yYAXssKCQaUWZcXZ79RJTBLvo-c;SfREtjZ9NYeQnnVMC-CsZ9qN6L0 Finance, Economics, Globus, Brokers, Banks, Collateral-Oriano Mattei: BUSINESS IMMIGRAZIONE......Il ricercatore Mark Akkerman della ong olandese Stopwapenhandel, che ha curato il dossier “Borders Wars” , la chiama “industria delle frontiere”. Un’industria liquida ma pervasiva che tocca le reti che sfruttano i migranti, i governi, le imprese private che partecipano al controllo delle migrazioni.......

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mercoledì 23 novembre 2016

BUSINESS IMMIGRAZIONE......Il ricercatore Mark Akkerman della ong olandese Stopwapenhandel, che ha curato il dossier “Borders Wars” , la chiama “industria delle frontiere”. Un’industria liquida ma pervasiva che tocca le reti che sfruttano i migranti, i governi, le imprese private che partecipano al controllo delle migrazioni.......

L'emergenza migranti in Europa sta diventando strutturale. Così c'è chi moltiplica i propri affari e trova nuovi terreni di azione. Un apparato militare e industriale che utilizza e promuove tecnologie, prendendo di mira chi lascia il proprio Paese per raggiungere le nostre frontiere. 

Il ricercatore Mark Akkerman della ong olandese Stopwapenhandel, che  ha curato il dossier “Borders Wars” , 
la chiama “industria delle frontiere”.  Un’industria liquida ma pervasiva che tocca le reti che sfruttano i migranti, i governi, le imprese private che partecipano al controllo delle migrazioni.

CONTROLLO AD OGNI COSTO

In cima ai bisogni dei Paesi europei c’è la volontà e la spinta politica al controllo: tutte le tecnologie sviluppate sono utili alla causa e il loro utilizzo genera guadagni milionari. Nel 2012 il mercato globale della gestione delle frontiere (considerando i soli confini terrestri e marittimi) fatturava circa 29 miliardi di dollari, e vedeva gli Usa in cima alla classifica. Nel 2009 il fatturato del business delle frontiere europee era stimato tra i 6 e i 8 miliardi di euro. E si stima che questo florido business crescerà globalmente fino a 50 miliardi di euro nel 2022.

Coinvolte nel settore sono tutte le aziende del settore militare e della sicurezza che forniscono sistemi e attrezzature alle guardie di frontiera, tecnologie di sorveglianza per controllare i confini e infrastrutture informatiche per monitorare i movimenti delle popolazioni.

Spesso si tratta delle stesse società che esportano e vendono armamenti ai paesi del Medio Oriente e del Nord Africa: armamenti che stanno alimentando i conflitti che obbligano profughi e rifugiati a fuggire dalle proprie case, come raccontato dall’Espresso lo scorso agosto per l’affaire Yemen .

Tutti i big del settore come Airbus, Thales, Safran e Indrahanno approntato o ampliato il settore dei prodotti per la sicurezza e i rapporti con diverse piccole imprese specializzate nelle tecnologie informatiche. E anche il colosso italiano Leonardo-Finmeccanica ha identificato “il controllo delle frontiere e i sistemi di sicurezza” come uno dei principali settori per l’incremento degli ordini e dei ricavi. In particolare Leonardo-Finmeccanica insieme ad Airbus ha vinto contratti dell’Ue per rafforzare i controlli delle frontiere. Airbus è anche il vincitore dei maggiori contratti di finanziamento alla ricerca nel settore della sicurezza.

Tra aziende non europee che hanno ricevuto questi fondi figurano anche alcune aziende israeliane: ciò è stato possibile a seguito di un accordo del 1996. Queste aziende hanno svolto un ruolo nel fortificare i confini di Bulgaria e Ungheria, grazie alle conoscenze tecnologiche sviluppate con l’esperienza del muro di separazione in Cisgiordania e del confine di Gaza con l’Egitto. L’azienda israeliana BTec Electronic Security Systems è stata selezionata da Frontex per partecipare al laboratorio svolto nell’aprile 2014 su “Sensori e piattaforme di sorveglianza delle frontiere”: l’azienda sottolineava che le sue “tecnologie, soluzioni e prodotti sono installati sul confine israelo-palestinese”.

Alcune delle autorizzazioni all’esportazione verso i paesi del Medio Oriente e del Nord Africa riguardano il controllo delle frontiere. Nel 2015, ad esempio, il governo olandese ha concesso una licenza di esportazione del valore di 34 milioni di euro alla Thales Nederland per la fornitura all’Egitto di radar e sistemi C3, nonostante le reiterate denunce di violazioni dei diritti umani nel paese.

DENTRO LA FORTEZZA EUROPA

«Oggi è una pietra miliare nella storia della gestione delle frontiere», ha annunciato lo scorso 6 ottobre Dimitris Avramopoulos, commissario per le migrazioni, gli affari interni e la cittadinanza, nel luogo simbolo che separa Bulgaria e Turchia: «In meno di un anno abbiamo creato una frontiera europea a tutti gli effetti e il sistema di guardia costiera. Questa è esattamente la risposta di cui abbiamo bisogno per la sicurezza e migrazione, sfide del 21° secolo». A un anno dall’annuncio del presidente Jean-Claude Juncker, che aveva dichiarato che lo spazio Schengen è sostenibile soltanto se i confini esterni sono effettivamente garantiti e protetti, è nata in tempo record la Guardia di frontiera e costa europea partendo dall’agenzia esistente Frontex.

Il bilancio di Frontex tra il 2005 e il 2016 è aumentato del 3688 per cento, da 6,3 milioni a 254 milioni di euro. E con la crisi umanitaria del Mediterraneo dal 2014 è quasi triplicato, passando da 97 milioni ai 281 milioni di euro previsti per il 2017. Tra le voci di spesa maggiore nel bilancio 2016 ci sono 120 milioni per le “Joint operation”.

Contemporaneamente ai nuovi Stati membri sono state richieste politiche di rafforzamento delle frontiere come condizione di appartenenza, creando così un mercato per ulteriori profitti. Il materiale acquistato o aggiornato con gli stanziamenti del Fondo per le Frontiere Esterne comprende22.347 sistemi di sorveglianza e 212.881 sistemi operativi.

Per difendere la fortezza Europa ecco un pool di riserva rapida di almeno 1.500 guardie, un parco attrezzature tecniche come Eurosur, il sistema europeo che collega gli stati per il monitoraggio e la sorveglianza delle frontiere. La militarizzazione si manifesta anche negli scopi militari della “Forza navale dell’Unione europea - Mediterranea Operazione Sophia”, così come nell’impiego di militari su molti confini, tra cui quelli di Ungheria, Croazia, Macedonia e Slovenia.

Nel frattempo, i paesi extra Ue sono stati spinti ad assumere il ruolo di avamposto di guardie di frontiera per cercare di impedire ai rifugiati di raggiungere i confini. Come gli accordi con la Turchia sui migranti, aspramente criticati dalle organizzazioni per i diritti umani, che negano l’accesso dei rifugiati in Europa e hanno accresciuto la violenza nei loro confronti.

In cambio della decisione di accettare tutti i “migranti irregolari” giunti sulle isole della Grecia a partire dal 20 marzo scorso, Ankara si è assicurata sei miliardi di euro, tre subito altri tre entro la fine del 2018 per progetti di «salute, istruzione, infrastrutture, alimentazione e sostentamento per i rifugiati» .

C’È CHI DICE NO

A manifestare contro la militarizzazione forzata in nome della sicurezza è il network europeo Frontexit , dal nome della campagna lanciata da un gruppo di ong italiane e straniere. «Rafforzando il mandato dell’agenzia Frontex Bruxelles mostra disinteresse nei confronti dei diritti umani e continua a non affrontare i problemi emersi dal contesto migratorio degli ultimi due anni», scrivono nel lancio della campagna.

Le ong puntano il dito soprattutto sul respingimento dalle coste greche che prevede il mantenimento dei profughi nei campi e, man mano, la registrazione per i ricollocamenti in altri paesi. Sotto accusa anche i le norme che regolano il nuovo mandato, che dà troppa libertà agli operatori Frontex mentre non è prevista una forma di tutela per le eventuali vittime che si oppongono ai respingimenti forzati.

«Mentre alle frontiere europee il numero dei morti e dei dispersi continua ad aumentare - denunciano in una nota - Frontex potrà ormai dispiegarsi più rapidamente alle frontiere esterne dell’Ue per bloccare il passaggio, rendendo il viaggio ancora più pericoloso. A dispetto delle decisioni della Corte Europea dei diritti dell’uomo e del principio di non-respingimento, l’agenzia potrà trasferire le persone intercettate in porti designati come “sicuri” anche in Paesi non europei. Infine, l’agenzia potrà cooperare con un numero crescente di Paesi, alcuni dei quali noti per le loro violazioni dei diritti umani, senza alcun controllo da parte del parlamento di Strasburgo». 


di Michele Sasso per "l'espresso.it"

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