yYAXssKCQaUWZcXZ79RJTBLvo-c;SfREtjZ9NYeQnnVMC-CsZ9qN6L0 Finance, Economics, Globus, Brokers, Banks, Collateral-Oriano Mattei: dicembre 2012

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lunedì 31 dicembre 2012

L’anno nero di Napolitano. Dalla (sfumata) legge elettorale al “boomerang” Monti . Il presidente della Repubblica aveva iniziato il 2012 con tutti gli onori, dopo il "capolavoro politico" che aveva portato il professore a palazzo Chigi, blindandolo con la carica di senatore a vita per tenerlo a distanza dalle lusinghe della politica. Ma, alla fine, non è andata così. Il Capo dello Stato ha dovuto incassare anche la sconfitta politica del mancato cambiamento del Porcellum. Oltre allo smacco personale per le telefonate con Mancino, indagato nell'inchiesta sulla Trattativa


L’anno nero di Napolitano. Dalla (sfumata) legge elettorale al “boomerang” Monti
Un boomerang chiamato Mario Monti - “È giunto il momento della prova, il momento del massimo senso di responsabilità. Non è tempo di rivalse faziose né di sterili recriminazioni. È ora di ristabilire un clima di maggiore serenità e reciproco rispetto. Operiamo tutti, nei prossimi mesi, per il bene comune, facendo uscire il paese dalla fase più acuta della crisi finanziaria. Questo, credo, è ciò che l’Italia si augura”. Era il 13 novembre del 2011. Silvio Berlusconi aveva appena lasciato, dimissionario, il Quirinale e a Mario Monti era stato appena conferito l’incarico di formare un nuovo esecutivo tecnico di emergenza nazionale. Napolitano, autore del progetto del cambio della guardia “morbido” a palazzo Chigi è stato acclamato per giorni come “re Giorgio”, colui che aveva chiuso di botto il ventennio berlusconiano senza che alcun trauma visibile potesse scuotere i mercati internazionali assetati di “sangue” nazionale. Un capolavoro d’astuzia, si disse. E anche una conoscenza profonda dei dettami costituzionali, sfruttate in modo forse inconsueto, ma in modo da fargli centrare l’obiettivo previsto.
Il “capolavoro”, soprattutto, consisteva nell’aver “blindato” la figura di Monti con la carica disenatore a vita in modo da tenerlo a distanza dalle lusinghe e dai trabocchetti della politica. E consentirgli di portare a termine il suo compito senza avere l’assillo di doversi misurare con gli elettori e le urne. Poi, però, Monti ha cominciato a mostrare debolezze e altre fragilità. Ha messo a segno alcuni provvedimenti molto discussi come la legge sul lavoro e quella sulle pensionimentre ancora gli “osanna” sulla sua nomina erano messaggi quotidiani al popolo elettore. Napolitano, all’inizio, ha retto il gioco. E la consuetudine con Monti, nonostante qualche piccolo screzio, è proseguita feconda fino al mese scorso, quando la vanità e le pressioni internazionali (quelle del Ppe, soprattutto) hanno reso evidente a Napolitano l’errore commesso. “Mi trovo a dover chiarire – ecco dunque l’ammissione di Napolitano, il 18 novembre scorso – che su di me ricadrà un compito nettamente diverso da quello che mi toccò assolvere nel novembre del 2011”. Amarezza vera, dunque. E, forse, neppure la più pesante.
La successione sfumata - Si disse, nel novembre del 2011, che con l’incarico a Monti, Napolitano si fosse anche scelto il suo successore “naturale” alla guida del Paese. Un’ipotesi che Napolitano non ha mai ufficialmente negato. Oggi, dopo la “salita” di Monti in politica, anche quel desiderio (legittimo, almeno nei primi e peggiori momenti della crisi) trova meno concretezza; Monti potrebbe tornare a palazzo Chigi, si diceva. Alla guida di un governo politico, stavolta, ma che comunque sarà classificato come Monti bis. Per il nuovo inquilino del Quirinale, insomma, la partita oggi è più aperta che mai. Chissà se anche questa, tra le tante, è un’amarezza.
Il naufragio annunciato della legge elettorale - Delusioni e sconfitte, dunque. La più feroce delle quali riguarda senz’altro la legge elettorale. Che i partiti non fossero in alcun modo intenzionati a sostituire l’adorato (per loro) Porcellum lo si era capito da tempi immemorabili, prima ancora che la questione esplodesse a Parlamento chiuso per le vacanze estive. E con i due presidenti delle Camere, Fini e Schifani, che in barba ad ogni prudenza andavano annunciando l’apertura straordinaria delle Camere proprio per discutere dell’annosa questione. Su questo punto, Napolitano si è dimostrato nel tempo peggiore di un martello pneumatico. Proprio l’11 agosto scorso, a saracinesche parlamentari abbassate, il Presidente della Repubblica esplose in un richiamo ai partiti di rara forza: “Resto inquieto nel non vedere ancora vicine ad un approdo le discussioni, che procedono verso continui alti e bassi, su una nuova legge elettorale”. E ancora: “Debbo ricordare – si leggeva in una missiva inviata proprio a Fini e Schifani – che su questa materia consultai nel gennaio scorso i rappresentanti di tutte le forze politiche presenti in Parlamento, ricevendone indicazioni largamente convergenti anche se non del tutto coincidenti a favore di una nuova legge elettorale”. Tutto è stato vano. Anche se ci ha provato fino all’ultimo, fino al 28 novembre scorso, in pratica fuori tempo massimo: “Rispettate gli impegni – intimò ai partiti – si tratta di una riforma essenziale per la vita democratica”. Non è stato ascoltato.
La trattativa Stato-Mafia - Giorgio Napolitano ha voluto combattere una battaglia personale contro chi aveva solo osato immaginare la possibilità di un suo intervento sui giudici di Palermo per “salvare” l’ex ministro Nicola Mancino, indagato nell’ominima inchiesta della Procura siciliana. E’ stato il Fatto Quotidiano, il 16 giugno del 2012, a svelare, con una intervista al consigliere giuridico del Quirinale, Loris D’Ambrosio, l’esistenza di pressioni esercitate da Mancino su Napolitano. Ed è scoppiato l’inferno. Il 20 giugno, al culmine di una campagna a tappeto del Fatto, è emersa con chiarezza la strategia messa in atto dal Colle per coprire Mancino. Napolitano ha dato fuoco alle polveri. Ci si sarebbe aspettati dal Presidente della Repubblica un’operazione opposta, di pura trasparenza. Che, invece, non è arrivata. Anzi. Proprio per ribadire l’insindacabilità di ogni suo atto,il Capo dello Stato ha sollevato un conflitto d’attribuzione davanti alla Corte Costituzionale. Un atto di forza nei confronti della Procura di Palermo su cui, alla fine, l’ha avuta vinta, anche se l’intera vicenda resta pesante come un macigno sull’intero mandato istituzionale. Tutto resta ancora da chiarire.
Il silenzio su Ilva e esodati - Nel frastuono delle polemiche sulla trattativa Stato-Mafia, Napolitano ha omesso di fare pressione su due casi che restano ferite aperte nella vita sociale del Paese. Il capitolo “esodati” e l’altro, senz’altro scottante, dell’Ilva di Taranto. Ebbene, sul primo fronte, trattandosi di un macroscopico errore di calcolo (solo?) commesso dal governo Monti, Napolitano si è limitato a dire che la questione “restava da chiarire” all’interno delle “ineludibili riforme” avviate dal governo. Frasi pronunciate il primo maggio del 2012 (la festa del Lavoro, una beffa?) e oggettivamente troppo sintetiche per essere considerate una vera e propria presa di posizione. Un’emergenza trattata, forse, con troppa leggerezza, al pari della questione Ilva, liquidata il 29 novembre scorso come troppo complicata per mandare messaggi”
La battaglia contro “l’antipolitica” - Il termine, coniato un po’ a casaccio per classificare un fenomeno politico di rottura con il sistema esistente, è stato brandito da Napolitano come una clava per colpire un solo personaggio: Grillo. L’invito al Paese è stato quello a tenere duro, “senza abbandonarsi a una cieca sfiducia nei partiti – ecco l’arringa del Presidente del 25 aprile – come se nessun rinnovamento fosse possibile, e senza finire per dar fiato a qualche demagogo di turno”. In quell’occasione, Napolitano prese in prestito un pezzo di storia: “Vedete, la campagna contro i partiti, tutti in blocco, contro i partiti come tali, cominciò prestissimo dopo che essi rinacquero con la caduta del fascismo: e il demagogo di turno fu allora il fondatore del movimento dell’Uomo Qualunque, un movimento che divenne naturalmente anch’esso un partito, e poi in breve tempo sparì senza lasciare alcuna traccia positiva per la politica e per il Paese”. Quindi, il monito: “Ci si fermi a ricordare e a riflettere – disse – prima di scagliarsi contro la politica; rifiutare i partiti in quanto tali, dove mai può portare?”. Il dove non è ancora messo in evidenza, ma di certo Grillo ha rappresentato l’ennesimo schiaffo alla liturgia politica e sociale del Capo dello Stato. Rimarrà di certo negli annali la battuta che Napolitano regalò alle cronache dopo l’affermazione politica del Movimento 5 Stelle alle elezioni Regionali: “Non vedo il boom di cinque stelle”. L’ex comico se ne risentì. “Sono rimasto a bocca aperta, spalancata, come un’otaria – ecco la risposta – ho le mascelle che mi fanno ancora male. Là dove non hanno osato neppure i gasparri e i bersani ha volato (basso) Napolitano”. Grillo sfoderò la Costituzione ricordando che “il Presidente della Repubblica è il Capo dello Stato e rappresenta l’unità nazionale” (articolo 87 della Costituzione), dunque “rappresenta anche il MoVimento 5 Stelle e anche, dopo queste elezioni, i suoi circa 250 consiglieri comunali e regionali scelti dai cittadini. Il boom del M5S non si vede, ma si sente. Boom, boom, Napolitano!”. Se anche questo non è uno schiaffo… (Sara Nicoli per "Il Fatto")

Casini: «Il Pd ha nostalgia di un centrino ma noi non saremo mai subalterni» . Il leader Udc: «Ingiuste le critiche a Monti di una deriva tecnocratica. Il Pdl? Si autoesclude, il dialogo è impossibile»

ROMA - Pier Ferdinando Casini è esplicito: «Monti in campo materializza un’opzione che abbiamo coltivato fin dal 2008: il senso di responsabilità contro il populismo; il contrasto netto all’idea che i partitipossano organizzarsi sul criterio dell’uomo solo al comando. Monti a tutto questo ha aggiunto la sua corposa autorevolezza personale, che poi è ciò che fa la differenza, unitamente ad un forte richiamo al rinnovamento della politica».

Molti - e il segretario del Pd è tra questi - ritengono che il suo obiettivo e quello di Monti sia unicamente scompaginare il bipolarismo. Lo considerano un pericolo. Fanno bene? 
«Lo considerano un pericolo tutti quelli che sono nostalgici del passato. Noi non lo siamo. Noi pensiamo che nel passato sia la sinistra che la destra siano state messe alla prova del governo e, seppur in modo differente, entrambe abbiano fallito quella prova. E riteniamo che mettere assieme cose palesemente contraddittorie - per esempio la Fiom di Vendola con i riformisti del Pd - non possa rappresentare il timbro della nuova stagione politica».

Monti ha parlato di vocazione maggioritaria: non è un pò velleitario? A ben vedere gli unici voti certi sono i vostri, dell’Udc; il resto è un’incognita. Come si può vincere in questo modo, oltretutto da parte di una coalizione che nasce solo adesso?
«Monti ha espresso considerazioni giusti. Non porsi l’obiettivo maggioritario significa accettare la subalternità. E questo vale anche nel rapporto con gli altri. A cominciare dal Pd. Dobbiamo essere chiari: mai potremmo essere chiusi al dialogo o alla collaborazione istituzionale per il bene del Paese. Ma se questo centro nascesse con l’idea della subalternità al Pd, avrebbe fallito in partenza. Noi non siamo o saremo mai un centro di comodo».

Dunque pronti e via, subito scontro con il Pd?
«Vede, la cosa triste del ragionamento di Bersani - peraltro ottima persona - è che traspare la nostalgia per un centro che è più che altro un centrino, che non deve disturbare più di tanto il manovratore a palazzo Chigi. Mentre la sfida di Monti sarà un fatto positivo anche per la sinistra: li obbligherà a fare i conti con le tante questioni che lasciano in sospeso».

Bersani chiede a Monti di chiarire. Una cosa in primis: niente collaborazione di governo con Berlusconi. In attesa del premier, vuole intanto rassicurarlo lei? 
«Ho sperato per mesi che il Pdl evolvesse. La scelta di precludersi alla collaborazione non l’abbiamo fatta noi: l’hanno fatta loro. E’ stato il Pdl a togliere la fiducia al governo; è stato Berlusconi a partire all’inseguimento della Lega nel tentativo affannoso di recuperare l’asse del Nord. Insomma sono loro, è il Pdl di Berlusconi ad autoescludersi da una possibile collaborazione. Detto questo, Bersani non è in condizione di chiedere chiarimenti a nessuno. Anche perché altri gli stessi chiarimenti potrebbero con facilità chiederli a lui. Per esempio sull’accordo con Vendola. Che è contro le liberalizzazioni; l’articolo 18; la riforma delle pensioni; la Tav... Basta o devo aggiungere altro?».

Scusi, torno sulla vocazione maggioritaria. Non sta forse nel Pdl il serbatoio principale da cui drenare consensi? Come si fa a togliere voti da quel populismo e portarli su di voi? Non vanno più facilmente da Grillo?
«I voti vengono da qualunque parte. Possono venire dagli incerti, dagli astenuti, dal Pdl e dal Pd. Non ci sono più rendite di posizione, siamo tutti chiamati ad una competizione globale e anche le categorie centro-destra-sinistra sono superate. Vale anche per l’Udc: è superata l’idea che una collocazione statica fornisca una rendita di voti certi e sicuri. Anche noi dobbiamo saper rimetterci in gioco. Il nostro tentativo è di rinnovare la politica in toto».

Ecco, a proposito di rinnovamento. Lei polemicamente ha detto: le liste dell’Udc le faccio io. Concretamente, come intende agire?
«Guardi, c’è stato un gigantesco fenomeno di mistificazione. Io non ho mai detto: le liste le faccio io. Anche perché non sono né il segretario né il presidente dell’Udc. Ho detto un’altra cosa: è chiaro che i partiti sottoporranno le loro indicazioni al presidente Monti, che essendo garante della coalizione vaglierà le candidature. Come pure ci sarà un vaglio di correttezza anche da parte di Bondi, e lo ritengo un fatto importante. Per quanto ci riguarda, il rinnovamento non è una costrizione alla quale qualcuno ci sottopone: è frutto dell’intelligenza se vogliamo capire cosa sta accadendo nel Paese».

Parliamo di Matteo Renzi. Si diceva che Monti volesse attrarlo nella sua orbita e adesso invece pare che su suggerimento di Bersani faccia una lista sua per togliervi voti. E allora?«Veramente io pensavo che Renzi fosse nel Pd. Questa cosa non l’ho capita. Mi pare fantapolitica».

E il contrasto con Passera? Anche quello è una mistificazione o avete litigato davvero visto che il ministro a deciso di non si candidarsi?
«E’ un’altra invenzione. Semmai la rappresentazione dovrebbe essere di un dissenso non tra me e Passera ma tra Passera e gli altri che erano al tavolo della trattativa. Lo dico sinceramente: io penso che sia un valore che la società civile scenda in politica. Quando vedo personalità che sono state alla guida di grandi aziende italiane come Montezemolo, o di grandi banche come Passera, che decidono di collocarsi fra i possibili protagonisti della politica, sono ben contento. Con altrettanta sincerità devo dire che rifiuto l’idea che chi si è impegnato in politica e con passione è stato nelle istituzioni debba essere considerato figlio dio un dio minore e subire un trattamento di conseguente minorità. Perché questo significherebbe voler sostituire logiche tecnocratiche alla logica per cui è la politica che rappresenta la società di un Paese».

Ecco, presidente, è un punto particolarmente delicato. Perché invece sono tanti che sostengono che Monti in politica sia espressione di poteri forti, finanziari, tecnici o tecnocratici. Come replica? 
«Voglio dirlo con estrema chiarezza. Io respingo l’idea che la nostra operazione pensi di appaltare il Paese a tecnocrazie. La nostra operazione punta a rinnovare, d’intesa con la società civile, la politica e i partiti. I fatti ci diranno chi è stato all’altezza del compito e chi no».

Presidente, è evidente che il Ppe ha come interlocutore Monti e non più Berlusconi. Un endorsement che può fare ombra a lei che del Ppe è rappresentante in Italia. La liaison tra la Merkel e Monti la inorgoglisce o la preoccupa? 
«Mi fa solo che piacere e certamente mi inorgoglisce molto. Mesi fa, quando Berlusconi era ancora a palazzo Chigi, parlai con la Merkel e le dissi che l’unica salvezza possibile era Monti. Lei concordò con me. Aggiungo: ormai è chiaro che in Italia si sta delineando una democrazia dell’alternanza fra la sinistra e un’area impropriamente definita centrista. Per cui invito tutti i colleghi della mia area politica a parlare e pensare sempre meno a Berlusconi e sempre più a Vendola. Cioè a indirizzare in campagna elettorale la propria riflessione sempre più sui rischi di Vendola e sempre meno sulla polemica con Berlusconi che non serve più a nulla». (Carlo Fusi per "Il Messaggero.it")

Berlusconi: «Commissione d'inchiesta anche su Napolitano Alla regione Lazio appoggio Storace» . Il Cavaliere: le scelte di Monti svelano un piano ordito contro di noi. Poi avverte la Lega: senza accordo cadono Veneto e Piemonte

ROMA - Silvio Berlusconi insiste: vuole una commissione d'inchiesta sullla nascita del governo di Mario Monti e anche sul ruolodel presidente della Republica, Giorgio Napolitano. Poi lancia la candidatura di Francesco Storace alla regione Lazio.

«In caso di vittoria alle elezioni» Berlusconi vuole «creare una commisisone di inchiesta parlamentare sulla caduta del suo governo nel 2011 e la nascita del governo Monti». Non solo, la commissione di inchiesta dovrà esaminare anche il ruolo del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, su cui Berlusconi non vuole però esprimere opinioni. «Non voglio dare giudizi al riguardo, sarà una commissione di inchiesta eventualmente a far emergere ruoli che ciascuno ha svolto in quell'occasione», ha detto il Cavaliere intervistato da Radio Capital.

«Lascerò a una commissione, che se avremo la responsabilità di governare potremo far nascere in parlamento, un'indagine su quel che successe allora», ha sostenuto il leader del Pdl in una intervista a Radio Capital. «Certamente ci fu un uso criminale dello spread che nessuno conosceva, e che portava a un aumento solo di 2 punti e quindi intorno a 5 miliardi di spesa in più nel 2011. Di fronte di 800 miliardi di spesa pubblica nell'anno, 5 miliardi sono un'inezia che si può, come abbiamo trovato modo di non far pagare l'Imu agli italiani, recuperare in piccolissimi aggiustamenti di tasse su giochi, scommessi, tabacchi e alcolici».

Dunque, cinque miliardi «non giustificavano quella campagna di aggressione nei confronti del nostro governo», ha detto ancora il Cavaliere, «sono stati tanti gli interventi che hanno concorso in quella direzione, primo tra tutto il tradimento di Fini. Quale è stata la promessa fatta a Fini perché compisse quell'atto di tradimento degli elettori e contro le leggi della democrazia? Credo che ne verranno fuori delle belle, anzi delle brutte».

«Voglio una Europa più unita politicamente. Non voglio andare nella direzione di una uscita dall'euro ma ottenere che la Bce sia una Banca Centrale a tutti gli effetti, garantendo i debiti sovrani ed essendo disposta a stampare moneta in caso di necessità. Se La Bce non dovesse garantire i nostri debiti pubblici ci vedremo costretti a uscire dall'euro, e ritornare alla vecchia moneta che potrebbe essere stampata dalla Banca nazionale e questo permetterebbe svalutazioni competitive», ha poi detto l'ex premier. «Spero non si debba giungere alla disperazione di una decisione di questo genere - ha aggiunto - e vedo con paura questa situazione che porterebbe alla distruzione dell'Euro e dell'Unione Europea».

«Non abbiamo potuto impedire il diluvio di tasse» ma «in noi ha prevalso sempre il senso di responsabilità e la fiducia in Monti. I fatti ci hanno smentito. Monti ha distrutto l'economia reale e non ha fatto le riforme promesse. Le sue scelte di questi giorni hanno svelato il suo vero volto e chiarito finalmente la portata del piano ordito contro di noi». È quanto scrive Silvio Berlusconi rispondendo ai commenti postati dai sostenitori in “forzasilvio.it”.

«Sono amico di Francesco Storace e dopo quello che gli è accaduto, perseguitato dalla giustiza, dovendosi dimettere da Ministro alla Sanità nel mio governo, credo gli sia dovuto appoggiarlo nella sua candidatura alla regione Lazio», ha poi detto in una intervista all'emittente radiofonica romana Teleradiosterodue. «È un uomo deciso, di ottima esperienza e credo possa fare molto bene», ha sottolineato Berlusconi.

Il Cavaliere ripete l'aut aut alla Lega e apre sulla premiership. «Io sarò il leader della coalizione, sul premier vedremo dopo».Berlusconi rivendica poi la posizione di «indubbio vantaggio e privilegio» ceduta alla Lega Nord nonostante il Pdl al Nord abbia «un po' più di voti» del Carroccio. In una intervista a Radio Lombardia, l'ex premier ha detto di essere convinto «che si troverà l'accordo». «Invito i nostri amici della Lega - ha spiegato - a considerare anche la nostra posizione di grande apertura nei loro confronti e di generosità perchè dopo che abbiamo consentito che la Lega avesse la presidenza del Piemonte e del Veneto, stiamo consentendo anche a una possibile presidenza della Lombardia». «Nonostante nel Nord Italia noi si abbia un po' più di voti della Lega noi abbiamo - ha continuato - in cambio di un'alleanza nazionale, ceduto alla Lega questa posizione di indubbio vantaggio e privilegio».

Il Cavaliere parla anche dei parlamentari che stanno dando l'addio al Pdl come Franco Frattini, Gaetano Pecorella e Mario Mauro. «Ciascuno - dice - si comporta secondo coscienza, comunque queste discussioni dimostrano che il Pdl non era un partito di plastica ma una comunità di persone capaci di ragionare con il proprio cervello».

E Grillo? «Mi diverte molto, sempre, anche quando parla di me - risponde Berlusconi - Ripete sempre le stesse cose, è rimasto l'istrione che ho avuto modo di conoscere facendo tv. Fa comizi straordinari perché non si stacca mai dal testo. È un grande professionista ma senza credibilità politica. Le sue critiche sono legittime ma non passa alla fase costruttiva». (da "Il Messaggero.it")

Berlusconi: Pato e Robinho? Spero via uno solo. Milan al top in tre anni coi giovani . Il Santos torna alla carica: 7 milioni l'ultima offerta per Binho

MILANO - «Su Pato e Robinho io spero che ne vada via uno solo»: così Silvio Berlusconi ha detto a Radio Lombardia spiegando che per il Milan ci vorranno tre anni di rifondazione per cui ora la squadra punta al top fra i giovani. «Mi spiace moltissimo soprattutto per Pato perchè fino a quando non ha cominciato questa serie incredibile di incidenti era il numero uno del Milan del futuro, un vero campione. Sul mercato - ha ricordato - ci furono delle offerte venute dai ricchi club, che ora sono solo quelli di arabi e di russi, che ci offrirono addirittura la cifra di 40 milioni di euro.Penso che saremo costretti a cederne soltanto uno dei due». Adesso «dobbiamo consacrarci a un'opera di rifondazione - ha aggiunto Berlusconi - che io credo non potrà essere inferiore a tre anni, per arrivare ad avere una squadra di veri campioni e riprendere il nostro ciclo da protagonisti, con la possibilità di contare su una rosa di giocatori che possa durare nel tempo».

Per questo il Milan sta osservando un centinaio di ragazzi fra i 18 e i 20 anni. «Devo dire, rivolto ai miei colleghi rossoneri, che sono diversi milioni in Italia e non soltanto in Lombardia - ha spiegato l'ex premier -, che abbiamo goduto per 26-27 anni e che non si può godere all'infinito. Ora siamo stati abbandonati per sopraggiunti limiti di età da tanti campioni che ci hanno portato in cima al mondo, ad essere la squadra che ha vinto più trofei internazionali nella storia del calcio. E penso che ne vinceremo ancora perchè non ho in programma una immediata dipartita da questa valle di lacrime. Quindi noi manteniamo ferma la nostra missione di essere la squadra protagonista in Italia, in Europa e nel mondo. Dobbiamo però consacrarci a un'opera di rifondazione». «Stiamo guardando a circa cento ragazzi intorno ai 18-20 anni, ne abbiamo individuati alcuni che speriamo di portare già al Milan - ha assicurato -. Intanto godiamoci quelli che abbiamo. El Shaarawy è strepitoso, De Sciglio, veramente bravo, De Jong, su cui abbiamo molte speranze. Ma a questi tre si aggiungeranno tutti quelli che riusciremo a scovare. Tutti i nostri osservatori oggi hanno lasciato l'attenzione ai cosiddetti top player e si sono dedicati ai top young».

Ultima offerta. Il Santos intanto torna alla carica su Robinho e lancia la sua ultima offerta al Milan: 7 milioni di euro per riavere la punta che, a sua volta, se l'offerta venisse accettata, riceverebbe 300mila euro di stipendio mensile libero da tasse. Lo rivela la versione online del quotidiano Folha de Sao Paulo. Sebbene superiore agli standard brasiliani, la proposta non raggiunge le richieste di entrambe le parti: Robinho vuole l'equivalente a 400mila euro di stipendio netto, mentre il Milan chiede 10 milioni di euro. (da "Il Messaggero.it")

Lerici, liberato Calevo: «Ho avuto paura di morire». Sequestratori traditi da una pizza . Trovato a Sarzana nello scantinato della casa del capobanda, un piccolo imprenditore edile. «Non è stato pagato alcun riscatto». I sequestratori avevano chiesto 8 milioni

LA SPEZIA - È stato liberato l'imprenditore edile Andrea Calevo, rapito il 17 dicembre scorso dopo una rapina nella sua villa a Lerici (La Spezia).Calevo è stato liberato con un'operazione congiunta realizzata dalla polizia di stato e dai carabinieri. A quanto si è appreso, l'imprenditore sarebbe stato trovato da solo a Sarzana, nello scantinato di un'abitazione di uno dei sospettati. Le sue condizioni sono buone ed è stato scortato a casa dai Carabinieri.

I rapitori di Andrea Calevo sono stati traditi da una pizza. In una intercettazione telefonica i due che erano rimasti in casa ordinano, per telefono, una sola pizza che verrà loro consegnata poco più tardi. A quel punto gli investigatori hanno capito che quella pizza era stata ordinata non tanto per gli abitanti della villetta, che erano due, ma per l'ostaggio che presumibilmente era nascosto nella stessa villetta. Questo è stato un indizio che ha fatto pensare agli investigatori che l'ostaggio fosse nella villetta.

I fermi. Andrea Calevo è stato rapito da un nonno, il capobanda Pierluigi Destri di Ameglia, di 70 anni (e non lo zio come detto in precedenza), e da suo nipote Davide Bandoni, 23enne senza lavoro di Sarzana probabilmente nel giro della droga «anche come assuntore». Il sequestro è stato portato a termine con la complicità «certa» di un albanese, Vila Fabjion, di 20 anni, operaio nel settore dell'edilizia.

È arrivata il 21 dicembre alla famiglia di Calevo la richiesta di riscatto di 8 milioni di euro. La busta conteneva 2 lettere: una dattiloscritta con la richiesta e in cui si specificava che la somma doveva pervenire entro 15 giorni tramite un avvocato; un'altra scritta da Andrea dove diceva alla madre di stare bene e di aderire alle pretese. Lo hanno specificato gli inquirenti, dicendo che il caso è un classico sequestro estorsivo e non una rapina che è degenerata. «Sono andati alla villa per rapire Calevo», ha detto Di Lecce.

«Grazie» e poi si è messo a piangere. È stata questa la reazione di Andrea Calevo appena ha visto i Carabinieri del Ros fare irruzione nello scantinato dove era prigioniero con gambe e piedi legati, infilato un un angolo. Il capo della Dac riferisce anche le prime parole di Calevo: «Ho paura di morire -ha detto Andrea- voglio ricevedere mia madre e mia sorella».Un caloroso applauso ha salutato il suo ritorno alla sua casa di Lerici per salutare gli amici. Andrea ha raccontato di essere stato portato «lì subito e legato. Non avevo orologio e non riconoscevo il tempo». «La mattina - ha aggiunto Andrea Calevo - mi svegliavo e riuscivo a fare un po' di flessioni, ma il tempo non passava, non lo riconoscevo. Pensavo che oggi fosse già il primo gennaio». «Devo ringraziare tutti, le forze dell'ordine e voi che mi avete sostenuto», ha aggiunto, spiegando che comunque gli è stato dato da mangiare durante la prigionia. Andrea è apparso sereno ma dimagrito, era vestito con un maglione blu e camicia celeste. Ha affrontato la piccola folla al braccio della sorella e sotto lo sguardo attento di carabinieri e polizia.

La madre. «È stata una cosa bellissima». Lo ha detto la signora Sandra, madre di Andrea Calevo, subito dopo la liberazione del figlio, ringraziando tutti per il lavoro.

Patron della società edile Calevo Nestore & Figlio srl fondata 120 anni fa dal bisnonno, 31 anni, Calevo era stato portato via da tre uomini che lo attendevano in casa dopo aver immobilizzato e legato la mamma.

Cancellieri. «Quest'anno si chiude davvero bene con la liberazione di Andrea Calevo. Una grande soddisfazione sia per la bellezza dell'operazione e per il fatto che l'ostaggio stia bene ma anche perché ciò rappresenta un riconoscimento professionale delle forze dell'ordine», è il commento del ministro dell'Interno Annamaria Cancellieri.

L'operazione. Calevo è stato liberato a Sarzana (La Spezia) al termine di una operazione di polizia giudiziaria. L'operazione è stata coordinata dala procura Distrettuale Antimafia di Genova. Lo precisa una nota della Polizia. La Direzione Centrale Anticrimine, diretta dal Prefetto Gaetano Chiusolo, ha «messo in campo - si legge in una nota - sin dall'inizio del sequestro, tutte le migliori risorse a disposizione, con l'impiego di personale del Servizio Centrale Operativo, del Servizio Polizia Scientifica, per lo svolgimento delle attività di accertamento di natura tecnica, e del Servizio Controllo del Territorio con l'invio degli equipaggi dei Reparti Prevenzione Crimine».

La prima telefonata fatta alla famiglia di Andrea Calevo proveniva da una cabina telefonica situata a poca distanza dalla Torre pendente di Pisa. Lo confermano fonti della questura locale, che ha collaborato alle indagini condotte dallo Sco. La scelta di Pisa, secondo quanto si apprende, sarebbe stata fatta tuttavia per non lasciare tracce nella zona dove il giovane imprenditore veniva tenuto prigioniero. Alla squadra mobile pisana che ha in questi giorni collaborato alle indagini non risultano infatti legami diretti con il territorio da parte della banda di rapitori. La telefonata è stata fatta da una cabina telefonica di via Pietrasantina, zona quotidianamente frequentata da migliaia di persone visto che nei pressi si trova anche il parcheggio scambiatore dove arrivano i bus turistici che portano i visitatori al complesso monumentale di piazza dei Miracoli. (da "Il Messaggero.it")

Vukčević: Đukanoviću ćemo čestitati praznike krivičnom prijavom


On je naveo da je prvo krivično djelo prevara, zatim neizvršavanje sudske presude, oštećenje povjerilaca...
Koordinacioni odbor povjerilaca fabrike "Radoje Dakić" najavio je podnošenje krivične prijave protiv premijera Mila Đukanovića zbog, kako su kazali, više krivičnih djela.

Predsjednik Koordinacionog odbora, Milan Vukčević, rekao je agenciji Mina-business da bivši radnici i povjerioci osnovano sumnjaju da su inkriminisane radnje učinjene s umišljajem i obuhvataju više krivičnih djela.

On je naveo da je prvo krivično djelo prevara, zatim neizvršavanje sudske presude, oštećenje povjerilaca i odgovornost za težu posljedicu, jer bivši radnici izvršavaju samoubistva. 

Vukčević je dodao je sljedeće krivično djelo povreda prava na socijalno osiguranje, jer radnicima nije povezan radni staž pa idu u penziju bez povezanih plata, zatim "produženo krivično djelo" jer premijer to radi u više mandata.
"Zbog svega navedenog podnijećemo krivičnu prijavu protiv Mila Đukanovića i sa njom mu čestitati novogodišnje praznike", kazao je Vukčević.
Tvrde da je Đukanović lagao

On je rekao da je Đukanović na sjednici Skupštine 4. decembra, kada je izabrana vlast u parlamentu, iznio više konstatacija koje nijesu tačne čime je doveo u zabludu poslanike i došao do parlamentarne većine tako da plate radnika "Dakića" nijesu ušle u budžet za narednu godinu.

Vukčević je podsjetio da je Đukanović kazao da postoji sudska presuda u kojoj je rečeno da kada se proda imovina "Dakića" tada će radnici namiriti plate i da sindikalno vođstvo nije željelo da je proda.

"Mi nijesmo sindikat već smo organizovani kao građani. Đukanović je kazao i da vlasnik treba da proda i namiri svoja potraživanja, a većinski vlasnik je Vlada", naveo je Vukčević.
Protestuju godinama

Bivši radnici i povjerioci podgoričke fabrike od početka 2009. godine organizuju mirne proteste i traže hitno izvršenje sudskih presuda koje podrazumijevaju isplatu 37 miliona eura.

Glavnica duga iznosi oko 30 miliona eura, pripadajuće kamate koje je potvrdio Viši sud još sedam miliona eura, a pravo na isplatu ima 1,65 hiljada bivših radnika.

Radnicima je pravosnažnim sudskim presudama dodijeljeno zemljište vrijedno oko 40 miliona eura koje ne mogu da prodaju. 

Kompanije Zetagradnja i Čelebić su 27. oktobra prošle godine odustale od kupovine tog zemljišta, površine 221 hiljadu kvadratnih metara, za koje su nudili 35,4 milionaeura.

Konzorcijum šest crnogorskih firmi, kojeg su činili Voli, Bemax, Novi Volvox, Kroling, Normal kompani  i Master inženjenjering za zemljište je nudio 27 miliona eura.

Hillary Clinton in hospital with blood clot after fall


US Secretary of State Hillary Clinton is under observation in a New York hospital after being admitted suffering from a blood clot.
Mrs Clinton suffered a concussion earlier this month after fainting and falling down.
She is being treated with anti-clotting drugs and will remain in hospital for at least 48 hours, her spokesman said.
Mrs Clinton, 65, is due to stand down before President Barack Obama formally begins his second term in January.
At the time of her faint, she was reported to have had a stomach virus and to have passed out after becoming dehydrated.
Doctors discovered the clot during a follow-up examination on Sunday, her spokesman Philippe Reines said.
"She is being treated with anti-coagulants and is at New York-Presbyterian Hospital so that they can monitor the medication over the next 48 hours," he said.
"They will determine if any further action is required."
No information was given about where the blood clot had formed.
Mrs Clinton is due to give evidence before a Congressional committee in January in connection with the attack in September on the US consulate in the Libyan city of Benghazi.
The US ambassador to Libya and three American officials were killed in the incident.
Mrs Clinton was appointed secretary of state at the start of Mr Obama's first term, in January 2009.
Her most recent foreign trip was to Dublin earlier this month.
Mrs Clinton, 65, is known for her gruelling travel schedule.
She is the most travelled secretary of state in history, having visited 112 countries while in the job, the Associated Press says.
Earlier this month, President Obama nominated Senator John Kerry - the Massachusetts Democrat who heads the Senate Foreign Relations Committee - to replace Mrs Clinton as secretary of state.
She has repeatedly said that she only intended to serve one term in the post. (fonte "BBC")