti per farlo».

La risposta di Veltroni mi lasciò secco: «Non possiamo farlo, perché noi siamo un giornale d'informazione!». Subito dopo vennero settimane un po' deliranti. In televisione Walter aveva lo sguardo allucinato del tacchino inseguito dal cuoco la vigilia di Natale. D'Alema, invece, era una tigre pronta a sbranare l'intera congrega dei pennivendoli, dai direttori all'ultimo cronista.

Volete sapere come andò a finire? Mentre Veltroni si guardava bene dal chiamare il camion dei traslochi, D'Alema entrò finalmente nel nuovo alloggio. Ma anche qui non trovò pace. Claudio Rinaldi, il direttore dell'Espresso, era un giornalista curioso e tenace. Riuscì a trovare la piantina dell'appartamento dove Max si era sistemato. E la pubblicò. Max prese cappello e sparò all'Espresso una causa civile di quelle robuste.

Con una richiesta di danni allora molto insolita: un miliardo di lire. Non so in che modo si concluse la faccenda. L'unico che può saperlo, oltre a D'Alema, è l'ingegner Carlo De Benedetti. Comunque sia andata, fu uno scontro finanziario fra giganti.

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