23 Maggio 2012
Crolli, tagli, riduzioni, sperperi, incuria, disinteresse, pericolo. Per
entrare nella dimensione in cui vive, o meglio sopravvive, la cultura
italiana, basta mettere in fila le parole, affidarsi al vocabolario.
Quello dei commentatori, degli analisti, degli addetti ai lavori, di
politici e cittadini. Malacultura. E non c'è solo Pompei, Carditello, il
Colosseo, la necropoli etrusca di Cerveteri o Venezia permanentemente a
rischio scomparsa. Lo sfascio è generale. Le risorse disponibili,
quando va bene, bastano a malapena per far fronte all'ordinario, in
questo caso, alla tutela. Valorizzazione, sviluppo, investimenti, sono
solo figure retoriche, termini buoni solo per ricoprire con una patina
di politically correct qualsivoglia discorso sui beni culturali. La
realtà è diversa: una dismissione di Stato del patrimonio culturale. E
anche il Mibac, il ministero dei Beni e delle Attività culturali, è
sempre più un dicastero a scadenza.
Dieci anni, al Mibac restano
"solo dieci anni di vita". L'analisi di Claudio Meloni, responsabile
della Cgil per i Beni Culturali, mette in primo piano l'organizzazione
del lavoro interna al ministero guidato da Lorenzo Ornaghi. "E' vero,
non abbiamo gli esuberi degli altri ministeri, e questo è di sicuro un
punto a favore del governo Monti. Ma la situazione resta critica lo
stesso: per ogni cinque dipendenti che vanno in pensione c'è solo un
nuovo assunto, l'ultima pianta organica è del 1997, il dumping
contrattuale è assurdo: basta pensare che il 30% di coloro che sono
stati assunti con un contratto da vigilante, svolge tutt'altro lavoro".
Poi i tagli. E qui le cifre sono spietate: in dieci anni, dal 2001 al
2011, si è passato dallo 0,36 allo 0,18 dei fondi destinati in base al
bilancio dello Stato. Ad oggi, si tratta di un miliardo e quattrocento
milioni di euro, "niente, una cifra irrisoria". Soprattutto in un Paese
ad alta concentrazione di capolavori.
E si tratta di una
tendenza che non è legata alla gestione politica, "destra e sinistra,
hanno tagliato in egual modo". Inoltre, le cattive pratiche fanno il
resto. Come l'abuso della contabilità speciale. Ovvero fondi destinati a
singoli progetti erogati dal ministero e che, in molti casi, non
vengono neanche spesi. "Abbiamo calcolato che ci sono quasi 500 milioni
di euro inutilizzati". E se si aggiunge il fatto che il ministero è
oramai un "mostro burocratico", un apparato centralistico che non riesce
neanche a stabilire una comunicazione virtuosa con i territori, il
danno è fatto. Immobilità, mancanza di decisioni tempestive, falle cui
si è cercato di rimediare attraverso l'esternalizzazione di alcuni
servizi, come quelli gestiti da Ares e Arcus, le due società In House
del ministero. Il risultato? "Arcus, di cui si annuncia la chiusura, è
diventata un carrozzone clientelare, mentre Ares non rispetta elementi
basilari di civiltà del lavoro: quasi tutti i suoi dipendenti sono
assunti con contratti di commercio, perché costano di meno", conclude
Meloni.
Poi la precarietà. Per lo Stato, gran parte degli
operatori dei beni culturali semplicemente non esiste. Dall'assenza di
ordini professionali a bandi di concorso realizzati senza tener conto
dei corsi di studio specifici dei vari archivisti, bibliotecari e
operatori dei musei. "Ci sono casi in cui degli scavi vengono affidati
solo a chi è iscritto ad un ordine professionale. Vale a dire:
archeologi tagliati fuori dal proprio settore di competenza", dice Tsao
Cevoli, presidente dell'Associazione Archeologi Italiani. E poi la
crisi, con decine di giovani lasciati semplicemente a casa, magari dopo
anni di collaborazioni con un istituto culturale. In questo senso fa
testo l'ultima lettera, 29 novembre 2011, inviata da Marco Carassi,
presidente dell'associazione degli archivisti, Stefano Parise,
bibliotecari, Alberto Garlandini dell'Icom: "La crisi sta mettendo a
dura prova l'esistenza di molte istituzioni culturali, con gravi
conseguenze sull'occupazione, sulle condizioni di lavoro, sul futuro di
molti giovani specificamente preparati, ma senza alcuna possibilità di
riconoscimento professionale".
Una giungla quindi, un groviglio
di burocrazia, impreparazione, assenza di fondi. E dietro tutto ciò,
quasi un retro-pensiero: la cultura non paga, ovvero l'estensione di
massa del tremontiano "con la cultura non si mangia". Niente di più
falso. Gli studi di setteore sono decine. E gli esiti, sbalorditivi.
Basta sfogliare le ultime pubblicazioni della European House Ambrosetti,
centro studi di Milano. Per ogni cento euro di incremento di PiL nel
settore culturale, "le ricadute sono pari a duecentoquarantanove euro".
Vale a dire, investi uno e guadagni 2,49. E sul fronte occupazionale,
"per ogni incremento di un'unità di lavoro nel settore culturale
italiano l'incremento totale sulle unità di lavoro è dell'1,65%". Non
male, soprattutto in un Paese sull'orlo della recessione.(Valeria Fraschetti e Carmine Saviano per "La Repubblica.it")
Crediamo di morire per la patria, ma moriamo per le Banche! Ci sono eroi sconosciuti che hanno dato la vita, e sono ricordati nei cuore di poche persone. Poi ci sono eroi che sono ricordati solo per un mese, perche hanno combatuto guerre sbagliate con nemici sbagliati. Questi sono gli assassini dei nostri veri eroi. (Michele Altamura)
mercoledì 23 maggio 2012
La cultura è una bomba a orologeria tra incurie, tagli e pochi investimenti. I fondi stanziati per il ministero delle Attività culturali sono sempre di meno. Il dumping contrattuale è evidente più che in altri ambiti: il 30% di coloro che sono stati assunti con un contratto da vigilante svolge tutt'altro lavoro. E il turnover è minimo: per ogni cinque pensionati c'è solo un nuovo assunto. E l'ultima pianta organica è del 1997. Il sindacato: "Così al Micbac restano dieci anni di vita"
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