11 Maggio 2012
All’inizio Beppe Grillo non era affatto anti-sistema: anzi, cercava
di costringere il sistema ad autoriformarsi. Nell’estate del 2007 lancia
le primarie programmatiche online, discusse per otto mesi sul web da
800 mila persone, poi consegna le proposte raccolte al premier Romano
Prodi a Palazzo Chigi: energie rinnovabili, wi-fi gratis, rifiuti e
cemento zero. Ma Prodi – racconta Grillo – socchiude gli occhi e si
appisola. Allora l’8 settembre 2007 Grillo organizza il V-Day in piazza
Maggiore a Bologna, per il “Parlamento pulito”, davanti ad almeno 100
mila persone, più 10 volte tante collegate da altre 200 piazze. Porta
sul palco giornalisti, scrittori, artisti, esperti, docenti e tenta di
cambiare le cose con un altro strumento squisitamente costituzionale:
tre leggi di iniziativa popolare (incandidabilità dei condannati in
Parlamento, tetto massimo di due legislature, abolizione del Porcellum
per tornare a scegliere i parlamentari). Raccoglie 350 mila firme in
mezza giornata. Una cosetta da niente, infatti i tg di Rai, Mediaset e
La7 non mandano una telecamera né un inviato (ci sono solo Sky e
Annozero). È un esorcismo: basta non parlarne e il V-Day non esiste.
Le
agenzie di stampa si inventano “attacchi”, “insulti”, “offese a Marco
Biagi”, anche se in 10 ore di V-Day nessuno ha mai citato Marco Biagi.
Si è solo criticata in un filmato la legge 30, che il programma
dell’Unione, ben prima di Grillo, criticava e prometteva di cambiare
perché causa del precariato. Così, invece di parlare dei contenuti e
delle tre leggi popolari, si scatena una polemica su un fatto mai
avvenuto. Casini accusa Grillo e i presenti di “inneggiare
all’assassinio” del professore da parte delle Br: “Il V-Day è una cosa
di cui vergognarsi: hanno oltraggiato Biagi, che andrebbe santificato”.
Lui peraltro ha sempre preferito santificare Dell’Utri, Andreotti e
Cuffaro. Quella sera il Tg1, diretto da Gianni Riotta, giornalista di
scuola anglosassone, si apre con un servizio su Prodi a Bari, poi uno su
B. chissà dove, poi tre servizi sui funerali di Pavarotti. Segue una
lunga inchiesta sull’inedito fenomeno delle prostitute a Milano. Un
delitto a Treviso. Un videomessaggio di Napolitano sul futuro
dell’Europa. La solita carrellata di politici che parlano a vanvera.
Un’imperitura intervista a Rutelli, che avrebbe potuto andare in onda
tre anni prima o tre anni dopo. A quel punto chi non ha ancora spento o
distrutto il televisore è tentato di chiamare la redazione per
avvertirla che nel pomeriggio c’è stata una cosina chiamata V-Day. Ma
ecco Romita incupirsi improvvisamente in volto: è il segnale convenuto, è
il momento di parlare del V-Day. Fermo immagine su una foto di Grillo,
voce fuori campo: “S’è svolto a Bologna e in altre città italiane il
Vaffa Day del popolare comico genovese…”. Sullo sfondo, un paio
d’immagini rubate a Eco-tv, che ha trasmesso la diretta, e morta lì.
Totale: 29 secondi. Poi Romita ritrova il sorriso: i nuovi sviluppi del
delitto di Garlasco, un servizio sui romeni che rubano nei supermarket a
Ivrea, uno sull’analfabetismo di ritorno (appunto) e uno su un fatto
unico nella storia dell’umanità: “Sei subacquei sott’acqua a Ponza senza
prendere ogni tanto una boccata d’aria”. Roba forte: i subacquei
sott’acqua. Il Tg1 si chiude con l’indimenticabile matrimonio di Marco
Baldini, officiante Veltroni, testimone Fiorello (25 secondi, 4 meno del
V-Day).
L’indomani il Tg2 dedica al V-Day l’editoriale del
direttore in quota An Mauro Mazza, dal titolo “Grillo e grilletti”. Col
volto terreo, come se fossero tornate le Br, Mazza ammonisce Grillo col
gesto della pistola: “Che accadrebbe se un mattino qualcuno, ascoltati
gli insulti di Grillo, premesse il grilletto?”. Per la verità Grillo non
ha mai evocato né pistole né fucili, diversamente da Bossi.
Infatti
persino Gianfranco Fini, davanti ai giornalisti, dice che l’allarme di
Mazza è un po’ eccessivo: “Adesso lo chiamo per dirglielo”. Segue
telefonata a Mazza. Il Corriere lo chiama Mazza un minuto dopo: si
aspetta di trovare un uomo mortificato dalla lavata di capo del suo
capo. Invece tutt’altro, Mazza fa il brillante: “E che problema c’è? Si
dice che i direttori dei tg siano affiliati a un padrino politico che
detta il mattinale. Ecco, è la prova che non è così. Che sono
indipendente”. Cioè: Fini chiama Mazza davanti a tutti trattandolo come
un suo dipendente. E quello: visto, è la prova che sono indipendente.
L’indomani, sulla stampa, si scatenano commentatori ed esperti, quelli
che capiscono sempre tutto però non ne azzeccano mai una: Grillo è
“antipolitico”, “qualunquista”, “populista”, “giustizialista”,
“fascista”, “terrorista” e soprattutto “volgare” perché dice vaffanculo.
Montezemolo alza il ditino: “A risolvere i problemi del-l’Italia con i
vaffanculo non ci credo”. Eugenio Scalfari scomunica questo fenomeno
“anarcoide e individualista”, “anacronistico”, “antipolitico” , paragona
Grillo a Guglielmo Giannini, Cola di Rienzo, Masaniello, Savonarola:
“Chi inneggia al ‘Vaffanculo’ partecipa consapevolmente a quelle
invasioni barbariche che connotano gran parte della nostra mediocre e
inselvaggita attualità… Mi viene la pelle d’oca: dietro al grillismo
vedo l’ombra del ‘law & order’ nei suoi aspetti più ripugnanti; ci
vedo dietro la dittatura”, con “slogan della peggiore destra, quella
populista, demagogica, qualunquista… L’antipolitica è sempre servita a
questo: piazza pulita per il futuro dittatore”. Giampaolo Pansa dice
addirittura che Grillo “mi ricorda Mussolini”. Andrea Romano, il
dalemiano che ha trovato casa all’Einaudi di Berlusconi e sulla Stampa
di Agnelli, cita le solite “accuse a Biagi” e conclude: in un paese
normale il V-Day “verrebbe recensito nelle pagine dello spettacolo”
(infatti La Stampa ci apre la prima pagina).
Sabina Guzzanti ad Annozero
attacca Riotta per la censura del suo tg. Riotta rimedia con uno
Speciale Tg1 su Grillo, anzi contro. Avverte con aria minacciosa: “Ora
vediamo chi è davvero Grillo, qui non esistono vergini”. E lancia un
servizio-scoop: Grillo, invitato a esibirsi a una festa dell’Unità del
1981, pretese addirittura che gli pagassero il cachet. Nei giorni
seguenti il Tg1 prosegue le sue indagini sui crimini di Grillo e ne
scopre un altro agghiacciante: fra i 3 mila commenti giornalieri sul suo
blog, ce n’è uno negazioni-sta, subito cancellato dallo staff. Ma il
partigiano Gianni ritiene che la cosa meriti addirittura un servizio. Il
V-Day invece no. Naturalmente le tre leggi popolari vengono subito
imboscate in un cassetto del Senato e lì riposeranno in pace per sempre.
Il
25 aprile 2008, secondo V-Day, stavolta a Torino, dedicato
all’informazione. Gli attacchi partono addirittura prima che si svolga:
guerra preventiva. Il Riformista, alla vigilia, già sa che sarà una
manifestazione terroristica, “con minacce in stile Br ai giornalisti
servi” (“Le Grillate rosse”). Il Giornale sguinzaglia il suo segugio con
le mèches per una strepitosa inchiesta a puntate: “La vera vita di
Grillo”. Scoop sensazionali: Grillo da giovane andava a letto con delle
ragazze; alcuni suoi ex-amici invidiosi parlano male di lui; la sua
villa a Genova consuma energia; Grillo ha avuto un tragico incidente
stradale che gli è costato una condanna per omicidio colposo e stava per
costargli anche la pelle; è genovese, dunque “tirchio”; nel suo orto
c’è una melanzana di plastica; ha avuto un figlio “nato purtroppo con
dei problemi motori” (il nostro segugio è un cultore della privacy); e,
quando fa spettacoli a pagamento, pretende addirittura di essere pagato.
Insomma, un delinquente.
In piazza San Carlo a Torino ci sono
100 mila persone, più 2 milioni collegati da tutta Italia. Tutti
brigatisti, naturalmente, che raccolgono oltre 500 mila firme su tre
referendum per abolire l’Ordine dei giornalisti, la legge Gasparri e i
finanziamenti pubblici ai giornali. Grillo dice al Pd: “Copiate il
nostro programma, ve lo regalo”. Risposta di tutta la casta
politico-giornalistica: fascista, qualunquista, giustizialista,
antipolitico, volgare. Tornàti a casa, i partecipanti cercano il
servizio del Tg1 di mezza sera sulla manifestazione. Invece niente:
nemmeno una parola. Molti servizi sul 25 aprile dei politici, le
elezioni a Roma, il caro-prezzi, un ragazzino annegato, poi le due vere
notizie del giorno: una torta in faccia al direttore del New York Times e
una mostra a Rimini su Romolo e Remo.
L’indomani, sui giornali,
ecco i soliti che hanno capito tutto. L’inviato del Giornale, Tony
Damascelli, già sospeso dall’Ordine per Calciopoli, mentre B. riceve il
camerata Ciarrapico, paragona Grillo a Mussolini chiamandolo “Benito”.
Su Repubblica Francesco Merlo, che abita a Parigi ma è dotato di un
telescopio potentissimo, spiega agli italiani che “in Italia c’è
sovrapproduzione di informazione”: ce ne vorrebbe un po’ meno, ecco.
Quanto a Grillo, è “in crisi” e “non riesce a far ridere”.
A
Zapping, su RadioRai, telefona un ragazzo per dire che ha firmato i
referendum del V-Day. Il conduttore, un sincero democratico, lo accoglie
con affetto: “Ah lei è uno di quegli allocchi che stanno a sentire le
cretinate di Grillo. Ma lo sa che Grillo guadagna 4 milioni da quando fa
queste contestazioni? Lei clicca su quel sito e gli dà i soldi”.
Peccato che non sia vero niente: chi va sul sito non dà soldi a Grillo,
non c’è pubblicità. E i 4 milioni sono il reddito del 2005, due anni
prima del V-Day.
Anche Scalfari scrive che piazza San Carlo era
piena di “seguaci di Grillo paganti”: ma non è vero, nessuno pagava
niente. Scalfari aggiunge che “Grillo dissoda il terreno” dove B.
seminerà. Insomma lavora per il centrodestra, come se non bastasse il
centrosinistra. Sergio Romano, sul Corriere, parla di “carnevale plebeo e
volgare”, animato da “sentimenti beceri e forcaioli”, poi si lancia in
una previsione memorabile: “La irresistibile ascesa del comico-politico
dura generalmente qualche mese o pochi anni e si spegne quando il
pubblico si stanca di ascoltare sempre le stesse battute o si accorge
che nessuna soluzione politica potrà mai venire dal mondo
dell’avanspettacolo. Cosa che accadrà, suppongo , anche nel caso di
Beppe Grillo”. Nel 2009, alle europee, Grillo sostiene Luigi De
Magistris e Sonia Alfano, indipendenti dell’Idv: eletti con una valanga
di voti. Poi fa l’ultimo tentativo per cambiare il sistema dall’interno e
non dover presentare liste proprie: si candida alle primarie del Pd che
devono eleggere il successore di Veltroni e Franceschini. Ma è già
deciso che deve vincere Bersani. Infatti il Pd risponde che Grillo non è
iscritto al Pd. Allora lui fa domanda d’iscrizione: respinta. Mentre si
scoprono migliaia di tessere false del Pd in tutta Italia e Parisi
denuncia il congresso truccato, uno che vuole tesserarsi per davvero
resta fuori della porta. La Commissione di garanzia del Pd sentenzia:
“Non è possibile la registrazione di Grillo nel-l’anagrafe del Pd perché
egli si ispira e si riconosce in un movimento politico ostile al Pd”.
Strano: lo statuto Pd vieta l’iscrizione solo a chi è già iscritto ad
altri partiti, e Grillo non ha tessere. Lui replica: “Ostile io? Sì, ma
solo al vertice del partito, non agli elettori. Ma le primarie non
dovrebbero servire a eleggere il vertice del partito?”. E lancia un
ultimo appello: “Prendetevi il nostro programma, non potete avere lo
stesso di Berlusconi”. Niente, encefalogramma piatto.
Così, nel
2010, le liste 5 Stelle debuttano alle amministrative in Piemonte,
Lombardia, Veneto, Emilia e Campania: 400 mila voti. In Piemonte
sfiorano il 4%, in Emilia il 7%. I partiti fanno tanto di occhi: “Chi
l’avrebbe mai detto?”. Bastava seguire la campagna elettorale, dove
Grillo presentava i suoi ragazzi candidati davanti a piazze stracolme di
gente e si sottoponeva alla “prova canotto”: si lanciava sulla folla
dentro un gommone e si faceva trasportare sulle braccia dalla gente. Una
sfida che nessun politico affronterebbe, perché gli bucherebbero il
canotto e si spiaccicherebbe al suolo. Il Pdl perde 1 milione di voti
sulle regionali di 5 anni prima. Ma a mascherare la sua sconfitta
provvede il Pd, che ne perde 2 milioni e sbaglia quasi tutti i
candidati: ma se la prende con Grillo, il “fuoco amico” che gli ha
rubato voti. Specie in Pie-monte, dove Mercedes Bresso perde d’un soffio
contro il leghista Roberto Cota. E dice serafica: “Grillo non l’avevamo
calcolato, ci ha fatto perdere le elezioni”. Grillo risponde: “È la
Bresso che ci ha tolto un sacco di voti: se non si presentava, vincevamo
noi”. Il fatto è che il programma della Bresso somigliava paurosamente a
quello di Cota, specie sul Tav in Val Susa: Pdl e Pdmenoelle, come dice
Grillo. E poi è improbabile che i grillini abbiano tolto voti alla
Bresso: in Piemonte han preso 100 mila voti e la Bresso ne ha persi 200
mi-la ; e, senza di loro, quella gente non avrebbe votato.
Ma
nemmeno quella lezione sveglia i partiti. Infatti, fino all’altroieri,
hanno seguitato a insultare Grillo. Napolitano: “Il demagogo di turno”.
Crosetto (Pdl): “Mi ricorda i fascisti, anzi i nazisti: ha la violenza
verbale di Goebbels. Parliamo di un fasciocomunista”. Bersani: “Basta
con questi populismi che fan finta di partie da sinistra poi come sempre
ti spuntano a destra”. Vendola: “Mescola argomenti demagogici, urla,
emette grugniti al posto di pensieri”. E tutti insieme: “Parla come un
mafioso”. Risultato: 5 Stelle diventa il terzo o il quarto partito.
Centinaia di migliaia di persone che, senza 5 Stelle, non sarebbero
andate a votare o magari si sarebbero gettate nelle braccia del fascista
o del nazista di turno, come in Francia e in Grecia. Eppure tutti
riattaccano la solita litania: voto di protesta, antipolitica,
qualunquismo. Tutti attoniti per la “sorpresa Grillo”. Tranne
Napolitano, che del boom di Grillo non s’è nemmeno accorto: “L’unico
boom che ricordo è quello degli anni 60”. Ma il problema suo e dei
politici è proprio questo: i candidati e gli elettori di 5 Stelle il
boom economico non possono ricordarselo, perché negli anni 60 non erano
nati. Comunque, chi non sente il boom può sempre provare con un cornetto
acustico.(Marco Travaglio per "Il Fatto Quotidiano")
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