25 Maggio 2012
Un miliardo di debiti. Un mese e mezzo in carcere per il porto turistico
di Imperia. Dissidi in famiglia. La vita spericolata di Francesco
Bellavista Caltagirone, classe 1939, è in piena tempesta. In Lungotevere
Aventino, dove ha sede la sua Società Pia Antica Acqua Marcia, è
arrivato Mario Resca. La sua missione è di salvare il gruppo. L'ex
commissario del gruppo Cirio nel post-Cragnotti è stato nominato
amministratore delegato dell'Acqua Marcia il 26 aprile, il giorno dopo
la Festa della Liberazione e cinque giorni dopo la concessione degli
arresti domiciliari a Bellavista per motivi di salute.
Resca, reduce da un'esperienza al ministero dei Beni Culturali su
nomina berlusconiana, ha promesso risultati entro l'estate. L'obiettivo
principale dell'ex numero uno di McDonald's Italia, e attuale
consigliere dell'Eni e della Mondadori, è convincere le banche
creditrici a mettersi una mano sulla coscienza e comprendere che la
liquidazione dell'Acqua Marcia non conviene a nessuno.
Non è la prima volta che Bellavista passa momenti difficili a causa
degli istituti di credito. Il debutto dell'imprenditore nelle cronache
giudiziarie risale appunto allo scandalo Italcasse (1979) rimasto nella
memoria per la frase "a Fra' che te serve?" che il fratello Gaetano
Caltagirone rivolse al proconsole andreottiano Franco Evangelisti.
Preistoria. O forse è la stessa storia che continua a ripetersi sotto
altre forme. Fedele a se stesso negli anni, Bellavista non ha perso
nulla del suo stile generone romano, della sua eleganza da yacht (ne ha
uno di 70 metri di cui era assiduo Cesare Previti) e di un carattere
flamboyant che ha portato il suo compagno di reclusione in Liguria a
chiedere e ottenere il trasferimento di cella per incompatibilità di
carattere.
Difficile insegnare la convivenza in otto metri quadri a un uomo che
possiede case a Montecarlo e alle Antille e un appartamento nella Trump
Tower a New York, che ha la residenza a Knightsbridge, a due passi dai
giardini londinesi di Hyde Park, che ha sposato donne ricchissime come
Marina Palma (Squibb) e Rita Rovelli e che ha come sua ultima compagna
un'altra imprenditrice agiata, Beatrice Cozzi Parodi. Difficile
adattarsi al rancio del carcere per chi era abituato alle cene nel
salotto della scomparsa vedova Angiolillo o a girare benedicente fra i
tavoli del "Moro", dietro Fontana di Trevi, ristorante frequentato da
vip e politici assortiti.
Proprio quando tutto sembrava mettersi al meglio, con i porti
turistici di Imperia e di Fiumicino che promettevano di riequilibrare il
conto economico, con un ex amministratore ed ex consulente Acqua
Marcia, Piero Gnudi, nominato ministro - appunto - del Turismo,
l'arresto del 5 marzo negli uffici del sindaco di Imperia ha stroncato
la ripresa. Il porto della città ligure rimane bloccato. L'appalto per
Fiumicino, 400 milioni di euro di investimento per il più grande porto
turistico del Mediterraneo, è stato ceduto al gruppo pubblico Invitalia.
Non che l'imprenditore dia segni di resa. Se qualcuno si aspettava
che tirasse in ballo l'ex ministro Claudio Scajola per la vicenda di
Imperia, è rimasto deluso. Così non parlò Bellavista. Ma il colpo è
stato durissimo. Durante la carcerazione dell'imprenditore, la guida del
gruppo è rimasta in mano al suo settimo figlio, il ventunenne Camillo
Nino, chiamato con i nomi, rispettivamente, di uno zio paterno e del
nonno materno, il re della chimica Nino Rovelli.
Il giovane, nato a Lugano e residente a Montecarlo, è stato nominato
presidente dell'Acqua Marcia il 14 marzo, poco dopo l'arresto del padre,
ma il suo debutto in consiglio di amministrazione risale al giugno
2009. Non si tratta della solita cooptazione ereditaria tipica
dell'impresa familiare all'italiana. Da poco maggiorenne, Camillo Nino
ha dovuto bruciare le tappe per l'estromissione dal gruppo dei fratelli
maggiori Ignazio, nato nel 1974, e Gaetano, nato nel 1978.
Tra belle donne e belle macchine, i due rampolli si erano divisi i
settori di attività del gruppo Acqua Marcia. Ignazio (come il nonno
paterno) seguiva il settore immobiliare e i porti turistici, mentre
Gaetano (come il bisnonno e capostipite della dinastia Caltagirone) si
occupava degli alberghi e degli aeroporti
Il padre, insoddisfatto del loro rendimento, li ha cancellati
dall'organigramma delle società italiane e li ha spediti a occuparsi di
piccole operazioni immobiliari tra la costa orientale degli Stati Uniti e
i Caraibi. Nella primavera del 2008, i reprobi sono stati rimpiazzati
da Fabrizio Centofanti, ex portavoce di Maurizio Scelli alla Croce rossa
italiana.
L'operazione della magistratura ligure ha portato a galla la crisi
dinastica ma anche le difficoltà strutturali del gruppo. Per come è
organizzata l'Acqua Marcia, ogni cantiere che si blocca mette a
repentaglio la sopravvivenza di un colosso che ha oltre 2 miliardi di
patrimonio ma ricavi da impresa medio-piccola (200 milioni di euro nel
2010 con 77 milioni di perdite).
Acqua Marcia, insomma, è un gigante che fatica ad alimentarsi, ha
smesso di pagare il fisco con possibili conseguenze penali (circa 40
milioni di euro di arretrati) e ha costi micidiali. Fra le spese più
pesanti ci sono quasi 50 milioni di euro all'anno in interessi passivi
con i creditori e 10 milioni di euro distribuiti ad avvocati e
consulenti ingaggiati per districare le società controllate da un
contenzioso che include un paio di sequestri penali (a Catania per il
Mulino Santa Lucia e a Milano per il cantiere residenziale di
Bisceglie), una lite con la Natuzzi (sempre per l'immobile di Catania),
una con Giulio Malgara per l'ex area Chiari&Forti di Silea e una con
Vegagest, un fondo immobiliare che avrebbe dovuto acquistare un lotto
Acqua Marcia in piazza dei Navigatori all'Eur, e poi si è ritirata
dall'affare senza versare 70 milioni di euro di saldo. Il socio
principale di Vegagest è la Cassa di risparmio di Ferrara.
Banche dovunque, insomma. Le stesse che con una mano hanno finanziato
l'Acqua Marcia e con l'altra l'hanno ingorgata di derivati per un
valore nominale di oltre 900 milioni di euro. Non uno di questi prodotti
risulta in attivo, con una minusvalenza complessiva di 25 milioni di
euro ai dati del 2010.
Per salvare il salvabile il profilo di Resca è quello più logico. Il
manager è uomo di relazioni e si è fatto le ossa alla Chase Manhattan.
Il suo problema principale si chiama Bnl. Nel lungo elenco di istituti
esposti con l'Acqua Marcia, la banca controllata dal gruppo francese
Bnp-Paribas è la meno disposta ad accettare lo standstill, eufemismo
molto in voga nel gergo finanziario che significa blocco dei pagamenti
dovuti su interessi e capitale.
La Bnl, che ha finanziato il complesso turistico Marina di Archimede a
Siracusa con 70 milioni di euro, ha un atteggiamento meno accomodante
delle banche che battono bandiera italiana, come Unicredit, partner
nella disavventura di Imperia, o la Carige di Giovanni Berneschi. La
Royal Bank of Scotland gioca la stessa partita di Unicredit visto che ha
partecipato con l'istituto di Federico Ghizzoni al megafinanziamento da
250 milioni utilizzato per ristrutturare il Molino Stucky sull'isola
della Giudecca a Venezia e trasformarlo in un albergo a cinque stelle
gestito dalla catena Hilton. In complesso tira un'aria pessima.
Le ultime chance dell'Acqua Marcia dipendono dalla capacità di Resca
di piazzare sul mercato uno dei gioielli del patrimonio immobiliare. O
magari la gestione dell'Ata di Linate, il mini-hub milanese per i voli
dei vip. A dire il vero, l'operazione dismissioni è in corso da tempo
nel gruppo Acqua Marcia. Ma in questa fase di mercato è difficile
spuntare prezzi adeguati. Per lo Stucky o per gli hotel siciliani (Villa
Igiea, Excelsior, des Palmes a Palermo, il Des etrangers a Siracusa e
il San Domenico di Taormina), sceicco cercasi. Disperatamente.(Gianfrancesco Turano per "l'Espresso")





Nessun commento:
Posta un commento