Umberto Bossi ha lasciato la sede della Lega Nord di via Bellerio poco dopo le 20.20 senza rilasciare dichiarazioni ai giornalisti che lo attendevano. Il presidente della Lega Nord ha passato l’intera giornata nei locali della sede dove ha saputo di essere indagato dalla Procura di Milano con l’accusa di truffa ai danni dello Stato nell’ambito dell’inchiesta sui fondi del Carroccio.
IL COMPOUND DI VIA BELLERIO – Roberto Maroni oggi ha sentito Umberto Bossi. ‘L’ho sentito ed era molto giu’ – ha detto – pero’ credo che reagira’ nel solito modo riprendendo a fare quel che faceva’. Il futuro segretario della Lega ha fatto sapere che lui è certo della buona fede del Senatùr. Sarà. Intanto dal palazzo di giustizia di Milano rimbalzano le voci che vogliono la posizione di Rosi Mauro e addirittura di Manuela Marrone, la moglie di Umberto, all’attento vaglio degli inquirenti. Come se non bastasse, l’avviso di garanzia destinato al figlio Renzo, la trota dello scandalo, non si è potuto recapitare perché il ragazzo è in vacanza in Marocco. Anche questo, simbolicamente, è un sintomo dello sfacelo del Carroccio.
L’AVVISO DI GARANZIA – Per una volta, l’avviso di garanzia arriva dopo le dimissioni di un leader politico e non viceversa. Umberto Bossi e’ indagato per truffa ai danni dello Stato dalla Procura di Milano molte settimane dopo, era il 5 aprile, la sua ‘detronizzazione’ da segretario del Carroccio, seguita all’esplosione mediatica dell’inchiesta sui fondi della Lega. I magistrati ritengono di aver trovato testimonianze e riscontri documentali che proverebbero la consapevolezza del ‘senatur’ sulla ‘sciagurata’ gestione dei rimborsi elettorali da parte dell’ex tesoriere Francesco Belsito. Insieme a lui, finiscono indagati per appropriazione indebita i figli Renzo e Riccardo che da Belsito avrebbero ricevuto negli ultimi quattro anni una ‘paghetta’ da cinquemila euro al mese piu’ altri soldi per spese extra, come la benzina per l’auto.
SAPEVA ECCOME – La consapevolezza di Bossi non sarebbe solo presunta, in quanto legale rappresentante del movimento politico, ma verrebbe confermata da altri spunti d’indagine, a cominciare dalle dichiarazioni dell’ex segretaria amministrativa, Nadia Dagrada. Interrogata piu’ volte nelle ultime settimane, la contabile aveva rivelato che Bossi firmava i rendiconti e che il denaro dei rimborsi elettorali veniva ‘deviato’ ai familiari del capo per soddisfare le loro esigenze personali. Nella cassaforte di Belsito, inoltre, e’ stata trovata una lettera in cui il figlio Riccardo comunica all’allora tesoriere di avere parlato con papa’ di sue spese che dovevano essere coperte coi soldi dei rimborsi.
LE SPESE DI FAMIGLIA – E lo stesso Belsito, durante un recente interrogatorio, aveva detto ai magistrati che Umberto Bossi era al corrente delle spese di famiglia. Restano per adesso fuori dal giro degli indagati Manuela Marrone, moglie di Umberto Bossi, e Rosi Mauro. I magistrati stanno cercando di fare luce sulle ‘uscite’ a favore del Sinpa e della scuola Bosina e non e’ escluso un loro successivo coinvolgimento. Per tutt’altra vicenda ha ricevuto invece un avviso di garanzia Stiffoni, che avrebbe usato per fini personali circa 500mila euro dei contributi elargiti dal Senato al gruppo parlamentare della Lega. A ‘pesare’, la testimonianza di Federico Bricolo.
FRATELLI COLTELLI – Sentito il 27 aprile, il capogruppo del Carroccio a Palazzo Madama aveva rivelato ai pm che i conti non gli tornavano. Di questa parte dell’indagine si occupera’ la Procura di Roma. Bossi intanto ha trascorso la giornata nel suo ufficio. A pranzo e’ sceso in mensa a mangiare e, a chi ha avuto modo di parlare con lui, e’ apparso “molto tranquillo e sereno”. “Se lo aspettava, era un atto dovuto”, ha confermato il senatore leghista, Giuseppe Leoni, che ha riferito di averne parlato col senatur nei giorni scorsi. Nessun ‘big’ s’e’ fatto vedere nella sede, soltanto il vice governatore lombardo, Andrea Gibelli.
LA VACANZA IN MAROCCO – Non si trova in Italia ma in vacanza in Marocco, Renzo Bossi, il figlio del Senatur che oggi ha ricevuto un’informazione di garanzia con l’accusa di appropriazione indebita nell’ambito dell’inchiesta sui fondi della Lega. A quanto si e’ appreso, Renzo e’ partito ieri per il Marocco insieme alla fidanzata, all’ex assessore lombardo Monica Rizzi e al compagno di quest’ultima.
LA PAGHETTA DI RENZO E RICCARDO – Una ‘paghetta’ di circa 5 mila euro al mese piu’ le spese per Riccardo e Renzo Bossi. Emerge anche questo particolare nell’ambito dell’inchiesta condotta a Milano sulla contabilita’ della Lega Nord. Secondo i risultati delle analisi dei rendiconti che vanno dal 2008 al 2011 all’esame dei consulenti tecnici della Procura, emerge che i due figli di Umberto Bossi avrebbero beneficiato anche di una paghetta personale che fuoriusciva dalle casse del partito. Intanto prosegue in Procura l’esame dei movimenti di entrata e uscita nelle casse del Carroccio al fine anche di quantificare quante somme siano state versate negli anni al Sinpa e come siano stati impiegati, posto che, e questo e’ un problema per gli inquirenti, al sindacato del Carroccio non sarebbe stata tenuta una vera e propria contabilita’.
LA LETTERA DI RICCARDO – ‘Ne ho parlato con papa”. Cosi’, da quanto si e’ saputo, Riccardo Bossi, figlio del Senatur, in una lettera indirizzata all’allora tesoriere Francesco Belsito spiegava all’amministratore del partito di aver informato suo padre riguardo ad alcune sue spese personali. La lettera e’ stata trovata dagli investigatori nella famosa cartella ‘The family’. Nella stessa cassaforte era gia’ stata trovata l’ormai nota lettera in cui Riccardo Bossi, dopo aver salutato Belsito con un ‘caro Francesco’, faceva l’elenco di tutta una serie di spese che andavano pagate, soprattutto relative alle sue auto. Gli investigatori dunque hanno trovato un’altra lettera nella quale, in sostanza, il figlio di Bossi informa l’ex tesoriere di aver messo al corrente il padre di una serie di spese da saldare. E dopo aver detto di aver ‘parlato con papa”, Riccardo fa un elenco di alcuni suoi debiti e spese da saldare, tra cui pare alcuni pagamenti relativi a cause legali.
GLI ALTRI SOLDINI – La mole di documenti sequestrata a Belsito e le intercettazioni hanno messo in luce anche versamenti che riguardavano spese di altri familiari: si puo’ citare la fattura per la rinoplastica di Sirio, un altro dei figli di Bossi, come le centinaia di migliaia di euro per la scuola Bosina, fondata da Manuela Marrone. Proprio la posizione della moglie del Senatur e’ al vaglio degli inquirenti, assieme a quella della vicepresidente del Senato, Rosi Mauro. Nelle intercettazioni la responsabile amministrativa Nadia Dagrada e Belsito parlano, tra le altre cose, di ‘un mutuo da un milione e mezzo di euro fatto con la Pontidafin (societa’ finanziaria della Lega Nord, ndr) per la scuola Bosina e 200-300 mila euro dati ogni anno al Sinpa (il sindacato padano fondato dalla Mauro, ndr)’. Gli investigatori dovranno valutare se i soldi versati alla scuola possano o meno rientrare in qualche modo nell’ambito di attivita’ legate al partito. Per quelli finiti al Sinpa, invece, c’e’ da capire se coi fondi del Carroccio siano state davvero finanziate iniziative o i soldi non siano finiti nelle tasche di qualcuno. Dalle prime analisi una parte sarebbe stata ‘girata’ ad alcune societa’.
GLI ALTRI GUAI DI UMBERTO – L’iscrizione nel registro degli indagati per truffa ai danni dello Stato con la conseguente informazione di garanzia non rappresenta la prima disavventura giudiziaria di Umberto Bossi che in questi anni e’ spesso stato coinvolto in inchieste, subendo anche numerose condanne.
ENIMONT – La condanna ad otto mesi per i 200 milioni della maxi-tangente Enimont e’ certamente la piu’ significativa in quanto al processo Cusani, durato 16 mesi e conclusosi il 27 ottobre del 1995, era emerso che anche la Lega aveva usufruito di finanziamenti illeciti. Bossi ha sempre affermato di non essere mai stato a conoscenza e quando venne interrogato da Di Pietro racconto’ una strana storia di soldi raccolti dai militanti e rubati da uno strano personaggio mascherato che le telecamere di via Bellerio avevano immortalato. Nelle motivazioni della sentenza, i giudici sottolinearono le dichiarazioni dell’ex ideologo della Lega, Gianfranco Miglio, che nella sua deposizione disse che quando chiese a Bossi se avesse sostegni finanziari per le politiche del ’92, questi gli rispose: ‘Non ti preoccupare, ci penso io. Ho stabilito buoni rapporti con i Ferruzzi, ci aiuteranno’.
FATTI DI VIA BELLERIO – Per i fatti di via Bellerio del 18 settembre del 1996, quando i leghisti opposero resistenza agli agenti di polizia che cercavano documentazione nella sede della Lega su ordine della magistratura di Verona, Bossi e’ stato condannato a 4 mesi, 20 giorni in meno rispetto a Roberto Maroni.
VILIPENDIO ALLA BANDIERA – La Cassazione, il 15 giugno del 2007, ha confermato la condanna per vilipendio alla bandiera nei confronti del leader della Lega Nord Umberto Bossi. Bossi era stato condannato in primo grado dal tribunale di Cantu’, il 23 maggio 2001, ad un anno e quattro mesi per avere detto frasi offensive del Tricolore il 26 luglio del 1997. In seguito la Corte di Appello di Milano, con sentenza del 14 novembre 2006, aveva commutato la condanna in una multa di tremila euro concedendo la sospensione condizionale della pena.
VILIPENDIO AL CAPO DELLO STATO – Il senatur e’ stato processato per giudizi sul conto di Oscar Luigi Scalfaro espressi nel 1993; il capo della Lega e’ stato assolto il 7 ottobre 1998 dal Tribunale di Milano, che ha riconosciuto l’insindacabilita’ delle opinioni espresse.
DIFFAMAZIONE DEI MAGISTRATI – Bossi e’ stato condannato a cinque mesi di reclusione nel novembre 1995 dal tribunale di Brescia, per diffamazione pluriaggravata nei riguardi del sostituto procuratore di Varese, Agostino Abate, insultato in occasione di alcuni comizi. Nel settembre del 1996 il leader leghista era stato iscritto nel registro degli indagati dalla procura di Padova per le minacce rivolte alla magistratura in un comizio. Le cause, anche civili, intentate a Bossi dai magistrati sono numerose.
ATTENTATO AI DIRITTI POLITICI DEI CITTADINI – Il 7 maggio del 1999 i giudici della Corte d’Appello di Brescia lo hanno condannato ad un anno per istigazione a delinquere ai danni del presidente di An Gianfranco Fini e di altri esponenti di Alleanza Nazionale. I fatti si riferiscono al 4 agosto del ’95 quando Bossi, nel corso di due comizi a Brembate e ad Albano S. Alessandro, nel bergamasco, aveva invitato i leghisti a cercare ‘casa per casa i fascisti’ ed aveva specificato che per fascisti intendeva anche gli esponenti di Alleanza Nazionale che aveva definito, tra le altre cose, ‘il fetore peggiore del Parlamento’.
CENTOMILA BERGAMASCHI ARMATI – Per avere dichiarato che centomila bergamaschi erano pronti con i fucili a fare la secessione, Bossi e’ stato condannato ad un anno di reclusione in primo grado.(da "Giornalettismo.com")


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