
07 Dicembre 2011
Chi c’è dietro le agenzie di rating che decidono la sorte degli Stati
Uno spettro si aggira per il mondo: lo spettro del giudizio. Il giudizio delle agenzie di rating, gli istituti di analisi dei conti di aziende, paesi sovrani, che colpisce in maniera implacabile i giganti e i piccoli attori del palco finanziario mondiale, è lo spauracchio di tutti: se Standard & Poor’s, Moody’s e Fitch parlano, il mondo trema. E trema perché basta uno dei temuti downgrade, i ribassi dell’indice di credibilità che le agenzie assegnano ai paesi, per far muovere miliardi e miliardi sui mercati finanziari. Le agenzie di rating questo fanno: giudicano. Forniscono un parere che vuole essere massimamente autorevole per gli operatori finanziari: qui puoi andare, qui è meglio che lasci perdere, qui vendi di corsa che finisci rovinato.
DOWNGRADE MULTIPLI – Il giudizio di una delle tre sorelle del rating mondiale conta, e come: recentemente Standard & Poor’s ha fatto intendere che se la situazione europea non cambierà, nel Vecchio Continente saranno possibili bancarotte a catena. Proprio mentre scriviamo, la prima delle tre agenzie di rating ha messo “sotto osservazione” i conti pubblici di 15 paesi europei; il che sta a dire che il loro rating potrebbe essere a breve modificato.
Secondo Bloomberg i paesi dell’Eurozona sono sotto osservazione per un possibile downgrade del rating del loro debito a partire da oggi. Il credit watch negativo è un preludio all’abbassamento del rating. Standard & Poor’s mette sotto osservazione in particolare i rating di Germania e Francia, che rischiano la tripla A. Sotto la lente dell’agenzia internazionale anche il rating dell’Italia. Standard & Poor’s probabilmente rilascerà una dichiarazione in merito dopo la campanella di chiusura di Wall Street alle 4 di pomeriggio, ora americana. Mentre il downgrade dei paesi in possesso al momento della tripla A potrebbe avere un impatto molto forte su come i leader dell’Unione Europea possano affontare la crisi, un downgrade generale potrebbe mettere a durissima prova i tentativi di ripresa dell’eurozona. Questo potrebbe modificare l’attitudine dei leader nel risolvere la crisi, specie i più recalcitranti.La Germania potrebbe perdere due ‘scalini’ del suo attuale rating
Perdere addirittura due scalini rispetto ai pieni voti sarebbe una tragedia per l’economia europea: e questo perché nessun ente privato che operi in un paese può avere, di norma, un rating superiore a quello del paese. Il che vuol dire che se Standard & Poor’s abbassa il rating del debito sovrano tedesco, a catena tutte le obbligazioni di tutti i grandi agenti economici tedeschi potrebbero essere abbassati il giorno dopo: l’impatto sarebbe devastante. Di colpo, le produttive aziende tedesche si vedrebbero definite come “inaffidabili”, meno solvibili del giorno prima, e il sistema economico del paese ne risentirebbe in maniera significativa: ecco quale è il potere d’impatto di un’agenzia di rating e di un suo downgrade.
STANDARD & POOR’S – E’ per questo che in molti si sono chiesti se non fosse il caso di porre sotto controllo il potere dei raters internazionali: come può un organismo che è e rimane sostanzialmente di diritto privato – e lo vedremo fra un attimo – avere questo potere? In breve: se le agenzie di rating sono assurte a veri e propri controllori dei mercati finanziari mondiali, della fiducia degli investitori rispetto a questa o quella prospettiva di sviluppo e di, appunto, investimento, come possono operare in maniera – alla fine – sostanzialmente arbitraria, facendo schiantare paesi e aziende semplicemente cambiando la propria volontà? Come vedremo, innanzitutto non è proprio corrispondente a realtà il dire che le decisioni dei raters sono arbitrarie. In ogni caso vale la pena esaminare l’azionariato delle tre più grandi società di rating, ovvero: chi le controlla, chi le possiede, chi ne trae benefici. La principale e più prestigiosa agenzia di rating si chiama Standard & Poor’s, e nasce nel lontano 1860: fin dall’inizio si occupa di statistiche finanziarie. Nel 1966 viene acquistata dalla McGraw Hill, società editoriale che si occupa principalmente di pubblicazioni tecnologiche, informatiche e appunto finanziarie; possiede una larga rete di emittenti televisive ed è massicciamente presente nel mondo dell’informazione; infine, per l’80%, possiede appunto Standard & Poor’s. E, per dire quanto problematico può essere controllare un’agenzia di rating, basta tornare ad un paio di mesi fa. Nello scorso settembre Standard & Poor’s si permette di proclamare il downgrade del debito sovrano Usa, che passa dalla canonica tripla A (AAA, indice di garanzia massima) ad una meno soddisfacente AA+, si scatena un putiferio. Il dipartimento del Tesoro scarica la colpa sull’agenzia, dicendo che i conti del rater erano stati sbagliati. Per una curiosa coincidenza, il controllore (appunto McGraw Hill, che siede nell’azionariato accanto a soci ben minori quali Capital World Investors, che incontreremo di nuovo fra un attimo) comunica proprio in quei giorni di voler procedere ad una divisione della società, arrivando ad avere una public company che si occupasse solamente del settore finance: in molti hanno visto dietro questa decisione proprio il putiferio che il downgrade del debito americano aveva comportato. Un primo passo per allontanare questo figlio un po’ turbolento dal giardino di casa (e renderlo, appunto, ancora più indipendente).
INTRECCI SOCIETARI – Continuando ad esaminare l’azionariato delle varie agenzie di rating, il sospetto potrebbe salirci legittimo: perche in vari casi il controllore delle tre società si interseca. Come ad esempio Moody’s, che è detenuta per il pacchetto di maggioranza relativa dall’imprenditore, terzo uomo più ricco del mondo secondo Forbes, Warren Buffet, affarista non nuovo a speculazioni di fede democratica che ne controlla il 17% attraverso la finanziaria Berkshire Hathaway; ma in quota di minoranza c’è la finanziaria State Street e, sorpresa, ritroviamo Capital World Investors al 10% (uno dei più grandi gruppi di investimento finanziario del mondo, fondata da Jonathan Bell e che muove oltre un biliardo di dollari complessivamente) che, attenzione attenzione, detiene la quota di maggioranza proprio di Mc Graw Hill, che controlla Standard & Poors. Forse solo la terza agenzia di rating più importante del mondo, Fitch, che ha un azionariato diverso (è principalmente europea) sfugge alla regola dei consigli di amministrazione intersecati: è posseduta principalmente dal gruppo finanziario francese Fimalac. Ma il problema rimane comunque, perché se una delle tre sorelle del rating abbassa la valutazione su un debito sovrano, le altre, normalmente, si adeguano: altrimenti perderebbero la loro credibilità. Nessuno ha interesse a sbagliare: per cui, se una delle tre si arrischia, le altre normalmente la seguono a breve, e il problema dei conflitti di interessi rimane ben presente. Come fidarsi, dunque, dei rating? Facile: i numeri non hanno padrone, e avere la nomea di un rater inaffidabile vuol dire chiudere baracca.
TRASPARENZA – E’ per questo che le agenzie di rating hanno tutto l’interesse ad essere il più possibile trasparenti rispetto ai criteri con cui vengono effettuati i loro screening. I criteri di analisi di Standard & Poor’s sono raggiungibili a questa pagina, qui quelli di Fitch e qui quelli di Moody’s: se questi raters avessero intenzione di influenzare in maniera segreta e inaccessibile il mercato finanziario mondiale, probabilmente non diffonderebbero i loro strumenti di lavoro; anche perché chiunque, in grado di utilizzarli, potrebbe prevedere da solo l’andamento del mercato e sprecarsi in insider trading. Con la piena trasparenza le tre agenzie di rating si privano dell’unico strumento che potrebbe permettergli di realizzare il complottone mondiale, il sovvertimento dei conti pubblici in via del tutto arbitraria. Dunque è vero, le agenzie di rating sono enti privati che non rispondono agli stati: la critica è più o meno la stessa che viene mossa alle banche centrali, in generale partecipate dagli istituti privati, ed è infondata come quella.
IL CONTROLLO DELLA POLITICA - Nel caso degli istituti centrali, i criteri di nomina dei vertici sono pubblicistici, e dunque le banche centrali, pur ricevendo fondi dalle banche privati, sono controllate dalla politica; nel caso delle agenzie di rating, esse sono detenute da investitori privati che si attendono profitti; profitti che arriveranno però solo se il rater si comporta in maniera indipendente e trasparente, altrimenti ne va della sua affidabilità e investire in esso non conviene più a nessuno. Per assurdo che possa sembrare, è proprio il posizionamento sul mercato del rater ad essere garante della sua indipendenza ed affidabilità: se i rater fossero sottoposti a controlli esterni, sarebbero, appunto, controllati. E il problema del controllore si porrebbe all’infinito; non solo, come abbiamo visto nel caso di McGraw Hill, possedere una rilevante quota di controllo di un agenzia di rating è spesso un problema, perché appena un rating viene abbassato – in breve – qualcuno se la prende con te: per cui gli stessi privati detentori hanno l’interesse a distanziarsi dal capitale dei raters, vere e proprie patate bollenti e fucine di guai.(Dario Ferri per "Giornalettismo.com")
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