yYAXssKCQaUWZcXZ79RJTBLvo-c;SfREtjZ9NYeQnnVMC-CsZ9qN6L0 Finance, Economics, Globus, Brokers, Banks, Collateral-Oriano Mattei: gennaio 2012

video

Loading...

martedì 31 gennaio 2012

Primarie Gop, l’anti Obama lo decidono i soldi? Mitt Romney è diventato il favorito in Florida grazie al suo strapotere finanziario



31 Gennaio 2012


Le primarie repubblicane giungono all’ultimo appuntamento del mese iniziale. Stasera la Florida assegnerà il più alto numero di delegati alla Convention finora messo in palio dalle competizioni statali. Il probabile vincitore delle primarie è Mitt Romney, che in una settimana è riuscito a rimettere in traiettoria una campagna a rischio deragliamento soprattutto grazie alla sua supremazia finanziaria sui suoi avversari.

FLORIDA, IL PRIMO GRANDE STATO – Il calendario delle primarie presidenziali, che differisce soprattutto all’inizio rispetto al ciclo di primarie statali che si svolge ogni due anni, è in costante mutamento. La tradizione degli ultimi decenni assegna ad Iowa e New Hampshire il tradizionale fischio di inizio, mentre le tappe successive sono state più volte riplasmate dai comitati nazionali dei due grandi partiti. Se la South Carolina da poco più di un decennio è il primo appuntamento di confronto col Sud repubblicano, negli ultimi due cicli elettorali la Florida ha conquistato il palmo di primo grande Stato ad organizzare primarie presidenziali. Una piccola tradizione inaugurata tra molte polemiche nel 2008 – allora i delegati floridensi furono dimezzati alle rispettive Convention di Denver e Saint Paul – e che è stata proseguita quest’anno. Le primarie in un grande Stato significano un esborso finanziario mostruoso, inavvicinabile per la stragrande maggioranza dei candidati all’inizio della corsa, ed è questo uno dei motivi principali per cui la tradizione dei piccoli Iowa e New Hampshire è rimasta fino ai giorni nostri. La Florida è in questo momento il quarto Stato americano per popolazione, ed è storicamente uno dei luoghi decisivi per l’assegnazione della presidenza. Negli ultimi 50 anni l’unico candidato arrivato alla Casa Bianca senza vincere tra Miami e Orlando è stato Bill Clinton nel 1991, mentre il suo vice Al Gore subì proprio nel Sunshine State la sconfitta decisiva per la vittoria di Bush nel Collegio Elettorale, nonostante i maggiori voti conquistati dal candidato democratico a livello nazionale. Da allora la Florida ha però sempre più arriso ai repubblicani, che controllano ormai dal lontano 1998 il governatorato dello Stato, ed hanno conquistato una solida maggioranza nella delegazione congressuale.

ANZIANI ED ISPANICI – Al di là di una evidente tendenza pro Gop, l’elettorato della Florida rimane piuttosto equilibrato, tanto che nelle presidenziali degli ultimi decenni il distacco tra democratici e repubblicani è stato sempre piuttosto contenuto. Il margine di vantaggio più ampio è stato ottenuto nel 2004 da George W Bush, che aveva battuto John Kerry di cinque punti percentuali. Nello Stato americano più noto per il suo clima caldo e soleggiato è particolarmente significativa la fascia più anziana della popolazione, composta da molte persone che hanno scelto di abbandonare i rigidi inverni del Nordest o del Midwest per passare gli anni della pensione sotto i piacevoli raggi del sole del Sunshine State. Benchè culturalmente e storicamente appartenente al Sud, la composita demografia della Florida rende lo Stato una sorta di microcosmo degli Stati Uniti, uno dei fattori che rendono così equilibrate le competizioni elettorali che si svolgono tra Miami e Orlando. Se in Florida vivono molti immigrati clandestini, soprattutto di origine ispanica, è invece unica di questo Stato la numerosa comunità cubana che storicamente appoggia proprio i repubblicani per il loro tradizionale anti comunismo. Un figlio di questa comunità, Marco Rubio, è diventato a fine 2010 il nuovo senatore junior dello Stato, l’avvio di una carriera a livello nazionale che promette molto in futuro. Gli anziani e gli ispanici sono due dei segmenti di voto decisivi nelle primarie di oggi, che saranno caratterizzate da un elettorato meno conservatore rispetto a quello registrato in South Carolina, dove due terzi dei votanti si dichiaravano cristiano evangelici e membri del Tea Party. Nel 2008 John McCain vinse in modo piuttosto chiaro in Florida proprio grazie alla sua netta affermazione tra i moderati, che costituivano circa il 40% dei votanti. Se oggi questa composizione elettorale sarebbe confermata, ciò aiuterebbe senza alcun dubbio le chanche di Romney, che ha conquistato sin dall’inizio la fascia più centrista della base del Gop.

LO STATO DEL GOP – Da quando è partita la lunga stagione delle primarie indivisibili, la fase nella quale i candidati devono trovare gli appoggi politici e finanziari indispensabili per poter gareggiare in un territorio così vasto e complesso come quello statunitense, il favorito in casa repubblicana è sempre stato Mitt Romney. L’ex governatore del Massachusetts è un figlio dell’establishment in senso stretto, visto che suo padre è stato un peso massimo del Gop degli anni sessanta mentre lo stesso Mitt Romney è un autorevole esponente della comunità finanziaria che da sempre costituisce un punto di riferimento essenziale per il conservatorismo statunitense. Il grande vantaggio del frontrunner repubblicano in termini finanziari ed organizzativi non si è però tradotto nella rapida affermazione che molti pronosticavano. La diffidenza della base conservatrice, in particolare l’anima più liberista e piuttosto diffidente del Big Business conosciuta come movimento Tea Party, ha fermato la corsa di Mitt Romney nella sfida finora più importante, le primarie della South Carolina. La vittoria di Newt Gingrich nel Palmetto State ha provocato un’impennata dei valori demoscopici dell’ex Speaker, che per un po’ di giorno è ritornato a guidare anche i sondaggi nazionali. La nomination di Newt Gingrich continua però ad essere osteggiata in modo plateale dall’establishment repubblicano, che ha risposto con i mezzi più potenti a sua disposizione: i media e i soldi che continuano ad alimentare la campagna dell’ex governatore del Massachusetts. Dopo il collasso demoscopico post South Carolina, Mitt Romney è riuscito a recuperare posizioni in modo repentino, tanto che appare il favorito per la vittoria di domani.

IL DOMINIO FINANZIARIO DI ROMNEY – L’ex governatore del Massachusetts è riuscito a superare una settimana potenzialmente molto pericolosa. La netta sconfitta in South Carolina aveva ancora una volta palesato uno dei problemi storici di Romney, lo scarso appeal sulla base conservatrice del Gop, forse l’ostacolo maggiore sulla via verso la nomination. Le polemiche su quante tasse dichiara al fisco non hanno però lasciato tracce come si pensava in un primo momento, neppure quando si è scoperto dei conti correnti tenuti in notori paradisi fiscali come le isole Cayman. Come ha notato Tom Jensen, responsabile dell’istituto demoscopico Public Policy Polling

Se si vuole capire perché Romney non è stato per nulla indebolito dalla pubblicazione della sua dichiarazione fiscale bisogna prendere in considerazione questo dato: il 68% dei repubblicani della Florida hanno un’opinione favorevole dei ricchi, rispetto al solo 8% che ne ha una negativa. Romney è in vantaggio 47 a 32 su Gingrich nel gruppo ai quali piacciono le persone facoltose. Questa è una semplice realtà: nelle primarie del Gop essere ricchi ed avere successo rappresenta un vantaggio, non un problema. Gli attacchi a Romney su questo tema non saranno efficaci con gli elettori repubblicani. Oltre a questo solo il 14% del campione ha fortissime preoccupazioni sui conti correnti esteri del frontrunner, mentre il 56% non se ne cura.

La ricchezza di Romney è dunque un vantaggio in queste primarie, in ogni senso. Dopo che Gingrich è riuscito a rimanere competitivo nel mercato televisivo della South Carolina, che è relativamente poco costoso, in Florida il frontrunner repubblicano ha letteralmente distrutto l’ex Speaker della Camera sotto il punto di vista finanziario. La spesa in pubblicità televisive, che rappresenta la voce di gran lunga più costosa delle campagne americane, ha registrato ancora una volta nuovi record. Mitt Romney e il suo Super Pac Restore Our Future hanno comprato spot nell’ordine di sedici milioni di dollari, una cifra più elevata di quanto tutti i candidati repubblicani avevano speso in South Carolina. Nel Palmetto State le pubblicità erano state così tante da far dire al senatore De Mint di voler tornare a vedere uno spot su un’automobile al posto di quelli sui candidati repubblicani. Sedici milioni di dollari spesi in poche settimane di campagna evidenziano lo strapotere economico del team Romney, che può contare sull’enorme ricchezza del candidato, così come della sua estesa rete di finanziatori nel mondo del Big Business americano. Gingrich non ha potuto neanche minimamente una simile mole di fuoco, accontentandosi di spendere cifre simili a quelle della South Carolina, circa quattro milioni di dollari, che rappresentano però solo un quarto di quanto ha messo in campo la campagna di Romney.

GUERRA A GINGRICH – Le primarie della Florida hanno dunque acquisito un senso di deja vu, sviluppandosi in modo simile a quanto successo in Iowa. Allora, ad un mese dai caucus, il boom di Gingrich era stato fermato grazie all’esorbitante numero di pubblicità negative che avevano ricordato agli elettori tutti i lungi problemi personali avuti dall’ex Speaker nel corso della sua carriera, dai tre matrimoni al processo per scorrettezze subito alla Camera. In Florida Romney ha riproposto la stessa tattica, e i sondaggi gli hanno dato ragione. Se a livello nazionale Gingrich si trova ancora in testa, l’inondazione di pubblicità negativa contro di lui ha spento la sua ascesa nello Stato che oggi va al voto. Inoltre, l’ex Speaker della Camera non ha riproposto nei dibattiti le performance aggressive e brillanti che avevano resuscitato la sua campagna dopo il mezzo flop in New Hampshire. Inoltre, i maggiori media conservatori hanno proseguito senza sosta gli attacchi al vincitore delle primarie della South Carolina. Attacchi che hanno avuto un’eco ancora maggiore a causa dei ripetuti commenti negativi anti Gingrich proposti da numerosi big repubblicani del presente e del passato, preoccupati che una candidatura dell’ex Speaker possa danneggiare il ticket Gop nel novembre 2012, quando sarà deciso anche il controllo di Camera e Senato oltre che la Casa Bianca. Un aiuto a Gingrich non è arrivato neanche da Rick Santorum, che sembrava sul punto di ritirarsi a causa di un grave problema familiare, ma ha invece ribadito la sua determinazione nel rimanere nella corsa. Le analisi demoscopiche su questo punto sono piuttosto dibattute, visto che alcuni sondaggi evidenziano come la fuoriuscita di Santorum favorirebbe Romney. In questo momento però appare evidente come il fronte anti frontrunner rimane diviso, anche alla luce della presenza di Ron Paul, che nonostante valori poco più che discreti ha già annunciato che rimarrà sulle schede elettorali delle primarie fino alla Convention.

ULTIMI SONDAGGI – La volatilità demoscopica che ha caratterizzato l’intero ciclo delle primarie repubblicane si è riproposta anche in Florida. Nelle prime indagini post New Hampshire Mitt Romney veleggiava verso il trionfo, mentre dopo il trionfo di Gingrich in South Carolina l’ex Speaker della Camera era passato in testa anche nel Sunshine State. Il momento di gloria di Gingrich è durato invero poco, poco tempo. L’establishment del partito, i media conservatori e soprattutto l’enorme divario finanziario tra le campagne hanno ristabilito le gerarchie osservate finora: Mitt Romney in testa, e i due candidati di destra distanziati anche a causa di un voto conservatore diviso. Negli ultimi due giorni è uscito un numero impressionante di sondaggi, che sono univoci nello stabilire chi è in testa, anche se divergono anche molto nel calcolo del distacco. La Florida assegna i propri cinquanta delegati col metodo maggioritario, quindi in questo ambito il margine di vittoria non cambia niente. Visto però che la quantità dei delegati in palio è sempre contenuta in questa fase, le distanze che usciranno dalle urne saranno molto interessanti per comprendere come si svilupperà la corsa repubblicana nelle tappe successive. Il distacco di Mitt Romney pare però difficilmente colmabile, anche alla luce del buon margine acquisito nel cosiddetto early voting. In Florida si può votare per posta, anticipando il momento della scelta rispetto alla data delle primarie. I sondaggi su questo punto sono invece univoci, assegnando all’ex governatore del Massachusetts un margine piuttosto ampio nell’early voting, superiore ai dieci punti. Romney è riuscito finora a sfondare tra la popolazione anziana della Florida, la fascia che più guarda la televisione, e più vota per posta rispetto agli altri gruppi demografici.

QUALE FUTURO- Sommando i delegati assegnati con le primarie già svolte finora insieme a quelle di oggi della Florida, si evidenzia come la corsa sia davvero solo agli inizi. Se Mitt Romney vincesse tra Tampa ed Orlando, la somma totale dei delegati finora conquistati sarebbe di poco superiore al 5% dei 1144 necessari per conquistare la nomination. La rinascita di Gingrich in South Carolina, sommata al flop del frontrunner repubblicano, e la vittoria tardiva di Santorum in Iowa hanno palesato l’equilibrio che ancora domina le primarie del Gop. La natura proporzionale delle prima fase del processo di selezione del candidato repubblicano evidenzia ancora di più questa situazione, che rischia di procrastinare la corsa molto a lungo. Uno scenario contro il quale l’establishment già schierato con Romney proverà a combattere per assegnare la nomination il prima possibile. Il limite temporale minimo per sapere chi correrà a novembre per i repubblicani appare comunque il SuperTuesday del 6 marzo, la grande speranza di Gingrich visto i non pochi Stati sudisti che andranno al voto. Fino ad allora poco dovrebbe cambiare, anche alla luce del risultato della Florida. Anche se niente è da escludere in primarie le cui sorprese sono ormai tanto ricorrenti quanto proverbiali.(Andre Mollica per "Giornalettismo.com")

Così il Vaticano frega la giustizia italiana. Le promesse di collaborazione per il riciclaggio dello Ior? Sparite Oltretevere


31 Gennaio 2012


La storia è nota. Ed è una brutta storia, quella in cui è incappato l’Istituto Opere Religiose (IOR), accusato di aver violato le norme sul riciclaggio per un totale di 23 milioni di euro. Ma sembrava fosse arrivato il lieto fine, quando la giustizia italiana aveva sbloccato il conto dello Ior in cambio di una promessa di collaborazione. Che però, scrive Marco Lillo sul Fatto Quotidiano, nel frattempo è stata disattesa:

Lo dimostra un documento che Il Fatto pubblica in esclusiva. Si intitola “Memo sui rapporti IOR-AIF” ed è un documento “c o n fi d e n z i a l e ”e“riservato” circolato negli uffici del Papa e della Segreteria di Stato e annotato a penna da una mano che – secondo gli esperti di cose Vaticane – potrebbe essere quella di monsignor Georg Ganswein, il segretario di Benedetto XVI. E’ stato scritto da un personaggio molto in alto che si può permettere di sottoporre la sua analisi ai vertici del Vaticano. Al di là di chi sia l’autore, il “memo” d i m o s t ra che il Papa, il segretario di Stato Tarcisio Bertone, il presidente dello AIF, l’autorità di controllo antiriciclaggio Attilio Nicora e i vertici dello IOR sono tutti a conoscenza della linea sul fronte antiriciclaggio che si può sintetizzare così: non si deve collaborare con la giustizia italiana per tutto quello che è successo allo IOR fino all’aprile 2011. Il “Me mo”, come dimostrano le note appuntate a penna dalla segreteria del Santo Padre, è stato “Di – scusso con SER (Sua Eminenza Reverendissima) il Cardinale Bertone il 3 novembre” 2011.

L’autore della nota, favorevole a una maggiore apertura verso Bankitalia e le Procure, aggiunge:

Bertone “Si è trovato d’accordo sulle mie considerazioni! Incontrerà SER il cardinale Attilio Nicora (Presidente dell’AIF) e il direttore AIF (Francesco Ndr) De Pasquale”. Il memo, così annotato, è stato poi girato, al presidente dello IOR e al direttore dell’A I F. Basta scorrere il testo per capire la rilevanza della partita in gioco: “Dall’entrata in vigore della legge vaticana anti-riciclaggio, avvenuta il primo aprile 2011, si sono tenuti numerosi incontri tra lo IOR e l’AIF (Autorità creata dalla nuova legge del Vaticano Ndr), rivolti da una parte a dimostrare alla nuova Autorità le iniziative intraprese per l’adeguamento delle procedure interne alle misure introdotte dalla legge….” IN QUESTAprima parte il memo ripercorre la vicenda del mutamento della normativa antiriciclaggio, intervenuto sotto la spinta dell’indagine della Procura di Roma. Il pm Stefano Rocco Fava e il procuratore aggiunto Nello Rossi – a settembre del 2010 – avevano sequestrato 23 milioni di euro che stavano per essere trasferiti dal conto dello IOR presso il Credito Artigiano alla Jp Morgan di Francoforte (20 milioni di euro) e alla Banca del Fucino (3 milioni) e aveva indagato il presidente IOR, Ettore Gotti Tedeschi e il direttore Cipriani. Secondo i pm, lo IOR si era rifiutato di dire “le generalità dei soggetti per conto dei quali eventualmente davano esecuzioni alle operazioni”.

Cioé chi era il reale proprietario dei soldi:

Dalle indagini della Guardia di Finanza emergeva un quadro inquietante: lo IOR mescolava sul suo conto al Credito Artigiano i 15 milioni di euro provenienti dalla CEI, e frutto dell’8 per mille dei contribuenti italiani, con fondi di soggetti diversi. Non solo: da altre operazioni emergeva che lo IOR funzionava come una fiduciaria e i suoi conti erano stati usati per schermare persino i proventi di una presunta truffa allo Stato italiano realizzata dal padre e dallo zio (condannato per fatti di mafia) di don Orazio Bonaccorsi. DI FRONTE a un simile scenario i pm romani si erano opposti al dissequestro dei 23 milioni di euro nonostante le dotte motivazioni dell’avvocato del presidente dello IOR, il professor Paola Severino. Il ministro ora ha lasciato lo studio e si è cancellato dall’Albo anche se non ha comunicato alla Procura chi la sostituirà nella difesa di Gotti Tedeschi. A sbloccare la situazione comunque non fu l’avvocato Severino ma il Papa in persona. Con una Lettera Apostolica per la prevenzione e il contrasto delle attività illegali in campo finanziario il 30 dicembre 2010, Benedetto XVI ha istituito l’Autorità di informazione finanziaria (AIF),per il contrasto del riciclaggio. I pm romani motivarono così il loro parere favorevole al dissequestro nel maggio 2011: “l’AIF ha già iniziato una collaborazione con l’UIF fornendo informazioni adeguate su di un’operazione intercorsa tra IOR e istituti italiani e oggetto di attenzione”.

Peccato che, un minuto dopo essere rientrato in possesso dei suoi 23 milioni, lo IOR abbia cambiato completamente atteggiamento:

Tanto che in Procura non si nasconde il disappunto per quel dissequestro “sulla fiducia”. Ora si scopre che la giravolta vaticana è una scelta consapevole delle gerarchie, come spiega lo stesso “memo” discusso dai cardinali Nicora e Bertone e dallo stesso Gotti Tedeschi. “L’AIF (…. ) ha inoltrato allo IOR alcune richieste di informazioni relative a fondi aperti presso l’Istituto, cui quest’ultimo ha corrisposto, consentendo tra l’altro lo sblocco dei fondi sequestrati dalla Procura di Roma (….) Ultimamente, tuttavia la Direzione dell’Istituto ha ritenuto di riscontrare le richieste dell’ AIF – relative ad operazioni sospette o per le quali sono in corso procedimenti giudiziari – fornendo informazioni soltanto su operazioni effettuate dal primo aprile 2011 in avanti. Nel corso dell’ultimo incontro tra IOR e AlF del 19 ottobre u.s. tale posizione è stata sostenuta dall’Avv. Michele Briamonte (dello studio Grande Stevens Ndr), sulla base di un generale principio di irretroattività della legge, per il quale le misure introdotte dalla legge antiriciclaggio, (….) non possono valere che per l’avvenire”.(Dario Ferri per "Giornalettismo.com")

“Monti prepara un’altra stangata”. Il pronostico di Bechis su Libero


31 Gennaio 2012


Franco Bechis su Libero spiega che Mario Monti sta preparando un’altra manovra economica, per far fronte al buco dei bilanci susseguente agli scarsi risultati della crescita. C’è da dire che l’ipotesi di un’altra stangata, anzi. Ma, spiega Bechis, dopo il declassamento delle agenzie di rating e i risultati del Pil ciò costituirebbe l’extrema ratio:

La doccia gelata di Moody’s fa capire bene come l’arca di Monti stia navigando in una tempesta che apre falle appena ne ripari una. Ieri il report è arrivato mentre qualche notizia non pessima stava emergendo dal vertice europeo sul nuovo patto di Bilancio che integrerà e in parte sostituirà le attuali regole di Maastricht. Lì ci sono misure che fanno tremare i polsi all’Italia: perché la strada segnata per la riduzione del debito pubblico al 60% del Pil in assenza di crescita robusta si trasformerebbe in manovre annuali da 40 miliardi di euro per almeno 15 anni, rendendo impossibile a qualsiasi futuro esecutivo una pallida ipotesi di politica economica. Siccome tutti hanno le loro ferite da leccarsi in questo momento (la Spagna ha più di un problema, la Francia li sta scoprendo in queste settimane), le norme draconiane imposte hanno ora una via di fuga straordinaria: nel trattato non saranno previste sanzioni per chi viola le regole. Quindi se uno non fa la manovra da 40 miliardi annui di rientro dal debito pubblico, non accade nulla. Ed è naturalmente una ottima notizia per un paese come l’Italia.

Fino all’entrata in vigore del nuovo trattato però restano in vigore le vecchie sanzioni, che fanno ancora male:

Ed è questo il principale cruccio di Monti. Perché dal monitoraggio continuo che si sta facendo, i conti pubblici non sarebbero affatto a posto. L’effetto recessivo incide naturalmente anche sul rapporto fra deficit e pil (perché lo stesso deficit diventa percentualmente più grande se il pil scende). E secondo quando gli stessi membri del governo ammettono in seminari a porte chiuse con gli investitori, Monti ha già pronto uno schema di manovra correttiva dei conti pubblici da usare a primavera inoltrata per circa 15,5 miliardi di euro. La speranza è che per quella data parte sostanziale della somma arrivi dalla spending review in atto nei vari ministeri.

E quindi, la manovra:

Se anche quella falla fosse tappata in extremis con qualche lacrima e meno sangue, se ne aprirebbe un’altra da lì a poco. I risparmi di spesa erano statiimmaginati per sostituire quell’aumento dell’Iva di due punti che entrerà in vigore (dal 21 al 23%) dal primo settembre e (dal 10 al 12%) dal primo ottobre prossimo. Due misure che potrebbero spegnerei consumi, fare lievitare l’inflazio – ne e naturalmente rendere ancora più recessiva la tendenza dell’economia italiana. Ma più di un a falla alla volta Monti non può tappare. E la navigazione resterà tempestosa.(Dario Ferri per "Giornalettismo.com")

1- BORSA, LA GIORNATA: USA RALLENTANO LISTINI, A MILANO BENE BANCHE. 2- BORSA, SPREAD BTP-BUND CHIUDE IN CALO A 417 PUNTI BASE.



31 Gennaio 2012


1- BORSA, LA GIORNATA: USA RALLENTANO LISTINI, A MILANO BENE BANCHE...
I dati macro Usa non convincono e rallentano i listini europei, partiti bene in mattinata all'indomani del passo avanti dei leader Ue su un patto di bilancio a 25 Paesi. Milano chiude in moderato rialzo, con l'indice Ftse Mib che sale dello 0,48% a 15.828,05 punti e il Ftse All-Share che cresce dello 0,68% a 16.774,11 punti. Negli Stati Uniti l'indice di fiducia dei consumatori è sceso a 61,1 a gennaio 2012, dato in ribasso rispetto al 64,8 di dicembre. Le attese degli economisti sono state largamente deluse, poiché prevedevano un dato pari a 68.

L'indice Standard & Poor/Case-Shiller ha inoltre mostrato un calo dei prezzi delle case. L'accordo tra creditori privati e Grecia sulla ristrutturazione del debito sovrano sembra sempre più vicino, e oggi il listino generale della Borsa di Atene è schizzato in alto di oltre il 6%. In questo contesto, chiusura in rialzo per le principali Borse europee. L'indice Ftse 100 di Londra avanza dello 0,19% a 5.681,61 punti, il Cac 40 di Parigi che cresce dell'1,01% a 3.298,55 punti e il Dax di Francoforte sale dello 0,22% a 6.458,91 punti. A Madrid, invece, l'indice Ibex cede lo 0,09% a 8.517 punti.

A Milano brillano le banche, con Banca Montepaschi (+1,43% a 0,2901 euro), Popolare di Milano (+4,4% a 0,3984 euro), Banco Popolare (+2,95% a 1,153 euro), Intesa Sanpaolo (+3,11% a 1,46 euro) e Unicredit (+6,34% a 3,79 euro). In forte calo invece Mediobanca (-3,69% a 4,494 euro).

Contrastata la scuderia Agnelli, con Fiat Industrial in affanno che perde il 5,19% a 7,49 euro. In rialzo invece Fiat (+1,91% a 4,586 euro) e la holding Exor (+0,17% a 17,65 euro). Il Lingotto domani alzerà il velo sui conti di esercizio 2011, con l'amministratore delegato di Fiat-Chrysler, Sergio Marchionne, che risponderà in conference call agli analisti. Avanza anche Enel. Il gruppo ha reso noti a mercati chiusi i dati preliminari sull'esercizio 2011, con ricavi a 79,5 miliardi di euro, in crescita dell'8,3%. Tra gli altri titoli del Mib, cadono Bper (-2,63%), Generali (-2,29%) e Stm (-2,12%). In moderato ribasso Pirelli (-0,77%).

Fuori dal paniere principale sotto i riflettori il titolo Benetton, che si avvia a dare l'addio a Piazza Affari. Edizione Srl, holding che controlla il gruppo, sta studiando il lancio di un'offerta pubblica di acquisto sulle azioni non in proprio possesso. L'operazione sarebbe finalizzata al delisting. Il titolo si Benetton è stato sospeso mentre era in rialzo del 9,28% a 4,05 euro e tornerà alle contrattazioni dopo che domani Edizione avrà comunicato al mercato i suoi piani di delisting. Dopo i pesanti cali di ieri, chiudono miste le società della galassia Ligresti, interessate dall'operazione di fusione con Unipol (-0,42% a 0,1913 euro). Acquisti su FonSai (+12,38% a 0,708 euro), mentre rimane inchiodata sulla parità Premafin a 0,24 euro. La controllata di Fonsai, Milano Assicurazioni, sale dello 0,56% a 0,2355 euro.(LaPresse)


2- BORSA, SPREAD BTP-BUND CHIUDE IN CALO A 417 PUNTI BASE...
Chiude in calo a 417 punti base lo spread tra Btp e Bund a 10 anni, con il rendimento dei buoni del Tesoro italiani al 5,96% sul mercato secondario. Il differenziale aveva terminato ieri gli scambi a 430 punti base.(LaPresse)

Come scoprire gli euro falsi. Il fenomeno della contraffazione è sempre più ampio. Ecco come funziona in Italia




31 Gennaio 2012


La rubrica Domande & Risposte nell’ultima pagina della Stampa oggi affronta il tema delle falsificazioni di banconote e monete in circolazione in Italia, di cui si era discusso ieri. La rubrica, a firma di Francesco Semprini, ci spiega come funziona la contraffazione e in che modo ci si può difendere:

A dieci anni dall’entrata in circolazione dell’euro, com’è cambiato il fenomeno della contraffazione in Italia?
Secondo il «XXI Rapporto sulla falsificazione dell’euro», nel 2011 sono state registrate 70.824 segnalazioni di «casi sospetti» che hanno portato al sequestro di 83.509 banconote e 45.130 monete. Nel 2010 le segnalazioni erano state 76.763, ovvero l’8% in più rispetto all’anno successivo. Secondo i dati raccolti dall’Ufficio centrale antifrode del dipartimento del Tesoro – Ucamp – si tratta del minimo degli ultimi otto anni dopo le 70.453 segnalazioni del 2006, ovvero l’anno prima dell’inizio della crisi. Il picco massimo, con oltre 100 mila segnalazioni, risale al 2004, anno in cui si registrò un maxi- sequestro di falsi.

Qual è la banconota più contraffatta?
È il biglietto da 20 euro il taglio maggiormente ambito dai falsari, pari al 56,24% del totale delle banconote fasulle. Si tratta di un trend in linea con quello degli altri Paesi aderenti alla moneta unica. Seguono le banconote da 100 e da 50 euro, mentre nella parte bassa della classifica ci sono i tagli estremi, ovvero quello da 5 e da 500 euro. Dove circolano di più i falsi? L’analisi per macroaree rivela il primato del Nord-ovest con 26.835 banconote, seguito dal Centro con 19.992 pezzi tallonato dal Nord-est con 19.499 unità. Nel sud e nelle isole sono state sequestrate rispettivamente 8.623 e 8.408 banconote. Tra le regioni il primato spetta alla Lombardia con 16.490, segue distaccato il Veneto con 9.952, e alle spalle c’è il Lazio (8.667). Fanalino di coda la Puglia con 2.512 sequestri. Tra le città Milano si conferma la capitale dei biglietti falsi, seguita a brevissima distanza da Roma, e più distaccata Palermo.

Tra le monete invece qual è la più contraffatta?
Quella da un euro con 20.146 esemplari sequestrati o ritirati dalla circolazione nel corso del 2011. Seguono i 12.999 pezzi da due euro, gli 11.290 da 50 centesimi e i 686 da 20 centesimi. La ripartizione geografica riflette quella definita per le banconote.
Dadove provengono le segnalazioni per le contraffazioni?
Principalmente dagli istituti bancari con 33.695 segnalazioni, pari al 47,58% del totale. Seguono le Agenzie di custodia e trasporto denaro con 32.059 casi, ovvero il 45,27%. Nettamente staccati gli uffici postali con il 5,9%, mentre il residuo 1,25% proviene da altri Enti istituzionalmente deputati al sequestro di banconote e di monete sospette di falsità, tra cui le Forze di polizia o altri intermediari finanziari.
Esiste una stima di valore del denaro di cui è stato accertato il falso nel 2011?
Lo scorso anno sono state esaminate e riconosciute come false dalla Banca d’Italia 145.879 banconote, per un valore nominale complessivo di quasi sette milioni di Euro. In questo caso il trend è ascendente con un incremento di circa il 5% rispetto alle 138.559 banconote del 2010. Per le monete invece l’attività del Centro di Analisi istituito dell’Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato ha accertato la falsità di 30.867 pezzi, per un valore nominale complessivo di circa 35 mila Euro. I due dati fanno riferimento a banconote e monete sequestrate non solo nel 2011.

Dopo dieci annidall’uscita della lira,sono ancorain circolazione falsi della vecchia valuta?

La Guardia di Finanza lo scorso anno ha sequestrato 676 biglietti da 100 mila, 517 pezzi da 50 mila, 198 da diecimila, cinque banconote da 500 mila e altre quantità ridotte di banconote di taglio minore.
Come avvengono i controlli sulle falsificazioni?
L’Ucamp è l’organismo che ha il compito di vigilare sulla falsificazione e utilizza un unico grande archivio digitalizzato dove affluiscono i dati relativi alle segnalazioni. Procede di volta in volta a un controllo incrociato con il «Counterfeit Monitoring System» gestito dalla Banca Centrale Europea, grazie al quale registra gli esiti delle perizie tecniche eseguite dai Centri Nazionali di Analisi (Cna e Cnac), istituiti presso la Banca d’Italia, per le banconote, e presso l’Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, per le monete metalliche. L’obiettivo finale è accertare l’effettivo stato del contante già segnalato ed inserito(da "Giornalettismo.com")

Gli Usa diffondono le foto di Bin Laden morto? Il Governo statunitense sarebbe pronto a diffondere le immagini



31 Gennaio 2012


Dietrologi di tutto il mondo preparatevi. Potrebbero venire pubblicati le foto e i video relativi alla morte di Osama Bin Laden. Lo conferma l’Huffington Post che richiama, a sua volta, la ABC.

IL FREEDOM OF INFORMATION ACT - La Cia avrebbe 52 immagini di quel che resta di Bin Laden dopo il blitz di Abbottabad. Queste immagini, almeno secondo chi le ha viste, sarebbero in grado di “torcere lo stomaco” di chi le guarda. Fra le presenti, ci sono quelle relative al colpo in testa che ha ucciso lo sceicco del terrore. Si sta decidendo di rendere pubbliche le foto del blitz a causa del Freedom of Information Act. Questa legge venne emanata il 4 luglio 1966 dal presidente Johnson ed impone alle amministrazioni pubbliche una serie di regole per permettere a chiunque di sapere come opera il Governo federale, comprendendo l’accesso totale o parziale a documenti classificati.

E LA SICUREZZA NAZIONALE? - Dan Metcalfe, già direttore dell’ufficio di informazione e privacy del Dipartimento della Giustizia Usa, ha affermato che “ci sono documenti che dovranno essere divulgati per legge”. Prepariamoci quindi a vedere la morte di Osama Bin Laden, il tutto grazie a una legge di 46 anni fa che impone alle varie amministrazioni di essere limpide nella loro attività. La CIA, dal canto suo, ha fatto sapere che la divulgazione di queste immagini potrebbe causare “un inasprimento delle violenze, degli attacchi e delle rappresaglie nei confronti degli USA”.

IL BLITZ DI ABBOTTABAD – Nel maggio 2011 una squadra dei Marines USA ha colpito e ucciso Osama Bin Laden nel suo compound di Abbottabad, assieme a molti suoi sodali, in un’operazione notturna seguita passo passo dal Presidente Obama e dal suo entourage in diretta da Washington nella Situation Room. Bin Laden venne poi sepolto in mare, secondo la tradizione prevista dal rito musulmano. L’avvocato egiziano Montasser el-Zayat disse che la scelta di affidare i resti di Bin Laden al mare anziché alla terra era stata fatta per evitare che il luogo dov’era sepolto fosse meta di “pellegrinaggi”.

ARRIVANO LE PROVE - Siamo alla resa dei conti. Gli Stati Uniti devono diffondere immagini del blitz e del corpo di Bin Laden, e sono costretti a farlo per una loro legge che obbliga le amministrazioni alla massima trasparenza. Si tratta di una necessità ancora superiore rispetto alla sicurezza nazionale reclamata dalla CIA. Sarà quindi l’occasione giusta per avere le prove dell’assassinio di Bin Laden e per capire come gli USA hanno agito e sono riusciti a raggiungere, dopo anni di inseguimenti e plateali fallimenti come l’assedio di Tora Bora, a eliminare lo sceicco del terrore.(Maghdi Abo Abia per "Giornalettismo.com")

SUMMIT SU AMMINISTRATIVE, FINI-CASINI DIVISI SU INTESE CON PDL...


31 Gennaio 2012


Nulla di programmato, ma un''improvvisata' di Pier Ferdinando Casini e Lorenzo Cesa che - come spesso accade - di buon mattino varcano la porta dello studio di Gianfranco Fini per discutere di attualità politica. Ma l'incontro di stamane - secondo quanto si apprende - si è trasformato in un vero e proprio summit del Terzo Polo, visto che anche Alessandro Ruben, Roberto Menia, Benedetto Della Vedova e Italo Bocchino dovevano incontrare il presidente della Camera e si sono aggiunti all'incontro. E la discussione, come già accaduto nel corso degli ultimi incontri, si è spostata sul delicatissimo nodo delle amministrative, che già parecchie fibrillazioni ha provocato tra i due principali partner terzopolisti, Fli e Udc.

Correre insieme oppure contarsi, alleanze variabili o sodalizio Fli-Api-Udc in tutta Italia, varo di un contenitore unitario o meno, di tutto questo si è discusso stamane. Le posizioni di Fini e Casini, su questi punti, divergono da tempo: il leader dell'Udc ha sostenuto anche oggi le ragioni di intese variabili, che avrebbero tra gli altri effetti anche quello di non mettere con le spalle al muro il Pdl.

Intese con il partito di Silvio Berlusconi, infatti, permetterebbero al Popolo della libertà di affondare definitivamente, ma anche di sostenere al Nord la probabile ascesa leghista. Evitando, insomma, il disgregarsi del partito e della segreteria di Angelino Alfano, ma anche che lo smottamento del partito del Cavaliere travolga anche la maggioranza che sostiene il governo Monti, dando fiato ai falchi pidiellini che chiedono uno strappo con l'esecutivo del Professore.(TMNews)

IRENE PIVETTI: BOSSI È FINITO, MARONI È L'UOMO GIUSTO...


31 Gennaio 2012


"La parabola di Bossi è finita" e "Maroni è l'uomo giusto: ha statura istituzionale e con lui la Lega potrebbe diventare un partito di collegamento tra territorio e istituzioni. Maroni ha tutte le carte per vincereI I leghisti lo stanno già sostenendo". Lo ha detto in un'intervista al settimanale 'Oggi',sul suo ex partito Irene Pivetti che dal Carroccio nel 1994 fu candidata ed eletta a presidente della Camera, per poi esserne messa fuori nel 1997.

Che su Maroni, però, ha un dubbio: "Potrebbe anche decidere di non andare fino in fondo, di ritirarsi...". Quanto a Bossi, Pivetti dice che "a modo suo è stato un grande: gli ho voluto bene e continuo a volergliene" e alla sua caduta non brinderò, sarò triste". Ma oggi "Bossi non è più Bossi. Ha un problema di salute, ma è anche cambiata la realtà intorno a lui...". E la stessa "Lega non è più monolitica: il partito ha fatto il suo corso".(TMNews)

COMMISSIONE D'INCHIESTA S.RAFFAELE DELLA REGIONE LOMBARDIA IN STALLO...


31 Gennaio 2012


La commissione d'inchiesta del Consiglio regionale lombardo sul San Raffaele non riesce a partire. Anche la seconda votazione per la nomina del suo presidente è infatti andata a vuoto. Franco Mirabelli (Pd), proposto dai gruppi di minoranza a cui spetta per Statuto la guida delle commissioni d'inchiesta, ha ottenuto 26 preferenze, 52 sono state le schede bianche (Pdl, Lega Nord, Udc). Il quorum previsto per l'elezione del presidente è 41 voti. A richiesta di una nuova votazione, i consiglieri di Pdl e Lega Nord hanno lasciato la commissione facendo quindi mancare il numero legale per un nuovo scrutinio.(TMNews)

Il vero problema dell’evasione fiscale. Le cifre del dramma italiano: quei 275 miliardi che il governo non vede. E che sono soprattutto al Sud




31 Gennaio 2012


Circa 120 miliardi di euro. E’ questa la cifra che Centri studi, università e redazioni da anni continuano a divulgare per descrivere l’entità dell’evasione fiscale in Italia, il mancato incasso, l’enorme furto dei contribuenti del Bel paese ai danni dello Stato, ergo dei propri concittadini. Numeri abissali che bastano da soli per palesare come quello del mancato versamento delle tasse e delle false o ingannevoli dichiarazioni dei redditi all’erario sia il principale freno alla crescita dell’economia, agli investimenti sul futuro, allo sviluppo. Gli ultimi numeri dell’Istat fanno rabbrividire: sarebbe quantificabile tra i 250 e i 275 miliardi il valore dell’economia sommersa e, insieme, dell’evasione in Italia, una cifra che oscillerebbe tra il 16,3% e il 17,5% del Pil. In media cioè, ogni contribuente nasconde allo Stato oltre 2mila euro. “Si calcola che ci sia il 30% di evasione in agricoltura, il 21% nei servizi e il 12% nell’industria. Ma ci sono anche settori, come il turismo, dove si supera il 50%”, ha fatto sapere il presidente dell’Istituto di Statistica Enrico Giovannini.

1/5 DELL’ECONOMIA NASCOSTA - L’anomalia è tutta italiana. Rapportata al prodotto interno lordo l’evasione fiscale di casa nostra è tra le prime d’Europa. La realtà è ben più grave se parliamo di evasione Iva. 22% è il dato diffuso ad agosto scorso dal Sole 24 Ore relativo all’evasione Iva in rapporto al gettito teorico. Un quinto della ricchezza creata all’economia, insomma, sarebbe nascosto all’erario. In Spagna ed Irlanda si respira aria diversa. Il mancato gettito Iva corrisponde al 2% del totale. In Lussemburgo addirittura l’1. In Francia al 7%. In Germania al 10. Sono in pochi a navigare in acque peggiori delle nostre: Ungheria, Slovacchia e Grecia rispettivamente con il 23, 28 e 30% di evasione. In tutti e tre i casi si tratta di economie più piccole della nostra. Come a dire: in termini assoluti siamo imbattibili. Il Sole 24 Ore ha stimato in circa 28 miliardi il mancato gettito Iva nostrano.

FENOMENO ITALIANO - I numeri preoccupanti degli ultimi mesi giungono regolarmente da anni. Nel 2010, sempre il Sole 24 Ore, ha fornito un grafico che ripartisce per regione l’ammontare dell’evasione Iva e Irap e il totale delle risorse e delle ricchezze non dichiarate realtive a soli 400 controlli realizzati su tutto il territorio nazionale. Il grafico quantificava i maggiori redditi non dichiarati in 15,8 milioni euro, l’Iva non versata in 23,8 milioni, l’Iva non versata in 81,9 milioni di euro. Dai dati emerge come il fenomeno sia diffuso su tutto il territorio nazionale. Anche se l’intensità dell’evasione lungo lo stivale è sensibilmente diversa e più forte al Sud.

I FINTI POVERI - La soluzione del problema ha molto a che fare con il culto del rispetto delle regole con il quale gli italiani hanno dimostrato di non amare. Laddove è semplice barare, ed è minimo il rischio di essere scoperti e poi severamente puniti, piccoli e grandi commercianti, e piccoli e grandi imprenditori evitano di fatturare e dichiarare le proprie entrate. Nel mirino della Guardia di Finanza non ci sono solo i grandi capitali. Uno studio presente sul web dell’Università di Bologna mostra come sia necessario per l’Agenzia delle Entrate essere attenta al fatto che anche nelle piccole attività si cela la tentazione di ingannare l’erario. Lo sguardo di ministero e Fiamme Gialle è rivolto, dunque, anche ai finti poveri.

ITALIANI PREOCCUPATI - Gli italiani sono perfettamente al corrente della gravità del problema dell’evasione. Intervistati a distanza di decenni sono in pochi a ritenere la questione marginale.

I BLITZ SERVONO… - I blitz della Guardia di Finanza sono certamente un monito a rispettare le regole anche laddove sembra semplice evadere. Come a Cortina, anche dopo i controlli a tappeto avvenuti a Milano, gli incassi dei locali interessati sono sensibilmente cresciuti. o, meglio, sono aumentati di colpo le entrate dichiarate dai commercianti. Nella località sciistica sono stati riscontrati incassi superiori del 300% rispetto al giorno del blitz in alcuni ristoranti. Nel capoluogo lombardo il picco è stato del 200%. Su 115 esercizi controllati 55 hanno presentato irregolarità. In 33 di essi operavano lavoratori in meno. In una settimana le vendite dichiarate sono aumentate mediamente del 44%.

…MA NON BASTANO - Stanare gli evasori e punirli per il loro danno alla collettività è molto impotante, non basta. All’interno delle nostre leggi esistono anomalie che facilitano proprio le persone che non intendono adempiere al loro dovere fiscale. La nostra società ha percorso molta strada, anche grazie alla Costituzione, ma molta ancora ne resta da percorrere. La lotta all’evasione, parziale e totale, è bene ricordarlo, si combatte su più fronti. Sul terreno della mancata dichiarazione fiscale e su quello del mancato pagamento dei tributi, sul terreno della lotta all’economia sommersa e su quello della lotta alle frodi fiscali. Sono circa 7.500 gli evasori totali scoperti nel solo 2011.(Donato De Sena per "Giornalettismo.com")

“I tagli alla politica sono tutti finti”. Secondo un onorevole sarebbe solo una partita di giro


31 Gennaio 2012


Non è un taglio, ma la rinuncia a un aumento. Grazie all’abolizione del vitalizio e al regime fiscale più favorevole, tra l’altro, questi soldi rientreranno del tutto: e questa è una riforma a metà. Tra gli altri, ne parla Libero in un articolo a firma di Tommaso Montesano:

La tanto sbandierata sforbiciata ai costi della politica, arrivata ieri dopo una riunione fiume dell’ufficio di presidenza della Camera, nasconde la magagna. Il taglio di 700 euro netti (1.300 lordi), avrà impatto zero o quasi sulle onorevoli buste paga: «È una partita di giro », si lascia scappare un parlamentare dietro promessa di anonimato. Col passaggio al sistema contributivo (altra misura decisa ieri) i parlamentari cessano di versare obbligatoriamente una quotadi stipendio a fini previdenziali: i settecento euro inmenoin busta paga, pertanto, risultano compensati dal mancato versamento delle ritenute (che ammontava a 780 euro). Di seguito, le misure. L’indennità subirà una sforbiciata di 1.300 euro lordi al mese (circa 700 netti), maggiorati di un ulteriore 10% per le cosiddette “figure apicali”, ovvero il presidente della Camera, i vicepresidenti, i questori e i presidenti di commissione. «Il provvedimento è immediatamente operativo», annuncia Buttiglione. Il nuovo sistema previdenziale dei deputati e dei dipendenti di Montecitorio, invece, prevede, come spiega lo stesso presidente della Camera, Gianfranco Fini, il passaggio al sistema contributivo, «come tutti i cittadini».

E così, fatta la legge trovato l’inganno:

Secondo Antonio Mazzocchi, uno dei questori di Montecitorio, «se con il vitalizio i deputati incassavano 10, con l’introdu – zione del meccanismo pro-rata percepiranno 3». Confermato il giro di vite per le spese relative ai collaboratori parlamentari: il rimborso di 3.690 euro sarà erogato a forfait per il 50%, mentre il restante 50% dovrà essere giustificato. Si tratta, però, di un regime transitorio, visto che a partire dalla prossima legislatura la materia sarà disciplinata da una proposta di legge che sarà presentata entro un mese. «Decisione seria», plaude il pdl Guido Crosetto, che però punge Fini: «All’ufficio di presidenza rinuncino ai privilegi,». E oggi tocca al Senato: l’ufficio di presidenza si riunirà perdeliberare sul «trattamento previdenziale e le competenze dei senatori».

Quanto deciso ieri da Montecitorio, tuttavia, non è l’unico provvedimento anti-casta:

Ieri il presidente del Consiglio, Mario Monti, ha recapitato ai presidenti di Montecitorio e Palazzo Madama lo schema del decreto con il quale Palazzo Chigi fissa il «limite massimo retributivo dei dipendenti pubblici». Il testo fissa nel «trattamento economico complessivo» del primo presidente della corte di Cassazione – 305mila euro lordi – il nuovo parametro di riferimento «per tutti i manager delle pubbliche amministrazioni. Non solo. Per i dipendenti collocati fuori ruolo o in aspettativa retribuita, «la retribuzione per l’incarico non potrà superare il 25% del loro trattamento economico fondamentale». Ora il decreto, che Monti ricorda di aver predisposto «in tempi inferiori a quelli indicati dal decreto- legge approvato dal Parlamento lo scorso dicembre, e fissati in 90 giorni », passa alle commissioni parlamentari. Novità in vista anche sul fronte della lotta alla corruzione nella pubblica amministrazione. L’apposita commissione istituita dal ministro della Funzione pubblica, Filippo Patroni Griffi, ha elaborato il suo piano d’azio – ne. In particolare, la commissione suggerisce al governo di prevedere, a tutela del dipendente che segnala illeciti, «un sistema premiale che incentivi la segnalazione» dietro la garanzia dell’anonimato. Caldeggiata anche la mappatura dei «settori nei quali più si annida il rischio corruttivo».

Se anche Riina adesso fa il matto. Il legale del mafioso ottiene la perizia psichiatrica: vuole dimostrare che non è in grado d’intendere e di volere


31 Gennaio 2012


Il legale di Toto’ Riina, Luca Cianferoni, ha chiesto e ottenuto la perizia psichiatrica su Toto Riina, che secondo l’avvocato non sarebbe piu’ in grado d’intendere e di volere. La richiesta e’ stata avanzata al processo d’appello per l’omicidio di Giovanni Mungiovino, politico ennese della Dc, ucciso il 9 agosto ’83.

LA VISITA – Stamane i giudici di Caltanissetta, dove si celebra il processo, hanno nominato un collegio che visitera’ Riina in carcere giovedi’ prossimo. La perizia sara’ depositata il 9 febbraio.Per il delitto del politico ennese furono condannati all’ergastolo Giacomino Sollami di Villarosa, Toto’ Riina e il boss di Vallelunga Pratameno, Piddu Madonia. Nel processo i figli di Mungiovino, assistiti da Renata Accardi del Foro di Caltanissetta, si sono costituiti parte civile.

IL PROCESSO - Mungiovino fu ammazzato nei pressi del bivio Benesiti, sulla statale per Caltanissetta, punito, secondo la Dda, per aver preso posizione contro i Corleonesi, che decisero di ucciderlo ‘su deliberazione della commissione regionale, presieduta da Salvatore Riina‘. La prossima udienza del processo e’ fissata per il 10 febbraio, mentre la posizione di Toto’ Riina e’ stata stralciata.(ANSA)

I Giovani Padani contestano Napolitano. Succede a Bologna. Ma sono una decina


31 Gennaio 2012


“Presidente, sono padano ed esisto”. Non sono piu’ di una decina ma si fanno notare i giovani padani che questa mattina si ritrovano all’incrocio tra via Indipendenza e via Ugo Bassi a Bologna per fare volantinaggio contro il Governo Monti, ma anche per ‘sensibilizzare’ il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, oggi al suo secondo giorno sotto le Due Torri. I giovani leghisti hanno preparato una cartolina dai toni polemici da spedire direttamente al Quirinale.

LA NUOVA TESSERA – Da un lato c’e’ scritto: “La nuova tessera elettorale, voto bancomat. Decidono le banche, ma paghi sempre tu”. Dall’altro, invece, c’e’ un breve lettera per Napolitano, che si conclude cosi’: “Questa che le invio non e’ una preghiera d’aiuto ne’ una richiesta di ascolto: questa e’ la mia dichiarazione di lotta feroce contro queste scelte e contro tutti coloro che intendono appoggiarle”. Con i militanti a volantinare c’e’ anche la consigliera comunale del Carroccio, Lucia Borgonzoni che, come annunciato, non sale a Palazzo D’Accursio per incontrare il presidente della Repubblica (unica leghista presente, la vicepresidente del Consiglio comunale, Francesca Scarano). Tra le 10.30 e mezzogiorno i padani distribuiscono l’intero scatolone di cartoline mentre, a un centinaio di metri, in Comune, lo stesso Napolitano parla di federalismo evocando il Carroccio.

LO SCIOPERO DELLA LEGA – “Una scelta che rispetto”, l’assenza della Lega dall’incontro con il presidente della Repubblica in Comune a Bologna. Giorgio Napolitano incassa applausi quando dedica un passaggio del suo intervento, pronunciato a braccio in sala D’Ercole, proprio al Carroccio, che ha deciso di disertare l’incontro con gli amministratori locali e volantinare in centro contro la visita. Napolitano sfiora l’argomento quando parla di federalismo fiscale. “Vedo che qualcuno forse non e’ presente in questa sala per una scelta che naturalmente rispetto”, dice. “C’e’ qualcuno che ha osservato che io, non so in quale dei miei recenti interventi, non ho parlato di federalismo”, ricorda il presidente. Ma “l’attuazione di misure nel senso di quello che e’ stato chiamato federalismo fiscale non e’ un’opzione, e’ un dovere di attuazione costituzionale”.(DIRE)

Sabina Guzzanti: “Così ho perso 150mila euro”. Il racconto della truffa di Lande al processo contro il Madoff dei Parioli


31 Gennaio 2012


‘Da questa vicenda non ho avuto solo danni materiali per avere perso una buona parte del denaro investito, ma anche danni morali. E questo per aver avuto momenti di ansia per i risparmi andati in fumo, per l’angoscia conseguente alle perdite avute dai miei familiari che avevano fatto analoghi investimenti senza avere guadagnato nulla. E per essermi sentita un’imbecille’. Lo sfogo e’ di Sabina Guzzanti, parte civile e testimone nel processo per truffa contro Gianfranco Lande, il ‘Madoff’ dei Parioli e accusato di aver ideato la colossale truffa di oltre 170 mln di euro raccogliendo i risparmi di imprenditori, professionisti, gente dello spettacolo e vip. Sabina Guzzanti e’ stata ascoltata oggi in Tribunale dai giudici della IX sezione penale e ha parlato della sua disavventura.

SU CONSIGLIO DELLA MADRE - Sabina Guzzanti su consiglio della madre a cominciare dal 1999 ha consegnato a Roberto Torregiani presentatosi come procacciatore di investimenti finanziari per conto di Gianfranco Lande ‘vero genio della finanza’, 537 mila euro. Alla fine ha perduto solo 150 mila euro piu’ 70 mila euro pagati al fisco per plusvalenze che pero’ non ha mai ricevuto ma che comparivano nei resoconti che riceveva periodicamente da Lande circa l’andamento degli investimenti e poter pagare su questi le tasse. Questo lungo racconto la Guzzanti che sperava attraverso gli investimenti di crearsi una pensione ha detto d’aver ignorato che la Eim facente capo a Torregiani ma collegata con Lande non era autorizzata ad operare sul mercato altrimenti avrebbe scelto altre strade.

RIAVUTI IN PARTE – L’attrice ha poi ricordato che fino al 2008 ha riavuto parte degli investimenti ma poi la situazione si complico’ e non ha piu’ visto una lira. ‘Nella Eim hanno investito mia madre, mia nonna, mio padre, mia sorella e tre cugini che pero’ non hanno riavuto nulla’ ha detto la Guzzanti. Ai giudici e al pubblico ministero Luca Tescaroli la Guzzanti ha fornito una lunga serie di spiegazioni e ricordando poi il danno ricevuto dai suoi cugini Sandro e Grazia Balducci ha detto: ‘Da mio cugino ho saputo i loschi individui che frequentavano gli uffici di Lande e che sono riusciti a recuperare il denaro a suon di minacce. Fu proprio Lande a dirgli che erano camorristi’.(ADNKronos)

Il summit di camorra interrotto dai Carabinieri? Succede a Casoria: le forze dell’ordine sono state allertate da una telefonata anonima


31 Gennaio 2012


Un summit di pregiudicati è stato interrotto, ad Arpino di Casoria in provincia di Napoli, dall’arrivo dei carabinieri. Nella tarda serata di ieri, i militari dell’Arma, dopo aver ricevuto una telefonata anonima, hanno fatto irruzione nel magazzino della ditta `Planet baby import export’, ditta che commercia capi d’abbigliamento all’ingrosso. All’interno del deposito, oltre al titolare 38enne già noto alle forze dell’ordine, sono stati bloccati 12 pregiudicati, dieci dei quali ritenuti dagli investigatori affiliati o vicini ai clan camorristici dei Licciardi e dei Contini, attivi in varie zone del capoluogo campano e dell’hinterland a nord di Napoli.

COMPERE? - Ai militari, i partecipanti alla riunione, hanno dichiarato di essere andati nel deposito, singolarmente, per fare compere. Davanti al magazzino c’erano un’auto di grossa cilindrata e molte vetture appena acquistate con le quali i pregiudicati erano giunti sul posto. All’interno del negozio, pieno di scatoloni contenenti abbigliamento, sono stati rinvenuti alcuni monitor utili a riprendere le immagini delle telecamere installate lungo le vie d’accesso al deposito. Nell’ufficio del titolare c’erano grandi tavoli e un divano, oltre a una grossa cassaforte a muro. Sul posto sono intervenuti anche i carabinieri del Nucleo cinofili di Napoli per ricercare eventuali armi o droga, ma non è stato trovato nulla di rilevante. Mentre continuano le indagini per capire se la riunione fosse stata indetta per parlare oppure per organizzare i traffici illeciti gestiti dalla locale criminalità organizzata, i militari dell’Arma hanno segnalato il fatto alla magistratura.(Agenzie)

Se muore Silvio chi piangerà?

31 Gennaio 2012


La II Repubblica ha cambiato prassi e costumi istituzionali. Ora il bipolarismo pare esser arrivato perfino nel cordoglio degli esponenti politici. Lo certifica la scomparsa del presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, che è stata accolta con c0mmosso cordoglio dal centrosinistra, mentre dal centrodestra è arrivato un gelo artico che sicuramente mal si concilia con il bon ton istituzionale. Una parabola immeritatamente amara ma coerente con l’azione del presidente Scalfaro, che dovette aggiornare il suo ruolo di presidente della Repubblica al nuovo sistema politico nato dalle ceneri di Tangentopoli.

Spesso la morte è un’occasione di iprocrisia, perchè per le persone scomparse, a meno che si tratti di criminali o simili, escono solo parole di rispetto. Saluti commossi anche verso chi prima non ci piaceva, e probabilmente questo velo di menzogna è il giusto modo di salutare chi ha perso il dono della vita terrena. Non è andata purtroppo così per Oscar Luigi Scalfaro, il presidente che ha dovuto gestire la fase più delicata della Repubblica nata con la Costituzione del 1948, svolgendo il suo compito con fedeltà allo spirito ma sopratutto alla lettera del documento base dell’Italia. Il Popolo della Libertà non ha inviato dirigenti politici alle esequie di Scalfaro, e addirittura i suoi consiglieri comunali di Bologna hanno preferito disertare il minuto di silenzio dedicato al presidente scomparso, superando, e di molto, in cattivo gusto perfino i leghisti che uscivano dall’aula quando è stato suonato l’inno nazionale in occasione dei 150 anni.

Maggiore tatto istituzionale sarebbe stato auspicabile, e pure consigliabile, anche solo per preveggenza. Il recente bipolarimo italiano è stato definito costituzionalmente da Scalfaro ma è stato creato dal Cavaliere. Se davvero i berlusconiani si comportano così contro i loro supposti nemici ormai morti, non ci sarà da biasimare gli italiani che stapperanno champagne quando il buon Silvio lascerà questa Terra. Berlusconi ha diviso il Paese come nessun altro nella recente storia repubblicana, e se il bipolarismo significa non rispettare neppure i morti, nessun stupore o ipocrita sdegno ci potrà essere se per le strade si sentiranno suonare altri clacson.(Dario Ferri per "Giornalettismo.com")

Ecco le leggi che il governo cancellerà. Il decreto semplificazioni e le norme vetuste


31 Gennaio 2012


Si inizia con due regi decreti degli anni ’30 e ’40, e si finisce con alcune disposizioni per lo svolgimento delle elezioni amministrative del 2005, passando per una norma che disciplina l’ora legale per l’anno 1971, disposizioni sulla partecipazione dell’Italia all’Expo di Lisbona del ’98 e all’Expo di Hannover del 2001.

UN PEZZO DI STORIA - E’ un pacchetto di norme ampio e variegato, che l’Adnkronos ha potuto consultare, quello sforbiciato dal governo nell’ultimo Consiglio dei Ministri e che riguarda un pezzo di storia del nostro Paese. Le prime 34 disposizioni cancellate, sul totale delle 333, sono inserite nel decreto semplificazioni, le restanti invece, saranno aggiunte con un emendamento. La prima legge a ‘saltare’ e’ il Regio decreto del 18 giugno 1931 per l’approvazione del testo unico delle leggi di pubblica sicurezza. In particolare si fa riferimento ad alcune norme sulle licenze per attivita’ di vendita e consumo di alcolici. A seguire, un Regio decreto del 6 maggio del 1940, per approvare lo stesso regolamento nove anni dopo, che “sara’ visto e sottoscritto dal Duce del fascismo, Capo del Governo, Ministro per l’Interno”.

LEGGI VETUSTE – Leggi a dir poco vecchie, se si pensa che a fine ottobre del 1931 l’Italia stava per varcare la soglia del decimo anno dell’era fascista e Guglielmo Marconi, il 12 ottobre, inviava da Roma il segnale radio con il quale illumino’ a Rio De Janeiro il Cristo Redentore. Ma scorrendo nel dettaglio le norme abrogate, annunciate come leggi inutili e obsolete, si scorge che alcune di loro, fino ad oggi in vigore, possono determinare le sorti di un settore, come ad esempio, quello dei pubblici esercizi. E infatti, all’indomani del colpo di spugna, che di fatto liberalizza quelle attivita’, le imprese aderenti a Fipe-Confcommercio hanno reagito con una levata di scudi. In particolare a destare le maggiori preoccupazioni e’ il principio che d’ora in avanti fara’ cessare l’obbligo di avere la licenza del Questore sia per la vendita di alcoolici, o da parte della autorita’ pubblica per spettacoli, competizioni sportive e altro.

IL REGIO DECRETO - Nel Regio decreto del ’31 si dettava la “Necessita’ della licenza del Questore per lo spaccio al minuto o il consumo di vino, di birra o di qualsiasi bevanda alcoolica presso enti collettivi o circoli privati di qualunque specie, anche se la vendita o il consumo siano limitati ai soli soci”. E forse vale la pena ricordare che in quegli anni in America siamo in pieno Proibizionismo. Inoltre, con l’abrogazione del Regio decreto del 1940 viene meno l’”obbligo di ottenere la licenza del Questore per manifestazioni sportive di carattere educativo che assumano carattere di spettacolo o di intrattenimento pubblico” e inoltre, la “Necessita’ della licenza dell’autorita’ di pubblica sicurezza per i piccoli intrattenimenti che si tengono presso alberghi, compresi quelli diurni, locande, pensioni, trattorie, osterie, caffe’”.

RISCHIO SICUREZZA – Una norma che secondo la Fipe porterebbe “un rischio sicurezza per i cittadini”. Sempre nel testo del maggio ’40 l’eliminazione di un’altra norma potrebbe comportare qualche importante novita’ nel mondo dell’editoria: si abroga infatti la “Necessita’ della licenza del Questore per aprire agenzie per la raccolta di informazioni a scopo di divulgazione mediante bollettini o altri mezzi simili”. Appare non di scarso rilievo anche l’art. 184 del Regio decreto del ’40, che indica l’”Obbligo di denuncia al Prefetto dell’apertura di fabbriche o di depositi di essenze ” e analogamente nel Regio decreto del ’31 l’abrogazione dell’articolo sull’obbligo di denuncia al Prefetto dell’apertura e la chiusura delle fabbriche o dei depositi per i fabbricanti e gli esportatori di essenze per la confezione di bevande alcoliche. Il testo recita che “nel caso di trasgressione il Prefetto ordina la chiusura della fabbrica o del deposito”. (ADNKronos)

Mentre tra le varie misure tagliate sembrano veramente superate quelle come la prima che appare nel Regio decreto del 1931 sull’obbligo di “provvedere all’istruzione elementare dei fanciulli” pena il non ottenimento delle autorizzazioni di polizia. Anche la disciplina per l’ora legale del 1971 sembra avere lo stesso carattere di inutilita’ visto che si tratta di provvedimenti temporanei.

E ancora, solo per citarne altre due, l’assegnazione del numero dei seggi per la elezione del Senato del 5 maggio 1983 e nella stessa data l’assegnazione del numero dei seggi ai collegi per la elezione della Camera dei deputati. Erano in vigore fino a ieri anche le norme sul calendario scolastico del 1986 e le disposizioni a favore dei connazionali coinvolti dalla crisi del Golfo Persico, anno 1991.
Insomma, un mare magnum di leggi e leggine, spesso di non immediata lettura e interpretazione, che appesantivano il corpus normativo nazionale. E la cui abrogazione, insieme a qualche protesta, porta anche la necessaria semplificazione.

I VIZI SEGRETI DELLE GRANDI VECCHIE STAR DI HOLLYWOOD




31 Gennaio 2012


«Ho bisogno di un uomo. Un giovane uomo», confessò Vivien Leigh a George Cukor. «Riferisco a Scotty», disse Cukor, sapendo che il marito della star era in Inghilterra e dunque impossibilitato a soddisfare Vivien e sapendo anche che Scotty avrebbe trovato la persona giusta per appagare le voglie della diva.

Come si può ben intuire già da questo piccolo squarcio di verità i vizi e i peccati della Hollywood della prima ora non avevano nulla da invidiare alle donne cougar e ai toy boy, ai bunga bunga e a tutto quello che è venuto dopo. Ad eccezione del fatto che c'era più discrezione, forse meno volgarità e soprattutto c'era Scotty Bowers, l'ex marine che ha visto dal buco della serratura la vita segreta e privata delle stelle di Hollywood. E che ora confessa tutto.


TUTTO INIZIO' CON LA STAZIONE DI SERVIZIO -
Scotty Bowers, ottantottenne ex marine dell'esercito americano, racconta infatti in un libro intitolato esplicitamente ‘Full Service: My Adventures in Hollywood and the Secret Sex Lives of the Stars' di come, al termine della Seconda Guerra Mondiale, arrivò a Hollywood e iniziò a lavorare in una stazione di servizio.

Galeotto fu un incontro casuale alla stazione di servizio con Walter Pidgeon (attore canadese protagonista tra gli altri del film ‘Mrs Miniver'), che gli propose venti dollari per un servizio «extra». Da quel giorno si sparse la voce e Scotty, all'età di ventitre anni, iniziò a frequentare molte delle star dell'epoca, tra i quali Cary Grant, Rock Hudson, Vivien Leigh, Katharine Hepburn e persino il Duca e la Duchessa di Windsor, divenute nell'America di quegli anni vere e proprie icone di glamour.

Partecipava alle loro avventure piccanti e soprattutto organizzava la loro vita sessuale, procurando tempestivamente ragazzi o ragazze a seconda dei gusti e delle inclinazioni dei suoi amici-clienti.


BASTA CON IL SLENZIO -
Mr. Bowers dichiara di non avere scritto prima il suo libro (che uscirà negli Usa il 14 febbraio prossimo, pubblicato da Grove Press e scritto con il documentarista Lionel Friedberg) per non ferire le persone citate nei suoi racconti, ormai tutte decedute. Ora effettivamente tutto è caduto in prescrizione e il velo può essere tranquillamente alzato.

L'ex marine fu presentato al Duca di Windsor e alla moglie Wallis Simpson dal fotografo Cecil Beaton. Da lì in poi iniziò la lenta e inesorabile ascesa tra l'élite del tempo e venne a contatto inevitabilmente con i peccati più inconfessabili.


LO SAPEVATE CHE...-
Entrò talmente in confidenza con la coppia reale da rivolgersi loro con i nomignoli Eddy e Wally. Eddy amava i ragazzi e Wally le ragazze. Entrambi però non disdegnavano le orge selvagge. E poi c'era Katharine Hepburn, dai voraci appetiti saffici. L'ottantottenne dichiara di aver procurato alla Hepburn nel corso di tutto il suo lavoro circa 150 ragazze.

Rita Hayworth invece aveva una spiccata propensione per l'uomo macho ed era insaziabile. I dettagli piccanti di quegli anni superano quasi le rivelazioni di Hollywood Babylon, di Kenneth Anger, che uscì nel 1965 (ma fu autorizzato solo dieci anni dopo) mettendo a nudo (è proprio il caso di dirlo) mezza Hollywood. Ora Scotty Bowers vive in una casetta nel quartiere di Hollywood Hills. Con la moglie Lois, di ventisette anni.(Emanuela Di Pasqua per "Corriere.it")

LA FINMECCANICA DI GIUSEPPE ORSI PERDE UNA GARA DA 10 MILIARDI DI DOLLARI



31 Gennaio 2012


L'India ha scelto per le proprie forze armate il caccia Rafale prodotto dalla francese Dassault. Esce cosi' sconfitto l'Eurofighter (prodotto tra le altre dal gruppo Finmeccanica) nella gara per 126 aerei, il cui valore e' stimato in oltre 10 miliardi di dollari.

L'annuncio e' arrivato da fonti indiane ed e' stato confermato dal Segretario di Stato al Commercio estero francese Pierre Lellouche: 'Abbiamo ottenuto il contratto', ha detto alla radio BFM, anche se ci sono 'un certo numero di cose da finalizzare. In questo momento - ha aggiunto - voglio essere prudente, stiamo per entrare nella fase del negoziato in esclusiva'.(Radiocor)

CHI STA RASTRELLANDO LE AZIONI DI MPS ? - DALL'INIZIO DELL'ANNO È GIÀ PASSATO DI MANO PIÙ DEL 25% DEL CAPITALE DI MPS




31 Gennaio 2012


Francesco Gaetano Caltagirone prosegue nel disimpegno dal Montepaschi scendendo sotto all'1%. Ma l'imprenditore romano non è l'unico in manovra su Rocca Salimbeni. In Borsa è in corso un lento ma sostanzioso rastrellamento di azioni Mps, che da inizio anno sono salite di oltre il 18%.

Difficile pensare che sia solo l'arrivo di un nuovo direttore generale, Fabrizio Viola, ad aver provocato il risveglio del Monte, anche se la notizia che Siena non farà altri aumenti di capitale per rafforzare il patrimonio certamente un peso lo ha avuto. Che però, a detta degli operatori, non giustifica l'improvvisa impennata degli scambi: dall'inizio dell'anno è già passato di mano più del 25% del capitale di Mps, il cui controllo è saldamente in mano alla Fondazione.

Alcuni rumors parlano di private equity in manovra. Qualcuno ha fatto il nome di Clessidra, che tuttavia esclude di aver aperto un dossier su Rocca Salimbeni. E della Sator di Matteo Arpe. La quale avrebbe in effetti studiato la situazione, ma guardando dal lato Fondazione, e quindi con il probabile interesse per la quota che l'ente guidato da Gabriello Mancini sarà quasi certamente costretto a cedere nell'ambito della ristrutturazione del debito. Entro metà marzo Mancini deve trovare un accordo con le banche creditrici per rientrare di quasi un miliardo di debiti. Arpe avrebbe però già archiviato la pratica.

Di certo la partita che si sta giocando attorno alla quota in mano alla Fondazione ha regalato al Monte un discreto appeal speculativo. Che le manovre di Caltagirone hanno rafforzato. L'imprenditore romano, che aveva il 4,3% del capitale di Mps, ha ridotto la quota allo 0,8% circa da dicembre a oggi e venerdì a sorpresa ha annunciato le dimissioni dal consiglio della banca, di cui era vicepresidente, autosospeso dopo la condanna in primo grado nel processo sulla scalata a Bnl.

Entro una decina di giorni Caltagirone dovrebbe concordare con Siena il nome di chi prenderà il suo posto, anche se per soli tre mesi visto che il consiglio scadrà ad aprile. E in vista del rinnovo ieri il sindaco di Siena, Franco Ceccuzzi, ha annunciato che ci saranno «delle discontinuità importanti». La prima è stata la nomina di Viola, la prossima quella del nuovo presidente che sostituirà Giuseppe Mussari.

Le manovre attorno al Monte sarebbero legate anche ai piani di Viola, a cui l'Eba ha chiesto di rafforzare il patrimonio con 3,2 miliardi di euro di nuova finanza. Per centrare l'obiettivo il direttore generale ha messo a punto un piano che non prevede ricapitalizzazioni ma azioni sul capitale, una diversa ponderazione degli attivi, alcune dismissioni e il mantenimento dei Tremonti Bond.

Il 20 gennaio l'ha inviato in Banca d'Italia. Sull'esito delle verifiche di Palazzo Koch non è filtrato molto, sembra tuttavia che su alcuni punti del piano ci sarebbero state perplessità. Insomma il rischio aumento di capitale per il Montepaschi non sarebbe del tutto scampato.(Federico De Rosa per il "Corriere della Sera")

NEL CUORE DI PARIGI IN ZONA SUPER PROTETTA VIVONO I POTENTI ILLUSTRI, BOLLORÉ, LAGARDÈRE, ARNAULT, BEN AMMAR E I SARKOZY




31 Gennaio 2012


L'autobus della linea 52 ferma a pochi metri dalla sbarra e dai divieti di ingresso, e a due passi c'è la fermata del métro. La città intorno vive a un ritmo un po' più rallentato rispetto ai quartieri turistici (la Tour Eiffel non è lontana) o a quelli multietnici come Barbès, ma ci sono pur sempre i soliti tabacchini e supermercati.

Villa Montmorency, la più insospettabile delle gated community (comunità chiusa) europee, si è ricavata uno spazio inviolabile proprio qui, all'interno della Parigi già malinconica e alto borghese del XVI arrondissement, quella fotografata con maestria e benevolenza da Vittorio Storaro in «Ultimo Tango», e bollata dai parigini più inclini all'invidia sociale come «il quartiere dei ricchi»: ambasciate, consolati, sedi di rappresentanza delle grandi società (Eads, per esempio), condomini per famiglie molto benestanti, scarsa diversità sociale e zero vita notturna. Un mortorio, insomma.

Ma all'interno del mortorio del «XVI» c'è una zona ancora più riparata e protetta, sorvegliata 24 ore su 24 da tre turni di due guardiani all'ingresso, e poi guardie private di notte, e telecamere, cancelli e - sembra un cliché ma è vero - anche un po' di filo spinato. «La Villa Montmorency non è pubblica», si legge sui cartelli, anche se le sei avenue che la compongono sono regolarmente indicate nelle cartine della città e fanno parte a tutti gli effetti del comune di Parigi.

Nella Francia che da sempre vede la ricchezza con sospetto, che ha cominciato a crocifiggere Dominique Strauss-Kahn quando salì su una Porsche Panamera (ben prima dello scandalo del Sofitel) e che ancora non perdona a Nicolas Sarkozy le vacanze sullo yacht di Vincent Bolloré nel 2007, c'è una «città proibita» nel cuore della capitale che è fisicamente inaccessibile ai cittadini comuni, e che si batte contro il progetto del sindaco Delanoë di costruire, dall'altra parte del boulevard, le case popolari imposte dalla legge, che darebbero ospitalità a 200 persone meno abbienti.

I residenti di Villa Montmorency, poco propensi al protagonismo, hanno fondato una specie di associazione di copertura - «Porte d'Auteuil environnement» - per impedire con petizioni e proteste la costruzione di «Hlm» (abitazioni ad affitto moderato) che finirebbero per snaturare la natura esclusiva - è il caso di dirlo, visto che esclude gli altri - della zona.

Lontanissima dal clima politico ed economico di questi giorni, tutto «aumento dell'Iva» e «Tobin Tax» a destra come a sinistra, non sfiorata dal vento di sobrietà obbligata che soffia in tutta Europa, Villa Montmorency esibisce i cartelli «divieto di accesso» e «proprietà privata» arroccandosi nella sua fortuna. Sembra impossibile perché le strade in teoria sarebbero spazio pubblico, eppure i due guardiani sono irremovibili e non fanno entrare nessuno che non sia stato invitato dall'interno.

Qui si trova forse la più impressionante densità di miliardari di Francia. Il più ricco è Vincent Bolloré (la decima fortuna del Paese, 3,8 miliardi di euro) che ha comprato due case anche per due dei suoi figli, e ha conosciuto a Villa Montmorency il vicino di casa Tarak Ben Ammar, produttore; poi Arnaud Lagardère, presidente del consiglio di amministrazione di Eads, Antoine Arnault (figlio di Bernard e capo della comunicazione di Louis Vuitton), il fondatore di Free e proprietario (con Pierre Bergé e Mathieu Pigasse ) di Le Monde, Xavier Niel.

Ha casa dentro Villa Montmorency anche Dominique Desseigne, patron dell'impero di alberghi e casinò Barrière e amico intimo del presidente Nicolas Sarkozy, che preferì farsi ospitare qui da lui nei momenti più duri della separazione con Cécilia. Davanti ai confini della residenza, nella via privata Pierre Guérin, c'è anche la casa di Carla Bruni-Sarkozy, che spesso tralascia l'Eliseo per passare qualche serata domestica in compagnia del marito. E poi i personaggi dello spettacolo Sylvie Vartan e Céline Dion (casa da 47 milioni di dollari), il presidente del Festival di Cannes, Gilles Jacob, e (fino a qualche anno fa) Gérard Depardieu e Carole Bouquet.

Il regolamento condominiale prevede che ogni albero morto o tagliato debba essere immediatamente sostituito, proibisce i barbecue e i tagliaerba troppo rumorosi, limita a due le automobili concesse a ogni famiglia, e piccoli veicoli elettrici portano la spazzatura fino all'entrata per evitare il rumore del camion della nettezza urbana.

Nato in America Latina perché la classe media potesse proteggersi dalla violenza delle favelas, il fenomeno urbanistico delle gated community ha prosperato negli Stati Uniti e nel resto del mondo anglosassone ma trova qui a Parigi, nella Francia dell'égalité, la sua applicazione più contraddittoria. E dire che la nascita della «città proibita» dei ricchi si deve alla Rivoluzione francese.

Rovinata dal 1789, la figlia della marchesa Marie-Charlotte de Boufflers vendette nel 1822 il suo parco alla famiglia di Montmorency che, trent'anni dopo, lo passò a sua volta alla compagnia della ferrovia Parigi-Saint Germain. Usata una parte del terreno per costruire i binari, la compagnia si mise d'accordo con lo Stato per permettere la costruzione di «case di campagna e ornamentali» negli ettari restanti, in base a una disciplina giuridica speciale che ha resistito da metà Ottocento fino a oggi.

«Si tratta di una sorta di confisca dello spazio pubblico», dice lo storico Claude Quétel che a Villa Montmorency dedica un capitolo del libro appena uscito «Murs - Une autre histoire des hommes». Domenica sera, in onda su nove reti televisive, il presidente Nicolas Sarkozy ha denunciato il persistente problema degli alloggi come una delle maggiori difficoltà dei francesi, annunciando misure urgenti per la costruzione di case accessibili, nuova priorità del governo di centrodestra. A Villa Montmorency, dove gli appartamenti più modesti in affitto costano 4.000 euro al mese, e le ville con giardino sono in vendita per non meno di 15 milioni di euro, non la pensano così.

I GIOCHI SPORCHI FRA MEDIOBANCA , FONSAI-UNIPOL CON L'APPOGGIO DELLA CONSOB A DISCAPITO DEI PICCOLI INVESTITORI..........




31 Gennaio 2012


1 - "CONSOB CONSULENTE DEI SUOI VIGILATI"

Le cose sono andate così. Venerdì scorso il numero uno di Mediobanca, Alberto Nagel, va in visita alla sede milanese della Consob, dove il presidente Giuseppe Vegas gli fornisce istruzioni su come confezionare l'intricata operazione Fonsai-Unipol in modo da farla approvare dall'organismo di vigilanza sui mercati finanziari.

Uno dei commissari Consob, Michele Pezzinga, affida a Repubblica un commento esplosivo: "Non mi pare opportuno, e non so quanto giovi all'immagine della Consob, indossare i panni che normalmente vestono i consulenti di gruppi privati, suggerendo una riformulazione dell'operazione che al momento nessuno sa se possa incontrare il via libera del consiglio".

È la prima volta, che si ricordi dall'istituzione della Consob (1974) che un commissario attacca pubblicamente il presidente su una questione evidentemente legata all'etica. Su tutto questo Vegas oppone il no comment.

Domenica, poi, è accaduto che si sono riuniti i consigli d'amministrazione dell'Unipol e della finanziaria Premafin e hanno riformulato tutto il progetto di intervento sulla Fonsai, cambiando i piani rispetto a quanto già annunciato al mercato, verosimilmente accogliendo i suggerimenti di Vegas.

Ieri, alla riapertura della Borsa, bagno di sangue per tutti i titoli del gruppo: Fonsai -8,30 per cento, Milano Assocurazioni -6,69 , Unipol -3,32 e Premafin addirittura -22 per cento . Il solito saliscendi, con chi guadagna tanto e chi rimane a contare le perdite.

La partita è finanziariamente e giuridicamente complicata. La Fonsai è la seconda compagnia assicurativa italiana dopo le Generali, ma la famiglia Ligresti l'ha mandata in rovina: chiuderà il bilancio 2011 con oltre un miliardo di perdite, e ha bisogno di oltre un miliardo di nuovi capitali per non essere commissariata dall'Isvap, l'authority di vigilanza sul settore delle polizze. Mediobanca, da sempre angelo custode di Salvatore Ligresti, deve impedire che la principale concorrente delle Generali finisca in mani nemiche. C'è lì pronta l'Unipol, pesantemente indebitata con Mediobanca.

L'operazione inizialmente prevedeva che Unipol comprasse dai Ligresti la maggioranza delle azioni di Premafin, la scatola indebitata che contiene a sua volta il pacchetto di controllo di Fonsai. La legge prevede per casi del genere l'obbligo di Opa (offerta pubblica di acquisto) a cascata. Significa che Unipol dovrebbe offrire agli azionisti di minoranza di Premafin lo stesso prezzo pagato ai Ligresti, e poi acquistare anche tutte le azioni di minoranza Fonsai.

Unipol non ha le forze per comprare tutto, può prendere solo il pacchetto di controllo lasciando gli azionisti di minoranza col cerino in mano, secondo le migliori tradizioni del capitalismo all'italiana.

Un modo c'è: l'obbligo di Opa decade se siamo di fronte a un salvataggio. Solo che l'operazione è partita in modo quantomeno sospetto. L'Unipol aveva promesso a Ligresti di comprare le sue azioni Premafin al doppio del valore di mercato: che salvataggio è se colui che ha mandato in malora tutto se ne esce vendendo le sue azioni al doppio della quotazione di Borsa?

Ed ecco il prezioso consiglio di Vegas. Ligresti non vende più le sue azioni, ma la Premafin lancia un aumento di capitale da 400 milioni riservato all'Unipol, che sottoscrivendolo acquisirà il controllo della finanziaria e della sottostante Fonsai. Qui la Consob potrà dire che di salvataggio effettivamente si tratta: basta avere la memoria corta e fingere di non ricordare che Unipol aveva annunciato pubblicamente che era disposta a pagare la Premafin (quantunque da salvare) il doppio del valore di mercato.

Dopo quell'annuncio i titoli Premafin erano schizzati verso l'alto, visto che era inevitabile che Unipol avrebbe pagato 33 centesimi tutte le azioni esistenti, mentre stavano navigando attorno ai 17. Ma ieri, dopo l'annuncio che Unipol non compra più a 33 centesimi da Ligresti per dribblare le regole Consob su consiglio del presidente della Consob, i titoli sono crollati.

La finanza italiana funziona così. Un giorno uno annuncia che comprerà le azioni Premafin a 33 centesimi l'una. Qualche giorno dopo annuncia di aver cambiato idea. Ed è tutto regolare, naturalmente.

Adesso Adusbef e Federconsumatori chiedono le dimissioni di Vegas, "un arbitro che invece di regolare il mercato, gioca una partita sporca prestando la sua consulenza a Mediobanca per raggirare i diritti dei risparmiatori". Il vicepresidente dei senatori Pd, Luigi Zanda, annuncia un'interrogazione e chiede che sia "ripristinata una piena trasparenza".(Giorgio Meletti per il "Fatto quotidiano")


2 - ISVAP APRE GLI OCCHI ANCHE SU PREMAFIN UNO STATO DI CRISI A SCOPPIO RITARDATO

La lettera è arrivata solo ieri sera, e l´ha spedita l´Isvap all´indirizzo di Premafin, la holding che controlla Fondiaria-Sai. L´authority del settore assicurativo guidata da Giancarlo Giannini, ha acceso un faro anche sulla cassaforte dei Ligresti per avere informazioni sulle operazioni di riassetto in corso. La lettera, a quanto riferiscono fonti qualificate, sarà utilizzata dalle parti coinvolte per chiedere lo "stato di crisi" e l´esenzione Opa anche su Premafin.

La tempistica è però sospetta: da mesi, o addirittura dall´agosto 2010, la holding della famiglia Ligresti è sotto i riflettori per un azionariato opaco e per aver tutte le azioni in pegno presso il sistema bancario con tanto di inchieste avviate da parte della Consob e della magistratura.

La sua principale controllata, la Fondiaria-Sai di cui possiede il 35%, ha bilanci in perdita da almeno due anni, in un crescendo impressionante: 342 milioni nel 2009, 717 milioni nel 2010 per arrivare a 1,1 miliardi nel 2011. Con questa situazione l´Isvap nel giugno 2011 ha imposto un aumento di capitale per 450 milioni su Fonsai e 350 milioni per la controllata Milano, la quale non aveva alcun bisogno di ricapitalizzare se non per fare un piacere ai Ligresti che vedevano la loro quota diluirsi in misura minore.

L´authority non risulta essersi mai occupata di Premafin se non ora, proprio all´indomani di un cambio in corsa della struttura dell´operazione che vede la holding necessitare dello stato di crisi ai fini dell´esenzione Opa.

Chi ha messo i soldi nell´aumento di capitale di giugno in base a un prospetto informativo che vedeva le perdite limitate a 450 milioni ora avrebbe di che lamentarsi, quantomeno per un possibile falso in prospetto. E la Consob chiamerebbe in causa l´Isvap. Una Consob che negli anni passati non ha mai ostacolato le operazioni con parti correlate portate avanti dai Ligresti e che nel 2011 si è distinta per aver chiesto un lancio di Opa a Groupama e accordato un´esenzione Opa a Unicredit per due operazioni molto simili nella struttura. Ora il presidente Vegas ha ritenuto opportuno indirizzare i consulenti dei Ligresti verso una soluzione esteticamente più accettabile dal mercato.

Ma se c´è "stato di crisi" sia in Premafin sia in Fonsai, come sembra accertato dall´Isvap, la holding dovrebbe prima di tutto abbattere il capitale per perdite, ristrutturare o stralciare i debiti con le banche e poi ricapitalizzare facendo entrare nuovi soci come Unipol. Invece si vuole lasciare ai Ligresti la possibilità di mantenere un pacchetto di azioni che poi verranno liquidate al momento della fusione con il diritto di recesso.

Senza fare l´Opa a cascata. Di questo dovrà discutere il collegio Consob che finora non è stato interpellato dal presidente, come ha rilevato il commissario Michele Pezzinga. Un comportamento che ha provocato ieri un´interrogazione parlamentare dell´esponente del Pd Luigi Zanda volta a «verificare se ci sia stata una consistente attività istruttoria svolta irritualmente dal presidente Vegas ed avente come oggetto la riformulazione dell´operazione con l´obbiettivo di ottenere un giudizio positivo del collegio».(Giovanni Pons per "la Repubblica")

GOOGLE,MICROSOFT,APPLE E FACEBOOK USANO I PARADISI FISCALI PER EVITARE IL FISCO AMERICANO DI OBAMA




31 Gennaio 2012


GOOGLE HA FATTO DI DUBLINO LA SUA CAPITALE FINANZIARIA (PER GLI STRANIERI VIGE UN REGIME FISCALE PIÙ BASSO RISPETTO ALLE AZIENDE LOCALI), MICROSOFT SMISTA GLI AFFARI TRA PORTORICO E SINGAPORE, APPLE TRIANGOLA GLI UTILI DAI CARAIBI ALL’ASIA PASSANDO PER L’EUROPA, FACEBOOK SOGGIORNA ALLE ISOLE CAYMAN - OLTRE 7 MLD DI DOLLARI SOTTRATTI (CON STRATAGEMMI LEGALI MA POCO PATRIOTTICI) AL FISCO DI OBAMA…


Si erano trovati tutti intorno ad un tavolo giusto un anno fa: Steve Jobs di Apple (ripreso di spalle per non far trasparire l'avanzato della malattia che l'ha poi ucciso), Eric Schmidt di Google, Mark Zuckerberg di Facebook più altri big dell'economia duepuntozero. Tutti al tavolo per un brindisi con il presidente Barack Obama e l'intenzione di stringere un patto di ferro per rilanciare l'America nel mondo grazie ai soldi (molto) reali del mondo (sempre meno) virtuale.

God bless America , insomma, e in questo caso da Jobs in giù gli dei dell'hi-tech avevano promesso ad Obama che ci avrebbero pensato loro. In fondo sono aziende che investono somme già ingenti nel sociale (l'ultimo assegno firmato da Bill Gates è da 750 milioni di dollari), dunque ecco la soluzione: per rimettere a posto i conti di Washington sarebbero bastati pochi clic. Una benedizione.

Siccome però a questo mondo c'è sempre qualcuno che non si fida, ecco che - a un anno di distanza - la Sec, ovvero l'ente che controlla le società quotate a Wall Street, ha presentato il conto. E quel brindisi ad Obama è andato di traverso, perché la richiesta di chiarimenti sui benefici di cui godono le aziende americane ha portato in chiaro un'attività assolutamente lecita ma- quantomeno- poco patriottica.

In pratica: le aziende hi-tech appartengono ormai al mondo? Ecco allora che il mondo può accogliere il loro denaro, soprattutto se da qualche parte il fisco è un po' più benevolo. Nulla di sconveniente, in fondo,lo fanno in molti e perfino gli U2 sono finiti nel recente passato sulla graticola della musica per aver spostato tutti i loro affari in Olanda. Ma è per questo è ancora più curioso sapere adesso che è proprio l'Irlanda-la casa di Bono e amici- uno dei Paesi considerati Paradiso fiscale dai tech-big.

Così- ha rivelato il quotidiano El Pais - , mentre Microsoft ha smistato un po' di suoi affari tra Porotorico,Singapore e,appunto,Irlanda, Google ha fatto di Dublino e dintorni la sua capitale finanziaria, anche perché lì per gli stranieri vige un regime fiscale che è ancor più basso del 12,5% riconosciuto alle aziende locali.

Eppoi, facendo ardite triangolazioni tra società controllate situate dai Caraibi all'Asia passando per l'Europa, risulta che colossi come Google abbiano finito per risparmiare qualcosa come 7 miliardi e mezzo di dollari pagando solo un'imposta del 3%, così come Microsoft paghi l'8% e Apple addirittura il 2,5%. Mentre Facebook, ormai prossima alla quotazione, soggiorna spesso alle Isole Cayman. E finanziariamente il tutto non fa una piega.

Il dibattito semmai è morale, ovvero se in tempi di crisi sia giusto che le azien­de di cui sopra tolgano denaro al fisco del loro Paese per farsi gli affari propri. La risposta (loro) è che i soldi risparmiati diventano nuovi investimenti in tecnologia, e non avendo violato alcuna legge vale il motto business is business.

Nato in America, appunto. Google, ad esempio, alla Sec ha risposto di avere un obbligo solo verso i suoi piccoli azionisti, cioè «quello di tenere una struttura fiscale efficiente», e qui il cerchio si chiude, così come il discorso. Perché alla fine, anche chi oggi condanna i big della tecnologia per la loro spregiudicatezza, non può fare a meno di essere d'accordo su una grande verità: al mondo, reale o virtuale che sia, vincono sempre i più furbi.(Marco Lombardo per "il Giornale")