
17 Febbraio 2011
La Rete «è diventata la piazza del mondo». Parola di Hillary Clinton, che mette in guardia i governi repressivi a non limitare la libertà di Internet.
Gli USA investiranno altri 25 milioni di dollari per aiutare i dissidenti online e gli attivisti in lotta che si oppongono ai regimi. E il Dipartimento di Stato aprirà account su Twitter in lingua cinese, russa e hindi, che andranno a sommarsi a quelli già attivi in francese, spagnolo, arabo e farsi. Clinton ha citato più volte la Cina, la Siria, Cuba, il Vietnam e il Myanmar tra i paesi che censurano la Rete. «La migliore risposta a parole offensive sono ancora più parole. La gente può e deve alzare la voce contro l’intolleranza e l’odio», ha dichiarato Clinton
Hillary Clinton, segretario di Stato USA
Annunci condivisibili, che, però, sembrano contradditori rispetto ad alcune reazioni fuoriuscite proprio dalle stanze del potere a stelle e strisce. Si pensi, per esempio, alla burrasca generata da WikiLeaks. A tal proposito, tuttavia, interviene su Il Sole 24 Ore l’ambasciatore USA in Italia: «Tutti i governi hanno bisogno di un certo grado di riservatezza quando trattano temi riguardanti la salute pubblica e la sicurezza nazionale», scrive David H. Thorne.
Eppure, la sicurezza è stata spesso invocata a pretesto per giustificare dure misure restrittive sulla libertà di Internet: «I governi che arrestano i blogger, indagano sulle attività pacifiche dei loro cittadini e limitano o chiudono l’accesso alle informazioni nascondendosi dietro la scusa di mantenere la sicurezza, non convincono nessuno».
Parole sante. Sarebbe il caso, però, di non volgere lo sguardo solo verso i regimi autoritari, ma di guardare anche al proprio paese. Agli Stati Uniti, quindi, ma anche all"Italia, dove non mancano situazioni che sembrano configurare abusi di potere, dove vengono chiusi blog che contengono parole offensive e minacciose, dove fioriscono proposte e regolamenti che hanno sentore di censura.
Autore: Marcello Tansini
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