yYAXssKCQaUWZcXZ79RJTBLvo-c;SfREtjZ9NYeQnnVMC-CsZ9qN6L0 Finance, Economics, Globus, Brokers, Banks, Collateral-Oriano Mattei: dicembre 2011

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sabato 31 dicembre 2011

La barzelletta continua dei Giovani Democratici



31 Dicembre 2011


Segretario scelto senza primarie. Mozioni bocciate per cavilli del regolamento. L’ombra della farsa sul congresso


“Ora non posso. La richiamo io tra un paio d’ore”. Brando Benifei non ha tempo per rispondere alle nostre domande sul caso di cui è protagonista in questi giorni e che getta ombra sull’elezione sul segretario nazionale dei Giovani del partito di Pierluigi Bersani. Avremmo voluto vederci più chiaro sulla caciara che accompagna la scelta del leader dell’organizzazione dei ragazzi del Pd. Nell’occhio del ciclone in questi giorni è finita la presentazione delle mozioni congressuali con le quali i ragazzi ambiziosi si presentano ai propri compagni di partito.

LE MOZIONI RESPINTE E L’ABOLIZIONE DELLE PRIMARIE - Tutto parte da una denuncia di Benifei, fino ad oggi per i Giovani Democratici responsabile nazionale Europa e Politica Estera. Benifei critica la decisione della commissione di garanzia nazionale dei GD di respingere la sua mozione perché presentata oltre il limite temporale stabilito dai regolamenti e di accettare nello stesso tempo le tesi messe nero su bianco del segretario uscente, Fausto Raciti, già leader della Sinistra Giovanile, anch’esse presentate troppo tardi. Non è questo l’unica patata bollente. Il caos burocratico si aggiunge alla decisione, assunta alcune settimane fa all’unanimità dalla direzione nazionale dei GD, di far eleggere il segretario dei govani del Pd solo da un’assemblea di delegati e non nei gazebo e nei circoli da tutti gli iscritti sparsi sul territorio nazionale attraverso elezioni primarie, come era avvenuto nel 2008 (data dell’ultima elezione di Raciti). La polemica è rapidamente degenerata in ricorsi presentati alla commissione del partito e in frecciate a colpi di social network.

LA LOTTA DELL’ASPIRANTE SEGRETARIO - Sono Benifei e Raciti in prima persona ad accendere la miccia. I duellanti non esitano a lanciarsi messaggi a distanza dalle pagine dei loro profili di Facebook. Il primo, due giorni fa, ha dichiarato la guerra delle carte. In questo modo:

In accordo con i compagni e gli amici con cui ho lavorato sul progetto nelle ultime settimane oggi ho presentato la mia candidatura a Segretario Nazionale dei Giovani Democratici e la relativa mozione con i firmatari alla commissione di garanzia nazionale. Ho spiegato nel ricorso i motivi del ritardo nella presentazione, legati a svariati problemi interpretativi del regolamento e al ritardo nella pubblicazione delle tesi del segretario uscente pendente il periodo natalizio. Invece che spaventare i firmatari credo sia utile confrontarsi sulla politica, penso che riportando la discussione sull’organizzazione nazionale nei circoli dando la parola agli iscritti si faccia solo il bene dei Giovani Democratici.

“SERVE UN CONGRESSO VERO” - Poi, ieri, a distanza di 24 ore, dopo cioè la bocciatura del suo ricorso, ritornava all’attacco. Annunciando una nuova offensiva, formulando richiesta di un “congresso vero”, sottolineando “pressioni subite”:

La commissione di garanzia dei Giovani Democratici con 8 componenti su 20 ha deliberato che la pubblicazione delle tesi del segretario uscente non fossero in ritardo in quanto le ha “rese pubbliche” in tempo inviandole al presidente della commissione di garanzia; ha inoltre ritenuto di rigettare la mozione da me presentata per via del ritardo senza entrare nel merito di tutte le obiezioni regolamentari da me sollevate. Per questo ho intenzione di presentare questa sera un nuovo ricorso chiedendo il suo esame urgente e da parte dell’intera commissione in modo da non pregiudicare il mio diritto ad avere un esame completo della mia istanza. Non ho intenzione di mollare nonostante le proposte e le pressioni ricevute, credo che per i GD a questo punto serva un congresso vero.

LA PAURA DEL CASO - La risposta del segretario uscente, sempre a mezzo social network, non si è fatta attendere. Raciti non può ignorare le polemiche. Interviene, ma glissa. Non entra nel merito delle questioni poste da Benifei e dei suoi ricorsi. Scarica tutte le responsabilità agli “organismi cui compete pronunciarsi”. E teme che la vicenda venga trasformata da “vicenda burocratica” a “caso giornalistico”. Ha scritto ieri sera sulla sua bacheca:

Non mi piace discutere cose delicate su facebook, ma sento l’aria frizzante e penso che sia meglio fare un po’ di chiarezza. Non sta a me esprimere opinioni su legittimi ricorsi, a me sta rispettare su questo le decisioni prese dagli organismi a cui compete pronunciarsi. Se non ci saranno mozioni non sarà per un complotto ma per problemi legati al rispetto delle scadenze e del numero di firme cu cui non mi pronuncio. Ho l’impressione però che questo tenore di discussione non ci faccia affatto bene, se non altro perchè ho il presentimento che tra poco una vicenda burocratica verrà trasformata in un caso giornalistico. Ma su questo ciascuno si assume le proprie responsabilità. Mi sembra che ai più sfugga che anche dentro un congresso per tesi sono possibili più candidature e che dal sottoscritto fino all’ultimo delegato tutti potranno candidarsi a ricoprire qualsiasi incarico con le stesse regole. Comunque, buone feste e buon congresso.

GLI ELETTORI PD INDIGNATI - Tra commenti il malessere per le dinamiche interne all’organizzazione giovanile del Pd non mancano: “I Gd locali e nazionali – ha scritto ad esempio Gianmarco – hanno modi di fare politica degni della parte peggiore della Dc e del Pci. Questo perché non sono indipendenti e autonomi ma hanno un capobastone ben inserito nella nomenclatura che da loro pessimi esempi di far politica”. “Fare politica a questo modo allontana sempre di più le persone e soprattutto i giovani… siete una minoranza mentre là fuori c’è un mondo di ragazzi a cui non interessa nulla di mozioni e congressi, ma che non riescono ad arrivare a fine mese, che sono precari e condannati al precariato a vita”, ha aggiunto Alessio. Mentre Matteo si chiedeva se ha aderito al “Partito comunista dell’Unione sovietica”. E Paolo chiedeva lumi sulla pignoleria con la quale veniva applicato il regolamento: “Di porcate in passato se ne son fatte tante e ora non si ammettere una candidatura per qualche giorno di ritardo, che roba ridicola”, sentenziava.

LA SOLIDARIETA’ A BENIFEI - Benifei, che pur ammette la colpa di essersi fatto trovare impreparato sulle norme che compongono il regolamento approvato anche con i suoi voti, dal canto suo, incassa gli inviti degli amici di Facebook a “non mollare”, ad andare avanti, a farsi coraggio. “Più insistono con queste moine più rendono visibile quanto serva un cambio ai vertici della giovanile”, dice ad esempio Mattia. Benifei ‘alza le braccia’: “Avendo ricevuto il testo definitivo del regolamento, pur facendo parte dell’esecutivo nazionale, soltanto la mattina stessa della direzione, purtroppo non era semplice rendersi conto di tutti i problemi che c’erano all’interno in anticipo. Tralaltro essendo un componente dell’esecutivo nazionale dei Giovani Democratici avrei dovuto conoscerlo in anticipo in quanto l’esecutivo è l’organo che lo propone alla direzione”.

LA FARSA - Il percorso congressuale si concluderà tra marzo e aprile. Sarà allora che l’assemblea dei delegati sceglierà il nuovo segretario dei Giovani Democratici. Il congresso – come ha spiegato bene il quotidiano Europa – “sarà basato su mozioni slegate dalle candidature a segretario, ma collegate a delegati che poi, una volta eletti in assemblea, avranno tutto il tempo e la libertà di accordarsi sul nome cui affidare la guida del movimento”. “Abbiamo pensato – ha spiegato Raciti nel momento dell’approvazione delle nuove norme – che il congresso fosse il modo migliore per definire un’identità condivisa da tutti, dando comunque la possibilità a chi non è d’accordo di contarsi”. Idee e parole che sanno di vecchio.(Donato De Sena per "Giornalettismo.com")

Il paese dove la donna è motore della crescita


31 Dicembre 2011


Il tasso di natalità in Brasile crolla. Ma non è una cattiva notizia


Come nel resto del Sudamerica e più che nel resto del Sudamerica, in Brasile è crollato il tasso di natalità. Un crollo che ha stupito gli stessi i demografi e che ha portato le donne brasiliane da una media che negli anni sessanta era di oltre sei (6) figli a testa a quella odierna, inferiore ai due, esattamente a 1,9 figli, contro la media Sudamericana che pur è arrivata a 2.3 partendo dalle medesime premesse. Un fenomeno sociale che si estende a tutto il Sudamerica nonostante quasi ovunque sia ancora vietato l’aborto, grazie alla nefasta influenza delle chiese cristiane, e nonostante i governi non brillino nel promuovere anticoncezionali e pianificazione familiare.

IL GRANDE SVILUPPO - Le cause sono conosciute e la principale è collegata al grande sviluppo registrato dal paese. Con lo sviluppo economico è arrivata l’inurbazione e con l’abbandono delle campagne la “ricchezza” rappresentata dai figli è diventata un debito, perché in città i figli costano molto di più e fino a che non raggiungono l’età del lavoro richiedono cure e attenzioni che le giovani coppie inurbate e lavoratrici non sono in grado di assicurare, se non a costi che ben pochi possono permettersi. Nel caso del Brasile poi hanno giocato anche specificità culturali, tra le quali la proposizione di un modello femminile di donna lavoratrice e impegnata nell’ascesa sociale, molto diversa dall’immagine della fattrice rurale che sforna figli a decine. Decisive in questo senso sono ritenute le numerose telenovela di successo, che ormai da decenni propongono saghe di donne determinate e impegnate nella ricerca di un successo personale che lascia poco spazio all’allevamento di un gran numero di figli.

LE NONNE E LE NIPOTI - Le ricerche e i sondaggi sul campo confermano questa tendenza, che vede le nipoti di quelle donne che sfornavano figli in continuazione oggi poco interessate ad avere figli. Molte brasiliane non ci pensano proprio e quelle che ci pensano non vanno oltre il desiderio di un solo figlio, in questo assecondate anche dagli uomini brasiliani, che non identificano più nella numerosa discendenza un valore o una patente conferma di un machismo, al quale comunque per ora non sembrano disposti a rinunciare. Brasiliani e brasiliane sono più interessati a crearsi e a godersi una vita ricca di soddisfazioni professionali e a scalare la piramide sociale, impresa difficile e impegnativa anche nel Brasile del boom economico. Il modello femminile vincente e quello della presidentessa del Brasile, Dilma Roussef, che oltre a una storia di emancipazione che l’ha portata divenire la donna più importante del Brasile, offre l’esempio di una sola figlia, cresciuta con molte attenzioni fino a divenire a sua volta modello d’emancipazione e noto avvocato.

I SONDAGGI - Le donne brasiliane, dicono i sondaggi, sono molto ambiziose e tengono all’ascesa sociale anche più dei brasiliani e in un paese che offre molte opportunità a chi voglia dedicarsi anima e corpo al lavoro, rappresentano lo zoccolo duro della grande volontà che ha animato i recenti progressi del paese. Una volontà che non presenta differenze di censo, nonostante milioni di brasiliani siano entrati nella classe media infatti, il Brasile resta ancora terra di forti diseguaglianze, ma le donne brasiliane non risentono di queste differenze. Siano ricche o povere, tutte rifiutano il modello della donna casalinga impegnata a fare ed accudire figli. Tutte sognano e desiderano altro, siano ricche o povere, inurbate o contadine, tutte rifiutano l’esempio delle antenate e sembrano avere progetti alternativi molto precisi e la determinazione per seguirli senza farsi distrarre da altro.

L’EMANCIPAZIONE - Lo sviluppo sembra quindi aver portato il Brasile nella modernità e le sue donne all’emancipazione, a dispetto delle pressioni oscurantiste delle chiese cristiane, che non sono cambiate, e di un sentire religioso ancora significativo. Sentire che però non riesce più a penetrare nel corpo sociale e a imporre i modelli tanto cari ai cristiani, che alle sirene dei sacerdoti oggi preferiscono quelle della società consumistica e al regno dei cieli preferiscono l’ascesa sociale ed economica in terra, qui ed ora. Un atteggiamento che si sposa alla perfezione con il boom economico e con le aspirazioni del Brasile a farsi protagonista mondiale. Nei giorni scorsi l’economia del paese ha superato quella della Gran Bretagna piazzandosi al sesto posto nel mondo e c’è da credere che l’ascesa non si fermerà, essendo il paese ricco di risorse naturali e non popolatissimo, conserva ancora ampi margini di crescita.

LE FAVELAS – Nei prossimi anni i mondiali di calcio e le Olimpiadi ospitate nel paese saranno formidabili vetrine di questo cambiamento brasiliano, che molto deve alle sue donne e molto deve a politiche accorte che hanno cercato di favorire il boom economico e di ridurre allo stesso tempo le diseguaglianze, con numerosi progetti sociali e decisioni coraggiose e poco convenzionali, come ad esempio la legalizzazione delle favelas. Un provvedimento che sta dando buoni frutti, perché aver reso i loro abitanti legittimi proprietari di case e baracche, ha prodotto un mutamento repentino dell’atteggiamento di che vi abita.

LA CRESCITA – Nonostante gli abitanti delle favela continuino a crescere infatti, il piccolo esercito di neo-proprietari ha trovato interesse nell’investire soldi ed energie nella favela e gli effetti non hanno tardato a farsi sentire, con alcune favela che già si sono trasformate da fortino impenetrabile della miseria, in comunità quasi piccolo-borghesi nelle quali comincia a penetrare e ad essere benvenuto anche lo stato, che un tempo in quei luoghi aveva l’unica sembianza della temibile e violentissima polizia brasiliana e che ora invece comincia a costruire uffici postali, scuole, ad asfaltare le strade e a portare acqua ed energia elettrica. Un progresso deciso, che poggia sulle spalle di donne determinate al successo personale e su una grande voglia di emancipazione dal ricordo di un Brasile vecchio che ormai esiste solo negli sbiaditi ricordi delle più anziane.(da "Giornalettismo.com")

Chi era davvero il ragazzino ucciso dal drone?



31 Dicembre 2011


La CIA in Pakistan spara un missile in un auto. Dentro c’èra Tariq Khan, 16 anni. Ma non secondo gli Usa


Alla fine di ottobre, su una strada dissestata tra le montagne del nord-ovest del Pakistan, Tariq Khan, 16 anni, guidava l’auto di famiglia per andare a prendere sua zia. Il cugino Waheed, 12 anni, era seduto nel sedile del passeggero al suo fianco. A poche centinaia di metri dalla destinazione, un piccolo missile sparato da una trentina di metri ha bucato il tettuccio del veicolo. Un’esplosione ha divelto l’auto, bruciando i passeggeri. Tariq e Waheed sono morti sul colpo.

I GIORNI PRECEDENTI - Solo tre giorni prima della sua morte, Tariq aveva compiuto un difficile viaggio, lungo otto ore, partendo dal suo villaggio e arrivando a Islamabad per incontrare alcuni attivisti per i diritti umani. Il ragazzo voleva unirsi a loro per spingerli a documentare le migliaia di pakistani uccisi dai droni della CIA, durante la più grande operazione segreta dell’agenzia in tre decenni. Secondo la sua famiglia, Tariq è una vittima innocente uccisa dal programma dei droni che aveva progettato di monitorare. Gli Stati Uniti, invece, hanno una differente versione dei fatti: Tariq non era poi così innocente come la famiglia vuole far credere. Un funzionario Usa ha riconosciuto alla ABC News che la vettura era stata presa di mira dalla CIA, ma ha giustificato l’atto sostenendo che le due persone al suo interno erano militanti e che nessuno dei due aveva 12 anni.

SEMPLICE ADOLESCENTE O MILITANTE - Tariq Khan era un serio attivista adolescente o un jihadista in erba? Qualunque sia la descrizione più vicina alla verità, la sua morte e l’indignazione che ne è seguita hanno messo il luce gli elementi costitutivi della tensione che intercorre tra Stati Uniti e Pakistan. Gli Stati Uniti ritengono che la campagna coi droni sia un successo chirurgico che non uccide nessuno ad di fuori di al Qaeda e dei militanti talebani. Gran parte del pubblico pakistano crede esattamente il contrario, ovvero che centinaia di civili innocenti hanno pagato con la vita per l’arroganza degli Stati Uniti. Finalmente gli Stati Uniti sembrano aver capito che questa posizione ha contribuito a rendere l’America più impopolare che mai in Pakistan. La campagna dei droni è nel bel mezzo di una pausa lunga più di un mese, la seconda interruzione estesa nel 2011 e la più lunga pausa da quando Obama si è insediato nel 2009.

UN RAGAZZO QUALSIASI - I familiari raccontano che Tariq Khan era un ragazzo normale, un tipico teenager del Nord Waziristan, che amava il calcio, il computer e aveva appena imparato ad usare una macchina fotografica. Suo padre ha lavorato all’estero per sostenere Tariq e i suoi sei fratelli. Alla fine di ottobre, ha accompagnato un gruppo di anziani della tribù mentre viaggiavano fino alla capitale pakistana di Islamabad per la conferenza anti-drone. Il ragazzo, seduto con decine di avvocati e giornalisti stranieri, non ha mostrato alcun segno di odio o animosità contro di loro o il governo, secondo le testimonianze. “A soli 16 anni, Tariq era già diventato un appassionato vero e proprio nell’aiutare la sua comunità del Nord Waziristan in qualsiasi modo possibile”, spiega l’avvocato di famiglia di Tariq.

LE IMPRESSIONI - Neil Williams, un ricercatore britannico per Reprieve, un’associazione che ha sponsorizzato la conferenza e sta conducendo indagini sulle vittime dei droni, ha raccontato: “La prima cosa che ho notato di lui quando gli parlavo era che sembrava essere molto introverso. Mi guardava appena, pietrificato. Gli ho chiesto: ‘Hai visto un drone?’ e mi aspettavo che dicesse: ‘Sì, ne vedo uno a settimana.’ Ma ha detto di averne visti 10 o 15 ogni giorno. Diceva che di notte lo facevano impazzire perché non riusciva a dormire. [...] Sembrava assolutamente terrorizzato”.

IL PROGRAMMA - Il programma dei droni della CIA è iniziato nel 2004, ma ha avuto una spinta sostanziale nel 2009, dopo che il presidente Obama si è insediato. Secondo le stime dell’ABC News, si sono verificati più di 230 attacchi all’interno del Pakistan negli ultimi tre anni. Stati Uniti e persino alcuni funzionari del governo pakistano sostengono che i droni abbiano eliminato più di una dozzina di leader terroristi – morti spesso confermate da Al Qaeda stessa. Ma i droni hanno ucciso migliaia di altre persone. Diversi osservatori statunitensi hanno offerto stime diverse sulla precisione degli attacchi. La New America Foundation afferma che l’80% delle vittime sono militanti, mentre la Brookings Institution racconta che nel 2009 sono morti dieci civili per ogni militante ammazzato.(Claudia Santini per "Giornalettismo.com")

Quando Bossi voleva Monti premier. Caro Bossi, abbiamo la memoria corta o facciamo finta di averla


31 Dicembre 2011


Nel 1993 il Senatur “candidava” il Professore alla guida del governo


Gian Antonio Stella sul Corriere della Sera racconta dei tempi in cui Umberto Bossi amava il Professor Mario Monti al punto da proporlo come presidente del Consiglio. Era il 1993.

“OCCORRE UN GOVERNO MONTI” - Viene ricordata così la vecchia idea del leader del Carroccio:

«Con un Parlamento delegittimato occorre un governo di tecnici affidato a Mario Monti». Indovinello: chi l’ha detto? Bersani? Nooo! Casini? Nooo! Fini? Nooo! Sono parole di Umberto Bossi. Dette in una situazione non così dissimile da quella di oggi. Ma abissalmente distanti dalle pernacchie e dagli insulti di questi giorni. È il 23 aprile 1993. Il mondo politico è scosso dall’inchiesta Mani pulite, Bettino Craxi è stato costretto a lasciare dopo molti anni la segreteria del Psi, Giorgio La Malfa quella del Pri, Renato Altissimo quella del Pli. Il 18 aprile una schiacciante maggioranza di italiani ha appena spazzato via la quota proporzionale al Senato e il finanziamento pubblico dei partiti. Non passa giorno senza un arresto per tangenti o un allarme sulla gravità del momento economico. La maggioranza parlamentare uscita dalle elezioni del 1992 con 206 seggi democristiani, 92 socialisti, 17 liberali, 16 socialdemocratici, sarebbe teoricamente ancora salda.

IL PROF AL POSTO DI AMATO - Bossi in un’intervista al quotidiano di via Solferino, proponeva un governo tecnico come alternativa ad un governo oramai “deligittimato”, quello guidato da Giuliano Amato, salito a Palazzo Chigi nel 1992.

Per capirci: una svolta potrebbe esser dipinta, esattamente come oggi, come un tradimento della volontà espressa 11 mesi prima dagli elettori che avevano dato al quadripartito una larga maggioranza iniziale con 33 voti in più al Senato e 50 alla Camera. Ma la politica, come è ovvio, non è fatta solo di numeri. E il 22 aprile Giuliano Amato è salito al Quirinale per dare le dimissioni. Mentre da una parte e dall’altra dibattono sulle diverse soluzioni possibili, Umberto Bossi non ha dubbi. E in una intervista al Corriere della Sera spiega che dopo quanto è accaduto, al di là degli aspetti formali, «questo Parlamento è finito, completamente delegittimato». Dunque? «Ci vuole un governo istituzionale o di tecnici. Vanno bene sia Spadolini che Napolitano, ma andrebbe meglio il governo di tecnici senza mascherature, con Mario Monti, l’economista, presidente del Consiglio». Un vecchio pallino. Pochi mesi prima, da membro della commissione parlamentare di vigilanza sulla Rai, il Senatur voleva commissariare la tv di Stato e chi aveva proposto come commissario? Monti.

LA GIRAVOLTA - Gian Antonio Stella continua sottolineando le giravolte del leader della Lega Nord e provando a fornire una data precisa del cambio di rotta:

Quando il leader della Lega abbia cambiato idea non è chiarissimo. Forse nell’aprile del 2001, quando rinfacciò al professore di essere troppo europeo e poco «italiano»: «Abbiamo un Commissario di Governo che mi chiedo cosa ci stia a fare là in Europa: fa gli interessi dell’Italia oppure no? Un Commissario italiano in Europa deve lavorare per l’Italia. O no?». La diffidenza fu rafforzata nel giugno del 2005. Quando Monti, rispondendo alla Lega che aveva annunciato un referendum contro l’euro per tornare alla lira, ricordò divertito sul Corriere che «nell’agosto 1996 in vista della dichiarazione di indipendenza della Padania e della formazione del governo padano», Umberto Bossi aveva scritto «al presidente della commissione europea, Jacques Santer, chiedendo indicazioni su come far aderire la Padania all’Unione Economica eMonetaria fin dall’inizio, previsto per il 1 gennaio 1999». Certo è che da allora i rapporti tra il varesotto (della provincia) e il varesino (di città) sono precipitati. Al punto che il primo commento del Senatur all’ipotesi di un governo tecnico guidato da Monti, un tempo invocato, fu due mesi fa il gesto che nell’«Oro di Napoli» Eduardo dedica al duca Alfonso Maria di Sant’Agata dei Fornari: «Prrrrrr!». Un esordio proseguito, nella scia della scelta fatta ( «Se sono così fessi da mandarci all’opposizione ci rifacciamo la verginità») con toni sempre più aspri. Prima le accuse al premier di avere allestito un governo «contro la volontà del popolo». Poi la denuncia di un golpe antidemocratico. Poi il commento ai primi passi del conterraneo: «Fa schifo ». Poi i fischietti in Aula e lo striscione «governo ladro». Fino alle battute dell’altra sera alla «Berghem Frecc», la festa invernale del Carroccio: «Ieri mattina in un bar uno mi fa: “ches chi l’è matt”. No, l’è no matt. L’è minga bon. Non è capace. Anche un cretino capirebbe…». Un’accelerazione polemica conclusa (per ora) con la «britannica» risposta alla folla che urlava: «Monti, Monti vaffanculo! Monti, Monti vaffanculo!». E lui: «Magari gli piace… ». Un capovolgimento totale, per motivi di bottega, rispetto al Bossi che nei panni del sobrio e pensoso statista, l’11 maggio scorso, mentre destra e sinistra si scazzottavano, dichiarava severo all’Ansa: «Tenere bassi i toni è difficile in campagna elettorale, ma io sto con Napolitano, è meglio non esagerare troppo». Lo stesso rapporto con il presidente della Repubblica, del resto, è uscito stravolto dalla sterzata tattica del leader del Carroccio. Il quale, in questi anni, aveva coperto fino a un mese fa l’inquilino del Colle di mille elogi: «È un uomo di grande buon senso». «È un buon presidente e lo dimostra con queste cose». «È una figura di garanzia». «Con lui quando ho avuto bisogno ho trovato la quadra. Sta bene dove sta». «Il capo dello Stato è stato molto equilibrato. Napolitano ogni giorno che passa, vicenda dopo vicenda, si dimostra un ottimo presidente della Repubblica». L’altra sera, tutto rovesciato: «Abbiamo subito anche il presidente che è venuto a riempirci di tricolori, sapendo che non piacciono alla gente del Nord. Altro che democrazia!». Poi l’invito alla folla: «Mandiamo un saluto al presidente della Repubblica!». E giù fischi. «D’altra parte nomen omen, si chiama Napolitano». Insomma: «un terùn». Peccato che, anche in questo campo, esistano gli archivi. Come un’Ansa del 17 marzo: «Anche Umberto Bossi e i ministri leghisti hanno battuto le mani al presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, al termine del suo discorso nell’Aula di Montecitorio per i 150 anni dell’Unità d’Italia…». Aaaaalt! Contrordine, padani!(Dario Ferri per "Giornalettismo.com")

L’AFFARE SAN RAFFAELE S’INGROSSA: È MORTO NELLA NOTTE DON LUIGI VERZÈ (91 ANNI)


31 Dicembre 2011


1- L’AFFARE SAN RAFFAELE S’INGROSSA: È MORTO NELLA NOTTE DON LUIGI VERZÈ (91 ANNI) - 2- AL MOMENTO NON SI SA ANCORA NULLA SULLE CAUSE E LE CIRCOSTANZE DEL DECESSO - 3- DOPO IL “SOLERTE” SUICIDIO DI MARIO CAL, IL 2011 SI PORTA VIA ANCHE IL PRETE-à-PORTER - 4- QUESTA MATTINA IL PRETE CHE DOVEVA TROVARE L’ELISIR DEI 120 ANNI PER IL BANANA, AVREBBE CONOSCIUTO IL DESTINO DELLA SUA FONDAZIONE ENTRATA NEL MIRINO DELLA MAGISTRATURA PER IL BUCO DI UN MILIARDO. ENTRO LE 12 DEVE INFATTI ESSERE DEPOSITATA L'OFFERTA DI ROTELLI E HUMANITAS PER SFIDARE IL SALVATAGGIO DELLO IOR E DELLA FAMIGLIA GENOVESE MALACALZA, CALDEGGIATA DAL CARDINALE BERTONE - 5- SI FA STRADA L’IPOTESI DEL SUICIDIO. DEL RESTO, A LUGLIO, APPENA ENTRÒ IN GIOCO IL VATICANO SI TOLSE LA VITA MARIO CAL. E NON C'È FORSE UN'ANALOGIA TRA QUESTO EVENTO E QUELLO DI TANTI ANNI FA QUANDO IL BANCHIERE ROBERTO CALVI FECE LA STESSA FINE FREQUENTANDO CERTI AMBIENTI (IOR) AVVEZZI A DETERMINATE OPERAZIONI? -


È morto nella notte don Luigi Verzè. Aveva 91 anni. Lo apprende l'Adnkronos da fonti vicine al San Raffaele. Al momento non si sa ancora nulla sulle cause e le circostanze del decesso di don Verzè.(da "Stampa.it")


Questa mattina don Verzè avrebbe conosciuto il destino della sua Fondazione entrata nel mirino della magistratura per il buco di un miliardo. Entro le 12 deve infatti essere depositata l'offerta di Rotelli e Humanitas della famiglia Rocca per sfidare la proposta di salvataggio dello IOR e della famiglia genovese Malacalza, caldeggiata dal cardinale Bertone. A luglio si era suicidato Mario Cal, il vice di don Verze'. A tale proposito abbiamo scritto:

ALLARME IN VATICANO – DAGOSPIA DEL 30 NOVEMBRE 2011
Avviso ai naviganti: "Si avvisano i signori naviganti che in Vaticano molti prelati stanno seguendo con ansia le vicende del San Raffaele di Milano e la sorte di don Verzè. Le domande inquietanti che girano nelle stanze d'Oltretevere sono queste: come è possibile che appena è entrato in gioco il Vaticano si sia suicidato il braccio destro Mario Cal?, e non c'è forse un'analogia tra questo evento e quello di tanti anni fa quando il banchiere Roberto Calvi fece la stessa fine frequentando certi ambienti avvezzi a determinate operazioni?"(da "DAGOREPORT")

Merkel under fire over phone bid to oust Berlusconi


31 Dicembre 2011


The German chancellor Angela Merkel pressed for the removal of the former premier Silvio Berlusconi “in order to save the Euro”, according to a report that has caused a political storm in Italy.

Resentment was already been building among Italy’s mainstream political parties at having to kowtow to an unelected, technocrat government charged with forcing tough austerity measures through parliament. But claims in a US newspaper that Ms Merkel phoned Italy’s supposedly neutral head of state, President Giorgio Napolitano, in order to speed up Mr Berlusconi’s departure, will fuel suspicion of a Franco-German putsch. It will also enrage members of the medial mogul’s People of Freedom (PDL) party.

Yesterday’s Wall Street Journal suggested that Ms Merkel had “intervened” on 20 October and telephoned Mr Napolitano in Rome, urging him to “nudge Berlusconi off the stage”. Germany, it said, was alarmed by the Berlusconi government’s inability to fight the debt crisis and introduce the reforms demanded by the European Central Bank.

Ms Merkel called on Mr Napolitano to do what was “within your powers”. The report adds that within days the president “quietly began sounding out Italy's political parties to test the support for a new government if Mr Berlusconi couldn't satisfy Europe and the markets”.

It could be argued that such activities were in line with the president’s job description, and that he might have taken such a course anyway, given the economic crisis and the weakness of the Berlusconi administration.

But the WSJ said its claims, which were based on interviews with more than two dozen policy makers – none of whom is named – as well as key documents, reveal “how Germany responded to the dangers in Italy by imposing its power on a divided euro zone”.

Daniele Capezzone, a PDL spokesman, said the phone call appeared “authoritative and invasive”. Another PDL MP, Melania de Nichilo Rizzoli, said: “We are not a German colony. The European treaties do not allow the interference of one state in the political affairs of another European state.”

A statement released by Napolitano's office did not deny that the call took place. But it said there was no discussion ”of any issue of internal Italian politics, nor any request to replace the premier“. ”The reason for the conversation was only about the measures taken and to be taken to reduce the deficit, in defence of the euro and in relation to structural reforms,“ it said.

However, suspicions that Mr Napolitano was keen to speed Mr Berlusconi’s departure may have been heightened by comments made in the week before Christmas — virtually unprecedented for an Italian head of state — in which he said the media mogul’s administration had become internationally “untenable”.

Mr Berlusconi lost his parliamentary majority on 8 November. That evening he announced his would resign as soon as an emergency-budget had been passed. Later that week, as doubts mounted regarding Mr Berlusconi’s intention to step down, the president made an unusually forceful declaration saying that the 75-year-old tycoon was indeed about to quit, leaving him with no choice but to go within days.

Mr Napolitano, with broad support in parliament, then named the respected economist Mario Monti as Italy's new premier. However, yesterday’s claims will do little to help Mr Monti, as resistance starts to build to the tough reforms and cuts he must pass in order to turn around Italy’s finances.(Michael Day per "The Independent")

Breast implant boss linked to second firm


31 Dicembre 2011


The French manufacturer of defective breast implants had tried to set up a new factory


The French businessman at the centre of the international scandal over defective breast implants tried to set up a new factory last summer to continue his activities.

Although already facing possible charges of fraud in France and other countries, Jean-Claude Mas was named as a "consultant" in a business plan registered by his son and daughter in June to restart the manufacture of breast implants at his original factory site near Toulon. Plans to launch the new company, France Implant Technologie have now collapsed because of the scandal surrounding the original company, PIP.

However, the fact that the new project reached an advanced planning stage raises fresh questions about the slow response of French regulatory and legal authorities to the activities of Mr Mas.

According to the official commercial prospectus obtained by the Nice Matin newspaper, Mr Mas, 72, was to be the "techno-commercial" consultant of the new company.

His son, Nicolas Lucciardi, 27, yesterday denied his father was involved in the plan to manufacture 400 breast implants a day in the disused premises of the PIP factory operated by Mr Mas for 19 years until March 2010.

Official French commercial documents registered in Toulon in June name Mr Lucciardi as the chief sponsor of the new project with his sister, Peggy, 24. He told the website of the magazine Elle: "Obviously, this project is going nowhere because of all the hounding of PIP by the media... It has fallen completely flat on its face."

PIP breast implants, fitted to 300,000 women worldwide, including 50,000 in Britain, are now known to have been manufactured from a low-grade form of silicon, approved only for industrial uses. There have been hundreds of cases of the implants leaking or ripping, raising unconfirmed fears of a possible link with cancer.

This month, the French government announced that it would pay €60m to cover the cost of the removal of PIP implants from 30,000 women in France. British health authorities insist there is no case for such drastic action and have refused to pay for the removal of PIP implants from women in the UK.

Mr Mas, who is said to be recovering from an operation at an undisclosed address in the south of France, is the subject of two fraud investigations in France. He is also sought by Interpol after his failure to answer a drink driving charge in Costa Rica.

A former salesman of medical products, Mr Mas set up Poly Implant Prothèses in 1991 and the company grew to become the third largest manufacturer of breast implants in the world. The first alert about the quality of its products was raised by the United States in 2000. A number of legal actions were also brought in Britain in 2007.

The company continued to operate until the French health watchdog, L'Agence des produits de santé, raised serious doubts about the quality of the silicon used in PIP implants in March 2010. Investigations found they were made from a grade of silicon inferior to the type that had been declared to the authorities.

This week, a French lawyer representing women fitted with PIP implants started a civil action against the German health standards agency TUV, which for years certified PIP products. TUV has announced it is suing Mr Mas.

French lawyers are also suing plastic surgeons who fitted the implants for "failing in their duty". The surgeons say it was impossible to tell that the silicon was below the declared quality. Many questions remain, however, on the failure of French authorities, and plastic surgeons in France and other countries, to react to the first US indications in 2000 that the PIP implants were potentially dangerous.(John Lichfield per "The Independent")

Somalians caught in crossfire as US bank withdraws cash lifeline

31 Dicembre 2011


The plight of millions facing starvation is to be made worse by America's new anti-terror legislation


There were urgent warnings yesterday that a decision by a large American bank to stop allowing money transfers from Somali-Americans to relatives and friends in Somalia – a vital lifeline for much of its famine-struck population – could lead to a worsening of the already dire humanitarian crisis there.

Hundreds of Somali-Americans were due to march through Minneapolis last night to protest against the decision by Sunrise Community Banks to back out of executing remittances to Somalia for fear it may find itself in violation of US government anti-terror regulations. The Somali government, as well as its mission to the United Nations, is also appealing to Washington to step in to keep the money flowing.

“This is the worst time for this service to stop. Any gaps with remittance flows in the middle of the famine could be disastrous,” said Shannon Scribner, Oxfam America's humanitarian policy manager, who calculates that up to $100m in remittances could now be in jeopardy. “The US government should give assurances to the bank that there will be no legal ramifications of providing this service to Somalis in need.”

The Somali government says as much as $2bn a year – one third of its gross domestic product – comes to the country as remittances handled in Somalia by local transfer enterprises called hawala. Any drop-off in that source of income threatens only to further destabilise the already impoverished country, which has suffered a prolonged civil war and has no traditional banking system.

A group of money-wire businesses in Minneapolis, home to the largest Somali-American population in the US, said they could no longer accept payments for Somalia because they relied on the Sunrise Community Banks to execute them. Hinda Ali, for the Somali-American Money Services Association, underlined the hardship it could cause.

“A tremendous amount of lives will be lost because they cannot get medical care,” she said. The association added: “Remittance is an essential lifeline for the Somali people, and it is the only source of funding that sustains the livelihood of millions of Somalis, mostly women and children.”

US financial institutions face large penalties if they fail to guard against handling money bound for any terror-related entities. Transfers to Somalia have came under particular scrutiny since the conviction a few weeks ago of two women from Rochester, Minnesota, for raising and transferring funds to al-Shabaab rebels in Somalia, which, according to the US government, has links to al-Qa'ida.

In a statement, Sunrise Banks said it empathised with the Somali people “during this very difficult and uncertain time”. It added: “We continue to work tirelessly with the community and government officials to create a temporary legal and regulatory solution. Until that solution is found, the bank must continue to comply with all US laws and banking regulations.”

Among those pressing the Obama administration to intervene has been Keith Ellison, the only Muslim member of the US Congress whose district includes Minneapolis. “The problem is not just this one bank. The problem is nearly all the banks have sort of stopped out of the business of facilitating remittances to East Africa,” he said.

In New York, the first secretary of the Somali mission to the UN, Omar Jamal, held out hope an arrangement to re-open the remittance lifeline would be reached. “This is a crisis, a humanitarian one, and hopefully a solution will be reached soon,” Mr Jamal said.

Many Somali-Americans feel they are being discriminated against because of a very small, but highly publicised, number of cases linking them to Islamic rebels in the Horn of Africa.(David Usborne per "The Independent")

Vast Syrian crowds demand Arab League observers' help


31 Dicembre 2011


Emboldened protesters turn out in hundreds of thousands to put new pressure on Assad


In the largest demonstrations for months, as many as a million Syrians poured on to the country's streets yesterday, determined to draw their plight to the attention of Arab League observers who some fear will turn a blind eye to atrocities by President Bashar al-Assad's regime.

The protesters who swarmed on to public squares and roads from the country's most northerly cities to its southern border towns appeared emboldened by the presence of up to 100 monitors.

About 250,000 demonstrated in the central province of Hama, with a similar number in Idlib, near the Turkish border, according to the Syrian Observatory for Human Rights. The organisation put the total number on the streets at nearly one million, in the biggest display of anti-government sentiment since at least July. In Homs, the city at the heart of the revolution, television footage showed dancing protesters chanting: "Revolution of glory and freedom Syria".

"This Friday is different from any other Friday. It is a transformative step. People are eager to reach the monitors and tell them about their suffering," said Abu Hisham, an activist in Hama.

But, even with the Arab League team present, the violence continued, and appeared to take a more sinister turn. The Observatory claimed to have spoken to two people injured when a nail bomb was used by security forces to disperse a 70,000-strong demonstration in the Damascus suburb of Duma.

Live rounds and tear gas were also reported to have been fired on the protesters. With press access in the country severely restricted, such reports are difficult to verify.

Five were reported to have been shot dead when security forces opened fire on protesters in the southern city of Deraa, and another five were killed in Hama, with a total of 20 dead in the clashes across the country, according to the human rights group. Five people were snatched by security forces in an overnight raid in Homs, it claimed.

The Syrian government had posted snipers on rooftops and deployed its forces at trouble spots after opposition groups called for mass demonstrations to mark the first Friday prayers of the Arab League mission.

The team is in Syria to verify the government's compliance with an Arab League plan to end the violent crackdown, which includes the removal of tanks from the streets.

Human rights groups have accused the government of hiding artillery from observers. Yesterday activists in Idlib said tanks had been concealed. "They have moved the tanks out of main streets," said a member of the opposition Local Co-ordination Committee.

Comments from the head of the monitoring group, the Sudanese general, Mohamed Mustafa al-Dabi, who said he saw "nothing frightening" during his visit to Homs this week, have raised concerns among the opposition.

"70,000 people were shot with tear gas as they approached Clock Square. How can you not see anything?" said Rami Abdulrahman, the director of the Syrian Observatory for Human Rights.

While the remarks by General Dabi met with disbelief in the West, the Russian foreign ministry yesterday described his statement as "reassuring".

The comments came as government forces opened fire on demonstrators after Friday prayers in the eastern city of Deir el-Zour, the southern city of Deraa and elsewhere. In an indication of the diminishing levels of confidence in the Arab League team, protesters in Damascus chanted: "The monitors are witnesses who don't see anything."

The Local Co-ordination Committees said at least 130 people, including six children, have been killed in Syria since the Arab observers began their one-month mission on Tuesday.

In Washington, a State Department spokeswoman said that violence was continuing. "It's not only a matter of deploying the monitors," she said. "It's a matter of the Syrian government living up to its commitments to withdraw heavy weapons from the cities and to stop the violence everywhere."

Meanwhile, the Turkey-based commander of the anti-government Free Syrian Army said he had ordered fighters to stop offensive operations pending a meeting with the monitors.

Colonel Riad al-Asaad said his forces had so far been unable to talk to them. "I issued an order to stop all operations from the day the committee entered Syria last Friday," Colonel Asaad said.

Arab League: The Observers

The Arab League mission in Syria descended into farce almost as soon as it began. Despite video footage showing Syrian forces continuing their bloody crackdown on protesters in Homs on Wednesday, the man overseeing the League's observation of the unrest described the situation as "calm", adding "there were no clashes".

Mustafa al-Dabi, a Sudanese general, was head of military intelligence following the 1989 coup led by Omar al-Bashir (subsequently accused of war crimes). It is alleged that General Dabi encouraged a brutal crackdown on rebels. He also cultivated Sudan's links with Syria.

Even as General Dabi spoke on Wednesday, the body of a child allegedly murdered by Assad's forces was placed on the bonnet of a white Arab League 4x4. He went on to say that there was "nothing frightening" in the town.(Loveday Morris and Matthew Kalman per "The Independent")

Medojević: Čarapić da otkrije ko je iz Vlade i DPS-a maznuo 9 miliona


31 Dicembre 2011


Za podmićivanje u Makedoniji, prema tvrdnjama američkih istražnih organa, izdvojeno je šest miliona dolara, a u Crnoj Gori devet miliona

Privatizacija Telekoma Crne Gore je klasični primjer korupcionaske transkacije. Mnogo jednostavniji za dokazivanje nego što je to slučaj korupcije u privatizaciji INE u Hrvatskoj, zbog koje je Sanader optužen. Ako je naše pravosuđe osudilo dr Mikulića zbog primanja mita od 400 eura na 14 mjeseci zatvora, koliko onda treba da dobiju oni koji su za veleizdaju prilikom prodaje Telekoma uzeli devet miliona, saopštio je “Vijestima” lider Pokreta za promjene Nebojša Medojević.

Za podmićivanje u Makedoniji, prema tvrdnjama američkih istražnih organa, izdvojeno je šest miliona dolara, a u Crnoj Gori devet miliona.

Dojče Telekom Grupa i njena podružnica Mađar Telekom platiće više od 95 miliona američkih dolara poravnanja zbog sumnji da su njeni službenici podmićivali državnike u Makedoniji i Crnoj Gori, gdje posluju njihove kompanije. Istragu o sumnjama u podmićivanje su godinama sprovodile američke finansijske vlasti, jer se Dojče Telekom kotira na Njujorškoj berzi (Vol Stritu)

"Postovana gđo (Ranka) Čarapić, u ovoj transakciji sve je poznato. Ko je bio investicioni savjetnik, koja kancelarija je obezbjeđivala pravne usluge, ko su bili članovi tenderske komisije, ko je bio predsjendik Vlade i predsjednik Savjeta za privatizaciju. Ako je Dojče Telekom nekome dao devet miliona onda je to mogao da da samo onima koji su donosili odluke oko ove privatizacije. Čim je Dojč Telekom prihvatio vansudsko poravnanje, postoje ozbiljne indicije da su sami svjesni krivice i da da su procjenili da im je bolje da daju 95 miliona dolara nego da na sudu izgube mnogo vise. Logična pravna i državna reakcija bi bila da Vrhovni državni tužilac sada otvori istragu o korupciji u privatizaciji Teleoma i da kroz istragu pribavi dokaze kome je Dojč telekom platio devet miliona dolara u Vladi Crne Gore", istakao je Medojević.

On je dodao da bi to “bilo logično kada bi Crna Gora bila pravna država i kada bi imala nezavisno i profesionalno tužilaštvo”.

"Na našu nesreću i ovaj korupcionaski skandal u kojem je neko iz Vlade i vlasti DPS i SDP strpao u džep devet miliona ostati nerasvjetljen. Vjerovatno su Veselin Veljović i Duško Marković tada više bili zaokupljeni borbom za državu, pa nijesu primjetili da je neko uzeo devet miliona da se proda jedan od najvrijednijih resursa države Crne Gore, koja svake godine ostaje bez najmanje 50 miliona eura profita stvorenog u ovom sektoru. Crna Gora je privatizacijom Telekoma brutalno opljačkana, ostali smo bez kontrole nad ovim strateškim sektorom, i bez 50 miliona eura godišnje prihoda u budzetu. Evo odličan test za kata majstora ..borca protiv nevidjivog i zamišljenog neprijatelja (Božidara) Vuksanovića da se dokaže kao policajac i da otrije ko je maznuo devet miliona mita od privatizacije Telekoma. Odmah da mu pomognemo i pokazemo konstruktivnost. Dojavjujemo mu da je neko iz vrha DPS. Pošto on više nije član DPS-a, neće biti problema da kao profesionalac brzo otrije ko je uzeo eura miliona korupcije. Očekujemo i od premijera, autora Knjige straha, da počne da piše nove stihove za Knjigu strave u kojoj će se opisati veleizdaja i pljačka Crne Gore pod rukovodstvom DPS-a. U ovom slucaju ja se sam prijavljujem kao svjedok ekspert koji može dati određene informacije i dokaze", zaključio je Medojević.(fonte "Vijesti")

Odgovoriću na neistine i Medojevića i Roćena. SRĐAN MILIĆ POZVAN NA SASTANAK SA SPECIJALNIM TUŽIOCEM ZA ORGANIZOVANI KRIMINAL


31 Dicembre 2011


■Ozbiljni ljudi ono što imaju da kažu ne govore preko fejsbuka ili u izjavama za javnost – poručio je Milić


Predsjednik SNP-a Srđan Milić najavio je juče da će se ova dva dana sresti sa specijalnim tužiocem za organizovani kriminal Đu­rđinom Ninom Ivanović.
Milić, koji je tvrdio da ima dokaze o kontaktima šefa diplomatije Milana Roćena i odbjeglog narkobosa Darka Šarića tokom lokalnih izbora na Žabljaku, poručuje da će imati o čemu da se ispričaju kad ga iz tužilaštva pozovu na razgovor.
–Mislim da ozbiljni ljudi ono što imaju da kažu ne govore preko fejsbuka ili u izjavama za javnost, nego tamo gdje su pozvali da ih pozovu, a to je Državno tužilaštvo. To će vjerovatno biti u ova dva dana. Pošto završim iskaz državnom tužiocu, imaću šta da kažem za neistine koje je su izrekli Nebojša Medojević i Milan Roćen, jer među njima dvojicom nalazim tu jednakost, a svako to priča iz svojih razloga – saopštio je Milić na jučerašnjem koktelu SNP-a u Bijelom Polju.
Zato je, ukoliko tužilaštvo zaista želi da sazna tačnu informaciju o tome čime SNP raspolaže, najbolje je da ga pozovu na sastanak.
–S jedne strane, vidim potrebu za senzacionalizmom, a, s druge strane, vidim i potrebu da se vrijeđanjem i mojih kolega predsjednika partija kaže da će se nešto riješiti – naglasio je Milić.
Poručio je da „nijedno slovo i nijedan zarez” nije promijenio od 17. avgusta 2009. godine. Lider SNP-a kaže da to što neki tumače i što pokušavaju da to definišu u svojim obračunima znači da je vrijeme da tužilaštvo preduzme korak koji se od njega očekuje.
–Interesantna je priča oko telefonskog razgovora, oko restorana, oko fotografije i oko svega ostalog. Jednu stvar bih molio da svi zapamtimo, a u emisiji na RTCG u kojoj sam bio pitao sam direktno vrhovnog državnog tužioca, iako sam prvo rekao da nemam u nju povjerenja, s obzirom na ono što je radila u prethodnom periodu, šta je za nju validan dokaz. Rekla je da je to dokaz koji je pribavljen u skladu sa zakonom – kazao je Milić.
Podsjetio je i da je tužioca pitao ko može da prikupi dokaz u skladu sa zakonom, na šta je ona odgovorila da je to policija.
Na pitanje novinara u vezi sa početkom pregovora sa Evropskom unijom Milić je kazao da je pozvao predsjednika Vlade Igora Lukšića da napravi najšire moguće konsultacije. Istakao je da glavni pregovarač ne treba da bude predložen samo na sjednici Vlade, već da prije toga treba napraviti najširi mogući sastav i konsultacije, pa da se da podrška tom čovjeku.
–Mnogo je bitnije šta će taj čovjek da radi nego kako se zove. Predsjednik Vlade izabrao je loš način. To odmah na početku stvara sumnje da li će taj čovjek biti odgovoran Vladi Crne Gore ili će biti odgovoran građanima Crne Gore – zaključio je Milić.
On ističe da nema razloga da se 2012. godina posmatra kao „godina kojom će se plašiti narod u Crnoj Gori”.
– Mi smo na krizu navikli – kondiciono su nas spremili ovih 20 godina i bilo bi veliko iznenađenje da neko iz vladajućih struktura kaže da nas u 2012. godini očekuje blagostanje. Da, čeka nas život, a život kao takav ne može i ne smije da čeka nikog – zaključuje Milić.
M.N. – M.V.

Državi duguju stotine miliona na ime poreza
Milić je rekao da 2012. godine treba da dominira solidarnost, uz napomenu da mora primjenjivati i adekvatna poreska politika.
–Mora da se zna ko je danas Crnoj Gori, to jest njenim građanima, dužan na ime poreza u iznosu od nekoliko stotina miliona eura. Vlada je dužna da dostavi te podatke. Treća stvar je otvaranje radnih mjesta. Vidio sam izjave da nema problema, pa da čak i uvozimo radnu snagu tokom ljeta. Dostavio sam Zavodu za zapošljavanje spisak ljudi koji su kod mene tražili da makar tokom sezone rade na Primorju, a nijedan čovjek sa tog spiska nije pozvan ni radno angažovan. Najmanje je bitno hoće li priznati da govorim istinu, ali je bitno da ne dozvolimo da oni ljudi iz Bijelog Polja ili iz nekog drugog mjesta sa sjevera Crne Gore koji hoće da rade na Primorju i ove sezone čekaju red, nego da imaju prioritet. Da imaju prioritet naša djeca koja hoće da se zapošljavaju i da rade, a ako nijesu dobri radnici, onda neka ih otpuste s posla – kaže Milić.(fonte "Dan")

La lettera di Passera al Corriere


31 Dicembre 2011


Il ministro dello Sviluppo Economico al direttore de Bortoli: “Ho già venduto le mie azioni Banca Intesa”


Corrado Passera prende carta e penna per rispondere alle insinuazioni del Corriere della Sera su un possibile conflitto di interesse del ministro dello Sviluppo Economico. Passera precisa di aver venduto tutte le azioni Banca Intesa e di aver donato le sue partecipazioni al Campus Biomedico e alla società Day Hospital International. Scrive il ministro:

Caro Direttore, rispondo all’articolo di oggi sulla prima pagina del Corriere. Vorrei prima di tutto sgombrare il campo dai presunti conflitti di interesse. Pur non avendo alcun obbligo di farlo, nei giorni scorsi ho vendute tutte le mie azioni Intesa Sanpaolo, come avevo preannunciato in una recente intervista televisiva (il richiamo «le venda invece di continuare a dire le venderà» potrebbe far pensare che la questione sia aperta da lunghissimo tempo, mentre sono ministro da poco più di un mese). Pur non avendo alcun obbligo di farlo, ho provveduto, inoltre, a donare la piccolissima partecipazione che detenevo nel Campus Biomedico — sottoscritta per pure finalità filantropiche — ad una delle persone più impegnate nel progetto. «Mi sono liberato» — non certo per obbligo—anche della minima partecipazione che avevo nella società Day Hospital International, donandola a un altro azionista che condivideva con me le finalità filantropiche con cui l’iniziativa nacque parecchi anni fa. Nell’articolo si fa riferimento anche alla società della mia famiglia d’origine, alla quale fanno capo due alberghi e due immobili a Como, nella quale possiedo una quota di minoranza (33%), per due terzi in nuda proprietà, e nella quale non svolgo alcuna attività né gestionale né amministrativa. Il fatto che questa società possegga una piccolissima partecipazione finanziaria nell’albergo Villa D’Este mi pare del tutto irrilevante da qualsiasi punto di vista. Negli anni passati la società della mia famiglia, invece di distribuire dividendi agli azionisti, aveva messo da parte liquidità in maniera trasparente e legittima dandola in gestione in un paese dell’Unione Europea. Ciò nella prospettiva di futuri investimenti industriali che ha poi realizzato negli ultimi due anni ristrutturando uno degli alberghi di proprietà sul lago di Como. Tutti i dettagli sono già stati forniti al pubblico attraverso questo stesso giornale. Quanto all’incarico non retribuito che mio fratello —da esperto riconosciuto in campo turistico —è stato chiamato a ricoprire in maniera ufficiale e trasparente in una società del settore partecipata dalla banca che dirigevo, non mi appare che configuri alcuna forma di conflitto. L’articolo riprende poi il tema Alitalia. L’operazione «Nuova Alitalia» è stata del tutto trasparente e rispettosa delle regole, comprese quelle della concorrenza. Con capitali privati si sono salvati almeno 15 mila posti di lavoro ed è stato drasticamente ridotto l’onere che lo Stato avrebbe dovuto sostenere se fosse avvenuto l’inevitabile fallimento dell’intera «vecchia Alitalia». Anche Air One dovette rinunciare al suo progetto che Intesa Sanpaolo aveva inizialmente appoggiato con finalità esclusivamente imprenditoriali e non certo per ragioni creditizie che non esistevano. Prendo atto che nella ricostruzione del mio curriculum l’articolo ignora del tutto l’esperienza fatta a Poste italiane e non riconosce a Intesa Sanpaolo di aver rappresentato negli ultimi dieci anni un modello di banca dell’economia reale che, se maggiormente diffuso anche fuori d’Italia, avrebbe contribuito a evitare le ultime grandi crisi finanziarie. Quanto ai «pensieri obliqui» ai quali si fa cenno nell’articolo, nessuna persona che mi conosce ha mai avuto alcun dubbio sulle ragioni che mi hanno convinto a cambiare vita da un giorno all’altro e ad accettare la proposta del professor Monti. «Con le ombre e con i sospetti si uccide»: sono d’accordo con Gabanelli e Boursier. Spero di aver contribuito serenamente e concretamente a dissipare entrambi.

Corrado Passera ministro dello Sviluppo economico

p.s.: non avrei nulla da eccepire se lo stipendio da ministro mi venisse pagato in Bot.(Dario Ferri per "Giornalettismo.com")

Benvenuti nella pattumiera nucleare del mondo


31 Dicembre 2011


Un viaggio a Murmansk, cittadina russa del Circolo Polare Artico, dove sembra di essere ancora in Unione Sovietica


Il Guardian ci accompagna a Murmansk, nel nord della Russia, per cercare di capire perché questa città è conosciuta come la pattumiera nucleare del pianeta

L’INCIDENTE – Ieri è scoppiato un incendio sullo scafo del sottomarino nucleare Yekaterinburg a Murmansk. L’incendio, avvenuto in un cantiere navale, non ha provocato danni al reattore e nessuna fuga radioattiva. Le fiamme, divampate nelle parti in legno del sottomarino a causa di violazioni delle norme di sicurezza, non hanno però compromesso le parti essenziali dello scafo. Nessun morto e nessun ferito quindi, ma restano ancora dei dubbi su come i russi stanno provvedendo alle revisioni dei propri natanti nucleari in una regione, quella di Murmansk, ormai diventata cimitero della grande potenza nucleare sovietica.

LA PATTUMIERA NUCLEARE DEL MONDO – La regione di Murmansk contiene la più grande concentrazione di residui nucleari del mondo e ora, grazie alla fine della guerra fredda, è diventata la pattumiera atomica del pianeta. Già 10 anni fa la costa intorno alla città era disseminata da 100 carcasse di reattori arrugginiti. Ognuna di loro era vecchia di almeno 40-50 anni. Al momento si sa che per liberare la regione e pulire tutto ci vorranno almeno 50 anni e svariati miliardi di dollari. Murmansk è la base della vecchia flotta del nord dei sottomarini dell’Unione Sovietica, casa di molti dei rompighiaccio nucleari russi e cimitero di parecchi reattori civili, vecchi di almeno 40 anni.

I RIFIUTI - Secondo Alexander Ruzankin, capo dello sviluppo economico per la regione di Murmansk ha detto che intorno alla città russa ci sono 200 reattori attualmente attivi. Per dare un’idea, a Murmansk è presente il 20 per cento dei reattori nucleari del pianeta. Oltre a questi, ci sono 20.000 depositi di scorie nucleari. Si va dal container pieno d’acqua radioattiva all’involucro di cemento pieno di barre di combustibile. Ogni anno, grazie anche all’aiuto di Stati Uniti e Norvegia, i russi riescono a dismettere qualche vecchio sottomarino nucleare, ma dall’altro lato il Paese deve affrontare l’arrivo di scorie provenienti dalla Germania e dagli Stati ex sovietici. Andreeva Bay, nelle vicinanze di Murmansk, è il più grande cento di raccolta per barre di combustione nucleare provenienti da imbarcazioni a propulsione atomica. Questi i numeri: più di 22 mila barre esauste, 93 nuclei di reattore e 35 tonnellate di liquido radioattivo.(Maghdi Abo Abia per "Giornalettismo.com")

“Lele Mora tenta il suicidio”


31 Dicembre 2011


Secondo un sindacalista si sarebbe messo cerotti su naso e bocca per togliersi il respiro


Nella tarda mattinata di oggi il noto impresario attivo nel campo dello spettacolo, Lele Mora ha tentato il suicidio per asfissia. Lo riferisce Eugenio Sarno, Segretario generale Uil Pa Penitenziari.

CEROTTI - “Lele Mora – spiega Sarno – e’ ristretto nel reparto ‘Nuovi Giunti’ del carcere milanese di Opera, ed era gia’ sottoposto a particolare sorveglianza. Il tentato suicidio e’ stato posto in essere con dei cerotti, regolarmente detenuti in cella, che Mora ha applicato su naso e bocca. Ovviamente l’intervento dell’agente di sorveglianza e’ stato efficace ed immediato”.

GESTO DIMOSTRATIVO – “Considerate le modalita’ piu’ che ad un reale tentato suicidio – sottolinea – e’ forse piu’ appropriato riferirsi ad un gesto dimostrativo, che non e’ escluso possa essere stato messo in piedi per attirare l’attenzione sulla sua vicenda processuale”. ”In ogni caso – aggiunge – il clamoroso gesto e’ solo uno dei circa 1000 tentati suicidi verificatisi in quest’anno nelle carceri italiane ( di cui per circa 395 e’ legittimo parlare di vite salvate in extremis dalla polizia penitenziaria)”.

SEVERINO – “Apprezziamo – dice ancora Sarno – la buona volonta’ del Ministro Severino che ha avuto il coraggio di osare, ma per incidere positivamente sulle condizioni detentive occorrono interventi strutturali. Non bastano i pannicelli caldi che e’ facile prevedere non porteranno ad alcuna deflazione delle presenze, tantomeno svuoteranno alcun carcere. Analogamente per risolvere la grave crisi operativa e d’identita’ del Corpo di polizia penitenziaria bisogna assumere immediatamente non meno di 6mila agenti. Ricordiamo che nel 2001 quando fu decretato l’organico del Corpo erano in servizio circa 43mila baschi blu e nelle celle erano presenti non piu’ di 45mila detenuti. A distanza di dieci anni, con diversi nuovi istituti nuovi aperti e molti padiglioni riattivati ed una popolazione detenuta che supera le 68mila unita’ gli agenti penitenziari presenti sono circa 37500, di cui oltre tremila impiegati in strutture non detentive”.(Agi)

venerdì 30 dicembre 2011

Stocks set for 2011's finish



30 Dicembre 2011


NEW YORK -- U.S. stocks were set to open mixed Friday, the final trading day of 2011.

Dow Jones industrial average (INDU) futures were lower, while the S&P 500 (SPX) and Nasdaq (COMP) futures were slightly higher. Stock futures indicate the possible direction of the markets when they open at 9:30 a.m. ET.

U.S. stocks rose Thursday in a thinly traded session as investors focused on signs of strength in the economy before calling it a year.

Thursday's rebound put the S&P 500 back on track for a modest 0.4% gain in 2011, after the broad market index fell sharply Wednesday. The Dow is currently up 6.1% for the year, while the Nasdaq is set for a 1.5% loss.

Stocks were supported by reports on housing, manufacturing and employment that raised hopes about the U.S. economy.

Traders said low volume, typical of the holiday week, has led to more pronounced swings, and some of the moves are coming from year-end portfolio rebalancing rather than convictions over the trajectory of the market or particular stocks.

Economy: A reading on December data showed Chinese manufacturing continued to slow. HSBC's early reading of its China purchasing managers index saw a 1-point increase to 48.7, but that figure remains below to 50 threshold for expansion of the sector.

Initial jobless claims rose 15,000 to 381,000 in the latest week, according to the U.S. Labor Department. Analysts surveyed by Briefing.com had expected 368,000 claims. But the figure remained below 400,000, giving investors hope that the labor market will strengthen in the new year.

The National Association of Realtors index of pending home sales, which measures signed sales contracts but not closed sales, rose 4% to a seasonally adjusted annual rate of 4.42 million in November from 4.25 million in October.

Economists had expected a 0.6% increase in pending home sales.

Companies: Shares of Yahoo (YHOO, Fortune 500) gained 2.7% Thursday after reports that China's Alibaba Group had hired a lobbying firm to prepare a bid for the U.S. web search pioneer.

Amazon (AMZN, Fortune 500) shares inched down slightly after analysts at Goldman Sachs (GS, Fortune 500) suggested that the online retailer's sales growth for the holiday period may fall short of expectations.

World markets: European stocks were mixed in morning trading. Britain's FTSE 100 (UKX) fell 0.3%, Germany's DAX (DAX) edged up 0.2% and France's CAC 40 (CAC40) slipped 0.1%.

Asian markets ended mostly higher. The Shanghai Composite (SHCOMP) gained 1.2%, the Hang Seng (HSI) in Hong Kong edged up 0.2% and Japan's Nikkei (N225) added 0.7%.

Currencies and commodities: The dollar gained against the euro, but slipped versus the British pound and the Japanese yen.

Oil for February delivery rose 25 cents to $99.91 a barrel.

Gold futures for February delivery added $31.80 to $1,572.70 an ounce.

Bonds: The price on the benchmark 10-year U.S. Treasury was little changed, with the yield holding at 1.90%.(CNNMoney)

Muslims Upset by NYPD to Boycott Mayor's Breakfast


30 Dicembre 2011


Muslim leaders intent on showing Mayor Michael Bloomberg that they have no appetite for his support of the police department's efforts to gather intelligence on their neighborhoods are poised to make an impression by their absence at his annual interfaith breakfast Friday.

A letter they composed made a controversy out of a normally sedate end-of-the-year meeting. In all, 15 Muslim clerics and community figures say they won't show up to protest the surveillance program first revealed in a series of Associated Press articles.

But one man who signed the letter, Rabbi Michael Weisser, said he will attend the breakfast after friends in the Muslim community urged him to attend and engage the mayor in conversation about the dispute.

The breakfast is traditionally held at the historic New York Public Library building on 42nd Street and has long served to showcase the city's diversity during overlapping winter holidays.

Weisser, who is one of seven people who will give invocations at the gathering, said he will not address it in his remarks to the group because he had already submitted his text to the mayor's office before taking sides in the dispute. Still, he said he saw parallels to what Jews have faced.

"From a Jewish perspective, it reminded me of things that were going on in the 1930s in Germany. We don't need that in America," he said. "The Muslim community is targeted. It's stereotyped. When people think of terrorism, they immediately think Muslim."

He said he had no problem with the police department following leads, but objected to the sense that the department is targeting Muslim organizations because they are Muslim.

"We can't be painting a whole group of people with the same broad brush," he said.

Bloomberg's office has said it expects about two dozen Muslim leaders to attend the breakfast.

"You're going to see a big turnout tomorrow, and it's nice that all faiths can get together," the mayor said Thursday. Boycott participants "are going to miss a chance to have a great breakfast."

Among those disagreeing with the boycott is Imam Shamsi Ali of the Islamic Cultural Center of New York. "I believe that engagement is more important. I think everyone disagrees with the way the NYPD is penetrating the community, but I think generalizing everything else as bad is not appropriate," he said. "The mayor's not perfect, but there are many things about him we need to appreciate. And I think working with him is a way of appreciation."

Bloomberg and Police Commissioner Ray Kelly have insisted their counterterrorism programs are legal.

"Contrary to assertions, the NYPD lawfully follows leads in terrorist-related investigations and does not engage in the kind of wholesale spying on communities that was falsely alleged," police spokesman Paul Browne said in an email Thursday.

Imam Al-Hajj Talib Abdur-Rashid, president of the Islamic Leadership Council of New York, a group of 35 clerics and their congregations, said those who won't attend don't feel comfortable "going to have coffee and doughnuts with the mayor knowing that this civil liberties crisis that's affecting all New Yorkers is not going to be addressed."(CHRIS HAWLEY Associated Press)

Jamaican Opposition Party Claims Victory In PM Election


30 Dicembre 2011


Preliminary election results in Jamaica indicate a victory for the opposition People's National Party (PNP).

The ruling Jamaican National Party's (JNP) campaign director conceded defeat Thursday on a national television broadcast. Karl Samuda said "we have not won, the people have spoken".

Thursday's win returns Jamaica's first female prime minister to power.

Portia Simpson Miller narrowly lost to the ruling Jamaica Naitional Party four years ago.

Prime Minister Andrew Holness from the center-right JNP had fought to retain his position just two months after he was sworn in. The 39-year-old took power when his predecessor, Bruce Golding, resigned in a scandal over his handling of a U.S. extradition request for a notorious drug gang leader.

Now, Simpson Miller faces the task of leading her party in lowering Jamaica's 13 percent unemployment rate and tackling the country's debt-ridden and stagnant economy.

Observers said the voting was mainly smooth and peaceful, a change from previous elections marred by violence.

Berlin protests to Egypt ambassador over raid on office


30 Dicembre 2011


BERLIN — German officials have complained to the Egyptian ambassador over what they describe as an unacceptable raid on the Cairo office of a German think-tank.

The Konrad Adenauer Foundation, which has links to Chancellor Angela Merkel's party, was among 10 pro-democracy organizations whose offices were raided on Thursday.

German Foreign Ministry spokesman Andreas Peschke said Egypt's ambassador in Berlin was summoned to the ministry on Friday.

Peschke said he was told that it was "unacceptable for the work of the Konrad Adenauer Foundation in Egypt to be hindered in this way" and that Berlin believes authorities' actions go against the spirit of a German-Egyptian agreement in August on a partnership to support building Egyptian democracy.(Associated Press)

Syria troops 'clash with Damascus activists'



30 Dicembre 2011


Syrian forces and activists have clashed during after-prayer protests in Damascus, as Arab observers continue their mission in the country.

Activists said troops fired nail bombs to disperse protesters who retaliated with stones in the suburb of Douma.

Protest organisers had called for mass demonstrations, saying up to 40 people were killed by troops on Thursday while awaiting a visit from the Arab team.

Correspondents say the presence of the monitors has emboldened the protesters.

Syrian opposition groups said the bodies of eight people had been recovered on Friday, although such figures are difficult to verify. At least 5,000 are believed to have died since the revolt against the regime of President Bashar al-Assad began in March.
Reassuring?

On Friday, the UK-based Syrian Observatory for Human Rights said more than 20 protesters were hurt when troops fired "nail bombs" and tear gas to disperse as many as 70,000 protesters who were marching towards the city hall.

Major protests were also reported in northern Syria around the city of Idlib.

Activists had called for massive protests after prayers on Friday - the traditional day of demonstration.

"On Friday we will march to the squares of freedom, bare-chested," said the Syria Revolution 2011 Facebook group.

"We will march as we did in Homs and Hama where we carried olive branches only to be confronted by [President Bashar al-Assad's] gangs who struck us with artillery and machinegun fire."

The Arab League peace plan calls for a complete halt to the violence, the withdrawal of all armed forces and the release of all detainees.

The Arab mission has faced criticism for being led by Sudan's Gen Mustafa al-Dabi, who Amnesty International has accused of carrying out human rights violations in his own country.

But the League says Gen Dabi has full support, and the US has urged detractors to allow the team to finish its work.

Russia's foreign ministry says the first comments from the observers showed the situation in Syria was "reassuring".

The comments came in an interview Gen Dabi gave on Thursday after a visit to Homs.

"Some places looked a bit of a mess but there was nothing frightening," he told Reuters. "The situation seemed reassuring so far."

But the Local Coordination Committees, a Syrian activist group that documents and organises protests, said that 130 people had been killed since the Arab League monitors arrived in the country earlier this week.

The anti-government Free Syrian Army says it has requested a meeting with the observers but received no response.

"We haven't been given any of the (phone) numbers for the monitors, which we have requested. No one has contacted us either," said Col Riad al-Asaad, who heads a force claiming to be 10,000-strong, many of whom defected from the Syrian army during the uprising.

The rebel commander told Reuters his forces had been ordered to stop all attacks on government troops since the arrival of the observers in the country.
'Olive branches'

Rami Abdul-Rahman, head of the Syrian Observatory for Human Rights, said the Arab League's initiative was "the only ray of light" for Syrians.

"The presence of the observers in Homs broke the barrier of fear," he told AFP.

One activist in Hama told Reuters: "We know that just because they are here, it doesn't mean the bloodshed will stop. But at least they will see it".

Despite the presence of the Arab monitors - who are being escorted by state security officials - there has been little let-up in the ferocity of the response to protests, correspondents say.

The monitors have travelled to the central province of Homs, Idlib in the north, Deraa in the south, Hama and then the capital, Damascus.

On Thursday, the Syrian Observatory for Human Rights said at least four people were killed when security forces opened fire outside a mosque in Douma, a suburb of Damascus.

Monitors were arriving at the city hall there when security forces fired on "tens of thousands" of protesters outside the Grand Mosque, the UK-based group said.

It reported further deaths in other suburbs of the capital - Aarbin and Kiswah - as well as in Idlib and Hama.

The US State Department said it was concerned by the continuing violence.

"We are concerned that even though we have monitors on the ground, and they are playing a role in some places, we also have the continuation of the violence," said spokeswoman Victoria Nuland.(da "BBC")

New North Korean leader; same old hostilities


30 Dicembre 2011


REPORTING FROM SEOUL -– With a flourish and wave of the hand, new North Korean leader Kim Jong Un has started his reign, moving the regime from the era of “Dear Leader” to that of “Great Leader.”

The son of the late dictator Kim Jong Il has appeared before the adoring masses in Pyongyang, freshly bestowed with such fawning titles as “Great Successor,” “Supreme Leader” and the latest, “Great Leader.”

But while the names have changed, the secretive regime's belligerent policies -– particularly toward South Korea -– have apparently remained the same.

Pyongyang’s leadership on Friday took renewed verbal shots at South Korean President Lee Myung-bak, a sign that its position toward Seoul would not radically change under Kim Jong Un, a 27-year-old neophyte powerbroker who is finding his legs as a ruler.

North Korea's powerful National Defense Commission threatened that it would never deal with Lee, a hardliner who came to power in 2008 on a platform of dealing more harshly with North Korea.

“As already declared, the (North) will have no dealings with the Lee Myung-bak group of traitors forever,” the commission said in a statement.

The statement, one of the first by the new regime as it emerged from an 11-day period of national mourning over Kim Jong Il’s death this month, signaled continuation of a diplomatic stalemate on the Korean peninsula.

In an apparent move to foster a better relationship with the North’s new leadership, Lee –- who leaves office next year –- said the South bears no hostility toward the North and expressed sympathy to the people of North Korea over Kim’s death.

The North’s commission accused South Korea of banning regular citizens from visiting Pyongyang to offer condolences and of seeking to drive a wedge between ordinary Koreans from the North and South. Seoul did not send an official mourning delegation to Pyongyang, allowing only two private delegations led by two high-profile women who have ties with North Korea.

“We will surely force the group of traitors to pay for its hideous crimes committed at the time of the great national misfortune,” said a statement carried by the North’s official Korean Central News Agency.

And just in case other world capitals –- including Washington -– were listening, Pyongyang said that as far as it was concerned, it’s business as usual. “We solemnly declare with confidence that the South Korean puppets and foolish politicians around the world should not expect any change” from North Korea, the statement said.

Seoul did not respond to the North’s newest declarations. But experts here said they were surprised that the honeymoon of apparent good will between North and South would be so short-lived.

"Many had hoped that North Korea would change their foreign policy with the rise of Kim Jong Un. But right now, it seems that they will continue Kim Jong Il's foreign policies and will show little flexibility,” said Lee Dong-bok, a senior associate at the nonprofit Center for Strategic and International Studies.

“This time they have used a language that is 10 times harsher than before, and have taken a firm stance. The statement suggests they will keep on threatening the global community with nuclear weapons."(da "Los Angeles Times")

Viktor Orbán il nuovo "DITTATORE UNGHERESE"



30 Dicembre 2011


Ma da dove viene? E, soprattutto, dove vuole (o può) arrivare? Prima di diventare il leader più autoritario (e ansiogeno) d'Europa, l'ungherese Viktor Orbán, 48 anni, è stato un oppositore del regime comunista, si è laureato in legge (con tanto di stage a Oxford), ha professato idee social-liberali, ha fatto il parlamentare europeo fino a ricoprire la carica di vicepresidente del Ppe.

Dieci anni fa, quando guidò per la prima volta il governo, Orbán si preoccupava di tagliare le tasse, ridurre la disoccupazione e guidare il suo Paese all'appuntamento con l'Europa. Ora, tornato al potere nell'aprile del 2010, farnetica sul ritorno della Grande Ungheria (ma forse si accontenterebbe anche del formato medio uscito dopo la Prima guerra mondiale). Intanto minaccia di ridurre la Banca centrale a semplice «ufficio bolli» dell'esecutivo, di soffocare definitivamente giornali e televisioni non graditi, di varare una grottesca legge elettorale che favorirebbe in modo smaccato il Fidesz, «l'Alleanza dei giovani democratici», il partito fondato nel marzo del 1988 dall'Orbán che il mondo sta imparando a conoscere.

Da giorni Budapest è una città tesa. Il 23 dicembre i deputati dell'opposizione si sono addirittura incatenati davanti al Parlamento, un grandioso edificio neogotico costruito nel 1844 sulla sponda destra del Danubio, proprio di fronte al Castello di Buda, arcigno simbolo dell'assolutismo monarchico, costruito in pieno Medioevo dal principe Stefano e ampliato da Sigismondo, sovrano del Sacro romano impero. Divagazioni? Non proprio, visto che nei mesi scorsi il partito del nuovo leader, mentre il debito pubblico quasi raddoppiava, mobilitava la schiacciante maggioranza conquistata in Parlamento (due terzi dei seggi) per inzeppare la nuova Costituzione, che entrerà in vigore dal primo gennaio, con riferimenti alla mitologia e alla retorica nazionalistica, con Santo Stefano, la Sacra Corona, la diaspora delle minoranze magiare nel centro Europa.

«Sembra di essere tornati agli anni 50», racconta al telefono da Budapest Zita Gurmai, europarlamentare ungherese, responsabile per le pari opportunità del gruppo Socialisti e democratici. C'era anche lei, la settimana scorsa, davanti al Parlamento: «La polizia ha arrestato persino i deputati, compreso l'ex primo ministro Ferenc Gyurcsány. Mi amareggia molto dirlo, ma oggi, con queste leggi e con questa guida, l'Ungheria non sarebbe ammessa nell'Unione Europea, perché non soddisfa più "i criteri di Copenaghen" sulla democrazia e il primato della legge».

I governi europei e le stesse istituzioni di Bruxelles ci hanno messo più di un anno per capire. Nel gennaio scorso Orbán si presentò davanti all'Europarlamento in veste di presidente di turno della Ue. L'emiciclo gli riservò un'accoglienza ruvida, paragonabile a quella accordata a Silvio Berlusconi nel 2003. Ma nessuno, in alcuna capitale europea, evocò neanche l'ipotesi di mettere l'Ungheria al bando dell'Europa. Perché la «deriva autoritaria» di Budapest, come ormai la definiscono molti giornali internazionali, nasce anche dall'imbambolamento generale degli ultimi 8-10 anni. Non solo alla Grecia, ma anche al governo del socialista Gyurcsány, è stato concesso, per esempio, di giocare con i bilanci pubblici. Del resto l'Ungheria non ha mai dato problemi a Bruxelles.

Ah sì: lo scontro nel 1993 tra i viticoltori friulani e i rivali del lago Balaton per la denominazione del vino Tokai (vittoria ungherese). Cose da niente, un'innocua nota di colore, rispetto al grande disegno dell'allargamento, al destino europeo dell'Ungheria, il Paese dell'ex blocco comunista più aperto al mondo. Bene, evidentemente anche questo concetto va riposto nella soffitta dei luoghi comuni che si fa sempre più affollata.

Gli Stati Uniti si sono già mossi, con una secca lettera di protesta indirizzata al premier ungherese e firmata dal segretario di Stato, Hillary Clinton. Nel Parlamento europeo si comincia a esaminare la procedura prevista dall'articolo 7 del Trattato di Lisbona: via i diritti di voto a chi non rispetta i principi fondamentali dell'Unione, cioè libertà, democrazia, rispetto dei diritti dell'uomo e dello Stato di diritto. Tutti valori che, almeno quelli, sembravano inattaccabili. Anche in Ungheria.(Giuseppe Sarcina per il "Corriere della Sera")

SE LA FERRARI FOSSE QUOTATA IN BORSA, VARREBBE IL 20% DI TUTTO IL GRUPPO FIAT.




30 Dicembre 2011


Pattini, biciclette, opere d'arte e poi le nuove montagne russe di Dubai. L'immagine della Ferrari nel mondo sta cambiando, dall'Asia agli Stati Uniti le operazioni commerciali messe a punto dalla casa automobilistica di Maranello non riguardano più solo le corse e anzi, tra giostre e capi d'abbigliamento, il marketing aziendale spazia ormai in tutti gli orizzonti. Fino ad arrivare all'ultima trovata, che secondo i fan, però, al grande Drake non sarebbe affatto piaciuta.

La casa di Enzo Ferrari, quella dove ancora oggi si trova lo studio che occupò sino a pochi giorni dalla sua scomparsa, il 14 agosto 1998, sarà messa in affitto e per qualche migliaio di euro, 2750 per la precisione, sarà possibile occupare parte dello storico edificio in mattoni a vista e infissi rossi. Organizzare una cena, indire una riunione o godersi la lettura del giornale nelle sale con vista circuito.

I servizi offerti saranno numerosi, dal concierge, all'open bar, dal parrucchiere all'estetista, dalla seconda colazione al caffè. Tutto a disposizione del pubblico pagante, che avrà la possibilità trascorrere qualche ora a casa di Enzo, scegliendo tra diverse fasce orarie disponibili, diurna o notturna a seconda delle preferenze.

Ma tutto fa bilancio. Anche perché il marchio è una gallina dalle uova d'oro: se Ferrari oggi fosse quotata in borsa varrebbe almeno il 20 per cento di tutto il gruppo Fiat. Un prezzo ancora inferiore se si considera il significato storico e simbolico della casa, di quelle stesse stanze in cui il re della "rossa" incontrava i piloti, guardava le gare e passava ore a discutere delle prove tecniche che si svolgevano nella celebre pista.

E' la crisi, i tempi cambiano e la Ferrari tenta di reinventarsi applicando il logo con il cavallino rampante un po' dovunque, nei parchi divertimento, sulle borsette, sulle tazze, negli orologi. Ma quest'idea ai tifosi della rossa proprio non va giù e anzi, sono unanimi nel dichiarare scontento verso "la profanazione di un luogo sacro che avremmo preferito rimanesse un museo. Come fan questa notizia ci dispiace molto".

"E' triste, Enzo Ferrari non l'avrebbe mai trasformata in un'operazione commerciale, lui non ragionava solo sulla base dei soldi e probabilmente se lo sapesse si rivolterebbe nella tomba" commentano i tifosi sulla rete.

"Noi andavamo a Maranello in motorino per vedere le gare e come tutti i tifosi, viviamo la Ferrari come una questione di cuore, di sentimenti" racconta Stefano, patito della rossa sin da ragazzino. "So che è anacronistico, che i tempi cambiano e che oggi le cose vanno così, ma io credo che la casa di Enzo avrebbe dovuto rimanere un luogo simbolo, come è sempre stato".

Sì, i tempi cambiano e il mercato delle supercar è in crisi da tempo, i prezzi sono troppo alti, la benzina è più che raddoppiata, ci sono i controlli fiscali antievasione e il pagamento del superbollo. E poi gli stabilimenti, i lavoratori da pagare, i tagli, gli scioperi. Un circolo vizioso che sta coinvolgendo tutto il mercato del lusso, che colpisce anche la Maserati, storica rivale della Ferrari, e che richiede nuove idee, impone creatività.

Ma la promozione, il marketing portato avanti negli anni in tutto il mondo, in Italia ha recentemente incontrato non poche difficoltà. Prima con la travagliata apertura del Museo casa natale Enzo Ferrari, prevista per il 10 marzo, che a scadenza bando di gara per aggiudicarsi la gestione del complesso museale guadagnò un'asta deserta. Costi troppo alti.

Poi con l'affitto della casa di Drake, che ha suscitato le ire dei tifosi. Questioni prettamente economiche che il Commendatore forse non avrebbe apprezzato, lui che diceva "il bilancio lo faranno quelli che mi porteranno al cimitero", e che secondo Enzo Biagi "più che un industriale è un sognatore".

"Purtroppo negli ultimi anni tutto è cambiato e nel 2011 ci sono molti problemi da affrontare" ha commentato Alberto, supporter del cavallino rampante nostrano. "Tuttavia questa notizia dimostra ancora una volta che davvero, al giorno d'oggi, tutto ha un prezzo. Andare a toccare uno dei luoghi più importanti di un marchio simbolo dell'Italia è sicuramente una caduta di stile non da poco".(Da "Il Fatto Quotidiano.it"http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/12/28/pattini-biciclette-montagne-russe-musei-cosi-hanno-rovinato-poesia-ferrari/180394/#.Tv2FQjUrOv4.mailto)