yYAXssKCQaUWZcXZ79RJTBLvo-c;SfREtjZ9NYeQnnVMC-CsZ9qN6L0 Finance, Economics, Globus, Brokers, Banks, Collateral-Oriano Mattei: QUESTO E' UNO DEI TANTI CADI DI VER DISCRIMINAZIONE RAZZIALE "RACIAL PROFILING". STIAMO ENTRANDO IN UN SISTEMA DI PENSIERO MOLTO PERICOLOSO CHE SI SA UANDO SI ENTRA MA NON SI SA DOVE SI ARRIVA E LE CAUSE CHE NE DERIVERANNO.......

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domenica 13 novembre 2016

QUESTO E' UNO DEI TANTI CADI DI VER DISCRIMINAZIONE RAZZIALE "RACIAL PROFILING". STIAMO ENTRANDO IN UN SISTEMA DI PENSIERO MOLTO PERICOLOSO CHE SI SA UANDO SI ENTRA MA NON SI SA DOVE SI ARRIVA E LE CAUSE CHE NE DERIVERANNO.......

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Mohamed Wa Baile ha 42 anni, è nato a Mombasa, in Kenya, ed è cittadino svizzero. Laureato, parla diverse lingue. Ogni mattina prende il treno che da Berna, la città dove vive, lo porta a Zurigo, dove lavora come bibliotecario al Politecnico. Più volte mentre entrava in stazione o mentre scendeva dal vagone passeggeri è stato fermato dalla polizia per un controllo. Il 5 febbraio 2015, stanco d’essere continuamente controllato, s’è rifiutato di esibire i documenti a tre agenti. E per questo ha ricevuto una multa di 250 franchi. Ma lui ha deciso di non pagare, perché si sente vittima di una discriminazione. E così si è rivolto alla magistratura. Lunedì il Tribunale di Zurigo ha confermato il decreto d’accusa. Ma il bibliotecario ha già annunciato che presenterà ricorso e arriverà sino al Tribunale federale. Vale la pena per 250 franchi spenderne migliaia di costi legali? Mohamed Wa Baile vuole fare nella sua vicenda una questione di principio. E dare visibilità a un problema che secondo l’Alleanza contro il "racial profiling" è molto diffuso. "Capisco che i poliziotti debbano fare il loro mestiere - ha spiegato - ma quando ti rendi conto che vieni sistematicamente controllato cominci a chiederti il perché".
Quello del bibliotecario bernese è un caso senza precedenti, perché è la prima volta che un giudice elvetico si è trovato a decidere se un controllo di polizia viola o meno il divieto costituzionale di discriminazione razziale. Secondo il bibliotecario gli agenti hanno agito per effetto del "racial profiling", cioè il controllo selettivo dell’identità in base alla razza e al colore della pelle. Nel 2015 nei suoi consultori sparsi in tutta la Confederazione, la Rete di consulenza per le vittime del razzismo ha registrato 16 casi di "racial profiling". E ha tracciato quelli più eclatanti nel suo dossier annuale. Nel 2014, sempre la Rete, aveva avvertito che i "casi di razzismo nei confronti delle persone di colore sono aumentati". Ma la polizia respinge le accuse. Quella di Zurigo chiamata daventi al giudice, attraverso il portavoce Marco Cortesi, ha spiegato d’avere addirittura inviato personale in Inghilterra, esattamente a Birmingham, per capire meglio come comportarsi, visto che qui gli agenti si confrontano spesso con queste vicende. "La polizia non fa controlli settoriali in base alla pelle, all’etnia o all’origine, ma fa prevenzione e combatte la criminalità. Questo deve essere chiaro", spiega Max Hofmann segretario nazionale della Federazione svizzera dei funzionari di Polizia. 

"Se poi anche in base alle informazioni che attingiamo - aggiunge Hofmann - è necessario un controllo su un gruppo etnico che, ad esempio, ha in mano il mercato della cocaina, lo facciamo perché è nostro dovere. Non è una questione di discriminazione, è una questione di sicurezza e noi lavoriamo per la sicurezza. Di tutti". Secondo Hofmann, inoltre, "se un cittadino, svizzero o straniero che sia, viene invitato a mostrare un documento e non ha nulla da nascondere perché dovrebbe rifiutarsi?". Per il sociologo ed esperto di diritti umani bernese Tarek Naguib, invece, il "racial profiling è un problema che colpisce diverse persone, ma purtroppo se ne parla poco". Anche perché le storie che emergono o che vengono denunciate rappresentano solo una piccola parte di una realtà ben più vasta, dove i pregiudizi ultimamente viaggiano soprattutto sui social. C’è da dire, tuttavia, che negli anni, il Cantone e altri enti pubblici, hanno lanciato molte campagne di sensibilizzazione contro il razzismo. E quando sono affiorati casi precisi, sono state usate le maniere forti. Basta ricordare il licenziamento in tronco dell’ex calciatore Stefano Eranio, opinionista della Rsi  per le partite di Champions. Riferendosi ad Antonio Rudiger della Roma, aveva detto che "i giocatori di colore sono potenti fisicamente, però, purtroppo quando c’è da pensare, spesso fanno errori". 
"Personalmente non mi è mai accaduto, ma il problema non nego esista e va sicuramente combattuto con lo sforzo di tutti", spiega Mohammed Soudani, uno dei più importanti registi svizzeri. Per Demba Dieng, docente di integrazione e sostegno negli istituti ticinesi, "per battere il razzismo, serve tempo e pazienza. Solo la conoscenza, a tutti i livelli, sconfigge i pregiudizi e promuove il dialogo". Dieng non conosce il caso del bibliotecario, ma - aggiunge - "se ha colpa chi mostra atteggiamenti razzisti, abbiamo colpa anche noi di origine africana che spesso diamo l’immagine che altri si aspettano. Cioè cliché non sempre positivi".

di Mauro Spignesi per "ilcaffè.ch"

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