yYAXssKCQaUWZcXZ79RJTBLvo-c;SfREtjZ9NYeQnnVMC-CsZ9qN6L0 Finance, Economics, Globus, Brokers, Banks, Collateral-Oriano Mattei: giugno 2015

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martedì 30 giugno 2015

Things have changed, le cose sono cambiate. Bob Dylan, giacca nera e cappello di paglia, lo dice subito. Anzi lo canta, con una sua canzone di quindici anni fa, aprendo il concerto. E non è una sorpresa. Il più scontroso, geniale e impenetrabile dei cantautori americani lo ha sempre pensato e si è comportato di conseguenza, spesso facendo dannare i suoi fans, smantellando, rendendo irriconoscibili i suoi capolavori. Proprio come ha fatto ancora una volta ieri sera con Blowin' in the wind, trasformata fino a rendere incantabile il ritornello a quanti hanno impresso nella memoria la versione originale......



BOB DYLANBOB DYLAN

Things have changed, le cose sono cambiate. Bob Dylan, giacca nera e cappello di paglia, lo dice subito. Anzi lo canta, con una sua canzone di quindici anni fa, aprendo il concerto. E non è una sorpresa. Il più scontroso, geniale e impenetrabile dei cantautori americani lo ha sempre pensato e si è comportato di conseguenza, spesso facendo dannare i suoi fans, smantellando, rendendo irriconoscibili i suoi capolavori. Proprio come ha fatto ancora una volta ieri sera con Blowin' in the wind, trasformata fino a rendere incantabile il ritornello a quanti hanno impresso nella memoria la versione originale.

BOB DYLAN CARACALLABOB DYLAN CARACALLA
E dire che, con gli anni, il vecchio Bob ha ammorbidito la sua scorza ispida. Lo ha fatto fino a realizzare (Things have changed, appunto) un sorprendente disco soffice come la notte che, non a caso, si chiama Shadows in the night, con le canzoni (non quelle più note, ovviamente) di Frank Sinatra. The Voice cantato dall'AntiVoice, con il suo rantolo che riesce a addolcirsi restando sempre antiretorico. Gli effetti di quell'avventura e del suo spirito felpato si spandono su un concerto miracolosamente incantato.

Doppia suggestione: la musica e la cornice dei ruderi di Caracalla, fondale di un palco spoglio, arredato solo da una serie di proiettori di luce cinematografici anni 50. Raccontano che perfino il ruvido Bob sia stato mosso da tanta bellezza, fino a chiedere ai suoi di fare una foto della scena per usarla come slide nei futuri concerti.

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Se ne sono accorti anche i quattromila spettatori del concerto del Teatro dell'Opera che era una serata davvero speciale. Dylan sorridente, che scherza coi suoi musicisti, che accenna passi di danza, che si muove nella sua song list con sofisticata misura, centellinando i versi, condendoli con l'armonica (bello l'intervento in Tangled up blues), spaziando dai consueti sentieri folk e country, al blues, allo swing in quattro quarti di Duquesne whistle e Simple twist of fate.

Lo spirito di Shadows in the night domina la musica con la pedal steel guitar che arrotonda gli angoli e Dylan, che ogni tanto siede al pianoforte (niente tastiere), commovente crooner (a dispetto di quanti pensavano che nel disco fosse stato aiutato dalle diavolerie della tecnologia). Eccolo, nel classico Autumn leaves, di Kosma e Prevert, in una versione brevissima e da brividi o con l'altra morbidissima, seducente ballad Full moon and empty arms, sempre dal repertorio di sinatriano.

Di quel disco canta solo quei due pezzi, fregandosene degli obblighi promozionali (pare che mediti una seconda session in studio), ma quel clima è contagioso, basta sentire l'incanto con cui condisce la sua ballad Forgetful heart.
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Non a caso la scaletta privilegia l'amato Tempest, album del 2012, decisamente dai colori scuri, mentre sono pochissime le escursioni nel passato più lontano e glorificato, tanto meno quelle che potrebbero far pensare a un cedimento autocelebrativo come Like a rolling stone e Mr.Tambourine man, che proprio quest'anno compiono cinquant'anni della loro uscita.

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C'è, invece, Blowin' in the wind e c'è She belongs to me, caustico ritratto femminile del '65 che qualcuno ha voluto attribuire a Joan Baez (i due si lasciarono proprio in quel periodo). Nel menù (ma del tutto involontariamente) ci sono anche tre titoli dai riferimenti romani, fatti apposta per le rovine di Caracalla: Beyond here lies nothing ispirato a Ovidio come Working man blues # 2 e Early roman kings, splendido blues che è però una citazione indiretta, dato che quello era il nome dato a una gang di New York.

Venti titoli in tutto, due ore di concerto maestoso, suonato benissimo (ci sono i soliti Stu Kimball alla chitarra, Donnie Herron alla steel guitar, al banjo, e al violino, Charlie Sexton alla chitarra). Un trionfo, col pubblico trepidante e la speranza di vederlo presto di nuovo in queste splendide condizioni. Intanto domani Bob è al Lucca Summer fest, in una serata in cui l'apertura è affidata a un suo fedele discepolo, tal Francesco De Gregori.


Marco Molendini per “il Messaggero”

È stato condannato a 3 anni e sei mesi di reclusione, e alla perdita della patria potestà l’ex portiere di Torino, Lazio e Sampdoria Matteo Sereni. Si è concluso martedì a Tempio Pausania il processo con rito abbreviato contro l’ex calciatore, accusato dalla ex moglie, la modella Silvia Cantoro, di aver abusato della loro bambina. Il Gup, Marco Contu, ha condannato Sereni per fatti che sarebbero stati commessi in una villa in Costa Smeralda nell’estate del 2009......



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È stato condannato a 3 anni e sei mesi di reclusione, e alla perdita della patria potestà l’ex portiere di Torino, Lazio e Sampdoria Matteo Sereni. Si è concluso martedì a Tempio Pausania il processo con rito abbreviato contro l’ex calciatore, accusato dalla ex moglie, la modella Silvia Cantoro, di aver abusato della loro bambina. Il Gup, Marco Contu, ha condannato Sereni per fatti che sarebbero stati commessi in una villa in Costa Smeralda nell’estate del 2009.

La replica del calciatore
«Sono sconvolto. Ho perso ogni fiducia nella giustizia. L’unica cosa che mi mantiene vivo è sapere che i miei figli conoscono la verità». Sono queste le dichiarazioni che l’ex calciatore Matteo Sereni ha affidato ai suoi legali, subito dopo la lettura della sentenza del Gup del Tribunale di Tempio che lo ha condannato a tre anni e sei mesi di reclusione per violenza su minore. «Si tratta di una sentenza gravemente ingiusta che ci ha molto sorpreso e che certamente appelleremo.

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La condanna riguarda un processo nel quale la denuncia proviene dalla ex moglie di Matteo Sereni nel corso di una asperrima separazione coniugale ed in cui persino la bambina, più volte registrata dalla madre, ha successivamente ammesso che le accuse al padre non erano vere», spiegano gli avvocati Michele Galasso, Giacomo Francini e Giampaolo Murrighile. Di altro avviso i legali di Silvia Cantoro, ex moglie e procuratrice legale del calciatore. «In rappresentanza dei minori ribadiscono che la giustizia fatta con la sentenza non potrà mai ripagare i minori degli eventuali danni psicologici subiti per le condotte delittuose accertate», commenta l’avvocato Daniele Galloppa.

Dall’idillio alla «guerra»
Prima di cominciare la «guerra dei Roses», i coniugi Matteo Sereni e Silvia Cantoro potavano avanti pure una proficua collaborazione professionale: lui parava tra i pali e lei si occupava dei contratti come procuratore, talvolta scatenando il corto circuito per innescare il cambio di club e il logico aumento di stipendio.

SERENI MOGLIE 1SERENI MOGLIE 1
È successo, per esempio con la Lazio, squadra nella quale il parmigiano Sereni arrivò 28enne (era il 2003, lui è nato nel 1975), nel pieno della maturità, cioè dopo aver consumato una gavetta partita dalle giovanili della Sampdoria e proseguita in cinque club italiani (Crevalcore, ancora Samp, Piacenza, Empoli, Brescia).

La carriera
Nel ‘97 vince i Giochi del Mediterraneo con la Nazionale come riserva di Gigi Buffon), con, in più, anche un’esperienza inglese (Ipswich Town nel 2001/02). Ma la Lazio non fu il trampolino per il successo, anzi. Nel luglio 2003 Sereni si accordò con Lotito firmando un quadriennale a 2,5 milioni a stagione sul quale aveva lavorato direttamente la moglie.

Dopo qualche apparizione non esaltante, però, il portiere scalò alle spalle di Peruzzi nelle gerarchie stabilite dal tecnico, Delio Rossi. Fu lì che si scatenò una guerra sull’ingaggio, con Lotito che prima patteggiò una riduzione del 40% salvo poi provare a sforbiciare ancora di più. La cosa non andò giù al clan dei Sereni che si mise subito in moto per cambiare aria: dopo una breve parentesi al Treviso in A, arriva al Torino (due anni in A e uno in B) diventando uno degli idoli della tifoseria granata per un carattere istrionico ed esuberante.

SERENI MOGLIESERENI MOGLIE
La carriera finisce proprio mentre cola a picco il matrimonio, al Brescia nel 2011: Sereni ha solo 36 anni ma decide di smettere col calcio per concentrarsi sulla causa scatenatagli contro proprio dalla moglie.


Da “corriere.it”





Ora arriva il dato ufficiale Eurostat, e corregge la valutazione di Ignazio Visco: in effetti nel primo trimestre 2015 l’economia italiana è salita di 0,1 punti di Pil rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente…Merito di Renzi e delle meravigliose riforme del suo esecutivo? Manco per sogno. L’economia italiana fa un passettino in avanti perchè tutto il mondo in questo momento sta correndo, ed essendo tutti in qualche modo collegati anche quel mulo italiano viene smosso un pochino.....



matteo renzi pier carlo padoanMATTEO RENZI PIER CARLO PADOAN
Franco Bechis per “limbeccata.it

La cosa meravigliosa è che lui ha perfino celebrato l’evento: l’Italia torna a crescere, è #lavoltabuona. Fuochi di artificio di Matteo Renzi quando l’Istat ha certificato che qualcosa si muove nell’economia italiana. Per quei gufi di Banca d’Italia non si trattava di ripresa, ma di stagnazione.

Ora arriva il dato ufficiale Eurostat, e corregge la valutazione di Ignazio Visco: in effetti nel primo trimestre 2015 l’economia italiana è salita di 0,1 punti di Pil rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente…Merito di Renzi e delle meravigliose riforme del suo esecutivo? Manco per sogno. L’economia italiana fa un passettino in avanti perchè tutto il mondo in questo momento sta correndo, ed essendo tutti in qualche modo collegati anche quel mulo italiano viene smosso un pochino. 
RENZI MARINORENZI MARINO

"Arrivederci. E grazie di tutto, Ibra". A dirlo, non è (ancora?) il Psg, ma l'autorevole settimanale francese France Football, che, nell'edizione in edicola domani, lancerà una vera e propria crociata contro la permanenza dello svedese a Parigi. "Dopo una stagione segnata da infortuni, squalifiche e liti, Zlatan Ibrahimovic non è più il giocatore che era, in grado di trascinare il Paris Saint-Germain", scrive il giornalista Patrick Sowden........



FRANCE FOOTBALL IBRAHIMOVICFRANCE FOOTBALL IBRAHIMOVIC

"Arrivederci. E grazie di tutto, Ibra". A dirlo, non è (ancora?) il Psg, ma l'autorevole settimanale francese France Football, che, nell'edizione in edicola domani, lancerà una vera e propria crociata contro la permanenza dello svedese a Parigi. "Dopo una stagione segnata da infortuni, squalifiche e liti, Zlatan Ibrahimovic non è più il giocatore che era, in grado di trascinare il Paris Saint-Germain", scrive il giornalista Patrick Sowden.

ACCUSE — Le critiche di France Footbal nei confronti di Ibrahimovic sono molto circostanziate. "Per la prima volta nella sua carriera - prosegue l'anticipazione dell'articolo -, nella scorsa stagione lo svedese ha perso lustro. I padroni del Psg adesso sanno che la squadra può vincere tutti i titoli francesi anche senza di lui:

IBRA AL KHELAIFI 1IBRA AL KHELAIFI 1
Cavani ha fatto benissimo, Pastore è apparso liberato dall'assenza dello svedese, il gruppo si è preso le sue responsabilità e non ha risentito della mancanza della sua stella. Non a caso, anche l'impresa dell'anno, l'eliminazione del Chelsea dalla Champions League, è avvenuta senza Ibrahimovic".

AMBIZIONE — Gli appunti che i francesi muovono all'attaccante svedese si riferiscono soprattutto alle sue "ambizioni": in pratica, si ribadisce come non risulti essere vincente e decisivo a livello continentale. "I proprietari del Psg sanno che il club deve entrare in una seconda fase, per continuare a puntare in alto - conclude Patrick Sowden -.

IBRAHIMOVICHIBRAHIMOVICH
Il club è in una fase di transizione e Ibra non è un giocatore di transizione. Deve andarsene, per esempio a Milano, dove è desiderato. Lo svedese ha avuto un ruolo di primo piano per il Psg, ma ora è un ostacolo alle ambizioni della squadra. Quindi arrivederci e grazie di tutto..."

lunedì 29 giugno 2015

La “CNN” sabato ha fatto un reportage esclusivo sulla presenza di una bandiera ISIS al “Gay Pride” di Londra. L’inviata Lucy Pawle è andata in onda vantandosi di essere stata l’unica ad aver notato il simbolo del Califfato tra la folla, salvo poi scoprire che sullo stendardo, al posto delle letter...


Corey Charlton per “Mail On Line”

VIDEO “GAFFE CNN”

Gaffe bandiera dildo su CNNGAFFE BANDIERA DILDO SU CNN
La “CNN” sabato ha fatto un reportage esclusivo sulla presenza di una bandiera ISIS al “Gay Pride” di Londra. L’inviata Lucy Pawle è andata in onda vantandosi di essere stata l’unica ad aver notato il simbolo del Califfato tra la folla, salvo poi scoprire che sullo stendardo, al posto delle lettere arabe, c’erano disegnati vari “sex toys”.

Ha dichiarato: «L’uomo vestito di bianco e nero sventolava lo stendardo jihadista. A guardarlo bene non ha lettere arabe ma un linguaggio incomprensibile, però è chiaramente la bandiera ISIS. Sembro essere l’unica ad averla notata, nessuno si faceva domande e allora sono andata dagli organizzatori dell’evento, che non ne sapevano niente. Mi sono rivolta alla polizia, e gli agenti non se ne erano accorti».
Bandiera di dildo al gay pride di LondraBANDIERA DI DILDO AL GAY PRIDE DI LONDRA

Questa settimana “Cosmopolitan” parla con quattro uomini di cunnilingus. Hanno 23, 26, 30 e 42 anni.....



Questa settimana “Cosmopolitan” parla con quattro uomini di cunnilingus. Hanno 23, 26, 30 e 42 anni.
cunnilingus al live dei dead kennedysCUNNILINGUS AL LIVE DEI DEAD KENNEDYS

Quante volte praticate il cunnilingus? E’ volontario o su richiesta?

Uomo A: «Lo faccio regolarmente con la mia ragazza, non tutte le volte che facciamo sesso, ma un paio di volte a settimana in media. Non c’è bisogno che me lo chieda, perché è una cosa che mi eccita fare»

Uomo B: «Sto con una ragazza da due anni ed è uno dei miei momenti preferiti. Lo pratico ogni volta che facciamo sesso. Se una donna non me lo chiede, io procedo lo stesso. Non credo mi dica di no, come nessun uomo rinuncia a un pompino».
CUNNILINGUS LESBOCUNNILINGUS LESBO

Uomo C: «Lo faccio spesso, mi piace, soprattutto quando ci aggiungo un po’ di bondage, cioè o io o lei siamo legati. Può esigere orgasmi o farmi giocare. Smetto appena prima che venga e ricomincio»

Uomo D « Lo faccio una volta a settimana. E’ sempre volontario, ma se lei chiedesse, non mi sentirei offeso. Le donne non si dovrebbero vergognare a chiedere».

Che riscontri avete avuto?

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A: «Positivi, sia verbali (“Oh è stato incredibile!”) che non verbali (spasmi). Mai avuto commenti negativi, faccio quello che mi dicono. Se sono troppo veloce, rallento, se sono lento, velocizzo. E’ la donna che ti guida nella giusta direzione».

B: «Al principio chiedevo sempre un riscontro per capire quello che funzionava e quello che non funzionava. Non ero offeso, anzi, ero motivato».

C: «Ho avuto feedback positivi e negativi. Ma i negativi erano più che altro istruzioni, tipo non fare così, usa le dita. Anche io faccio lo stesso, quando ricevo sesso orale».
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D: «Le donne mi dicono cosa preferiscono e lo faccio. Qualcuna mi ha confessato che sentiva troppa pressione per arrivare all’orgasmo ma è difficile per un uomo capire di quanta stimolazione abbia bisogno la partner. Non mi offendo se mi dirige».

Il cunnilingus è un preliminare?

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A: «E’ sempre grandioso come inizio. Se sono molto eccitato e temo di venire subito, mi dedico a succhiarle il clitoride, per farla eccitare altrettanto. Ma è anche un bell’interludio fra le posizioni sessuali. Talvolta mi sveglio con la vagina sulla mia barba. Lei è in pieno controllo»

B: «Sì in genere è un preliminare»

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C: «E’ una normale parte del sesso. Mi piace farlo quando la mia ragazza esce dalla doccia, ma decide lei se proseguire»

Man D: «A volte è un preliminare per farla eccitare, altre volte arriva alla fine o si fa durante una pausa. Quando fai sesso orale, deve decidere l’altro se farlo durare a lungo o raggiungere il climax»

Cosa vi piace del cunnilingus?

A: «La rende felice e mi piace. Sono fiero di migliorare di volta in volta. A quanto pare gli uomini mettono un sacco di scuse pur di evitarlo, non amano il sapore o l’odore della vagina, eppure pretendono un pompino. Io sono per la parità dei genitali»

B: «Mi piace vederla godere e poter controllare il suo piacere»

C: «Mi piace farla stare bene e poi è una cosa incredibilmente intima, una prova di fiducia. Mentirei se dicessi che non è una questione di ego: vederla inarcarsi e sentirla gemere dà sensazioni di potenza»
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D: «E’ una cosa intima e si basa sulla fiducia»

Cosa non vi piace del cunnilingus?

A: «In rare occasioni ho trovato minuscoli pezzi di carta igienica e mi dava fastidio»

B: «A volte lei, dopo il climax, non vuole scopare. E poi devo sempre avere la barba rasata»

C: «Mi piace tutto. Mi piace farlo e l’ho sempre fatto»

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D: «Non ho la benedizione di una lingua lunghissima e dopo un po’ mi fa male il collo».

Com’è seppellire la faccia nella vulva?

A: «Trovo che la vagina sia esteticamente affascinante e il cunnilingus dà la possibilità di vederla da vicino. Il sapore può essere molto pungente, soprattutto se lei è molto eccitata. Poi c’è il problema di isolare il clitoride con la lingua. Non puoi vederlo e devi sviluppare una specie di intuito tattile»

B: «Non lo so descrivere, in genere lo faccio ad occhi chiusi»

C: «Adoro vedere che si contorce disinibita. Il sapore non è un problema, dopo qualche secondo diventa irrilevante, a meno che non sia proprio terribile. Uso lingua, labbra, dita e l’intero atto è incredibilmente sensuale»
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D: «Non ho mi provato repulsione. La mia saliva rende il sapore abbastanza neutrale. La pelle della vagina è liscia e gradevole da baciare e leccare. E’ avvolgente»

Ci sono qualità particolari di una vagina che vi eccitano?

A: «Mai incontrata una vagina che non mi piacesse»

B: «Sono stato con donne di ogni forma e razza, e ognuna era bella, a suo modo. Un tempo preferivo le depilate, oggi non fa differenza per me»

C: «Ho visto molte vagine e non ho mai rinunciato al sesso per via delle loro labbra o dei peli. Se vado con una donna, è perché mi piace lei, non la sua vagina»

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D: «E’ difficile quando la vagina è estremamente pelosa, ti restano i peli in bocca e senti di soffocare»

Cosa fa la donna che vi piace, mentre gode?

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A: «Quando ho il naso nella fica, non riesco a vedere il resto. Sono concentrato sui miei sforzi. Adoro quando una donna comunica il suo piacere attraverso i gemiti»

B: «Mi piace che mi dica se sta funzionando, che mi detti le regole. Se vuole tirarmi i capelli per il piacere va bene. Se preferisce restare in silenzio, va bene lo stesso».

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C: «Può fare quello che vuole, basta che goda».

D: «Più cose mi dice, più riesco a farlo bene. Se muove il bacino in modo da farmi beccare il punto giusto, è perfetto»
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Cosa non vi piace che faccia?

B: «Peti»

C: «Fa male quando la donna ti tira i capelli, ma non è deliberato, anzi è un complimento»

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D: «Che mi si sieda in faccia. Non respiro»

Se regalate sesso orale, vi aspettate qualcosa in cambio?

A: «No. Posso farlo e poi andarmene a leggere un libro. Se lei vuole, se noi vogliamo, proseguiamo»

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B: «Onestamente non sono deluso se non vengo ricambiato. In genere però segue la penetrazione o il pompino»

C: «Da giovane mi aspettavo sempre qualcosa in cambio. Non è così da molti anni»

D: «Non è uno scambio commerciale»

L’esperienza migliore?

A: «Non riesco ad isolare un’esperienza. C’è sempre buio, un letto, una vagina, e la mia faccia»
cunnilingus nella vascaCUNNILINGUS NELLA VASCA

B: «Ho prima fatto un massaggio con l’olio al corpo e alla vagina, e quando sono sceso giù eravamo tutti e due eccitati come mai prima»

C: «Mi ha cavalcato all’improvviso, la sua vagina sul mio viso, ed ha avuto orgasmi multipli. Le gambe le tremavano anche dopo essere venuta»
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D: «Un intenso e lunghissimo orgasmo»

L’esperienza peggiore?

B: «Quando la mia partner mi chiede di fermarmi. Provo un senso di fallimento perché non sono riuscito a farla sentire abbastanza bella»

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C: «Feci sesso con una ragazza sul pavimento coperto di ghiaia, all’aperto. Lei aveva ballato molto, era sudata, il suo aroma non era dei migliori, la ghiaia mi stava tagliando e il freddo mi gelava il corpo. Abbiamo desistito e siamo rientrati nel club»

D: «Pensavo che la mia partner stesse quasi avendo un orgasmo, invece si era addormentata»

Fate il cunnilingus solo dopo aver frequentato a lungo una donna?
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A: «Dipende dalla persona. Inizialmente sei sempre preso più dal sesso penetrativo passionale»

B: «Se sono interessato a una donna, sono interessato al sesso orale»

C: «Ci provo da subito, se lei è a suo agio. Finora ho incontrato tutte donne che non vedevano l’ora di spingermi la testa sulla vagina»

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D: «Ho incontrato donne che non volevano lo facessi. Credo sia per via di altri uomini a cui non piaceva farlo. Ho conosciuto gente che non ha mai fatto un cunnilingus alla sua ragazza»

Qual è la tecnica perfetta?

A: «Ascoltare le sue risposte con lingua e orecchie».



Rachel Hills per “Cosmopolitan”

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Con molti viaggi, cento film alle spalle e le ascendenze geografiche frullate in uno slang da commedia: “A un certo punto si sono accese tutte luci”, Barbara Bouchet non si pente di averne interpretate tante: “Dopo quelle sexy il cinema non si è più fidato di me e non mi ha dato ruoli drammatici perché dalla serie B riemergere è difficile. Mi offrivano solo di spogliarmi. Di mostrare il mio fisico. Di recitare ancora da simbolo del sesso. Era ridicolo. Decisi di smettere a 39 anni e dissi definitivamente basta con il set a 40”.....




BOUCHETBOUCHET
Con molti viaggi, cento film alle spalle e le ascendenze geografiche frullate in uno slang da commedia: “A un certo punto si sono accese tutte luci”, Barbara Bouchet non si pente di averne interpretate tante: “Dopo quelle sexy il cinema non si è più fidato di me e non mi ha dato ruoli drammatici perché dalla serie B riemergere è difficile. Mi offrivano solo di spogliarmi. Di mostrare il mio fisico. Di recitare ancora da simbolo del sesso. Era ridicolo. Decisi di smettere a 39 anni e dissi definitivamente basta con il set a 40”.

Si diede alla ginnastica cambiando professione: “Dopo una vita in movimento, ferma non avrei potuto rimanere. Nelle palestre ero stata fin dai 14 anni. All’epoca non avevo i soldi per pagarla, ma una signora che poi mi iscrisse poi ai primi concorsi di bellezza mi permetteva di allenarmi con lei. Erano poco più che cantine frequentate da maschi in fila davanti al bilancieri e quando Jane Fonda iniziò con le lezioni di aerobica in tv mi ricordai di quell’esperienza e decisi di imitarla”.

Chiuse una porta: “La critica ci stroncava, i Festival non ci invitavano mai e capii che era arrivato il momento per lasciare” e ne aprì altre: “Ogni età ha i suoi tempi. Il corpo ti segnala ogni caduta”. Oggi fa teatro: “Con Corinne Clery e Iva Zanicchi abbiamo il calendario pieno fino ad Aprile del 2016” e non si guarda indietro: “A quel ritmo, comunque, non avrei potuto continuare. Nel solo 1972, per dire, avevo girato 8 film. In alcuni titoli cambiati successivamente rifiuto persino l’idea di aver recitato ‘Io questo non l’ho fatto’ mi dico”.

BOUCHETBOUCHET
A 71 anni, Barbara Bouchet non ha rimpianti?  

Qualche film avrei potuto evitarlo, ma dire di no era difficile perché non esiste nulla che spaventi l’attore più della sosta forzata. Comincia ad avvertire l’ansia, a temere che non lo chiamino più e quando arriva una proposta, accetta l’ingaggio prima ancora di aver detto buongiorno.

Lei ha sempre detto sì a prescindere?

Neanche un po’. Antonioni mi avrebbe voluto per Blow-up. Ero a Cannes, mi fece avvicinare da Carlo Ponti e mi convocò d’urgenza a Londra. Io non sapevo neanche chi fosse Antonioni, ma ero un po’ nauseata dall’America e accettai di incontrarlo.

Appuntamento al buio?

In un albergo, senza certezze: “Sarà il regista a decidere” mi aveva detto Ponti. A Londra pioveva. Michelangelo era appoggiato al bow-window. Mi guardò distrattamente, poi sibilò “I’m very tired” e mi congedò. Risposi “thank you very much”e me andai per sempre. Se era molto stanco lui, figuriamoci io.

Che carattere.

BOUCHETBOUCHET
Sempre stata sicura di me stessa. Non mi vuoi? Addio. Quella volta per fortuna, prima di essere ignorata da Antonioni, avevo incontrato il produttore Charlie Feldman all’aeroporto. Mi aveva chiesto se volessi recitare in 007- Casino Royale al gate di imbarco: “Se Antonioni le dice di no, mi telefoni”. Feldman aveva fama di personaggio ambiguo, ma l’idea di far parte di un cast stellare mi lusingava. Chiamai il mio agente a Los Angeles. Lo sentii scettico: “Ti ha preso in giro, stanno provinando migliaia di ragazze”. Allora lo sostituii con un mediatore di New York: “Questo contratto lo fai tu”.

Casino Royale del ‘67, fu l’ultimo film da produttore di Feldman in lotta con la United Artists. Sul set molte pause e tantissimi litigi. Woody Allen sintetizzò felicemente: “È un manicomio”

Un film complicatissimo. Lungo, estenuante, pieno di attriti anche personali. Peter Sellers aveva dichiarato guerra al mondo. Litigava con John Huston, Orson Welles e con lo stesso Feldman. Perdendo tempo, soldi e costruendo set ricchissimi nei quali non avremmo mai girato, si avvicendarono 5 diversi registi. A lungo andare mi immalinconii. Passavo le giornate nella roulotte a deprimermi, ingrassare e mangiare biscotti al burro. Ci lasciai anche un dente, su quei biscotti.

Su quel set però conobbe David Niven.

BOUCHETBOUCHET
Un uomo meraviglioso. A salvarmi fu lui. Mi vide al limite e mi disse: “Tu hai bisogno d’aria”. L’unica volta che il sole si era veramente fatto strada tra le nuvole ne avevo approfittato per andare in costume da bagno ad Hyde Park. Mi avevano arrestata. Niven mi offrì di più: “Vieni a Cap Ferrat, ho una bellissima casa, se proprio dovesse andar male e l’aereo precipitasse, potremmo consolarci pensando che la disgrazia valga per entrambi”. Non me lo feci dire due volte. Tra i tanti, forse Niven è la migliore persona che abbia conosciuto nel cinema.

Pensava al cinema fin da piccola?

Ci arrivai per una serie di circostanze fortunate. Sono nata in Cecoslovacchia, dove mio nonno gestiva una sala cinematografica, durante la Seconda Guerra Mondiale. Arrivarono i russi e ci cacciarono. Con mio padre, mia madre e le mie sorelle ci rifugiammo in un paesino della Bassa Baviera. Ci vivevano due zie. Vita di fattoria. Dopo qualche anno di difficoltà, mio padre trovo un lavoro stabile a Monaco di Baviera, ma sul più bello venne fregato da mia madre.

Fregato in che senso?

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Grazie alle suggestioni che una cartomante le aveva messo in testa fin da bambina: “La creatura attraverserà il grande mare”, mia madre aveva mosso il mondo per avere una possibilità nella terra delle grandi opportunità. Si organizzò, cercò un finanziamento chiese aiuto ad alcuni amici tedeschi e poi, quando arrivò la lettera, convinse mio padre ad affrontare il viaggio verso l’America.

Che lettera arrivò?

La lettera di un coltivatore di cotone californiano. La proposta era semplice. Lui avrebbe pagato il viaggio, mio padre e mia madre avrebbero lavorato per lui fino a estinguere il debito. Vivevamo nel nulla, in un cerchio di case circondato dal deserto.

Esperienza difficile?

Atroce. Eravamo liberi. Arrivavamo da una grande città e ci ritrovammo praticamente schiavi nella vallata più calda del pianeta. Appena risanammo il debito lasciammo quel posto e ci trasferimmo a San Francisco. Dopo averle tanto rinfacciato il trasferimento in America, papà, fotografo che era stato al fronte e allora vivacchiava immortalando matrimoni, si trovò ad affrontare altri problemi. I soldi erano pochi, le zone in cui potevamo abitare non confinavano con gli agi dei quartieri ricchi.
BOUCHETBOUCHET

Finimmo prima a Mission District, la zona dei messicani, dove i compagni di scuola per familiarizzare mi attaccavano il chewing-gum nei capelli biondi e poi in quella dei neri. Ogni giorno una lotta. Una provocazione. Bulli e bulle volevano sempre fare a botte con me: “Are you calling me?” dicevano fuori dalla scuola e giù colpi. In una di queste sfide, tra un pugno e uno schiaffo, quasi mi tolsero un occhio con un anello. Ho ancora il segno.

Il primo ingaggio?

Vinsi un premio come Miss China beach e mi ritrovai assoldata per una pubblicità delleNewport cigarettes. “Sai fumare?” mi dissero e io bluffai senza ritegno. Una volta in mongolfiera, l’inganno mostrò qualche crepa. Iniziai a tossire. Dovettero interrompere le riprese. Erano arrabbiatissimi. Intanto la mia famiglia non aveva retto ai tanti cambiamenti. Mio padre e mia madre si separarono. Io mi sentii finalmente libera di seguire l’istinto. Mi iscrissi alla Hollywood professional school. Richard Crenna, George Segal, Samantha Eggar. Eravamo tutti nello stesso gruppo di attori. Piovvero piccoli ruoli e a 22 anni, anche la grande occasione con Otto Preminger.
BOUCHETBOUCHET

Prima vittoria, il film con John Wayne e Kirk Douglas, la vedeva nel ruolo di una moglie infedele.

Assistetti a molti altri provini. Le attrici che venivano scartate piangevano a dirotto. Io e Preminger parlavamo la stessa lingua e un giorno, venendomi vicino, fece un gesto di complicità: “Ora che hai visto cosa non voglio, sei in grado di fare il contrario?”. “Ci provo, ma se sbaglio tu non urlarmi contro”. Dovevo ballare intorno a un palo. Lo convinsi. E insieme al ruolo in Prima vittoria venne anche un contratto di esclusiva della durata di 7 anni.

Una svolta.

Una condanna. Avevo uno stipendio settimanale, ma senza volerlo ero diventata una proprietà di Preminger. Dopo il primo film però, ruoli per me non sembravano esserci più.  Aspettai invano. Poi venni a sapere che avevo altre offerte, ma che Preminger aveva detto no perché, come ribadì anche a me, non aveva bisogno di soldi. Mi arrabbiai e lo raggiunsi a New York: “Qui qualcosa non va, io non sono una merce, qui perdo il tram” gli dissi. Non so come riuscii a sciogliere il contratto. Ad altre attrici era andata decisamente peggio. Cosa significasse gabbia dorata avevo avuto il tempo di capirlo.
bouchet tarantinoBOUCHET TARANTINO

Ne firmò subito un altro?

Da un tipo senza arte né parte. Mi portò a Parigi sulla Torre Eiffel. Poi a Cannes: “Ho prenotato una suite”. L’idea, la sua idea, era quella di dormire insieme. Gli feci capire che non era il caso, ma come da copione, una volta giunti sulla Croisette, l’unica stanza disponibile era una matrimoniale. Salimmo. C’era un’anticamera abbastanza grande. Presi un cuscino e una coperta e gli dissi: “Tu dormi qui”. Poi chiusi la porta.

Ho avuto mille tentazioni, ma non mi sono mai venduta. Hanno provato a regalarmi ville a Bel Air, mi hanno fatto avvicinare da legali della Paramount che altro non erano che emissari della Mafia, mi hanno minacciata: “Se non ti concedi ti distruggiamo la carriera”. Magari avevo paura, ma mi sono sempre sentita un’anima libera.

L’Italia per lei è stata importante.

Dopo il litigio con l’avvocato di cui vi parlavo, spaventata, mi rifugiai a New York convinta che avrei cambiato mestiere e identità.  Vivevo in uno scantinato, non avevo un dollaro e sentivo un freddo cane, quando dal nulla arrivarono a trovarmi due italiani. Piero Zuffi e Roberto Loyola: “Che strano trovarla qui, ma lei non fa l’attrice?”. “Facevo” risposi. Mi proposero Colpo Rovente, un poliziesco con Carmelo Bene scritto da Flaiano. Loyola era un tipo strano. Uno spregiudicato che trafficava con il cinema e anche con le armi: “Saresti disposta a cambiarti nome e colore di capelli?”. “Nome mai, sui capelli possiamo discutere”.
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Accettai la parte. Era un cinema avventuroso. Si girava nel caos. Quando Loyola iniziò a infastidirmi: “Io sono il tuo Carlo Ponti, vuoi essere la mia Loren?” lo misi in fuga telefonando a un vecchio fidanzato, Franco Rapetti, conosciuto in Costa  Azzurra all’epoca in cui Gigi Rizzi e i suoi amici dominavano la scena. Loyola si innervosì. Era pedante. Si presentava sul set: “Vorrei ricordare alla signor Bouchet che deve prepararsi meglio sulle sue battute”. “E io vorrei ricordare al produttore che deve sparire altrimenti scordo anche il poco che so”. Non si fece più vedere.

Come andò la sua storia con Omar Sharif?

Ci incontrammo a Cannes. Ero una ragazzina. Lui un uomo affascinante un po’ troppo dedito al Bridge e a impartire ordini: “Torniamo a Parigi, ci sposiamo e tu arredi la casa. Mi raccomando, niente quadri e niente oggetti sui mobili”. Resistetti poco, poi senza matrimonio tornai a Roma.

barbara bouchet - tarantinoBARBARA BOUCHET - TARANTINO
Fernando di Leo, Lucio Fulci, Mauro Bolognini, Luciano Martino, il suo omonimo Salce.  Ha lavorato con tante persone.

Fernando era un grande signore e un grande innovatore. Gli devo qualcosa. La scena del ballo scatenato di Milano Calibro 9 aiutò a farmi conoscere.

“Se gli italiani pensandomi si sono addormentati felici, io sono contenta”. La frase è sua.

Confermo. A farli sognare eravamo almeno in due. Io ed Edwige Fenech. Era un’industria in grande salute, il cinema italiano. Un’industria da 300 film l’anno.

Mostrarsi la turbava?

Neanche un po’. Ho sempre tenuto separata la vita privata da quella pubblica. Forse turbò mio figlio. Alessandro, che oggi è un cuoco celebre, allora era solo un bambino. I genitori dei suoi compagni parlavano con i figli e lui tornava a casa preoccupato: “Mamma, i miei amici dicono che ti hanno visto con il seno nudo”. Io ero tranquilla: “Caro, siamo nati tutti nudi, Gesù ci ha fatto così. Tu digli che tua madre si può permettere di mostrarlo e che sei curioso di sapere se le loro mamme possono fare lo stesso”.

Come vanno i rapporti con Quentin Tarantino?

omar sharifOMAR SHARIF
Sono sempre più controversi perché è vero che Quentin  ha rivalutato la commedia sexy e mi ha fatto felice, ma è altrettanto vero che è un gran maleducato e una gran sòla.

Addirittura?

È inaffidabile. È un bambino. So quel che dico. La storia parte da lontano. Il primo a tentare di riunirci fu un bravo artista italiano, Francesco Vezzoli, uno che pur essendo grande, ha la rara grazia di chi non si sente nessuno. Il contrario di Quentin. All’epoca non lo conoscevo. Voleva fare il remake di Caligola di Brass e propose il ruolo a Tarantino.

Lui fu secco: “Lo faccio solo se Barbara interpreta mia moglie”. Arrivammo a Los Angeles io, Helen Mirren, Adriana Asti, Benicio del Toro. Tutti ad aspettarlo. La baracca pronta a partire. L’emozione. Lui fece chiamare dalla segretaria: “Il signor Tarantino non se la sente”. Sosteneva di sentirsi grasso. Fuori forma. Fu solo la prima di tante altre sòle. Ve ne racconto un’altra.
DAVID FROST CON DAVID NIVENDAVID FROST CON DAVID NIVEN

Prego.

Gli viene in mente di dedicarmi una retrospettiva al Beverly Hills Theatre. Vuole far proiettare tutti i miei film. Mi sento onorata. Lo raggiungo. E ci casco un’altra volta. La prima sera va benissimo. Lui cinguetta, è complimentoso, affettuoso. Poi inizia a sparire, a mandare Joe Dante al suo posto a presentare i film: “Pensa Barbara- mi dice Dante-non lo vedevo da un anno”, a comportarsi da Quentin. “Excuse me honey” dice e si dilegua.

L’ultima volta è stata a Venezia. Mi dà appuntamento in un club privato. Lo aspetto fino alle due di notte. Poi chiamo Julie, l’assistente e chiedo lumi. Lei minimizza: “Non so dove sia, ma tu ti diverti, no?”. Le rispondo a brutto muso: “Tu non hai capito niente. Non vado da sola a divertirmi e men che mai in un night club a mezzanotte”. Se mi telefona un’altra volta per un appuntamento non mi presento. Giuro. Ho conosciuto anche Scorsese. Ho recitato per lui in Gangs of New York. Altra storia. Altra pasta. Essere talentuosi non basta, a volte serve anche essere educati. Quentin possiede tante doti. Quella proprio non ce l’ha.


Malcom Pagani per “Il Fatto Quotidiano