yYAXssKCQaUWZcXZ79RJTBLvo-c;SfREtjZ9NYeQnnVMC-CsZ9qN6L0 Finance, Economics, Globus, Brokers, Banks, Collateral-Oriano Mattei: febbraio 2012

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mercoledì 29 febbraio 2012

COME MAI IL CONSIGLIERE CASINIANO RODOLFO DE LAURENTIIS VUOLE RIMUOVERE MAURO MAZZA DA RAIUNO?




29 Febbraio 2012


MAI DIRE RAI - COME MAI IL CONSIGLIERE CASINIANO RODOLFO DE LAURENTIIS VUOLE RIMUOVERE MAURO MAZZA DA RAIUNO? TUTTA COLPA DELLA LETTERINA CHE HA INVIATO IERI MINZO CON LE SUE CONTROPROPOSTE PER TROVARE UN ACCORDO E DEL RAPPORTO CULO E CAMICIA TRA L’EX TG1 E CASINI - STIGMATIZZATO IL COMPORTAMENTO DI MARCO SIMEON PER L’INTERVISTA AL “FATTO”: QUANDO MAI SI È VISTO UN DIPENDENTE CHE DETERMINA LA NOMINA DI UN DIRETTORE GENERALE?...


Oggi in Cda è esplosa la bomba del consigliere casiniano Rodolfo De Laurentiis sotto il sederino di Mauro Mazza: fuori dalla direzione di RaiUno (l'ordine del giorno dovrebbe essere messo ai voti nel prossimo cda). Bene, come si è svegliato di colpo, da un lungo letargo, il discepolo di Pierfurby?

Tutto ha origine dalla lettera che ha inviato ieri Minzolini al vertice Rai con le sue contro proposte per trovare un accordo sulla cacciata dal Tg1. L'Augustarello ha chiesto, nell'ordine: la direzione del Tg2 o del TGR e perché no? di RaiUno. Ecco: dato che le prime due opzioni sono state recentemente oggetto di sostituzione, è evidente che Minzo punti alla rete ammiraglia.

E allora che c'entra il consigliere Udc? Semplice: dovete sapere che i rapporti tra Casini e Minzo sono del tipo "culo e camicia": mai il Tg1 ha attaccato Pierfurby nel corso della sua opposizione al Pompetta. Mai, un rapporto solidissimo che riciccia all'indomani della letterina di Minzolini...


2- CDA ASCOLTA MAZZA, PRESENTATO ODG PER SUA SOSTITUZIONE
PROPOSTA DE LAURENTIIS SU RAI1. NEL MIRINO ANCHE SIMEON
(ANSA) - Le polemiche sul Festival di Sanremo e sulla partecipazione di Adriano Celentano sono tornate al centro del cda Rai, appena concluso a Viale Mazzini. Al centro del dibattito dei consiglieri - secondo quanto si apprende - la gestione del direttore di Rai1 Mauro Mazza, che è stato ascoltato nella riunione di oggi ed avrebbe sostenuto le sue ragioni come già aveva fatto in una lettera inviata due settimane fa, a Festival in corso, al presidente Paolo Garimberti. Avrebbe in particolare rimarcato gli ottimi risultati di ascolto, non nascondendo però qualche critica per le numerose parolacce nello sketch di Luca e Paolo nella serata d'esordio e per le esagerazioni di Celentano.

Al termine della breve audizione, il consigliere Rodolfo De Laurentiis avrebbe consegnato nelle mani di Garimberti un ordine del giorno per rivedere l'assetto organizzativo di Rai1, considerando anche l'eventuale sostituzione di Mazza. L'ordine del giorno dovrebbe essere messo ai voti nel prossimo cda: qualora venisse approvato, la palla passerebbe al direttore generale che potrebbe anche avanzare, insieme ad un progetto di riorganizzazione della prima rete, una proposta per il cambio di direzione.

Nel precedente cda, la gestione di Mazza era finita nel mirino oltre che di De Laurentiis anche di Giorgio Van Straten (intervenuto anche oggi per rimarcare la sua posizione) e di Giovanna Bianchi Clerici, mentre l'altro consigliere Guglielmo Rositani aveva preso le sue difese. Il dg Lorenza Lei, a precisa domanda, si sarebbe riservata di esprimere una posizione nel cda della prossima settimana.

In cda si sarebbe discusso anche dell'intervista rilasciata qualche giorno fa a Il Fatto Quotidiano da Marco Simeon, direttore ad interim di Rai Vaticano e responsabile relazioni istituzionali e internazionali di viale Mazzini. Garimberti (ma la sua linea sarebbe condivisa da più di un consigliere) avrebbe avanzato perplessità sull'intervista chiedendo se fosse stata o meno autorizzata, stigmatizzandone i contenuti, alla luce del ruolo ricoperto da Simeon, e sollevando il tema più generale dell'interim di Rai Vaticano. Il dg avrebbe spiegato che l'autorizzazione sarebbe stata chiesta più che preventivamente, a cose sostanzialmente fatte.

3- GARIMBERTI, CDA LEGITTIMATO A VALUTARE OPERATO MAZZA (LA SETTIMANA PROSSIMA)...
(ANSA) - "Se il cda deve smettere di funzionare perché è in scadenza, allora è inutile riunirci". Così il presidente della Rai, Paolo Garimberti, ha risposto in Vigilanza ad una domanda di Alessio Butti sull'odg presentato oggi in cda. "Se si presenta un odg sul direttore di Rai1 è proprio perché questo cda vuole lavorare fino alla fine - ha proseguito -. E valutare se c'é un problema a Rai1, e questa valutazione sarà fatta la prossima settimana, è nella piena disponibilità del cda".

4- GARIMBERTI,SI CAMBI GOVERNANCE,L'HO DETTO A MONTI
(ANSA) - "I miei tre anni alla presidenza sono stati intensi e hanno confermato che con questa governance non si va avanti. L'ho detto a Monti, incontrandolo a Palazzo Chigi". Lo ha affermato il presidente Rai, Paolo Garimberti, in commissione di Vigilanza.

"L'ingovernabilità della Rai è la sintesi di un concetto molto più vasto che voi non potete non prendere in considerazione - ha proseguito Garimberti -. Il punto non è nel numero dei consiglieri, ma sono i poteri di presidente, cda e dg e il modo in cui interagiscono tra loro". "Nell'incontro con Monti, in cui c'erano Passera e Grilli, ho spiegato che chiedevo di cambiare governance non per me, ma per chi verrà dopo di me che si ritroverà nella stessa condizione - ha detto inoltre Garimberti -.

Il fatto stesso che il cda si debba riunire ogni settimana è una profonda anomalia. Tutto ciò che eccede i 2,5 milioni di euro deve passare dal cda ed oggi questa è una cifra ridicola che costringe il dg a preparare carte su carte da portare in consiglio". "Penso che con la governance attuale - ha ribadito Garimberti -, non per i criteri di nomina, ma per la configurazione di poteri e contropoteri dei suoi organi diregenziali, nel day-by-day la Rai sia impossibile da governare".

5- LEI, SU ARGOMENTI CDA DI OGGI MI RISERVO APPROFONDIMENTO...
(ANSA) - "Sugli argomenti trattati oggi in cda, mi riservo un approfondimento. Avrete una mia risposta la prossima volta". Così il dg della Rai, Lorenza Lei, ha risposto in Vigilanza ad alcune domande sull'odg presentato oggi in cda dal consigliere Rodolfo De Laurentiis sulla riorganizzazione di Rai1 e l'eventuale sostituzione del direttore Mauro Mazza e sull'intervista rilasciata dal responsabile delle Relazioni istituzionali, Marco Simeon, al Fatto Quotidiano.

6- LEI, INTROITI SANREMO SUPERIORI RISPETTO A 2011
(ANSA) - "Gli introiti pubblicitari del Festival di Sanremo sono stati superiori rispetto a quelli dello scorso anno". Lo ha detto il dg Rai Lorenza Lei in Commissione di Vigilanza. L'introito - si apprende - avrebbe superato quello del 2011 di circa 700mila euro (+7%). "C'é una distinzione però tra il valore pubblicitario e quello di servizio pubblico - ha proseguito -. Da un lato c'é il sermone di Celentano inutile e inopportuno, dall'altro ascolti ottimi che hanno portati introiti pubblicitari".

"Celentano è stato il primo artista ad accettare l'inserimento della clausola sul codice etico - ha aggiunto la Lei -. Se è stato attivato il Comitato è perché il dg, Mauro Mazza (direttore Rai1, ndr) e Valerio Fiorespino (direttore Risorse tv, ndr) hanno ritenuto che ci siano elementi per farlo. Ho chiesto a Marano di andare a Sanremo perché c'erano cose poco chiare e perché si 'smatassava' il Festival. Avendo preso atto che Sanremo ruotava solo su Celentano allora abbiamo cercato le condizioni migliori di contratto e quindi inserito la clausola sul codice etico".

Quanto ai compensi degli artisti, il dg ha sostenuto che "sono ancora alti". Rispetto ai compensi dei dirigenti interni, rispondendo ad una domanda sulle proposte del governo sui tetti ai funzionari pubblici, la Lei ha spiegato che "non possono essere trattati in autonomia e che quando ci sarà una legge la Rai l'applicherà". "E' stato avviato - ha aggiunto - un dialogo con il ministero dello Sviluppo Economico per la pubblicazione dei compensi".

7- FRONTE PDL COMPATTO:

CICCHITTO (PDL), ASCOLTI PARLANO A FAVORE DI MAZZA
(ANSA) - "I dati di ascolto parlano a favore di Mauro Mazza. La sua professionalità indiscussa è il miglior biglietto da visita per una Rai che deve essere sempre più servizio pubblico e sempre meno oggetto di scorribande politiche e vendette di parte". E' quanto sottolinea Fabrizio Cicchitto, capogruppo Pdl alla Camera.

BACCINI (PDL), MAZZA HA OPERATO BENE E SE NE TERRA' CONTO
(AGI) - "Mauro Mazza e' un professionista a cui rinnoviamo la nostra stima per quanto da anni fa per il servizio pubblico, prima alla guida del TG2 e oggi come direttore della rete ammiraglia. Sono sicuro che nelle valutazioni il DG, Lorenza Lei, e il CDA non potranno non tenere conto di questo". Lo afferma Mario Baccini, presidente dei Cristiano popolari del PDL.

LUPI (PDL), MAZZA RESTI AL SUO POSTO
(AGI) - "Sono stato tra i primi, e forse tra i piu' duri, a criticare il pessimo spettacolo offerto dalla partecipazione di Adriano Celentano al festival di Sanremo. Per questo credo di poter dire, con una certa liberta', che Mauro Mazza deve restare a dirigere Raiuno". Lo afferma Maurizio Lupi, Vice Presidente Pdl Camera dei deputati e componente della commissione di vigilanza Rai.

"Sarebbe un errore'gettare il bambino con l'acqua sporca'", prosegue, "Gli ottimi ascolti e il buon lavoro fatto da Mazza non possono essere cancellati da un errore. Si parla sempre della necessita' di riconoscere il merito. Ebbene, io credo che i numeri parlino a favore del direttore. Piuttosto che sollevare le solite polemiche strumentali, si lavori con lui per correggere gli errori e far crescere ancora la Rete".(da "Dagoreport")

IL VATICANO E LA RESA DEI CONTI CORRENTI - LA FINE DI BERTONE, ANCHE AGLI OCCHI DI RATZINGER CHE LO HA SEMPRE DIFESO




29 Febbraio 2012


Ha il sapore di un fine-regime la lotta di potere scatenatasi all'interno del Vaticano. Perché scontri e bracci di ferro sotterranei sono sempre avvenuti nel Palazzo apostolico. Ma l'asprezza degli attacchi rivolti al segretario di Stato, in un crescendo che pare inarrestabile, rivela che all'interno della Curia ci sono gruppi e persone che - con il pontefice ormai in età avanzata e l'evidente mancanza di direzione della barca di Pietro - ritengono necessario arrivare a un nuovo assetto ai vertici della Santa Sede.

La novità assoluta è che non si procede, come in altre stagioni, per insinuazioni o messaggi tenuti rigorosamente segreti. Di fronte alla stagnazione, in cui si sta arenando il pontificato ratzingeriano, ci sono forze che hanno deciso di portare tutto alla luce del sole, di svolgere questa battaglia sul palcoscenico dei mass media, di rendere chiara anche la posta in gioco: una svolta nell'amministrazione delle finanze, nei rapporti tra Vaticano e Chiesa italiana, nelle relazioni tra il segretario di Stato e i cardinali. Non ci sono (più) "corvi" in questa storia. Ci sono combattenti clandestini.

Il carteggio Bertone-Tettamanzi pone sotto la luce dei riflettori i punti più vulnerabili del governo bertoniano. Primo, un assolutismo che i suoi avversari denunciano come centralismo senza autentica managerialità: poiché procede per scatti di improvvisazione e crea opposizione laddove dovrebbe lavorare per la massima coesione dell'apparato su linee strategiche condivise.

Secondo, la tendenza a scavalcare sistematicamente i confini del proprio ambito. Il segretario di Stato ha in cura la strategia della Chiesa universale. Invece, sottolineano i suoi oppositori, lo si è visto occuparsi di un fantomatico polo ospedaliero ecclesiastico italiano (caso San Raffaele). E ancora, l'Istituto Toniolo riguarda la Chiesa italiana, idem l'Università Cattolica.

Non erano certo in ballo questioni dottrinali di massimo rilievo, tali da provocare un intervento del Papa. Assistere a un segretario di Stato, che pone e dispone a suo arbitrio, per puri disegni di potere è diventato allarmante in certi ambienti ecclesiastici e - per alcuni - talmente intollerabile da avere voluto informare l'opinione pubblica della sconfitta subita da Bertone dopo l'appello diretto del cardinale Tettamanzi al pontefice, come risulta dalle lettere pubblicate ieri dal Fatto.

D'altronde al momento del cambio della guardia alla presidenza della Cei tra Ruini e Bagnasco il cardinale Bertone si è arrogato per lettera l'alto comando delle relazioni con la politica italiana, scavalcando la dirigenza della conferenza episcopale. Ma viene il momento in cui qualcuno e più d'uno presenta il conto.

Già nel 2009, all'indomani del disastroso caso Williamson (il vescovo lefebvriano negazionista cui venne tolta la scomunica) e dell'altrettanto penoso caso Wagner (un prete reazionario austriaco nominato vescovo e poi costretto a rinunciare in seguito alla protesta dei cattolici e dell'episcopato d'Austria) alcuni porporati di rilievo avevano posto a Benedetto XVI la questione di un avvicendamento di Bertone.

Quando in aprile, nella residenza di Castelgandolfo, i cardinali Scola, Schoenborn di Vienna, Bagnasco e Ruini interpellarono il pontefice, la risposta lapidaria risposta fu, in tedesco: "Der Mann bleibt wo er ist, und basta". L'uomo resta dove sta, e basta! Pochi mesi dopo Benedetto XVI fece pubblicare sull'Osservatore Romano uno sperticato elogio per il "grande impegno e la perizia" dimostrati dal segretario di Stato.

Ora il vento è cambiato. Il suo braccio destro, ricordano quotidianamente i suoi silenziosi, ma attivi antagonisti, ha commesso in pochi mesi due errori capitali su un terreno, che papa Ratzinger considera sensibilissimo per il prestigio internazionale della Santa Sede. Bertone ha cacciato Viganò dopo che questi aveva denunciato storie di corruzione riguardanti appalti in Vaticano. Bertone ha frenato la strategia di trasparenza finanziaria della banca vaticana perseguita dal cardinale Nicora e dal direttore dello Ior Gotti Tedeschi. Due autogol micidiali per la Santa Sede.

Sono errori che avvelenano l'atmosfera. La cosa più pericolosa per il segretario di Stato è che i favorevoli a un suo avvicendamento si trovano sia nel campo conservatore sia in quello riformista. Anche tra i ratzingeriani di ferro. Si avverte il senso di un silenzioso accerchiamento. Mentre qualche monsignore già si avvicina al "candidato-segretario" cardinale Piacenza.

Anche perché la guerra dei documenti non è destinata a finire. In un cassetto c'è un messaggio di Bertone al premier Monti - nelle ore frenetiche della formazione del governo a dicembre - per raccomandare a un posto di sottosegretario il suo pupillo Marco Simeon, già paracadutato come direttore di Rai Vaticano e responsabile delle relazioni istituzionali e internazionali. Un Segretario di Stato vaticano, che chiede un posto di sottosegretario per un suo protetto al presidente del Consiglio italiano? Che c'azzecca, direbbe Di Pietro.(Marco Politi per il "Fatto quotidiano")

CHI È QUEL DEPUTATO CHE ‘SFOGLIA’ CON ORGOGLIO DAL SUO IPAD LE FOTO HARD DI UNA SUA ORMAI EX FIDANZATA?




29 Febbraio 2012


INDOVINA INDOVINELLO: CHI È QUEL DEPUTATO CHE ‘SFOGLIA’ CON ORGOGLIO DAL SUO IPAD LE FOTO HARD DI UNA SUA ORMAI EX FIDANZATA? -CHIACCHIERATA E POTENTISSIMA DIRIGENTE TV, PARE CHE NEGLI ULTIMI MESI SI SIA CONSOLATA CON BUONE DOSI DI CHIRURGIA ESTETICA - SE SUO PADRE, POLITICO LOCALE MA ULTIMAMENTE MOLTO IN VISTA, SAPESSE CHE SI DIVERTE IN LOCALI SADOMASO CHISSÀ COSA DIREBBE - AMENDOLA E IL BANANA - MUCCINO, L’ULTIMA PANZA - L’EPISTOLARIO DI CASINI? SMS - IL FILIPPINO CON IL DENARO CONTANTE…


1- Romana Liuzzo per "il Giornale" - Indovina indovinello: chi è quel deputato di Popolo e territorio che «sfoglia» con orgoglio dal suo iPad le foto hard di una sua ormai ex fidanzata, ingrandendone i particolari, decantandone le doti amatorie, vantandosi con gli amici parlamentari che guardano incuriositi, e che fanno commenti piccanti e sarcastici? Lui non si può dire sia un adone. E nemmeno gentiluomo, a quanto pare.

2- Il cinema torna su Canale 5 con Supercinema, il nuovo rotocalco a cura di Antonello Sarno. Prima puntata dedicata ai "mali oscuri di Hollywood": attori depressi, soli, alcolizzati e drogati. Dopo la morte di Withney Houston, il ricovero per overdose di demi Moore e l'intervista-shock di George Clooney , ecco il ritratto di uno Star System quasi al collasso, vittima di una crisi epocale.

Supercinema "scoop": Domenico Modugno, Raffaella Carrà, Claudia Cardinale, Riccardo Scamarcio e tanti altri, i provini d'ammissione di tante star del nostro cinema quando, ancora 18enni, non sapevano che strada avrebbero preso. La Cardinale abbandonò i corsi, la Carrà si esibisce già in un "pronto Raffaella?" e Modugno racconta barzellette al regista Luigi Zampa, mentre Scamarcio declama contro se stesso un'autoaccusa violenta. Provini che sembrano sketch!

3- Carlo Rossella per "Il Foglio" - La strepitosa Nine D'Urso, figlia di Inès de la Fressange ha festeggiato ieri sera i suoi diciotto anni. Anniversario intimo e molto glamour. Parisiennes in gran forma.

4- Romana Liuzzo per "il Giornale" - Marco Milanese (Pdl) ex uomo ombra di Giulio Tremonti, l'altra domenica in tenuta sportiva, camminava in stile maratoneta, con la fidanzata Manuela Bravi, in pieno centro di Roma. I due, falcata sincrona, attraversavano piazza Borghese (la stessa dove abita Dini) in direzione del lungotevere. Forse i due maratoneti sono passati sotto la discussa ex casa di Campo Marzio. Un pensiero a Tremonti.

5- Paolo Martini per "Chi" - "Non ho mai incontrato il Cavaliere, però conosco benissimo sia Confalonieri sia Pier Silvio. E so, perché me l'hanno riferito, quello che pensa Silvio Berlusconi del ‘comunista' Amendola. So che una volta disse: ‘Ecco, quantomeno quell'Amendola è una persona seria'". (il fu Giulio Cesaroni alias Claudio Amendola, dopo una lunga militanza a Mediaset ora sbarca alle "Iene", ma deve sempre rispondere alle stesse domande dei giornalisti...E lo fa pure sul serio...Mah)

6- Da Tgcom, foto di "Oggi" - Da quando è diventato di casa negli Stati Uniti, Gabriele Muccino deve aver abbandonato la dieta mediterranea. A Roma per girare uno spot appare decisamente appesantito, sotto il cardigan color carta da zucchero si nasconde una pancia... di un certo spessore. Anche la stempiatura avanza sulla testa. Ma il regista de L'ultimo bacio sta bene così. In compagnia della sua Angelica è felice e sereno, anche con qualche chilo in più.

Alla faccia delle calorie e della prova costume, Muccino si presenta in Via Veneto a Roma, con un fisico tutt'altro che tonico. Impegnato con le riprese di uno spot non nasconde, sia seduto, sia in piedi, il suo ventre decisamente gonfio. E' risaputo che in America dove trascorre una buona parte del suo tempo (il 7 marzo uscirà il suo ultimo film Playing the field), il cibo non sia dei più sani. Che abbia esagerato con hot dog e bibite gassate?

La compagna, che lo abbraccia teneramente, come mostrano gli scatti di Oggi, non fa caso alle forme lievitate del suo Gabriele e insieme ridono spensierati, del resto è proprio lui ad ammettere: "Prima ero troppo concentrato sui film, Angelica contribuisce invece al mio benessere spirituale".

7- Puccio d'Aniello per "Italia Oggi" - Massimo D'Alema ha "fulminato" Pier Ferdinando Casini, ieri pomeriggio all'Istituto Luigi Sturzo, a Roma. Presentando un volume dedicato alle lettere di Carlo Donat-Cattin, D'Alema ha sentenziato: "Altro che gli epistolari, in futuro al massimo faremo una raccolta di sms". Ovvero, quello che stava facendo il suo vicino Casini, armeggiando un cellulare. Il leader Udc ha smesso subito il suo impegno digitale, ma ha risposto dopo un minuto, sbadigliando solennemente mentre D'Alema parlava.

- Sollievo tra gli evasori che vivono a Roma: all'annuncio governativo che i turisti stranieri possono comprare liberamente in contanti, senza rispettare il limite di mille euro che invece resta in vigore solo per gli italici, nei negozi di lusso sono stati fatti entrare i domestici filippini (mai regolarizzati, e con il visto turistico sul passaporto) con il "frusciante" tra le dita.

- L'ex vicepresidente di Confindustria Guidalberto Guidi si leva un macigno dalla scarpa: "Un metalmeccanico mediamente costa all'azienda 22,50 euro all'ora, in Argentina 3,5 dollari, in Croazia 3 euro, in Romania 2, in India 0,98". Come si fa a essere competitivi, così? E pensare che al lavoratore italiano di euro, in tasca, ne arrivano solo 8.

- Un partito disorganizzato, il Pd di Pier Luigi Bersani. La conferenza stampa intitolata "I giovani e la precarietà", programmata nella mattinata di oggi è stata annullata e riconvocata per il prossimo 7 marzo: più precari di così!

8- Indovina chi? da "Oggi.it"
vendola bersani di pietro strappo xvendola bersani di pietro strappo x

- CHIRURGIA DI LIVELLO
Chiacchierata e potentissima dirigente tv, pare che negli ultimi mesi si sia consolata con buone dosi di chirurgia estetica: oltre all'addominoplastica, pure la blefaroplastica e, per ben due volte, il naso.

UN FIGLIO D'ARTE TRADISCE
Il padre imperversa in tv e in libreria. Lui invece ha rifiutato un contratto con l'azienda dove lavora papà e avrebbe firmato con la concorrenza.

UN ALTRO TRASGREOISCE
Se suo padre, politico locale ma ultimamente molto in vista, sapesse che si diverte in locali sadomaso chissà cosa direbbe ...

FANNO TIRA E MOLLA
Lui è un ex (da poco) calciatore divorziato, lei una starlette. Nessuno sa ancora che sono una coppia, e loro già non fanno che prendersi e lasciarsi.

GELO SULLA COPPIA .
L'ex miss e il finto commissario starebbero vivendo una crisi di coppia. Per alcuni sarebbe addirittura già finita.(da "Dagospia")

“LIBERO” FA LE PULCI AI CONTI DEL QUIRINALE E SCOPRE CHE IL FONDO DI DOTAZIONE, RISPETTO AL 2006, È CRESCIUTO DI 12 MLN €



29 Febbraio 2012


Le cifre dei comunicati ufficiali sono mirabolanti ogni anno. Se si presta attenzione al segretario generale del Quirinale, Donato Marra, il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, avrebbe un destino già segnato: sarà sua la poltrona di Sergio Marchionne in Fiat-Chrysler. Perché è sicuro: un manager così, capace di rivoltare come un calzino i conti del Quirinale, di risparmiare 60,5 milioni di euro (comunicato Quirinale del 12 febbraio scorso), di mandare a casa 394 dipendenti (stesso comunicato) senza che Susanna Camusso aggrotti un sopracciglio e senza nemmeno gli accordi di Pomigliano, dove mai lo puoi trovare?

Lasciata passare l'euforia delle autocelebrazioni quirinalizie, Libero è andato a spulciare i conti veri del Quirinale. Scoprendo tutt'altra realtà. Che peraltro fa sobbalzare sulla sedia quando è messa a confronto con i conti del presidente della Repubblica più importante d'Europa (Nicolas Sarkozy) e con la monarchia più potente e tradizionale del vecchio continente (quella della Regina Elisabetta di Inghilterra). Se gli altri hanno dei re, guardando solo quanto si spende, in Italia è certo che abbiamo un imperatore. Che - propaganda a parte - è sempre più costoso.

Già perché la sorpresa è quella. La fiction dei risparmi del Quirinale non trova corrispondenza nei numeri della realtà. L'anno dell'addio di Carlo Azeglio Ciampi - il 2006 - il Quirinale aveva un fondo di dotazione di 216 milioni di euro. Nel 2012 sarà di 228 milioni di euro. Se la matematica non è un'opinione, si tratta di 12 milioni di euro in più. Quando si taglia la spesa, questa si riduce, non aumenta. I 60,5 milioni di risparmi calcolati da Napolitano sono quello che grazie a un trend di spese pazze, il Quirinale avrebbe pensato di spendere di più, e che invece non ha osato buttare via dalla finestra come era costume.

Lodevole intento, ma non si tratta di una riduzione dei costi. Il complesso di spese per la monarchia inglese nel 2006 contava su una dotazione pubblica (fra contributo diretto e prestiti) di 38,5 milioni di euro. Oggi quella somma è di 34,2 milioni di euro. Questa è una riduzione di spesa vera. Nello stesso periodo dunque la Regina Elisabetta è costata ai contribuenti inglesi l'11,1% in meno, mentre il presidente Napolitano è costato ai contribuenti italiani il 5,5% di più.

Anche la dotazione dell'Eliseo è cresciuta nello stesso periodo. Era di 108,9 milioni di euro, ed è diventata di 110,6 milioni di euro. In percentuale significa un rincaro dell'1,5%, e cioè una crescita di costi quasi quattro volte inferiore a quella del Quirinale. Di vero nelle celebrazioni del Colle c'è solo la riduzione numerica del personale. Che è consistente, essendo passata dai 2.158 dipendenti dell'ultimo anno di Ciampi agli attuali 1.787 dipendenti.

Però è a stata a doppia velocità: grazie al blocco del turn over e alla riduzione del personale militare e di ruolo e dei comandi da altre amministrazioni, il totale si è ridotto. È aumentato però il personale a contratto legato al mandato del presidente della Repubblica (in sostanza il suo staff): da 85 a 103. Il numero è clamoroso, perché è il doppio dello staff della Regina di Inghilterra (49) e superiore del 25% allo staff del presidente francese (78).

Anche il totale - ridotto - del personale della presidenza della Repubblica italiana è clamoroso quando viene messo a confronto con la monarchia inglese (423 dipendenti fra Regina, addetti alle proprietà immobiliari della Corona e impiegati nelle compagnie di trasporto reali) e con lo stesso Eliseo (943 dipendenti).

Nonostante la riduzione numerica, fra Ciampi e Napolitano è riuscita ad aumentare anche la spesa per il personale, passata da 205,8 a 221 milioni di euro. Gli stipendi in sé sono diminuiti (da 134,6 a 132,8 milioni di euro), ma sono aumentati i contributi previdenziali e assistenziali (da 71,2 a 88,2 milioni di euro). Anche qui salta all'occhio una differenza sorprendente con la monarchia inglese e con la presidenza francese. Ogni dipendente del Quirinale costa mediamente 123.670 euro all'anno.

È quasi il doppio dei 74.160 euro che spende per dipendente l'Eliseo, ed è esattamente il triplo di quanto costa ogni dipendente della casa reale inglese: 43.546 euro. Se per il Quirinale si dovesse usare lo stesso confronto internazionale fatto per politici e manager pubblici, bisognerebbe dimezzare gli stipendi con effetto immediato. Peraltro - a parte la volenterosa notarella emessa ogni anno dal segretario generale Marra (con perimetro spesso differente e non confrontabile con gli anni precedenti) - il Colle più alto della politica italiana ha un altro primato assoluto in Europa: è l'istituzione meno trasparente che esista.

L'Eliseo trasmette i suoi conti dettagliati alla Corte dei Conti francese, che pubblica ogni anno un rapporto a disposizione di tutti. La Regina di Inghilterra pubblica ogni anno un rapporto di oltre un centinaio di pagine con tutti i conti e le spese della monarchia. Si trovano tutti gli stipendi del suo staff, si racconta che è stato restaurato perfino il water della toilette reale, e quanto è costato. Sono indicati costi e consumi volumetrici di gas, elettricità, combustibile. È indicato con i costi nel dettaglio ogni volo o treno preso dalla Regina, dal suo staff e dai membri della famiglia reale per spostamenti dentro e fuori il Paese.(Franco Bechis per "Libero")

PRIMA USCITA PUBBLICA PER NICHI VENDOLA E IL SUO “FIRST BOY” ITALO-CANADESE, EDDY: LA COPPIA INCONTRERÀ L’AMBASCIATORE DEL CANADA



29 Febbraio 2012


È il primo «first boy» della politica, almeno di quella parte che ha fatto outing per sé e per i suoi portavoce (secondo l'arcigay Grillini circa un terzo dei parlamentari sarebbe omosex...). Non è per protagonismo che lo schivo fidanzato di Nichi Vendola accompagnerà il presidente pugliese, in via ufficiale, dall'ambasciatore canadese James Fox in visita in Puglia. Lo ha chiesto proprio Fox di incontrare, con Vendola anche il suo compagno Eddy, che è giustappunto canadese di origini, ma dal 2004 vive a Terlizzi (Bari) col governatore­poeta.

La prima uscita istituzionale quindi della coppia presidenziale pugliese, Nichi ed Eddy, trentaduenne graphic designer and creative consultant freelance, insomma un creativo che col creativo Vendola vive una vita «morigerata e tranquilla» («Ci piace ricevere gli amici a cena» spiegò Nichi al settimanale Oggi), lontano dai salotti e dalla mondanità, in quel di Terlizzi. Stavolta, richiesto dalla diplomazia, dovrà forzare la sua timidezza e fare da «first compagno» del presidente.

In una intervista che Vendola fece a Chi, sulla sua sfera privata, non era apparsa nemmeno una foto di Eddy, di cui si sa poco, che ha i capelli corti, neri, poco altro, «giovane, bello, metropolitano e creativo» secondo Gaynews .«È attivo nella Fabbrica di Nichi, il comitato elettorale vendoliano; era sul palco con molti altri la sera della vittoria alle regionali - scrisse una rivista - . D'estate vanno al mare in Salento, a volte cenano con Pier Ferdinando Casini e sua moglie Azzurra Caltagirone. «Azzurra stravede per Nichi», racconta un amico. L'orecchino di brillanti, o almeno uno dei molti, gliel'ha regalato proprio il suo amore, Eddy.

Al congresso di Sel a Firenze la stampa lo notò mentre fotografava, con una reflex retrò e molto amore, il suo Nichi, che parlava «della condizione atopica», di chi è «senza luogo» e che «la bellezza è anche questo, rompere il silenzio, ritrovare le parole... ». E pare che Eddy capisca quel che dice Vendola. Memorabile una cronaca di quel congresso, con «Ciccio Ferrara, grande organizzatore del nuovo partito» che prega il first compagno di lasciargli un ricordo: «Voglio una mia foto scattata da te, foto di Eddy». Un creativo, canadese-pugliese, che ha attirato solo qualche battuta tra i simpatizzanti. «È canadese? Allora starà con Marchionne» (cittadino canadese). Insensibili.(RR per "il Giornale")

PASSERA CHE DELUSIONE!


29 Febbraio 2012


1- PASSERA CHE DELUSIONE! PROBABILMENTE MONTI SI ASPETTAVA CHE DOPO I PRIMI CENTO GIORNI DI GOVERNO CORRADINO TIRASSE FUORI UN PIANO INDUSTRIALE DI SVILUPPO, ALMENO UN ABBOZZO. NON S'È VISTO NIENTE MENTRE SI È PERCEPITO BENISSIMO IL MOVIMENTISMO DI CORRADINO PROTESO A COSTRUIRE UN NETWORK DI ALLEANZE PER SBARCARE A PALAZZO CHIGI - 2- UN MINISTRO DEL TUTTO RILUTTANTE AD AFFRONTARE MARPIONNE CHE, SOTTO IL MAGLIONE, VUOLE SPRANGARE QUATTRO STABILIMENTI SU CINQUE, ECCETTO POMIGLIANO DOVE È PARTITA LA PRODUZIONE DELLA NUOVA PANDA E SOPRATTUTTO SI È VOTATO CONTRO LA FIOM - 3- L’IPOTESI PIÙ ATTENDIBILE È CHE IL FURBO CORRADINO NON ABBIA ALCUNA VOGLIA DI FARSI PRENDERE PER I FONDELLI DAL FURBO, ANZI FURBISSIMO “BARBONNE”. E IN UN CERTO SENSO NON SI PUÒ DARGLI TORTO PERCHÉ IL CAPO DI CHRYSLER-FIAT DAL PELO LUNGO SULLA BARBA E SULLO STOMACO, È RIUSCITO CON “FABBRICA ITALIA” A INFINOCCHIARE GLI EX-MINISTRI SCAJOLA, SACCONI E TREMONTI, E A SBERTUCCIARE LA POVERA MARCEGAGLIA


Era inevitabile che durante la conferenza stampa di ieri a Bruxelles qualche giornalista tirasse un pelo alla barba di Sergio Marpionne.

Il pelo non poteva che essere quello spuntato nell'intervista che il manager dal pullover sgualcito ha concesso la settimana scorsa al giornalista-guru Massimo Mucchetti quando senza mezzi termini ha parlato di un'ulteriore chiusura degli stabilimenti Fiat in Italia.

Nell'incontro di Bruxelles Marpionne non ha perso quell'aria sicura che hanno i manager più bravi, e la serenità che appariva sul suo volto ha fatto venire in mente le pagine scritte da Francesco Alberoni a proposito dell'innamoramento. Ora non interessa sapere se Marpionne, dopo la separazione con la moglie, vive una stagione d'amore, e nemmeno se la villa da 3,9 milioni di dollari che ha comprato vicino a Detroit sarà il nido dei suoi sentimenti e dei suoi pensieri planetari.

Ciò che conta è che ieri a Bruxelles quando gli hanno tirato il pelo ha buttato altra benzina sul fuoco dicendo che non si può continuare a perdere soldi semplicemente per tenere in piedi un sistema industriale che economicamente non ha basi e che la Fiat manterrà le scelte industriali in Italia, ma soltanto "a condizioni estremamente chiare". Quali siano queste condizioni non l'ha detto anche se si è sforzato di smentire, a dispetto di quanto dichiarato a Mucchetti, il "sacrificio" di due stabilimenti italiani.

A questo punto l'imbarazzo diventa sempre più grande perché se da un lato si deve riconoscere al figlio del carabiniere Concezio di aver capito che dentro "questa" Italia le aziende lavorano con il cappio alla gola delle banche e della politica, dall'altro la sequenza delle sue contraddizioni meriterebbe una seconda versione del libro di Collodi su Pinocchio. Per lui sembra facile buttare a mare con poche parole decenni di relazioni industriali e scaricare sul mercato la debolezza di un'azienda che con i suoi modelli obsoleti non riesce a reggere in Europa la sfida competitiva.

Sembra davvero arrivato il momento in cui si rende necessario un chiarimento definitivo con chi tiene le redini del governo tecnico. In campo dovrebbe scendere prima di ogni altri il ministro al quale è stata affidata la gestione della politica industriale, ma a quanto sembra Corradino Passera continua a guadagnare tempo e proprio ieri, mentre Marpionne parlava a Bruxelles, ha detto: "non ci sono stati ancora contatti, ma è possibile che ci siano".

Questa dichiarazione non deve essere suonata bene alle orecchie di Monti che secondo voci raccattate ai piani bassi di Palazzo Chigi comincerebbe a manifestare una certa delusione nei confronti dell'ex-banchiere definito generosamente Superministro.

Probabilmente il Premier si aspettava che dopo i primi cento giorni di governo Corradino tirasse fuori un piano industriale di largo respiro, almeno un abbozzo di quella strategia organica sulla quale dicono che l'ex-banchiere con notevole preveggenza abbia lavorato per l'intero mese di agosto sulla spiaggia di Sabaudia, ospite vitto e alloggio di Giovannino Malagò, insieme alla moglie Giovanna Salza (ex di Megalò).

Il piano finora non si è visto mentre si è percepito benissimo il movimentismo di Corradino proteso a costruire un network di alleanze che parte dai poteri forti, arriva in Vaticano e finisce al Canottieri Aniene, il circolo del suo amico Malagò. Sarebbe sbagliato pensare che l'ex-banchiere di Intesa ed ex-McKinsey non abbia una sua vision della politica industriale, e allora bisogna trovare una ragione diversa per spiegare la sua riluttanza a confrontarsi con il manager italo-canadese che sta spostando tutte le sue energie all'estero.

L'ipotesi più attendibile è che il furbo Corradino non abbia alcuna voglia di farsi prendere per i fondelli dal furbo, anzi furbissimo Marpionne. E in un certo senso non si può dargli torto perché il capo di Chrysler-Fiat dal pelo lungo sulla barba e sullo stomaco, è riuscito negli ultimi anni a snobbare personaggi come gli ex-ministri Scajola e Sacconi, a mettere nel sacco un osso duro come Giulietto Tremonti, e a sfregiare con le sue piroette la povera Marcegaglia.

Più che a Pinocchio quest'uomo assomiglia sempre di più a un piccolo Attila degli anni 2000 che taglia decine di migliaia di operai (a proposito: non sarebbe il caso di contarli?), e chiude d'imperio i siti italiani ad eccezione di Pomigliano dove è partita la produzione della nuova Panda e soprattutto si è votato contro la Fiom.

C'è quanto basta per far pensare al furbo Corradino Passera di non cadere prematuramente nelle trappole del furbissimo manager che probabilmente annuncerà tra poco il trasferimento a Detroit della sede legale del Gruppo.(da "Dagospia"=

Facci contro Travaglio, 12894a puntata. Du’ palle, eh?


29 Febbraio 2012


La dodicimillesima puntata di Filippo Facci contro Marco Travaglio la leggiamo oggi su Libero, con la consueta dedizione:

Travaglio è in forma. Ieri ha scritto l’editoriale «Scemi di guerra » ma non parlava del target del suo quotidiano, bensì – male – di qualche collega: non l’aveva mai fatto. Dopodiché ha infilato una serie di spettacolari cazzate, tipo: «Prima che a condannare o ad assolvere, i processi servono ad accertare i fatti». No, guarda, i processi servono proprio a condannare o ad assolvere: i fatti appartengono agli storici, non all’onnipotenza dietrologica dei magistrati amici tuoi.

E gli storici possono utilizzare, per chiarire i fatti, la documentazione che emerge dai tribunali. Questo probabilmente intendeva Travaglio, e a questo servono – ad esempio – le carte del processo Mills chiusosi senza sentenza per avvenuta prescrizione.

La seconda cazzata l’ha scritta venerdì: le querele, dice, sono diventate un problema per colpa di Berlusconi. No, guarda, sono un problema da quando le sporgono i tuoi amici magistrati, che si giudicano tra loro e vincono sempre: vuoi qualche dato? Anche perché dalle tue parti, comprendo, di querele togate ne girano poche.

Non so se Travaglio vuole qualche dato. Di certo si capisce che Facci vuole che le querele dei magistrati le giudichino gli idraulici.

La terza cazzata l’ha scritta perché innervosito dal 25mo proscioglimento di Berlusconi: certi giornali, parole sue, hanno «una ridicola concezione agonistica del diritto penale». Parla lui che colleziona le figurine degli inquisiti da vent’anni (celo, manca, prescritto) anche se l’album, Marco, l’hai finito da un pezzo: e le copie calano.

Invece Libero va da dio, è per questo che sta pietendo il finanziamento pubblico.

A proposito: l’amministratore del tuo giornale, su «Italia Oggi», ha detto: «La stragrande maggioranza dei nostri lettori ci ha detto che di Saturno non gliene frega nulla». E sfido: era un inserto culturale di otto pagine. Prova con otto pagine di verbali, Marco.

E’ il mercato, bellezza. E se non fosse drogato da chi prende soldi pubblici per fare impresa privata sarebbe anche meglio.(Gioia Lomazzo per "Giornalettismo.com")

Sara Tommasi sedotta e abbandonata?. Scilipoti giura di no


29 Febbraio 2012


‘Non ho mai offerto candidature a Sara Tommasi ne’ a nessun altro’. Domenico Scilipoti segretario nazionale del Movimento di Responsabilità Nazionale, risponde così dichiarazioni con le quali la showgirl rivelava di aver ricevuto dallo stesso Scilipoti una proposta per candidarsi in Parlamento.

‘L’MRN – aggiunge il deputato – è un movimento giovane che deve ancora radicarsi sul territorio, è prematuro in questa fase parlare di candidature: c’è ancora molto lavoro da fare’. Anche noi ci stavamo preoccupando.

Quegli spioni dell’Ikea. In Francia uno scandalo scuote il gigante svedese: raccolte abusivamente informazioni su clienti e dipendenti


29 Febbraio 2012


Le Canard enchaîné, testata satirica che si dedica volentieri al giornalismo investigativo, scopre che l’azienda ha raccolto abusivamente informazioni su clienti e dipendenti.

LO SPIONAGGIO ILLEGALE - IKEA in Francia si serve di almeno due aziende attive nel campo della “Sicurezza”, alle quali ordina d’indagare su clienti e dipendenti. Indagini che si svolgono accedendo abusivamente ai sistemi informatici di polizia, motorizzazione e altre istituzioni francesi. Lo rivela una serie di email interne di cui Le Canard enchaîné è venuto in possesso e che ora ha pubblicato.

ANCORA PIU’ IllEGALE – Numeri di telefono, numeri di targa, profili dei dipendenti o dei clienti che sporgevano reclamo,la curiosità di IKEA sembra bulimica e sistematica. A costituire scandalo nello scandalo l’accesso allo STIC, il sistema informatico che raccoglie dati di tutti i coinvolti in un reato o una contravvenzione in Francia, comprese le vittime e i testimoni. Un database già molto criticato perché a una verifica nel 2008 si è scoperto che solo il 17% delle informazioni che vi sono state ammassate da funzionari che avevano di meglio da fare è corretto.

SMENTITE - Una delle aziende di sicurezza coninvolte nega o meglio nega il suo amministratore, che ha smentito qualsiasi attività illegale e che ha ipotizzato l’esistenza di un gruppo interno alla sua azienda che si dava ad attività illecite a sua insaputa. Ipotesi che parebbe bizzarra, ma in effetti alcuni dei coinvolti sono stati licenziati da tempo dall’azienda, che li ha anche denunciati.

REATI GRAVI – Gravi reati, che vanno ad appannare ulteriormente l’immagine d’IKEA in Francia, dov’è accusata di trattamenti discriminatori e per nulla simili a quelli riservati in patria ai dipendenti, di sfruttamento e di altre pratiche poco simpatiche. Un modello, quello d’IKEA, già messo in discussione da numerose inchieste e persino da un libro, “La verità su IKEA”, scritto da un vecchio dirigente della multinazionale che già nel 2010 denunciava l’utilizzo di metodi “degni della Stasi”. Una definizione che sembra trovare conferma nelle ultime cronache.

La parrocchia che vieta a Margherita Hack di parlare


29 Febbraio 2012


Succede in Trentino, e lo apprendiamo tramite Ildisinformatico. Margherita Hack avrebbe dovuto parlare il prossimo 6 aprile al teatro San Pietro di Mezzolombardo, ma i componenti parrocchiali del comitato di gestione del teatro è arrivato un no. Ne parla diffusamente il Corriere delle Alpi in un articolo a firma di Liviana Concin:

«E’ incontro contrario alla dottrina della Chiesa», hanno scritto al sindaco. Per i componenti del comitato di gestione Bezzi, Caset e Dalfovo, sostenuti dal parroco di Mezzolombardo, la serata proprio “non s’ha da fare”. Al centro della conferenza la presentazione del libro di Margherita Hack “La stella più lontana” dialogo sulla bioetica, a cominciare dal testamento biologico. «I componenti parrocchiali del comitato di gestione – si legge nella lettera inviata al sindaco – sentito il parroco, esprimono un deciso no all’uso del Teatro per la manifestazione». E per giustificare il rifiuto, citano il contratto di comodato gratuito, stipulato tra la Parrocchia e il Comune di Mezzolombardo, che recita: «Il Comune si impegna a non consentire lo svolgimento di spettacoli che possano recare offesa ai valori religiosi e alla dottrina della Chiesa Cattolica. Le tematiche affrontate nel libro come si evince dalle recensioni sono in evidente contrasto con la norma riportata».

Il problema non è l’ateismo, ma la posizione “offensiva” della Hack nei confronti della religiosità:

«Non che l’essere ateo comporti un’offesa alla dottrina clericale – ha sottolineato uno dei tre membri parrocchiali del comitato, Andrea Bezzi, preside dell’istituto comprensivo di Mezzolombardo – ma in questo libro la Hack prende una posizione dura nei confronti della religiosità. A titolo personale, credo che la serata si potrebbe fare, ma non di venerdì santo, data che escluderebbe di fatto i cattolici, e con un contraddittorio». Replica l’assessore Roberto Guadagnini, organizzatore dell’evento: «Sono inorridito da tanto oscurantismo, se per questi signori una così eminente mente scientifica reca offesa alla Chiesa solo perché tratta alcuni temi, commento che sono dei bigotti. É incredibile che non si colga la grande occasione rappresentata dall’incontro per Mezzolombardo, e che si possa pensare che una serata come questa strappi i cattolici alle celebrazioni. Ognuno è libero di scegliere di partecipare e di intervenire, il contraddittorio certo non mancherà».

Il calendario razzista della polizia. In Germania è scandalo per alcune vignette che prendono in giro immigrati e persone di colore



29 Febbraio 2012


Bufera in Germania per un calendario della polizia bavarese con caricature considerate razziste. Il presidente della polizia di Monaco di Baviera, Wilhelm Schmidbauer, ha ordinato il ritiro dei 3mila esemplari del calendario, dopo la denuncia del quotidiano Nurnberger Nachrichten e della radio pubblica bavarese Bayerischer Rundfunk. Il sindacato dei poliziotti, che pubblica da sei anni il calendario, ha difeso l’operato dei realizzatori delle vignette, rimarcando come non si tratti di razzismo, ma di semplice umorismo che si basa sul gergo degli agenti. Il ministero dell’Interno del Libero Stato non ha invece preso finora una posizione chiara, sensibilizzando i commissariati sul tema ma senza specificare un codice di comportamento ben preciso.

VIGNETTE RAZZISTE – In particolare nel mirino sono finite tre vignette, di cui una raffigurava un Re Mago di colore che raccoglie gli escrementi dei cammelli. In una delle caricature riprodotte dai media tedeschi si vede un nero, con le labbra dipinte marcatamente in rosso e con le mani tenutegli dietro la schiena da un agente, che grida a una donna poliziotto dietro un bancone: “Che vuol dire pericolo di inquinamento delle prove?”. La persona nera parla un tedesco scorretto, ma il senso dello scherzo è chiaro. La parola utilizzata significa anche oscuramento, un gioco di parole sull’origine etnica del criminale ritratto nel disegno. Nella caricatura del mese di gennaio si vedono invece i tre Re Magi, con quello nero che deve raccogliere gli escrementi di un cammello, mentre i poliziotti gli dicono che anche per i “saggi” provenienti dall’Oriente vale il regolamento del parco. Nella caricatura del mese di agosto un poliziotto grida ad un uomo che sta per suicidarsi lanciandosi dall’alto: “Cerca di saltare in fretta, idiota, perché oggi ho ben altro da fare!”. In un’altra vignetta c’è invece uno scontro tra immigrati che si picchiano per una Bmw.

CALENDARI RITIRATI – Il capo della polizia di Monaco Schmidtbauer ha disposto che i calendari siano rimossi dalle pareti dei commissariati, spiegando che le caricature raffigurate non riflettono il pensiero delle forze dell’ordine della capitale bavarese. Di diverso avviso, invece, Hermann Benker, presidente del sindacato di polizia del Land, che ha parlato di bufera “incomprensibile” in cui “si finge di ignorare che tra i poliziotti si faccia uso di questo gergo verbale”, dietro il quale “non c’è nulla”. Inoltre, ha rimarcato il sindacalista degli agenti, le vignette esprimo la frustrazione che vivono i poliziotti durante il loro lavoro, espressa in senso ironico. Hermann Benker ha infine parlato di libertà artistica da rispettare per quanto riguarda le caricature incriminate. I calendari, che sono stati distribuiti anche in altre realtà territoriali e che vengono pubblicati da sei anni, sono stati appesi in vari commissariati, anche se finora non è arrivato alcun ordine dal ministero dell’interno dello Stato bavarese, a parte la presa di posizione del responsabile delle forze dell’ordine della capitale Monaco di Baviera. Il capo dei sindacalisti Benker ha criticato anche il comportamento del ministero, che ha semplicemente chiesto una sensibilizzazione sul tema, e non ha impartito un chiaro ordine su cosa fare dei calendari.(Dari Ferri per "Giornalettismo.com")

MPS : PER LA PRIMA VOLTA DOPO GIORNI DI CORSA SOLITARIA, LA CANDIDATURA PROFUMO VIENE MESSA IN DISCUSSIONE DA UN’ALTERNATIVA PESANTE (E CREDIBILE)




29 Febbraio 2012


Per la sostituzione di Giuseppe Mussari al vertice di Montepaschi si fa strada Divo Gronchi. Il banchiere toscano, nato a Pisa 73 anni fa, in questo momento è l'unica alternativa concreta alla candidatura di Alessandro Profumo, prestigiosa ma secondo qualcuno anche ingombrante (per il futuro amministratore delegato, Fabrizio Viola) e troppo lontana dalla cultura del territorio senese.

Al nome dell'ex amministratore delegato di UniCredit, sponsorizzato dal fronte politico dei democratici locali (ala Pci-Pds-Ds), che attraverso sindaco e presidente della Provincia elegge 13 membri su 16 dell'organo d'indirizzo della Fondazione Monte dei Paschi, azionista di riferimento di Banca Mps, ma poco gradito al versante cattolico dello stesso Pd (a cominciare da Gabriello Mancini, presidente della Fondazione), nelle ultime settimane si è affiancato con sempre maggior forza quello di Gronchi, che a giudizio di molti potrebbe avere le caratteristiche per ricomporre il quadro.

Gronchi, attualmente direttore generale della Cassa di Risparmio di San Miniato, in provincia di Pisa, ha lavorato per 42 anni nel gruppo Montepaschi: prima in Banca Toscana, con Carlo Zini come punto di riferimento professionale e successivamente a Rocca Salimbeni, fino a occupare la poltrona di direttore generale di Banca Mps.

Ha lasciato Siena nel 2000 (all'arrivo di Vincenzo De Bustis) per passare alla guida della Popolare di Vicenza (fino al 2005), poi è stato al vertice della Banca popolare italiana (chiamato da Bankitalia per il risanamento del dopo-Fiorani) e dal 2007 nuovamente a Vicenza, come direttore generale e poi consigliere delegato. Dallo scorso ottobre è, appunto, a San Miniato.
Profumo e Gronchi sono due prime scelte.

Anche se molto diverse. Più giovane (ha 55 anni), manager di strategie e relazioni internazionali il primo; apprezzato ai massimi livelli in Italia e grande conoscitore del sistema bancario nazionale e del mondo Mps, il secondo. La scelta della Fondazione, che presenterà la lista di maggioranza per il rinnovo del consiglio d'amministrazione della banca (sei consiglieri su 12, compreso il presidente), maturerà nelle prossime settimane.

L'assemblea è fissata per il 27 aprile e il deposito delle liste deve avvenire entro il 2 dello
stesso mese. Ma è molto probabile che la decisione dipenderà anche dai nuovi assetti azionari in via di definizione proprio in queste ore.
Dalla deputazione (il consiglio d'amministrazione) di ieri non sono uscite novità.

La Fondazione punta a chiudere il tavolo di trattativa con le banche a cui deve 900 milioni, in modo da sbloccare le azioni Mps in pegno e cominciare a vendere il primo pacchetto di titoli (8% circa) a investitori privati, per poi scegliere uno o al massimo due fondi come partner stabili, a cui cedere un ulteriore 5-7%, con Clessidra in pole position, Equinox che si è candidato addirittura a prendere fino al 12%, e altri soggetti attualmente in fase di valutazione.

Il prossimo passaggio dovrebbe riguardare il via libera dei creditori alla Fondazione, che pensa di rimborsare subito almeno metà del debito (circa 4-500 milioni) e ristrutturare a medio termine il resto. Per questo l'ente senese sta cedendo le partecipazioni minori in portafoglio (con un incasso di 2-300 milioni) e si prepara a scendere dal 49 al 33,5-34% in Banca Mps.

Nei giorni scorsi ha anche scritto ai creditori (tra cui Jp Morgan, Credit Suisse e Mediobanca), chiedendo una definizione rapida del negoziato, in modo da sfruttare il buon momento del titolo in Borsa (ieri +2,8%). La futura governance del terzo gruppo bancario italiano uscirà da questo riassetto. Per la prima volta nella sua storia plurisecolare, il Montepaschi "prende le distanze" da Siena. Un passaggio difficile per la città. Motivo in più per non sbagliare la scelta del nuovo presidente.(Cesare Peruzzi per "Il Sole 24 Ore")

A SILVIO BERLUSCONI TOCCATEGLI TUTTO, MA NON LE TELEVISIONI..............




29 Febbraio 2012


A 75 anni l'emozione è un sentimento usurato. E il sottosegretario Massimo Vari, a un convegno su televisioni locali e riforme di governo, ha diluito le parole di circostanza: "Questa è la mia prima uscita pubblica con le deleghe per le Telecomunicazioni". Ormai il segreto non funzionava più, il ministro Corrado Passera (Sviluppo economico) ha sempre inviato il sottosegretario Vari ai complicati e infiniti incontri per cambiare un sistema televisivo che appare immodificabile.

All'annuncio inaspettato di Vari, un avvocato e magistrato di poche e concise dichiarazioni, qualcuno in platea si è guardato intorno per cercare uno sguardo di conforto, e poi riflettere: "A questo punto, potevano lasciare Paolo Romani - dice un editore di un gruppo televisivo importante - il fantasioso inventore del beauty contest", il concorso di bellezza che regalava le frequenze a Mediaset, momentaneamente congelato (non cancellato).

Massimo Vari, ex vicepresidente emerito della Corte Costituzionale, non si è mai occupato di televisioni, tralicci, canali, digitale terrestro o tecnologia analogica. Ma ha il curriculum giusto per la poltrona, secondo i parametri italici: sei anni fa era tra i favoriti di Forza Italia per la nomina al vertice di Agcom, l'Autorità garante per le Telecomunicazione distrutta in questi anni da inchieste e manipolazioni.

Tra i suoi innumerevoli incarichi, durante una carriera nei posti di potere in cui apparire conta quasi zero, Vari è stato consigliere di Stato per il Vaticano. Anche Giancarlo Innocenzi, considerato da molti un suo carico amico, godeva di ottimi uffici con la Chiesa (tant'è che a Roma abitava in una casa di Propaganda Fide, il braccio immobiliare del Vaticano, che affaccia su piazza San Pietro).

Vari e Innocenzi si sono conosciuti in Vaticano, potevano continuare il sodalizio all'Autorità, ma poi Silvio Berlusconi preferì Corrado Calabrò. Mentre Innocenzi, esattamente due anni fa, lasciò l'Agcom perché coinvolto nell'inchiesta di Trani in cui si svelava il sistema di pressioni del Cavaliere per chiudere Annozero, la trasmissione di Michele Santoro.

Quando Mario Monti e Corrado Passera l'hanno chiamato al ministero per lo Sviluppo economico, Vari aveva appena finito il suo servizio alla Corte dei Conti di Lussemburgo. Nessuno pensava, ma molti sospettavano, che il costituzionalista potesse avere un ruolo decisivo nella partita televisiva, quella che Berlusconi e i suoi collaboratori guardano con attenzione: mancava un pezzo del racconto, però.

Vari è l'uomo indicato dal Pdl per presidiare il ministero strategico di Passera, è amico di vecchia data di Gianni Letta e Fedele Confalonieri. A parte le relazioni pubbliche e private, Vari non ha competenze specifiche in materie televisive, eppure il Pdl ha insistito affinché Passera gli affidasse la delega.

Sarà una coincidenza del calendario governativo, ma nei prossimi mesi Passera e Monti dovranno decidere se riformare davvero la Rai oppure allestire l'ennesimo Consiglio di amministrazione emanazione dei partiti e, soprattutto, del Cavaliere.

Capitolo frequenze televisive: il beauty contest è stato fermato per tre mesi, tra qualche settimana il governo dovrà prendere una decisione definitiva. Ieri Vari si è presentato dagli agguerriti editori televisivi con un foglio di appunti ben scritti e ben studiati, ma prima si è voluto presentare: "Sono io il sottosegretario alle Telecomunicazioni".(Carlo Tecce per "Il Fatto Quotidiano")

LEONARD COHEN E CHUCK BERRY, I NOBEL DEL ROCK - I PRIMI CANTANTI A VINCERE IL PREMIO PEN SONG LYRICS PER L’ECCELLENZA LETTERARIA




29 Febbraio 2012


Salman Rushdie si è emozionato, abbandonandosi a toccanti aneddoti personali. Bob Dylan ha inviato una lunga email, insolitamente ossequiosa. Keith Richards e Elvis Costello hanno cantato mentre Paul Simon e Caroline Kennedy si sono prestati come maestri delle cerimonie nella sala gremita di scrittori quali Bill Flanagan, Tom Perrotta e Peter Guralnick.

Durante la cerimonia svoltasi domenica scorsa alla John F. Kennedy Library di Boston, il settantasettenne Leonard Cohen e l'ottantacinquenne Chuck Berry sono stati i primi cantanti a ricevere il nuovo premio instituito dal Pen New England per riconoscere l'eccellenza letteraria dei testi musicali. «Nel corso di gran parte della nostra storia, la letteratura è stata cantata», ha spiegato il presidente del Pen Richard Hoffman, mentre sullo sfondo del palcoscenico affiorava la gigantografia digitale di una cetra.

In realtà, anche se i legami tra letteratura e musica si possono considerare certamente antichissimi (per i Greci era la mousiké, la poesia cantata, mentre nel Convivio lo stesso Dante Alighieri elevava la canzone a forma poetica per eccellenza) la distinzione dei due generi artistici non è mai stata tanto forte come oggi. Nonostante autori quali Kerouac e Ginsberg abbiano dichiarato di essersi «ispirati al ritmo del jazz» e musicisti come Bob Dylan, Jim Morrison, Patti Smith e John Lennon siano considerati più poeti che cantanti.

La decisione di istituire il Pen Song Lyrics of Literary Excellence Award risale allo scorso anno, quando la filiale nordamericana della più antica organizzazione internazionale di letterati ha riunito un gruppo di esperti - tra cui Rushdie, Smokey Robinson e il poeta Paul Muldoon - chiedendo loro di scegliere i vincitori del nuovo premio.

Per chi, come Salman Rushdie, è cresciuto ascoltando Leonard Cohen («una delle mie grandi influenze letterarie») si tratta di «un riconoscimento tardivo». «Quando frequentavo l'università a Cambridge, in Inghilterra, fu proprio Cohen a insegnarmi cosa volesse dire essere adulti», ha spiegato l'autore dei Versi Satanici.

«Se potessi scrivere come lui, lo farei», ha aggiunto lo scrittore di origine indiana ed ex presidente del Pen club, citando alcune strofe della celeberrima canzone di Leonard Cohen, composta nel 1969, «Bird on the Wire»: «Come un uccello sul filo/ Come un ubriaco in un coro di mezzanotte/ Ho cercato a modo mio di essere libero/ Come un verme sull'amo/ Come un cavaliere in qualche libro antico e fuori moda/ Ho conservato i miei brandelli per te».

Ma se la sua prima raccolta di poesia Let Us Compare Mythologies risale ormai al lontano 1956, a detta del cantautore canadese, «il migliore di tutti resta Chuck Berry», che Cohen ha paragonato al grande poeta Walt Whitman. «Senza il suo Roll Over Beethoven», ha affermato, «non ci sarebbe spazio, oggi, per noi. Che siamo comunque solo una nota a pie' di pagina di fronte alle sue parole».

Come abbia fatto questo nipote di poverissimi schiavi del Sud con alle spalle vari arresti (tra cui uno per rapina a mano armata) a ispirare intere generazioni di scrittori e cantautori è forse la testimonianza più pura della magia inarrestabile della musica. John Lennon definì Chuck Berry «uno dei più grandi poeti americani», aggiungendo che «se si volesse dare un altro nome al rock and roll, si dovrebbe usare quello dell'artista».

Ne sa qualcosa Bob Dylan, perenne candidato al Premio Nobel per la letteratura, che nel single del 1965, «Subterranean Homesick Blues», ha confessato di essersi ispirato a «Too Much Monkey Business» di Berry.

«Congratulazioni Chuck, lo Shakespeare del rock and roll», recita l'entusiastica lettera inviata dal menestrello di Duluth, «e congratulazioni a Leonard, il Kafka del blues», prosegue. «Il primo - conclude - ha scritto il libro con la "L" maiuscola, mentre il secondo lo sta ancora scrivendo».(Alessandra Farkas per il "Corriere della Sera")

SCANDALOSO : I RESTI DI ALCUNE VITTIME DEGLI ATTENTATI DELL’11 SETTEMBRE SAREBBERO STATI SMALTITI IN UNA DISCARICA


29 Febbraio 2012


PEGGIO DI BIN LADEN - I RESTI DI ALCUNE VITTIME DEGLI ATTENTATI DELL’11 SETTEMBRE SAREBBERO STATI SMALTITI IN UNA DISCARICA - SI TRATTEREBBE DI PARTI DI CADAVERI NON IDENTIFICATI DOPO L’ATTACCO AL PENTAGONO E LO SCHIANTO DELL’AEREO IN PENNSYLVANIA - LA BASE MILITARE DI DOVER, DOV’È LA CAMERA MORTUARIA DELLO SCANDALO, NON È NUOVA A EPISODI DEL GENERE: GIÀ NEL 2005 UN’INCHIESTA INTERNA EVIDENZIÒ CHE LA PRATICA “USA E GETTA” ERA MOLTO DIFFUSA...


Stando a una ricerca indipendente presentata ieri al Pentagono, alcuni resti di vittime degli attentati dell'11 settembre, che erano tenuti in custodia presso la camera mortuaria della base aerea di Dover, sarebbero stati inceneriti e successivamente smaltiti in una discarica.

Si sarebbe trattato, secondo il rapporto, di diverse parti di cadaveri che non era stato possibile identificare dopo l'attacco al Pentagono e lo schianto di un aereo a Shanksville, in Pennsylvania. I resti sarebbero quindi stati cremati e messi in alcuni contenitori per rifiuti biologici, prima di essere smaltiti in una discarica.

Una rivelazione che ha suscitato grande scalpore negli Stati Uniti, perché riapre le ferite del tremendo attentato subito dall'America nel 2001. Ma non solo. Questa non è l'unica ragione per cui, a rimanere sconvolti, sono stati gli stessi vertici della Difesa statunitense.

La base di Dover, terreno sacro per l'esercito, nonché punto di raccolta dei caduti in guerra e, in casi di catastrofi di eccezionali dimensioni (come nel caso dell'11 settembre), anche dei civili, non è infatti nuova a episodi del genere. Già in passato si era parlato di scandali riguardo il trattamento riservato ai corpi dei caduti in guerra nella camera mortuaria all'interno della base militare.

Nel 2009 furono persi i cadaveri di due membri dell'esercito, mentre nel 2005 ci fu un'inchiesta interna proprio perché risultava che alcuni resti umani erano stati smaltiti nelle discariche. Pare che questa agghiacciante pratica fosse largamente utilizzata, tant'è che, dopo che la cosa fu resa pubblica, i corpi furono messi in urne oppure sepolti in mare.

Insomma, quella emersa ieri è una situazione che anche chi lavorava nella struttura conosceva da tempo. Nonostante questo, i responsabili non sono stati ancora adeguatamente puniti.(Da "The New York Times" http://nyti.ms/w80Ao0)

ARRESTATO ALL’AEROPORTO DEL CAIRO SAIF AL ADEL, PER MOLTI IL NUMERO DUE DI AL QUAEDA CHE DOVEVA PRENDERE IL POSTO DI BIN LADEN


29 Febbraio 2012


Il successore di Osama bin Laden alla guida di al-Qaeda non sarebbe il numero due Ayman al-Zawahiri, ma Saif al-Adel. Anche lui un egiziano, Al-Adel - noto anche come Muhamad Ibrahim Makkawi - sarebbe stato scelto dai jihadisti. A dirlo è la Cnn, che cita come fonte Noman Benotman, vicino alla leadership di al-Qaeda da circa 20 anni. La notizia, tuttavia, non è al momento stata confermata da altre fonti e solleva le obiezioni degli scettici.

In primo luogo, come sottolinea lo stesso Benotman, non si tratta della decisione formale presa dal Consiglio di al-Qaeda. Per i membri della shura, infatti, al momento non è possibile riunirsi in un unico posto. Piuttosto si tratterebbe di una scelta fatta da sei o otto leader della rete terroristica, che si sarebbero incontrati al confine tra Afghanistan e Pakistan. La fonte della Cnn avrebbe appreso la notizia consultando personalmente alcuni militanti e i forum della jihad.

In secondo luogo, secondo Benotman, la scelta di un egiziano potrebbe provocare lo scontento dei membri yemeniti e sauditi di al-Qaeda, secondo i quali il successore di Bin Laden dovrebbe provenire dalla penisola arabica, considerata sacra da tutti i musulmani. D'altra parte la nomina ad interim di una guida egiziana potrebbe anche essere un modo per sondare il terreno e capire se un capo esterno alla penisola arabica possa funzionare.

Saif al-Adel ha da tempo un ruolo di rilievo all'interno della rete del terrore, ha combattuto negli anni '80 contro l'invasione dell'Afghanistan da parte dei sovietici ed è scappato in Iran dopo la caduta dei talebani nel 2001. Secondo alcuni, poi, al-Adel sarebbe scappato dall'Iran in Pakistan. La fonte della Cnn, Noman Benotman, è stato a capo del Libyan Islamic Fighting Group (Lifg), un tempo gruppo militante allineato con al-Qaeda, ma recentemente discostatosi dall'ideologia della rete terroristica.(LaPresse/AP)

Politica, puntare sui giovani per espugnare il fortino della casta


29 Febbraio 2012


Lo dicono tutti i sondaggi: la fiducia nei partiti non ha mai toccato un punto così basso. Conseguenza di un sistema che si perpetua per cooptazione e che, grazie a una pessima legge elettorale, premia non chi raccoglie consenso ma chi si lega meglio al leader di turno



La fiducia nei partiti mai così bassa. La percezione diffusa di una casta che si autotutela, che persevera in modo indiscriminato mantenendo un solo obiettivo: continuare a occupare le istituzioni. Politica e società, quasi due stanze chiuse, che non comunicano, reciprocamente impermeabili. E chi fa politica è "solo un arrivista", "un cooptato", "è lì per farsi gli affari suoi". L'unico merito da acquisire è quello della fedeltà al leader di turno. Scorie attive del berlusconismo. Un sistema che perde credibilità giorno dopo giorno. Dallo scandalo Lusi al mancato avvio dell'iter di modifica della legge elettorale. C'è ancora spazio per la passione nel sistema politico italiano? O contano solo i soldi, gli agganci giusti, l'essere figli-di?

Fausto Raciti è il segretario nazionale dei Giovani Democratici, la giovanile del Pd. Ventisette anni, metà dei quali passati a fare politica. Lo incontriamo a Roma. Nel suo studio le foto di Bruno Trentin ed Enrico Berlinguer. "Ho iniziato come militante nella mia città, Acireale, dove il mio partito, i Democratici di Sinistra, aveva il 4,6 per cento. Sono diventato segretario del mio circolo e ho lavorato molto con gli studenti". Poi il trasferimento a Roma, per "organizzare il movimento studentesco a livello nazionale". A ventidue anni, Raciti è eletto segretario nazionale della Sinistra Giovanile. Cooptato? "Ho conosciuto Fassino qualche giorno prima della mia elezione. Mi hanno eletto i ragazzi".

Ma non sempre è così. "Farsi strada è difficile, non neghiamolo, la cooptazione esiste. Ed è un meccanismo reso ancora più pervasivo dalla legge elettorale vigente". Ovvero da un un sistema che spazza via i meriti, che premia il correntismo, i nuclei di fedelissimi stretti intorno ai rappresentanti nazionali. E, spesso, "quella della contendibilità è solo una maschera che nasconde una continua misurazione del peso delle varie correnti", continua Raciti. "I partiti sono sempre più oligarchie. Basta pensare a come Angelino Alfano è diventato segretario del Popolo delle Libertà. Acclamato, nominato. Puro medioevo".

Il punto è "consentire a tutti di poter fare politica. Basterebbe dare applicazione all'articolo 49 della Costituzione". Il rischio è grande. E in parte è già in atto: "La politica diventa un hobby per benestanti, uno spazio a disposizione solo di chi se lo può permettere. Paradossalmente, basta nascere nel quartiere 'sbagliato' e si è quasi automaticamente tagliati fuori". E se si alza lo sguardo all'Italia, la condizione per i giovani risulta critica: "Come possiamo parlare di meritocrazia se il nostro Paese è afflitto dalla piaga della precarietà? Con l'organizzazione del lavoro vigente le capacità sono naturalmente disincentivate. Contano altri fattori. Alla bravura e al talento viene anteposta la pura e semplice sopravvivenza".

In Sinistra Ecologia e Libertà, Marco Furfaro, trentadue anni, ricopre il ruolo di responsabile per le politiche giovanili e i movimenti. Anche qui, l'inizio è nel movimento studentesco, a Firenze. Anni di mobilitazioni, poi, dopo la laurea, "sono stato in Bosnia e poi al Parlamento Europeo dove ho fatto una selezione per curriculum e ho lavorato con l'onorevole Guidoni". Poi un concorso, vinto, alla Commissione Europea. "Ma la passione politica è stata più forte. Ho rinunciato a Bruxelles e sono arrivato a Roma. Sono con Sinistra Ecologia e Libertà sin dall'inizio. Ero un signor nessuno, non avevo pacchetti di voti. Mi sono guadagnato, grazie al mio impegno, il ruolo di portavoce del partito per Roma e per il Lazio".

E proprio il partito di Vendola risulta, per Furfaro, un luogo politico dove vige un certo regime meritocratico. "Nel mio partito non ci sono soldi, non ci sono posti in Parlamento. E i giovani sono tantissimi". Proprio questo consente "di utilizzare il loro punto di vista sulla società. Perché non contano le tessere, ma conta quello che fai nel partito". L'ostacolo maggiore al ricambio delle classi dirigenti, "il Porcellum, una legge elettorale vergognosa". Ma il problema è sostanziale, continua Furfaro, "riguarda la cultura politica: ogni legge elettorale dovrebbe essere utilizzata in modo virtuoso dai partiti. Mettendo al centro valutazioni sul futuro e non la soddisfazione di piccoli agglomerati di potere".(Valeria Fraschetti e Carmine Saviano per "La Repubblica.it")

Clientele, nepotismi, spintarelle La legge del più bravo non decolla


29 Febbraio 2012


La crociata anti-fannulloni promessa dal ministro Brunetta nel settore pubblico è rimasta al palo: i premi di merito sono rinviati causa crisi e i sindacati hanno ottenuto l'azzeramento delle sanzioni ai dirigenti inefficienti. Ma al di là delle ragioni tecniche, pesa un ritardo culturale: il 60 per cento degli italiani pensa che tutti dovrebbero guadagnare allo stesso modo



Comincia tutto con la crociata anti-fannulloni. Maggio 2008, Roma, conferenza stampa del neo ministro Renato Brunetta. Il professore tuona: "Via ai licenziamenti anche nella pubblica amministrazione". E viene giù il diluvio. Applausi e critiche, favorevoli e contrari. L'incoraggiamento del centrodestra e i sindacati che alzano barricate. Ma tant'è. Il tema torna al centro del discorso pubblico, ancora una volta. All'Italia serve una cura: la meritocrazia. Ne va dello sviluppo, della crescita economica, del futuro stesso del Paese. E se quella sui "fannulloni" è solo la battaglia iniziale, la guerra si conclude - o così sembra - un anno dopo. Settembre 2009: il Parlamento licenzia la riforma del professore ministro. E dove non poterono le masse, poté Brunetta: "E' una rivoluzione. Questa legge cambierà la vita degli italiani". Niente di più lontano dalla realtà.

I vizi sono ancora tutti qui. Clientelismo e affini, familismo amorale e non, ogni forma possibile di nepotismo. E poi cooptazioni, raccomandazioni, segnalazioni più o meno abusive. Perché nell'Italia del 2012, tra le montagne russe dello spread e l'economia reale in sofferenza, la meritocrazia sembra, semplicemente, non pervenuta. Uffici del Senato: sommerso tra atti e un'agenda in costante evoluzione, il senatore Pietro Ichino affronta la questione in maniche di camicia: "Il settore pubblico è ancora in gran parte sottratto a quella verifica di efficienza che è data, per le aziende private, dall'operare nel mercato". Il punto è "introdurre anche nelle pubbliche amministrazioni degli elementi di mercato, di concorrenza. E introdurre la misurazione delle performance dei servizi forniti". Questi sulla carta erano anche gli obiettivi della riforma Brunetta. L'incompiuta.

Peccato infatti che, dopo averla emanata, il governo Berlusconi l'abbia praticamente depotenziata. I premi di merito restano, perlopiù, lettera morta. Rinviati causa crisi. Perché con il blocco per legge della contrattazione collettiva (decreto legge 78/2010) è rimandata anche l'entrata in vigore del nuovo sistema di incentivi individuali. Ovvero, uno dei punti cruciali per aprire le porte degli enti pubblici al merito, mandando in soffitta la consuetudine di distribuire premi a pioggia. Un'abitudine cattiva e, ovviamente, diffusa. Infatti, secondo un'analisi del professore della Bocconi Giovanni Valotti, il 95 per cento dei dipendenti pubblici ha una valutazione che in una scala 1 a 100, supera il 90. Tutti bravi, insomma. E lo stallo non finisce qui. Dopo la carota, addio anche al bastone. Con l'intesa del 4 febbraio 2011 tra governo e Cisl e Uil, le sanzioni ai dirigenti che non raggiungono gli obiettivi prefissati vengono azzerate. Tutti bravi, nessun responsabile, quindi. Come se non bastasse, il caso Civit. La commissione "indipendente" partorita da Brunetta per monitorare la valutazione, la trasparenza e l'integrità delle pubblica amministrazione appena insediata finisce - tra accuse di conflitti d'interessi e consulenze discutibili - travolta dalle polemiche.

Ma se le difficoltà tecniche sono presumibilmente superabili, la questione è più profonda. Culturale. Ha a che fare con il rapporto degli italiani con il mondo del lavoro tout court. A parole siamo tutti per il merito. Le valutazioni? Solo in base alle nostre competenze. Le promozioni? Solo se assegnate in base ai risultati. Ma è davvero così? I dati raccontano di un'altra Italia. Secondo il World Value Survey, che fotografa lo stato morale e socio-culturale delle nazioni, "il 60 per cento degli italiani ritiene che tutti dovrebbero guadagnare allo stesso modo". Nei meritocratici Stati Uniti, all'opposto, il 90 per cento della popolazione ritiene che le persone dotate di maggiori abilità debbano guadagnare di più. Una differenza di forma mentis che trova riscontro anche in busta paga. In media nel pubblico impiego solo l'otto per cento è variabile, quindi legato al raggiungimento degli obiettivi. Mentre nei Paesi anglosassoni, a fronte di una media poco più alta (dieci per cento), si raggiungono però picchi che arrivano al trenta per cento. Del resto, a Londra e dintorni non vige quella tendenza all'appiattimento salariale che opera in Italia. Da noi, esempio tra i tanti, i presidi delle scuole superiori sono quasi inamovibili. In Gran Bretagna vengono licenziati se non sono all'altezza degli obiettivi stabiliti.

Tuttavia, il mercato non è la panacea al mal di merito. Il privato, almeno in Italia, non è del tutto esente da certi vizi del pubblico impiego. Clientelismo e nepotismo sono anche qui. A volte, persino in forma contrattualizzata. Come nel caso delle banche, ben disposte negli ultimi anni a firmare accordi sindacali per incentivare gli esuberi che prevedono vie preferenziali per l'assunzione dei figli. Posti di lavoro in eredità insomma. Una pratica che ha riguardato, tra le altre, Banca Intesa, Unicredit, Bpm e che alla Cgil Fisac "promettono di combattere", come assicura Agostino Megale. E quando gli accordi non ci sono, la famiglia resta comunque il più affidabile ufficio di collocamento per molti aspiranti colletti bianchi. Secondo uno studio Isfol, cinque lavoratori su dieci trovano lavoro grazie a parenti e amici. Una repubblica fondata sulla spintarella.

La differenza col pubblico, però, è che i fannulloni in azienda non fanno molta strada. Per fare carriera competenza, merito, valutazione dei risultati contano eccome. Una cartina di tornasole delle diversità con il pubblico è data proprio dalla distribuzione degli incentivi legati alla produttività. I premi a pioggia semplicemente non esistono, se non altro perché l'impresa non può permetterseli. Pena la perdita di competitività sul mercato. Si premia meno, ma meglio. Basta guardare l'incidenza media della retribuzione legata al merito: del quindici per cento per i manager delle aziende; dell'otto per cento per i dirigenti statali. Ovvero: chi macina risultati nel privato arriva a essere premiato due volte di più che nel pubblico.(Valeria Fraschietti e Carmine Saviano per "La Repubblica.it")

Veltroni litiga con Vendola: «Io di destra? Inaccettabile, mi chieda scusa». Duello nel centrosinistra tra L'ex segretario pd e il leader di sel



29 Febbraio 2012


D'Alema e Bindi intervengono in difesa del compagno di partito


ROMA - «Non sono un tipo da facili arrabbiature, ma ci sono cose che non tollero...». Era da tempo che a sinistra non si sentiva il vecchio adagio di Pietro Nenni, «c'è sempre uno più puro che ti epura». Walter Veltroni lo ha intonato con altre parole, ma il senso è quello. L'ex segretario, che dal 2009 non parlava in conferenza stampa perché convinto di «non averne titolo», ha chiamato i cronisti parlamentari nella saletta della Camera per respingere, con «dispiacere e sorpresa», i giudizi di Nichi Vendola. Accuse che bruciano, perché provengono dalla stessa famiglia politica.

Per via delle sue idee riformiste sull'articolo 18, il leader di Sel lo ha bollato come interprete di una «destra colta e con il loden». Un giudizio sferzante, che l'interessato non poteva lasciar cadere senza una richiesta ufficiale di pentimento: «Le scuse di Nichi? Sì, sarebbero gradite». Per uno che non ha mai cambiato bandiera e che può scandire senza imbarazzo «sinistra è la parola della mia vita», la verità andava ripristinata. A costo di sfidare il sarcasmo dei social network e stimolare reazioni acide da parte degli alleati di un tempo. «Nella vita ne ho visti di maestri salire in cattedra, maoisti o filosovietici che pensavano di essere più a sinistra degli altri - si è sfogato Veltroni, rispedendo al mittente i giudizi «verbalmente violenti e cinici» di Vendola -.

Il vecchio vizio di attribuire l'etichetta di traditore o nemico a chi non la pensa come te, è pericoloso e inaccettabile». Tra i dirigenti di Sel, dove la reazione di Veltroni è stata accolta con malcelata soddisfazione, la lettura prevalente è che l'ex leader del Pd abbia «strumentalizzato Vendola per aprire in anticipo il congresso del suo partito». In realtà Veltroni non ha parlato di future alleanze ed è stato bene attento a non tirare in causa Bersani. Anzi, ha sottolineato come la sua posizione sul lavoro sia «quella del Pd» e ha detto di voler contestare non solo la frase sulla destra in loden, ma anche quel che lui pensa ci sia dietro: «Spero sia un incidente e che Vendola abbia la bontà di dire che, essendo cresciuti insieme e sapendo quel che ho fatto nella mia vita, queste parole gli siano sfuggite». E se invece Nichi ritenesse davvero che Walter abbia una posizione di destra? «Diventerebbe un problema politico, da discutere seriamente».

Che il problema sia politico lo confermano il livello e il tono delle prese di posizione. Massimo D'Alema, per una volta, difende l'ex segretario: «Certamente Veltroni non è di destra». E Rosy Bindi avverte: «Non si possono fare caricature del dibattito interno al Pd e delle posizioni dei suoi dirigenti». Per Veltroni la sinistra «non è un posto dove guardarsi in cagnesco» e lui, promette, non porterà rancore. Eppure la coda velenosa di questo scontro tra ex amici rischia di allungarsi ancora. Il presidente della direzione di Sel, Fabio Mussi, sospetta che Veltroni abbia «voluto parlare a nuora» e gli consiglia di «far riposare Lama, Trentin, Berlinguer e gli altri esponenti storici della sinistra». Figure simbolo, alle quali Veltroni ha fatto riferimento per ricordare come «certi rivoluzionari» nutrano odio per i riformisti. «Siamo alla demonizzazione e alla scomunica - prova a voltare pagina il veltroniano Walter Verini -. Un metodo che tanti guai ha provocato alla sinistra».(Monica Guerzoni per "Corriere.it"9

Quelli che rinunciano alle superauto .«Spie per il fisco». Svendute all' Est 800 Porsche al mese


29 Febbraio 2012


Cedute a chi porta in Italia badanti: le richieste più forti da Moldavia, Ucraina ma anche Polonia e Sud America


MILANO - «Ascolta Lorenzo, fammi una cortesia. Voglio sbarazzarmi della Range che mi hai venduto. Mandami a casa uno dei tuoi con una targa-prova e riprendetevela. Non ve la porto io perché ho paura che mi fermino per un controllo».
Ecco, è andata più o meno così la telefonata, una delle tante ultimamente, tra Lorenzo Schiatti, concessionario Land Rover e Jaguar di Reggio Emilia, e uno dei suoi ricchi clienti. «Aveva paura di fare anche solo dieci chilometri dalla sua abitazione fino a qui - spiega Schiatti -. Temeva di incontrare un posto di blocco della Finanza».

Quella Range è già partita. Ora è in Moldavia, in Polonia o in Ucraina, chissà. Caricata su un rimorchio e portata via da uno dei tanti commercianti (o improvvisati tali) stranieri che hanno fiutato il business a distanza e sono diventati pendolari dell'usato di lusso.
«Chi, come me, percorre tutti i giorni l'autostrada Milano-Venezia - racconta Gianni Oliosi, direttore della comunicazione di Bmw Italia - vede decine di furgoni ai quali è attaccato un piccolo rimorchio. Arrivano dall'Est carichi di badanti e poi ripartono trainando auto usate, naturalmente tutte pregiatissime. Lo scarico (di donne) e carico (di vetture) di solito si svolge nel fine settimana».

Il fenomeno è giovane. L'esportazione di grandi Suv, sportive e ammiraglie di seconda mano ha avuto un'impennata negli ultimi tre mesi. «Stiamo cercando di monitorare la situazione - dice Sirio Tardella, direttore del centro studi Unrae, l'associazione che raggruppa in Italia i costruttori esteri -. Non abbiamo ancora dati definitivi, perché è difficilissimo quantificare, ma da una prima proiezione si parla di migliaia di auto al mese che lasciano l'Italia per un giro d'affari milionario».
«Noi invece i dati, purtroppo, li abbiamo precisi - spiega Loris Casadei, direttore generale di Porsche Italia -. Eccoli: fino al 2011 lasciavano l'Italia per l'estero 60 Porsche usate alla settimana. Dall'introduzione del superbollo, a dicembre, sono diventate 120. Poi sono arrivati i brutali controlli della Finanza e in gennaio abbiamo registrato la partenza di 200 vetture ogni sette giorni!».

D'altra parte in Italia queste macchine usate non avrebbero mercato adesso. Il superbollo (in qualche caso la cifra che si paga è addirittura superiore al valore dell'auto) e il rischio di essere fermati dalle Fiamme Gialle obbliga anche gli automobilisti più facoltosi, ma non del tutto in regola con il fisco, a puntare su vetture che abbiano costi di gestione accessibili e diano meno nell'occhio. Risultato: un'auto usata che vale 40 mila euro finisce in mani straniere anche per soli 25, 30 mila euro.

«È così. Ed è logico che noi ne approfittiamo. Il momento è magico e in tutta Europa il passaparola è stato immediato». Pasquale Maione vive a Monaco di Baviera e da 32 anni compra auto usate in Italia. Le rivende in Germania, Austria (le migliori) oppure all'Est (quelle con molti chilometri) o addirittura in Sudamerica («Dove ho piazzato a 50 mila dollari una Mercedes comprata in Italia per 20 mila euro»). La sua attività in questo periodo è frenetica. Una gara quotidiana per battere la concorrenza moldava, polacca, ucraina e ceca (quella che esporta badanti e importa bolidi, per intenderci). «Abbiamo il vantaggio di venire in Italia e fare noi il prezzo, altrimenti quelle belle macchine resterebbero invendute continuando inevitabilmente a perdere valore giorno dopo giorno. Conosco bene la situazione perché lavoro anche attraverso Internet e compro da privati. Tra loro sono tanti quelli che vendono per paura dei controlli, me lo confessano quando mi metto in contatto per trattare. E allora se chiedono 80, offro 60. Tanto poi alla fine la spunto sempre. Solo che ora in Italia c'è un problema. Io ho sempre pagato in contanti. Trattavo al telefono e poi mandavo un mio uomo giù con i soldi. Adesso la legge che impone di non poter spendere in contanti più di 999 euro complica tutto. Soluzioni? Bonifici bancari. Ma succede anche che qualcuno di noi consegni la cifra intera al venditore e poi questo la depositi in piccole parti nei giorni successivi. Le auto più richieste? I Suv di lusso soprattutto: Bmw X5, Porsche Cayenne, Mercedes ML. Ma anche Ferrari. Io ne tratto molte in questo periodo».

«Non c'è da stupirsi - dice Filippo Pavan Bernacchi, presidente di Federauto, l'associazione di categoria dei concessionari -. Purtroppo possedere auto di lusso ormai sembra essere quasi un reato. Commercianti organizzati e battitori liberi fanno il bello e brutto tempo. Un gioco facile viste le condizioni in cui si trovano oggi i concessionari italiani, strangolati dalla crisi. Intendiamoci, si tratta di un commercio in buona parte alla luce del sole, anche se nelle regioni dove l'applicazione delle leggi non è mai rigorosa i grossi pagamenti cash non sono un problema nonostante la legge li vieti. Resta il fatto che si conclude la vendita, l'auto parte ma spesso, a destinazione, ha molti meno chilometri sulle spalle di quanti ne avesse alla partenza. All'Est sono abilissimi in queste magie».

E sono abilissimi anche nei trasporti. Non solo bisarche e rimorchi. Molte vetture finiscono oltre confine guidate da autisti improvvisati, di solito un paio, che all'andata, pigiati sul furgone con le badanti, sognano già il viaggio di ritorno al volante di una Porsche o di una Jaguar.
Nell'altra Europa, quella per cui il fisco non è ancora un problema, c'è chi li aspetta al confine con i contanti in mano.(Maurizio Donelli per "Corriere.it")

Sulla tv decidono ancora gli amici di Berlusconi: Passera delega Massimo Vari


29 Febbraio 2012


Il ministro dello Sviluppo economico sceglie di affidare la delega per le Telecomunicazioni all'uomo che il Pdl indicò proprio per guidare il dicastero. Non ha competenze specifiche nel settore, ma è amico di vecchia data di Letta e Confalonieri. Sorpresa tra gli editori televisivi: "A questo punto potevano lasciare l'incarico a Romani..."


A 75 anni l’emozione è un sentimento usurato. E il sottosegretario Massimo Vari, a un convegno su televisioni locali e riforme di governo, ha diluito le parole di circostanza: “Questa è la mia prima uscita pubblica con le deleghe per le Telecomunicazioni”. Ormai il segreto non funzionava più, il ministro Corrado Passera (Sviluppo economico) ha sempre inviato il sottosegretario Vari ai complicati e infiniti incontri per cambiare un sistema televisivo che appare immodificabile.

All’annuncio inaspettato di Vari, un avvocato e magistrato di poche e concise dichiarazioni, qualcuno in platea si è guardato intorno per cercare uno sguardo di conforto, e poi riflettere: “A questo punto, potevano lasciare Paolo Romani – dice un editore di un gruppo televisivo importante – il fantasioso inventore del beauty contest”, il concorso di bellezza che regalava le frequenze a Mediaset, momentaneamente congelato (non cancellato). Massimo Vari, ex vicepresidente emerito della Corte Costituzionale, non si è mai occupato di televisioni, tralicci, canali, digitale terrestro o tecnologia analogica. Ma ha il curriculum giusto per la poltrona, secondo i parametri italici: sei anni fa era tra i favoriti di Forza Italia per la nomina al vertice di Agcom, l’Autorità garante per le Telecomunicazione distrutta in questi anni da inchieste e manipolazioni.

Tra i suoi innumerevoli incarichi, durante una carriera nei posti di potere in cui apparire conta quasi zero, Vari è stato consigliere di Stato per il Vaticano. Anche Giancarlo Innocenzi, considerato da molti un suo carico amico, godeva di ottimi uffici con la Chiesa (tant’è che a Roma abitava in una casa di Propaganda Fide, il braccio immobiliare del Vaticano, che affaccia su piazza San Pietro). Vari e Innocenzi si sono conosciuti in Vaticano, potevano continuare il sodalizio all’Autorità, ma poi Silvio Berlusconi preferì Corra-do Calabrò. Mentre Innocenzi, esattamente due anni fa, lasciò l’Agcom perché coinvolto nell’inchiesta di Trani in cui si svelava il sistema di pressioni del Cavaliere per chiudere Annozero, la trasmissione di Michele Santoro.

Quando Mario Monti e Corrado Passera l’hanno chiamato al ministero per lo Sviluppo economico, Vari aveva appena finito il suo servizio alla Corte dei Conti di Lussemburgo. Nessuno pensava, ma molti sospettavano, che il costituzionalista potesse avere un ruolo decisivo nella partita televisiva, quella che Berlusconi e i suoi collaboratori guardano con attenzione: mancava un pezzo del racconto, però. Vari è l’uomo indicato dal Pdl per presidiare il ministero strategico di Passera, è amico di vecchia data di Gianni Letta e Fedele Confalonieri. A parte le relazioni pubbliche e private, Vari non ha competenze specifiche in materie televisive, eppure il Pdl ha insistito affinché Passera gli affidasse la delega. Sarà una coincidenza del calendario governativo, ma nei prossimi mesi Passera e Monti dovranno decidere se riformare davvero la Rai oppure allestire l’ennesimo Consiglio di amministrazione emanazione dei partiti e, soprattutto, del Cavaliere. Capitolo frequenze televisive: il beauty contest è stato fermato per tre mesi, tra qualche settimana il governo dovrà prendere una decisione definitiva. Ieri Vari si è presentato dagli agguerriti editori televisivi con un foglio di appunti ben scritti e ben studiati, ma prima si è voluto presentare: “Sono io il sottosegretario alle Telecomunicazioni”.(Carlo Tecce per "Il Fatto Quotidiano")