
05 Marzo 2012
Una truffa di oltre 48 milioni euro (più o meno 57 milioni di franchi al cambio odierno), importando in Ticino telefonini dalla Germania e rivendendoli in altri Paesi, senza, però, pagare l'Iva. Al centro dell'inchiesta del Procuratore generale di Mannheim, nel Baden-Württemberg, una società di Lugano, specializzata nel commercio di prodotti elettronici, sospettata di una gigantesca frode fiscale. In pochi anni la ditta avrebbe importato cellulari per un valore complessivo di oltre 262 milioni di euro (circa 316 milioni di franchi), aggirando abilmente le norme internazionali per il pagamento dell'imposta sul valore aggiunto.
L'inchiesta "è tuttora in corso", si limita a confermare Jeremias Zürcher della sezione antifrode della Direzione generale svizzera delle dogane, e aggiunge: "Non posso dire altro". L'unico dettaglio che rimbalza da Berna, è che le indagini attualmente sono concentrate in Ticino. E ci potrebbero essere risvolti sorprendenti.
Il meccanismo della frode fiscale, messo in luce nella richiesta di assistenza giudiziaria della Germania - accolta da Berna nell'aprile dello scorso anno - è quello classico della "truffa carosello". Ossia, un traffico commerciale, con rapide triangolazioni tra più Paesi, eludendo nella compravendita della merce il pagamento dell'Iva (vedi articolo a fianco). Un modello truffaldino che, assieme a quello delle cosiddette "società cartiere" - ditte che esistono solo sulla carta per emettere fatture fasulle - è valso l'iscrizione della Svizzera nelle "black list" italiane.
La società luganese, come precisa la Procura di Mannheim, fa parte di una catena commerciale per la fornitura di cellulari che usa le norme Iva dell'Unione europea, effettuando, cioè, forniture all'interno dell'Ue con l'esenzione dell'imposta. "I cellulari venivano esportati, appunto in esenzione da imposta, da un esportatore in un altro Paese dell'Ue o in un Paese terzo - si precisa nella domanda di assistenza giudiziaria -. In seguito l'importatore vendeva la merce all'interno del suo Stato aggiungendo l'Iva, ma senza versare al fisco la parte d'imposta dovuta. Quindi la merce veniva rivenduta all'interno di una catena commerciale solitamente a prezzi che includevano l'Iva sottratta in precedenza (...)". In sostanza si sfruttava illegalmente l'esenzione dell'Iva, che veniva poi fatturata senza averla però pagata.
Secondo gli inquirenti tedeschi, la società di Lugano ha importato in Svizzera i telefonini per rivenderli a più ditte all'interno dell'Ue, soprattutto in Italia, Portogallo e Belgio. "Tra il settembre 2005 e il settembre 2009 - si legge nella domanda inoltrata a Berna dalla Germania - ha effettuato 1.138 importazioni di cellulari in Germania per un valore complessivo di 262 milioni e 262mila euro, sottraendo l'Iva sull'importazione. La perdita fiscale ammonta a 48'551'344,77 euro".
Le indagini in Germania hanno messo a fuoco alcuni particolari della truffa. Nel periodo tra marzo 2006 e marzo 2007, la ditta Motorola GmbH, con sede in Germania, ha esportato dei cellulari in Svizzera e tra i destinatari risulta anche la società di Lugano. Ma la fatturazione della Motorola è stata fatta, almeno in parte, ad una società di Morbio Inferiore. Quest'ultima, prima dell'importazione in Svizzera, ha rivenduto i cellulari alla società luganese.
I successivi trasporti della merce, però, non erano destinati né alla società di Morbio, né a quella di Lugano. Erano invece indirizzati presso la sede all'aeroporto di Zurigo di una casa di spedizione di Chiasso. Dallo scalo zurighese, il carico di telefonini, alleggerito dell'Iva, prendeva il volo verso altri Paesi.(Libero D'Agostino per "Il Caffè.ch")
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