yYAXssKCQaUWZcXZ79RJTBLvo-c;SfREtjZ9NYeQnnVMC-CsZ9qN6L0 Finance, Economics, Globus, Brokers, Banks, Collateral-Oriano Mattei: Tutte le guerre del prossimo anno

video

Loading...

martedì 27 dicembre 2011

Tutte le guerre del prossimo anno


27 Dicembre 2011


I conflitti che rischieranno di scoppiare o che caratterizzeranno il 2012 secondo Foreign Policy


Quali situazioni di conflitto sono più a rischio di ulteriore deterioramento nel corso del 2012? Foreign Policy si è rivolto all’International Crisis Group per valutare quali disastri causati dall’uomo potrebbero esplodere nel prossimo anno, ottenendo un elenco complessivo di 10 aree di crisi che meritano particolare attenzione. Certo, tutte le liste sono afflitte da una certa arbitrarietà, ma questa, si spera, spingerà la gente a riflettere e parlare. Perché non includere il Sudan – sicuramente afflitto da una crisi di proporzioni terrificanti – o i conflitti dimenticati d’Europa – nel Caucaso del Nord, per esempio, o nel Nagorno-Karabakh? Era necessario rivolgere l’attenzione ad aree che più di altre, al momento, richiedono di stare con gli occhi ben aperti.

LA SIRIA - Molti in Siria e all’estero puntano ora su un imminente collasso del regime, ipotizzando che tutto andrà meglio da quel momento in poi. La realtà potrebbe rivelarsi molto diversa. Poichè le dinamiche sia in Siria che nell’arena internazionale si sono duramente rivoltate contro il regime, molti sperano che la situazione di stallo sanguinoso possa finalmente giungere al termine, ma per quanto sembra ormai inevitabile che il presidente Bashar al-Assad lasci il palco dopo la brutalità terrificante del suo regime negli ultimi mesi, le fasi iniziali post-Assad comportano rischi enormi.

IRAN/ISRAELE - Anche se l’Iran e Israele, in qualche modo, riescono “a navigare in sicurezza” oltre gli scogli della crisi siriana, l’inimicizia tra di loro sulla questione nucleare può portare i rapporti tra i due pericolosamente fuori dotta. Anche se le sanzioni contro l’Iran e le dimostrazioni di forza generiche si sono intensificate alla fine del 2011, alcuni possono vedere nell’attuale situazione la continuazione di una tendenza di lungo periodo nei rapporti tesi tra Iran e Israele. Due fattori possono rendere il 2012 un possibile punto di svolta in negativo: in primo luogo, il report più recente dell’International Atomic Energy Agency è particolarmente ambiguo. Non riporta le prove significative dell’intenzione di Teheran di costruire un’arma nucleare, ma evidenzia la riluttanza dell’Iran a collaborare con l’agenzia internazionale. In secondo luogo, le elezioni americane forzeranno l’agenda del Paese al sostegno a Israele in modo ancora più deciso, creando un ambiente favorevole ancor più favorevole ad Israele per reagire contro l’Iran con conseguenze potenzialmente disastrose.

AFGHANISTAN - Un decennio di “maggiore sicurezza, sviluppo e assistenza umanitaria da parte della comunità internazionale” non è riuscito a creare un Afghanistan stabile: tutto evidenzia come il senso di sicurezza stia cadendo a pezzi, data anche la presenza crescente degli insorti nelle province precedentemente stabilizzate. Nel 2011, la sola capitale ha visto una raffica di attentati suicidi, tra cui il sanguinoso attentato nella città dal 2001; attacchi multipli durante le missioni estere a Kabul, verso il British Council e l’Ambasciata degli Stati Uniti, e l’assassinio dell’ex presidente e capo negoziatore della pace Burhanuddin Rabbani. Le prospettive per il prossimo anno non sono più brillanti.

PAKISTAN - Per tutto il 2011, le relazioni del Pakistan con gli Stati Uniti sono andate di male in peggio e le bombe micidiali – ancora apparentemente accidentali – della NATO sui soldati pakistani nel mese di novembre hanno reso i due Paesi ancora più ostili. In parte come risultato, ma anche per via del sostegno dell’esercito pakistano ai militanti che operano in Afghanistan, i legami tra Islamabad e Kabul si stanno sfilacciando. Il governo eletto ha fatto qualche progresso nel suo riavvicinamento con l’India, iniziando a normalizzare le relazioni commerciali. Eppure, il processo rimane ostaggio del continuo supporto da parte dei militari ai gruppi militanti come il Jamaat-ud-Dawa, responsabile degli attacchi di Mumbai del 2008. Un altro attacco terroristico potrebbe tradursi in vera e propria guerra tra i due avversari dotati di armi nucleari, con conseguenze facilmente intuibili. Il più grande pericolo per il Pakistan, tuttavia, non proviene da fonti esterne, ma piuttosto dall’interno del Paese. La transizione dalla dittatura alla democrazia non è affatto consolidata e le forze armate controllano ancora settori cruciali della politica estera e di sicurezza.

YEMEN - Lo Yemen si trova in bilico tra un violento collasso e una sottile speranza del trasferimento pacifico del potere. Sotto la pressione crescente da parte degli attori internazionali e regionali, il presidente Ali Abdullah Saleh ha finalmente firmato un accordo di transizione il 23 novembre. In base all’accordo, ha immediatamente trasferito l’autorità al suo vice presidente e lascerà ufficialmente la carica dopo le elezioni anticipate, previste per il 21 febbraio. Questo è stato un primo passo, seppur importante, ma non sufficiente a risolvere tutti i problemi del Paese il cui futuro rimane incerto.

ASIA CENTRALE - Diversi stati nella regione sono sopravvissuti solo in nome della fortuna: la loro infrastruttura è ad un passo dal tracollo, i loro sistemi politici sono divorati dalla corruzione, i servizi pubblici sono quasi inesistenti. Oltre a tutto ciò, il Tagikistan, per esempio, deve ora affrontare una minaccia alla sicurezza: l’aumento delle insurrezioni sia locali che esterne, insurrezioni che non è in grado di contenere. Inoltre, i rapporti con il vicino l’Uzbekistan sono al minimo storico: una disputa sull’acqua di lungo corso è ben lontana dalla risoluzione. Per quanto riguarda l’Uzbekistan, Washington si appoggia su Tashkent per la logistica in Afghanistan, ma la natura brutale del regime lo rende non solo un partner imbarazzante, ma anche molto inaffidabile. Già c’è stato almeno un attacco alla linea ferroviaria sulla quale transitava materiale degli Stati Uniti attraverso il paese. Intanto, il Kirghizistan è a rischio violenza di massa.

BURUNDI - Le rassicuranti dichiarazioni da parte del governo di Bujumbura hanno in realtà un cupo suono: la fine del consenso Arusha, che ha portato alla conclusione della guerra civile nel 2000, combinato con il deterioramento del clima politico che ha seguito il boicottaggio delle elezioni del 2010, hanno contribuito direttamente ad una escalation di violenza e insicurezza. Gli elementi del trattato di pace sono stati smantellati uno per uno. La lotta tra l’opposizione e il partito al governo, con l’intensa repressione di governo, stanno causando sempre più vittime.

REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO - Joseph Kabila è stato rieletto presidente e ufficialmente insediato, ma non soddisferà le richieste dei suoi avversari politici, in particolare i sostenitori del candidato dell’opposizione Etienne Tshisekedi. Il voto è stato gravemento viziato, con segnalazioni di voti pre-marcati, intimidazioni degli elettori, violenze localizzate, cattiva gestione diffusa e risultati truccati. L’opposizione rischia di essere emarginata per i prossimi cinque anni in un clima che va ribollendo, mentre le elezioni segnano soltanto uno dei tanti episodi di corruzione di Kabila.

KENYA/SOMALIA - È troppo presto per stabilire se la campagna militare recentemente lanciata dal Kenya nel sud della Somalia riuscirà a sconfiggere al-Shabaab – il gruppo militante islamico formato durante la frammentazione delle Corti Islamiche, che controllavano la maggior parte della Somalia meridionale per una parte degli ultimi decenni – o porterà ad un conflitto lungo e disordinato. Ora che il Kenya entrerà a far parte della missione dell’Unione Africana in Somalia, però, sembra che il conflitto sia destinato a durare. La sua presenza prolungata nel sud della Somalia potrebbe essere molto impopolare e i rischi per la stabilità interna del Kenya sono molto reali. Dopo il lancio della campagna a metà ottobre, al-Shabaab ha immediatamente minacciato attacchi di rappresaglia.

VENEZUELA - I tassi di omicidio in Venezuela sono tra i più alte dell’emisfero – il doppio di quelli della Colombia e tre volte quelli del Messico – nonostante il resto del mondo non vi presti attenzione. I tassi crescevano anche quando Hugo Chávez ha assunto il potere, ma dopo 12 anni sono saliti alle stelle. Le vittime sono prevalentemente giovani poveri – ammazzati per non più di un telefono cellulare, presi per errore in sparatorie tra bande, o anche soggetti a esecuzioni extragiudiziali da parte delle forze di sicurezza.(Claudia Santini per "Giornalettismo.com")

Nessun commento: