yYAXssKCQaUWZcXZ79RJTBLvo-c;SfREtjZ9NYeQnnVMC-CsZ9qN6L0 Finance, Economics, Globus, Brokers, Banks, Collateral-Oriano Mattei: DEUTSCHE BANK - DONALD TRUMP...... Deutsche Bank, cosa farà The Donald con la supermulta?... Che gli occhi di tutto il mondo siano puntati sulle prime mosse che Donald Trump concretamente farà una volta insediatosi alla Casa Bianca, dal 20 gennaio prossimo, è scontato, ma a Francoforte c’è qualcuno che ha un interesse specifico e diretto a capire se e come cambierà il vento che soffia dagli Stati Uniti verso l’Europa. Più ancora interessata alle mosse di Draghi è infatti Deutsche Bank, l’acciaccato colosso creditizio tedesco che da settimane deve chiudere la vertenza in atto col Dipartimento di Giustizia statunitense, che a settembre ha chiesto alla banca di pagare una sanzione di 14 miliardi di dollari per chiudere lo scandalo legato alla vendita di titoli tossici collegati ai mutui subprime........

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martedì 22 novembre 2016

DEUTSCHE BANK - DONALD TRUMP...... Deutsche Bank, cosa farà The Donald con la supermulta?... Che gli occhi di tutto il mondo siano puntati sulle prime mosse che Donald Trump concretamente farà una volta insediatosi alla Casa Bianca, dal 20 gennaio prossimo, è scontato, ma a Francoforte c’è qualcuno che ha un interesse specifico e diretto a capire se e come cambierà il vento che soffia dagli Stati Uniti verso l’Europa. Più ancora interessata alle mosse di Draghi è infatti Deutsche Bank, l’acciaccato colosso creditizio tedesco che da settimane deve chiudere la vertenza in atto col Dipartimento di Giustizia statunitense, che a settembre ha chiesto alla banca di pagare una sanzione di 14 miliardi di dollari per chiudere lo scandalo legato alla vendita di titoli tossici collegati ai mutui subprime........

Deutsche Bank, cosa farà The Donald con la supermulta?

Che gli occhi di tutto il mondo siano puntati sulle prime mosse che Donald Trump concretamente farà una volta insediatosi alla Casa Bianca, dal 20 gennaio prossimo, è scontato, ma a Francoforte c’è qualcuno che ha un interesse specifico e diretto a capire se e come cambierà il vento che soffia dagli Stati Uniti verso l’Europa. Non si tratta tanto della Bce, anche se Mario Draghi ha già “ammonito” il presidente eletto a non procedere a una deregulation spinta del settore bancario, dato che proprio l’eccessiva deregolamentazione del ventennio precedente ha portato all’esplosione della crisi finanziaria 2008-2009 di cui stiamo ancora pagando le conseguenze a medio termine.

Più ancora interessata alle mosse di Draghi è infatti Deutsche Bank, l’acciaccato colosso creditizio tedesco che da settimane deve chiudere la vertenza in atto col Dipartimento di Giustizia statunitense, che a settembre ha chiesto alla banca di pagare una sanzione di 14 miliardi di dollari per chiudere lo scandalo legato alla vendita di titoli tossici collegati ai mutui subprime. Una cifra “monstre” molto distante dai 5-6 miliardi di cui si ragionava a Francoforte ancora un paio di mesi or sono prima dell’annuncio, tanto che la reazione della banca è stata di immediato rigetto della richiesta e di avvio di trattative per trovare un compromesso, che però finora non è arrivato.

Finora Deutsche Bank ha accumulato 5,5 miliardi di euro per oneri legati a cause giudiziarie e se la pretesa delle autorità Usa non si ridurrà almeno della metà potrebbe essere costretta a lanciare un nuovo pesante aumento di capitale, o a rinunciare al mercato statunitense, dove peraltro in questi due anni è risultata l’unico istituto tra quelli sottoposti agli stress test della Federal Reserve di New York ad aver fallito entrambe le prove. Ora Trump si trova a dover nominare il nuovo ministro della Giustizia, così come, da qui a 18 mesi, il successore dell’attuale presidente della Fed di New York, William Dudley (oltre che il nuovo capo della Federal Reserve, visto che il mandato di Janet Yellen è in scadenza nell’aprile 2019 e non sarà rinnovato).

Da quelle nomine potrebbe decidere il destino di Deutsche Bank in terra americana, ma i mercati difficilmente attenderanno tanto. Così a Francoforte potrebbe farsi strada l’idea di cercare un contatto “diretto” col presidente eletto che negli ultimi anni è stato più volte finanziato proprio da Deutsche Bank, come emerso di recente da un’inchiesta del New York Times. Ad un pool composto dall’istituto tedesco, da Goldman Sachs, da Ubs e da Bank of China faceva ad esempio capo il finanziamento da 950 milioni di dollari concesso nel 2012 per un immobile al civico 1290 di Avenue of Americas, a New York, di cui Trump è comproprietario.

Sempre Deutsche Bank prestò all’immobiliarista statunitense nel 2005 640 milioni di dollari per il Trump International Hotel and Tower di Chicago, poi finito in default parziale tre anni dopo; altri 300 milioni di dollari vennero concessi a Trump pochi anni dopo dal private banking di Deutsche Bank. In tutto si stima che oltre un miliardo di dollari sia stato prestato dal gruppo Deutsche Bank a Trump nell’arco dell’ultimo decennio.

Negli affari, come in politica, una mano lava l’altra ed è difficile immaginare che Trump potrà e vorrà andare ad uno scontro duro nei confronti di uno dei suoi principali creditori cui deve buona parte del suo successo, quel successo su cui ha fatto leva per farsi eleggere presidente. Una volta alla Casa Bianca è prevedibile che saprà sdebitarsi quanto meno favorendo dei compromessi in grado di ridurre la pressione sul gruppo tedesco e, contemporaneamente, stemperare la crescente tensione col governo di Berlino.


di Luca Spoldi per "affaritaliani.it"

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