yYAXssKCQaUWZcXZ79RJTBLvo-c;SfREtjZ9NYeQnnVMC-CsZ9qN6L0 Finance, Economics, Globus, Brokers, Banks, Collateral-Oriano Mattei: BENEDETTO ZACCHEROSI DETTO "ZAC" 44 ANNI . DA CINQUE MESI E' IN PRATICA L'UOMO OMBRA DI MATTEO RENZI E LO DICHIARA APERTAMENTE SULLA SUA PAGINA DI FACEBOOK.......

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lunedì 3 ottobre 2016

BENEDETTO ZACCHEROSI DETTO "ZAC" 44 ANNI . DA CINQUE MESI E' IN PRATICA L'UOMO OMBRA DI MATTEO RENZI E LO DICHIARA APERTAMENTE SULLA SUA PAGINA DI FACEBOOK.......

Fa da cinque mesi l’uomo-ombra di Renzi, è il primo nella storia a dichiararlo via Facebook: «Io ci sono, ma dietro le quinte», dice postando un se stesso nel back stage di Maranello, con un “grazie” al fotografo di Palazzo Chigi. Già solo così Benedetto Zacchiroli detto Zac, 44 anni, renziano poliedrico ed ecumenico - «un po’ Ogm», disse una volta di sé - chiarisce l’atipicità: eminenza grigia sì, ma social. Ex seminarista, ex girotondino, ex cofferatiano, «teologo e gay», come ebbe a sintetizzare nel giorno del suo coming out, Zacchiroli è l’ultimo arrivato, il più fresco nello staff dei fedelissimi: a Palazzo Chigi è nello stesso corridoio di Boschi e Lotti, tiene l’agenda del premier e lo segue quasi ovunque, cura vertici come il trilaterale a Ventotene, o il bilaterale con la Merkel, a Maranello, appunto. C’era pure a Bologna, che poi 
è casa sua, al dibattito sul referendum tra Renzi e il presidente dell’Anpi Carlo Smuraglia: dopo un raid sul palco a due ore dall’evento sbraitando ha fatto montare un banner con il solito «basta 
un sì», perché i compagni bolognesi, 
a maggioranza non renziana, 
avevano (ops) dimenticato di farlo.

E dire che fino ad aprile a Bologna 
Zac faceva il consigliere comunale, l’assessore metropolitano con il sindaco Virginio Merola, contro cui s’era battuto alle primarie nel 2011prendendo il 5 per cento. Trombato alle parlamentarie 2012, passava come sempre il sabato sera a ballare all’Arcigay del Cassero e le domeniche mattina a celebrare matrimoni: tutta un’altra vita, insomma. In primavera, già in lista per la rielezione, come responsabile comunicazione del Pd locale aveva appena fatto stampare sui manifesti una data sbagliata per il voto, quando è arrivata la chiamata: il premier lo voleva a Roma, capo della segreteria tecnica, tra molte invidie.

Una renzata improvvisa? A sentire la leggenda accreditata, fu un coup de foudre. Galeotto, il discorso che aveva tenuto, in febbraio, all’Assemblea 
del Pd dedicata alle unioni civili: 
minuti d’alta chirurgia nei quali, con retorica veltroniana, Zac aveva 
spiegato che il ddl Cirinnà era una 
«legge contro la solitudine delle persone». 


A sentire la contro-leggenda, invece, accadde l’opposto: fu Renzi-occhio-lungo a chiedere a Zac per l’Assemblea quell’intervento - che sapeva efficace - in un momento di divisione nel partito e di grossi malumori del mondo Lgbt.

Sia come sia, c’è comunque un precedente: già nel 2014, quando si trattò di chiudere la campagna elettorale di Stefano Bonaccini per la Regione, fu proprio Renzi a chiedere fosse Zacchiroli (e solo lui) a occuparsi dell’evento.
C’è da dire in effetti che Zac è un renziano della prima ora che non ha sin qui avuto cali di passione. Caso ancora più strano: è simpatico pure ai cuperliani, ai bersaniani, insomma al resto del mondo. Pare, raccontano, sia «tra i pochi a non prenderla sul personale». Con il Pd bolognese, pur in minoranza, stava infatti in segreteria, e si è inventato, per dire 
il personaggio, i manifesti per la festa dell’Unità in stile bolscevico, ispirati a Rodchenko. Nel 2010 è andato alla prima Leopolda da indipendente, non ancora iscritto al Pd, ed è di quelli - non moltissimi ormai - che poi sono tornati sempre. Renziano, per intendersi, da quando il Rottamatore diceva di volere «un Paese che preferisca la banda larga al Ponte sullo Stretto», e ancora renziano adesso, che il premier quel ponte vuol costruirlo.

Fu Lucio Dalla a farli conoscere, nel 2007, nella cena dopo un concerto a Firenze: Renzi era presidente della provincia, Zac era amico del cantautore. Dalla - lo avrebbe detto anni dopo - vedeva tra loro una somiglianza: «Benedetto ha caratteristiche simili al mio amico Matteo. Non è uno dei soliti sapienti, e saggi, che ormai non sono più né sapienti né saggi». Ma all’epoca, quando conobbe Renzi, Zacchiroli era consigliere e “ministro degli esteri” dell’allora sindaco di Bologna, Sergio Cofferati. Sul quale era stato tra i primi 
a puntare: «Con lui facciamo cappotto a Guazzaloca», aveva scommesso già un anno prima del voto. Era, quella con 
il Cinese, la sua terza vita. Nella prima 
era stato seminarista, laureato in teologia all’Angelicum, ordinato diacono dal cardinal Biffi.

Un’epoca di cui gli rimangono entrature come quelle in Curia - d’aiuto quando si trattò di ottenere San Petronio per i funerali di Dalla - ma pure un ventaglio di espressioni colte. Tali per cui su Facebook è capace di scrivere “adsum”, eccomi; oppure da politico di brandire la parola omelia fino a tirar giù l’espressione “retorica omiletica”; o ancora di paragonare certi scontri a quelli «fra cattolici e ortodossi, nei quali si litiga solo del “filioque”», sottigliezza che chi ha studiato in seminario apprezzerà. Traslocando a Roma del resto proclamò: «Lavorare con Renzi sarà come tornare in seminario». Addirittura. Molto prima, però, Zac è stato girotondino, niente meno. «Astro nascente dei girotondi emiliani», 
lo celebrava nel 2002 la cronaca, quando era un esponente del gruppo “2 febbraio”, chiamato così in onore dell’urlo di Moretti a Piazza Navona. Fu lui, Zac, a organizzare, nell’autunno di quell’anno, 
il primo (e unico) summit a Castel San Pietro, dove suo padre Vincenzo ha fatto 
il sindaco del Pci per anni. All’epoca diceva frasi che poi sarebbero tornate d’attualità: «C’è un bisogno disperato di facce giovani, basta con le urla nel nulla». O a loro modo profetiche, come quando, promotore di un girotondo a Bologna, spiegava: «Se vedessi una bandiera di Forza Italia la benedirei, significherebbe che hanno capito».

Ecco, per tutt’altra via la bandiera di Forza Italia è alla fine arrivata: ma nell’epoca del patto del Nazareno, lui che pure si diceva “soddisfatto” nei giorni del 2003 in cui il processo a Previti e Berlusconi rimaneva a Milano, nel 2013, quando 
il Cavaliere è stato condannato per Mediaset, ha confessato: «Non riesco a essere contento». Così adesso lavora 
«a ritmi incredibilmente veloci», a Palazzo Chigi arriva prima dell’usciere, ignora tutti gli inviti mondani, e quando può - racconta agli amici - cerca di schivare il rischio «di stare chiuso in una bolla di sapone che fa perdere il contatto con la realtà».


di Susanna Turco per "l'espresso.it"

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