yYAXssKCQaUWZcXZ79RJTBLvo-c;SfREtjZ9NYeQnnVMC-CsZ9qN6L0 Finance, Economics, Globus, Brokers, Banks, Collateral-Oriano Mattei: Tutti i deputati e i senatori sono tenuti a «giustificare» una parte dei soldi che entrano nella loro busta paga. Una piccola parte, per carità: circa 2 mila euro al mese, su un totale netto che varia tra i 14 e 15 mila. Ma devono farlo. È un pezzo del cosiddetto rimborso per l’esercizio di mandato, le spese vive del parlamentare. Chi non presenta scontrini e ricevute, quei 2 mila euro li perde. E infatti non ci rinuncia quasi nessuno. Ma quali sono le spese che possono essere rimborsate? .....

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sabato 22 ottobre 2016

Tutti i deputati e i senatori sono tenuti a «giustificare» una parte dei soldi che entrano nella loro busta paga. Una piccola parte, per carità: circa 2 mila euro al mese, su un totale netto che varia tra i 14 e 15 mila. Ma devono farlo. È un pezzo del cosiddetto rimborso per l’esercizio di mandato, le spese vive del parlamentare. Chi non presenta scontrini e ricevute, quei 2 mila euro li perde. E infatti non ci rinuncia quasi nessuno. Ma quali sono le spese che possono essere rimborsate? .....

La novità è arrivata nel 2013, all’inizio di questa legislatura. Ma, sarà che siamo ancora in fase di rodaggio, non sembra funzionare a dovere. Tutti i deputati e i senatori sono tenuti a «giustificare» una parte dei soldi che entrano nella loro busta paga. Una piccola parte, per carità: circa 2 mila euro al mese, su un totale netto che varia tra i 14 e 15 mila. Ma devono farlo. È un pezzo del cosiddetto rimborso per l’esercizio di mandato, le spese vive del parlamentare. Chi non presenta scontrini e ricevute, quei 2 mila euro li perde. E infatti non ci rinuncia quasi nessuno. 
Ma quali sono le spese che possono essere rimborsate? Le voci sono quattro, ma c’è qualche margine di manovra. Ci sono i collaboratori, quelli che se li chiami portaborse ti guardano storto. Ci sono i convegni e l’acquisto di libri o riviste. E poi c’è l’attività politica. Il margine di manovra sta proprio qui. In teoria sono le spese sostenute per organizzare manifestazioni politiche. Di fatto lì dentro, molto spesso, ci finisce il versamento che i parlamentari fanno al loro partito. Un finanziamento pubblico semi-nascosto. Quanti soldi passano attraverso questo canale sotterraneo? Dipende. Le tariffe variano a seconda del partito. I parlamentari della Lega girano al partito 2.100 euro al mese, quelli di Sel 1.750, quelli del Pd 1.500, quelli di Forza Italia 800. Nel Dopoguerra il Pci si prendeva metà busta paga dei suoi parlamentari, il 60% per i non sposati. Altri tempi, altre cifre. Ma non del tutto. Perché anche i parlamentari hanno le loro addizionali locali, soldi che devono versare non al partito nazionale ma alle sezioni regionali o provinciali. E non sono spiccioli.
Un parlamentare del Pd di Modena ne tira fuori altri 2.500 al mese,i piemontesi di Forza Italia non ne possono più dell’una tantum da 500 euro che l’hanno ribattezzata una spessum. Alla fine quei 2 mila euro da giustificare possono mangiarsi anche tutti i contributi al partito, che hanno pure il vantaggio di essere scaricabili dalle tasse. Quanti seguono questa strada? Impossibile saperlo. La rendicontazione, il termine tecnico è questo, viene fatta ogni quattro mesi. Ma non è pubblica. In teoria c’è un controllo a campione affidato ai questori, i parlamentari scelti per vigilare sul rispetto delle norme interne. «Ma è tutta una finta», dice Laura Bottici, questore al Senato per il Movimento 5 Stelle. «Di fatto nemmeno noi abbiamo accesso agli atti. Sorteggiamo i parlamentari da controllare, li segnaliamo all’amministrazione. Quelli ci dicono che è tutto a posto ed è finita lì».
Certo, rendere tutto pubblico non risolverebbe la questione senza se e senza ma. Dipende da come si fa. Proprio il Movimento 5 Stelle, per tutti i suoi parlamentari, ha messo su internet tutte le spese, non solo i 2 mila euro oscuri di cui sopra. Ma a guardare il sito tirendiconto.it, qualcosa non torna. E infatti — in attesa che lunedì arrivi alla Camera il disegno di legge del M5s che dimezza lo stipendio base dei parlamentari — è scoppiato il caso delle spese di Luigi Di Maio. E anche questioni più piccole ma indicative, come quella del deputato Carlo Sibilia che per l’affitto dichiara di spendere un mese più di 2 mila euro e un altro appena 33, ma solo di pulizie. Anche qui, forse, il rodaggio non è finito. Resta il fatto che negli altri partiti non è nemmeno cominciato. Solo qualche parlamentare isolato ha deciso spontaneamente di mettere le proprie spese su internet.
È il caso di Lia Quartapelle, deputata Pd della provincia di Varese,un passato da candidata al ministero degli Esteri: «Poi ho smesso, era molto complicato». O del sardo, sempre Pd, Francesco Sanna, che con la rendicontazione ha cominciato quando era consigliere regionale e ancora insiste. Sarebbe giusto obbligare tutti a rendere pubbliche le spese sostenute con i rimborsi? «Sì — risponde — ma senza finire nella sindrome del mettiamo tutti gli scontrini su internet». E perché? «Poi va a finire che uno gli scontrini li raccoglie per strada, dice che ha mangiato tre panini invece di uno e imbroglia lo stesso. Ma sarebbe giusto obbligare tutti i parlamentari a indicare, mese per mese, le voci di spesa». Forse non basta. Forse l’idea è che, qualsiasi cosa si faccia, non basterà mai. Per dire: alla Camera hanno deciso di destinare 47 milioni di risparmi interni ai terremotati di Amatrice. Quasi non ce ne siamo accorti.

di Loranzo Salvia per "corrieredellasera.it"

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