yYAXssKCQaUWZcXZ79RJTBLvo-c;SfREtjZ9NYeQnnVMC-CsZ9qN6L0 Finance, Economics, Globus, Brokers, Banks, Collateral-Oriano Mattei: 2017

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venerdì 15 dicembre 2017

"Il calendario delle audizioni alla Commissione parlamentare d'inchiesta sulle banche è chiuso, come deciso alcuni giorni fa. Tuttavia, se il presidente Casini decidesse di riaprirlo, pare evidente e urgente la necessità di ascoltare la Sottosegretaria Boschi. Se il presidente valuterà l'opzione, noi formalizzeremo subito la richiesta di audire Boschi". Lo dichiara il deputato Davide Zoggia (Mdp-LeU), membro della commissione parlamentare d'inchiesta sulle banche.


Davide ZoggiaDAVIDE ZOGGIA 
(ANSA) - "Il calendario delle audizioni alla Commissione parlamentare d'inchiesta sulle banche è chiuso, come deciso alcuni giorni fa. Tuttavia, se il presidente Casini decidesse di riaprirlo, pare evidente e urgente la necessità di ascoltare la Sottosegretaria Boschi. Se il presidente valuterà l'opzione, noi formalizzeremo subito la richiesta di audire Boschi". Lo dichiara il deputato Davide Zoggia (Mdp-LeU), membro della commissione parlamentare d'inchiesta sulle banche.
MARIA ELENA BOSCHIMARIA ELENA BOSCHI

Dopo tre ore di fotografie, cambi d’abito e consigli che somigliano a ordini: «Sorridi, calcia, palleggia, indossa, cammina, girati», il soldato argentino Dybala Paulo non diserta e indossa ancora la divisa della pazienza. Dei suoi ventiquattro anni da predestinato, questo ragazzo dal sorriso gentile ma trattenuto – «Mi sono sentito tradito un’infinità di volte e ho imparato il valore della diffidenza».......





Malcom Pagani per Vanity Fair

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Ogni volta che sorge il giorno, Paulo si ricorda di quando era notte e si faceva silenzio: «A volte per capire bisogna anche saper tacere. Ascoltare di più e parlare di meno. Io spesso sto zitto, ma è un piacere, non una sofferenza. Mi piace sentire cosa hanno da dire gli altri, formarmi un’opinione, non essere costretto a intervenire per forza».

Dopo tre ore di fotografie, cambi d’abito e consigli che somigliano a ordini: «Sorridi, calcia, palleggia, indossa, cammina, girati», il soldato argentino Dybala Paulo non diserta e indossa ancora la divisa della pazienza. Dei suoi ventiquattro anni da predestinato, questo ragazzo dal sorriso gentile ma trattenuto – «Mi sono sentito tradito un’infinità di volte e ho imparato il valore della diffidenza» – sa dire cosa ha inseguito «da bambino, nel posto in cui sono nato, ti mettono un pallone tra i piedi prima ancora di averti dato il ciuccio» e cosa, nella corsa, ha perso. «Soprattutto la mia adolescenza. I miei amici andavano in discoteca, bevevano birra, fumavano, si ingozzavano senza ritegno e facevano l’alba e io andavo a dormire presto dopo essermi allenato di mattina e di pomeriggio, stando attento a cosa, quanto e quando mangiare. Sono andato via da casa che avevo dieci anni.

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Nella pensione dell’Instituto de Cordoba, dove sono cresciuto con ragazzi che avevano i miei stessi sogni, si diventava uomini in fretta. Per la prima volta, lontano da casa, senza l’aiuto di mia madre, ero costretto a cavarmela da solo. A rifare il letto, preparare il pranzo, pulire il bagno. Chi mi guarda adesso non può capire cosa c’è stato dietro. Ho avuto la fortuna di poter lottare per un obiettivo, ma io so che non si è trattato di sola fortuna. Non ho vinto un biglietto della lotteria, ma ho faticato, compiuto sacrifici, accettato rinunce, condotto una vita molto sana. Ne è valsa la pena e sono stato ripagato. Ma costruire è difficile e distruggere è semplicissimo. Bastano un paio di cazzate e puoi demolire il lavoro di un’esistenza intera».

Accanto al Lingotto, dove il clan di Dybala (madre, fratello, fidanzata del fratello, amici) si materializza a banchi, all’improvviso, come la nebbia, i palazzi che stingono nella foschia, e che abbracciano l’ex regno della Fiat, raccontano una storia di antica affiliazione. I quartieri operai, la fabbrica e sullo sfondo la squadra di calcio in cui oggi Dybala interpreta il ruolo che all’epoca in cui sul trono sedeva l’Avvocato fu di Michel Platini e, decenni prima, del genio anarchico di Omar Sivori. Uno che con Dybala condivideva i natali e, proprio come lui, correva con i calzettoni bassi, faticava a stare negli schemi e, per smuovere la calma piatta, sollevava un’onda anomala. «Cerco di divertirmi come facevo quando ero ragazzino. Anche se adesso esistono più responsabilità e sul tavolo c’è il mio futuro, non voglio smettere di farlo. Se si stanca la testa, a non girare più sono subito le gambe».
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Con l’istinto subordinato alla cerebralità, Dybala è un argentino atipico. Niente del gladiatorio Hugo Gatti, el loco, il portiere provocatore che vedeva piovere rondelle, bulloni e scope dagli spalti e raccogliendo la ramazza, con gusto situazionista, spazzava l’area come se nulla fosse davanti a centomila persone. Nulla della follia di Diego Maradona che palleggiava con le arance e la polvere non la faceva assaggiare soltanto ai propri avversari. Paulo è Paulo. Quello che ha i lontani parenti in Italia e se avesse scelto di cantare l’inno di Mameli forse ci avrebbe portato in Russia: «Mi è stato chiesto di vestire l’azzurro e sono stato molto grato. Avevo 19 anni e rispondere “no, grazie” fu dura. Ma sono argentino e sarebbe stato un inganno». Lo stesso “pibe”che trascorre le ore a edificare le torri del Lego. Legge i libri, ama gli scacchi e a Torino, con una maglia a strisce, ha trovato la sintesi perfetta tra i bianchi e i neri.

Perché gli scacchi?

«Ho imparato a giocare da bambino, con mio padre, prima osservandolo e poi mettendo in pratica quello che vedevo. Lui giocava sempre con i suoi amici, poi ha iniziato a farlo con me. Mi ha insegnato a muovere re, regine e pedoni, anche se non mi faceva vincere mai».
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Calcio e scacchi hanno punti di contatto?
«Anche se sembra che non abbiano niente in comune, esistono tanti aspetti che si somigliano. Puoi intuire, pensare e persino decidere come effettuare un colpo in anticipo. Capire come si comporterà l’avversario, leggere i suoi movimenti, sfruttarli a tuo vantaggio. Gli scacchi aiutano a usare il cervello, a non avere fretta. A muoversi armonicamente. Nel calcio accade la stessa cosa. A volte, per prevalere, devi ragionare. Capire a che punto è la partita, conoscere i punti deboli dell’avversario, aspettare la mossa altrui per sfruttare al meglio le tue qualità e le tue forze».

Come ha fatto a diventare riflessivo?

«Non so se sono riflessivo come dice lei o soltanto attento a quello che mi accade intorno. Era così anche a scuola. Non amavo stare in classe, però prestavo attenzione per non dover studiare dopo. Se non ascoltavo o cazzeggiavo – si dice così, no? – poi facevo fatica e per recuperare passavo il pomeriggio sui libri».

Non aveva voglia?

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«Nessuna voglia. Guardavo la finestra e mi immaginavo nella piazza del paese, con un pallone tra i piedi. A scuola in realtà sono andato sempre bene. La mia famiglia mi ha impedito di abbandonarla anche quando il calcio sembrava essere diventata la priorità. Quando a Cordoba sono arrivato in prima squadra, mia madre ha litigato con i miei due fratelli che sostenevano dovessi lasciarla: “Stai tranquilla, questa è una grande opportunità”, le dicevano. E lei di rimando: “Lo è anche studiare, soprattutto se a un certo punto in mano non ti resta nient’altro che un diploma”».

C’è stato anche quel rischio?
«Certo che c’è stato. Di ragazzi che avevano un talento immenso, anche più talento di me, e si sono persi senza lasciare traccia ne ho conosciuti tanti. Con alcuni di loro mi sento ancora molto spesso». Quindi il talento da solo non basta.
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«È vero che Dio ci dà un dono, ma poi quel dono va lavorato. Ne ho visti tanti di fenomeni nei settori giovanili. Ragazzi di cui dicevano: “Se solo avesse avuto la testa, avrebbe potuto essere Maradona o Messi”. Ecco, io ho lavorato soprattutto per evitare questo».

Per evitare cosa?

«Che davanti al mio nome ci fosse un condizionale».

Cosa ha marcato la differenza tra lei e i ragazzi che si sono persi?

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«Il senso di responsabilità. La passione. Il desiderio di raggiungere il mio obiettivo a ogni costo e di essere pronti a tagliare le radici, se necessario. A Laguna Larga, il paese in cui sono nato, nessuno chiude la porta di casa. Si conoscono tutti. È un piccolo paradiso. Ma se vuoi conoscere il mondo, il paradiso devi essere pronto anche a lasciarlo. Io volevo sfidare le mie insicurezze, conoscere gente nuova, vedere cosa c’era al di là della culla protetta».

Al calcio la instradò suo padre Adolfo. A livello amatoriale, con qualche rudezza, era stato difensore anche lui. L’avevano soprannominato «El chanco».

«In realtà giocava da ala e poi si spostò in difesa. Lo chiamavano “il maiale”, ma in Argentina i soprannomi lasciano il tempo che trovano. Il calcio da noi non è una seconda religione, ma la prima. E monoteista. Se c’è una partita importante si ferma tutto. Se si comincia a parlare di calcio in un bar e due persone tifano per squadre diverse, non è detto che non finisca male. Anche se si è amici. È un sentimento forte, importante, viscerale. Ci sono e ci sono stati altri sportivi importanti, dal tennis all’hockey su prato. Ma il calcio è un’altra storia».

Sulla rudezza di suo padre sorvoliamo?
«Con i miei occhi l’ho visto fare un solo intervento davvero duro. Giocavamo tra adulti e bambini, un avversario più grande di me entrò da dietro per farmi male, papà gli restituì il colpo. Nella vita di tutti i giorni era una persona molto buona. Faceva andare avanti la ricevitoria di famiglia, la Favorita. E intanto trasmetteva a me e ai miei fratelli la malattia del calcio».
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Poi ad ammalarsi fu lui.

«È morto per un tumore, quando avevo quindici anni. Fu un dolore fortissimo. Nei mesi precedenti non riusciva più a venirmi a trovare e il club mi fece andare a casa per un po’ di tempo. Sei mesi erano troppo pochi e mi venne la tentazione di mollare tutto. Mi sarebbe piaciuto parlare più a lungo con lui, affrontare una conversazione vera, chiedergli cosa provasse. Ma ero giovane, i miei fratelli volevano proteggermi ed è andata così. Forse un giorno lo ritroverò o forse no, a papà però penso sempre e gli dedico tutti i miei gol. Mi accompagnava con la sua utilitaria da Laguna Larga a Cordoba. Erano 55 chilometri ad andare e 55 a tornare. D’inverno, d’estate, a Natale, a Pasqua. Con la febbre o senza. Solo per farmi tirare calci a un pallone. Non si è mai lamentato, non me l’ha mai fatto pesare».
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A lei pesava?
«Finché eravamo insieme, mai. “Domani passi dalla squadra del paese a quella della Capitale”, mi disse. “Sei contento?”. Non dubitai un solo secondo. Ho provato a godermi ogni momento, come facevo da bambino. Il campo di calcio era a pochi metri da casa, ma i miei fratelli avevano dipinto l’ingresso della nostra abitazione con una pietra bianca, disegnando pali e traverse. Ero molto piccolo e non mi ricordo la reazione dei miei, ma qualche vetro l’abbiamo spaccato. Siamo stati gli ultimi».

Gli ultimi a fare cosa?

«A far rotolare una palla per strada e a mettere per terra le felpe al posto dei pali correndo dietro a una palla con le ginocchia rosse fino a quando non faceva buio. Il mio primo computer l’ho visto a 13 anni. E non è che smaniassi per usarlo. Stare a casa per noi significava stare in punizione. Bastava una bici per essere felici. Ci andavo a scuola, in bicicletta, dalle 7 e mezza fino all’una per poi trasferirmi a Cordoba. Quando papà non poteva portarmi, andavo e tornavo da solo. Una volta persi il pullman per rincasare. I miei si spaventarono. All’epoca c’era ancora il lusso di aver paura».

In Argentina, quando era ancora minorenne, lei divenne famoso per un pianto in diretta.

«Giocavo in seconda divisione con l’Instituto de Cordoba, arrivammo fino allo spareggio per essere promossi in Primera e lo perdemmo. Non avrei voluto piangere, ma non ce la feci a trattenermi. L’Instituto era la squadra che tifavo e alla quale avevo dato tutto fin dai 10 anni. Tra compagni ci eravamo stretti la mano, abbracciati, avevamo fatto un patto. Non bastò».
higuain dybalaHIGUAIN DYBALA

Si è pentito di quel pianto?

«E perché? Gli uomini piangono. Crollano. Cedono. Ero rimasto a mani vuote e sono crollato anch’io. Mi è venuto e l’ho fatto. Oggi ci penso con tenerezza. E non è stata neanche l’unica volta. Mi è accaduto pure in Nazionale. Giocavamo contro l’Uruguay. Venni espulso. E piansi a dirotto».

L’ultima volta che vedemmo Maradona, prima del controllo antidoping al Mondiale americano del 1994, usciva dal campo con un’infermiera. E rideva.

«Diego è stato grande, ma nel ’94 io avevo un anno. Non è stato un mito del mio tempo, ma è stato un mito. E i miti non hanno bisogno né di morale né di moralismo. C’è a chi piace l’eccesso e c’è a chi piace meno, ma il giusto e l’ingiusto non esistono. Sono categorie relative. Se vedo un compagno con dieci auto di lusso io non lo giudico perché non mi piace valutare gli altri dall’esteriorità. Conta cosa hai dentro. Chi sei dentro. Oggi dei calciatori che stanno sui social pensi di sapere come siano fuori e dentro al campo. Ti illudi di vedere tutto e magari non vedi niente. Ieri li scrutavi solo in tv, ma non è detto che la lettura fosse più parziale».
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Come nel Mondiale del 1978. In piazza le tv mostravano le immagini degli argentini in festa. Nel sottosuolo gli oppositori del regime di Videla venivano torturati e fatti sparire.

«È una storia che conosco. Una storia amara. So cosa è accaduto, ho letto, ho visto le immagini, i film, i documentari. Chi festeggiava non sapeva, chi sapeva attraversava bruttissimi momenti».

Cosa è per lei la libertà?
«Essere come si è senza temere il giudizio di nessuno. Vorrei essere concreto e farle un esempio, ma forse la libertà è esattamente non rispondere a questa domanda».
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Si sforzi.

«Farsi capire da tutti è difficile. Spesso la tua libertà e la tua opinione non coincidono con quello che la gente vuole sentirti dire o che i giornali vogliono attribuirti per forza. Se sei noto, comunque, avere la struttura per sopportare le critiche è un criterio indispensabile per sopravvivere».

Come si controllano le emozioni?

«È una delle imprese più difficili che esistano. Tante volte mi è capitato di non riuscirci. Credo per mancanza di esperienza, soprattutto. Miglioro piano piano».

E l’ambizione invece cos’è?

«Svegliarsi ogni giorno con un obiettivo in testa e cercare di raggiungerlo. Avere la capacità di accontentarsi del passo corto e non pretendere di volare. Sapere che ti migliori solo se non smetti di provarci».

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Chi diventa davvero un calciatore, quando arriva al suo livello?

«Il più delle volte un uomo molto solo. Come le dicevo prima, le cose negative che ti accadono restano. E lasciano un segno. Per questo sono diffidente e per questo mi riesce difficile credere e avere totale fiducia nelle persone».

Le sembra bello?

«Mi sembra bruttissimo. Essere duri, indurisce. Essere aridi, inaridisce. E se giudicare è complicato, giudicare senza conoscere è impossibile».

Come si tutela?

«Mi sforzo di non avere pregiudizi, ma è difficile. Anche con le ragazze. Penso sempre che almeno il 90 per cento di loro non si avvicini a me per amore o per il mio bel faccino, ma per altro».
DYBALA E MESSIDYBALA E MESSI

Per cosa?
«Magari per approfittare della notorietà e ottenerne a sua volta. So che è triste dirlo, però è la verità. Il mio è un mondo in cui devi stare attento a molti aspetti, in cui se non guardi con attenzione alle cose soffri molto più di quanto tu non goda. Per questo dico ai bambini, godetevi il gioco finché resta tale. Dopo cambia. Cambia inevitabilmente».

Non sembra una fotografia felice.

«Quando abbiamo un pallone tra i piedi, noi calciatori siamo felicissimi. Quello che succede dietro, nel retropalco, spesso non è proprio bellissimo».

Lei vuole vincere il Pallone d’Oro.

«È vero. Quando ci riunivamo intorno al fuoco, da bambini, d’estate, espressi quel desiderio con i miei amici».

È stato lei a capire di aver talento o gli altri a convincerla che ce l’avesse?
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«Sono stati gli altri. Non avrei mai immaginato di raggiungere quello che ho raggiunto, però ora sono consapevole che posso raggiungere qualsiasi traguardo».

Ma un Pallone d’Oro non è solo un trofeo che quando non giocherà più resterà soltanto un oggetto da spolverare in bacheca?

«Vincerlo sarebbe un messaggio importante per tanti bambini. Per tutti quelli che nati in un piccolo posto lontano dai grandi centri – calciatori, medici, ingegneri o poeti che siano – possono sperare di poter raccontare una storia simile alla mia».

Cosa insegna la sua storia?
messi dybalaMESSI DYBALAdybala 2DYBALA 2la fidanzata di dybalaLA FIDANZATA DI DYBALA
«Che per quanto ti smontino, ti buttino giù o ti dicano “è impossibile, non ce la farai mai”, niente è veramente impossibile».
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US ambassador to the UN Nikki Haley has described Iran as a “global threat” in a news conference outlining evidence of the nation’s “destabilizing behavior” in the Middle East....


US rep to UN shows ‘evidence’ of Iran’s missile in Yemen, promises coalition against Tehran


US ambassador to the UN Nikki Haley has described Iran as a “global threat” in a news conference outlining evidence of the nation’s “destabilizing behavior” in the Middle East.
Under the current administration the US attitude towards Iran has hardened. Earlier this year, President Donald Trump claimed that a 2015 financial deal intended to limit Iran’s nuclear program has helped the nation fund terrorism.
Speaking about the new strategy on Iran, ambassador Nikki Haley indicated US agencies and their international partners are currently scrutinizing Iran’s ballistic missiles program, arms exports and “its support for terrorists, proxy fighters and dictators.”
Under the 2015 UN resolution on Iran’s nuclear program, the supply, sale or transfer of ballistic missiles from the country must be approved by the UN security council on a case-by-case basis.
Standing in front of a partially incinerated missile shell purported to have been fired into Saudi Arabia from Yemen, Haley told reporters at a Washington military base that illegal Iranian weapons are spreading throughout the Middle East.
“Our new strategy was prompted by the undeniable fact that the Iranian regime’s behavior is growing worse. The nuclear deal has done nothing to moderate the regime’s conduct in other areas.”
Haley said the US will attempt to build a international coalition to “push back” against Iran.
She said missiles from Iran have been found in war zones across the Middle East.
“It’s hard to find a conflict or a terrorist group in the Middle East that does not have Iran’s fingerprints all over it.”
There is something very Bush-administration-y about this @nikkihaley press conference, staged in front of a captured Iranian missile fired from Yemen
The Iran government has stated that the country’s weapons program is for defense purposes. The US envoy presented remains of a missile found in Saudi Arabia as proof of Iranian enabled attacks against US allies in the Middle East. Haley said the missile’s intended target was a civilian airport in Riyadh.
Weapon parts from a “kamikaze drone” and a boat fitted with a warhead were also mentioned as evidence of Iran backed aggression in the region. A date or location for when this weaponry was found was not announced by Haley.
Iran's Foreign Minister compares Nikki Haley's speech today to Collin Powell's anthrax vial used to justify the Iraq War at the UN https://twitter.com/JZarif/status/941375706226929665 
The Government of Islamic Republic of Iran has since released a statement describing the evidence as “fabricated,” report Reuters.
Saudi Arabia has welcomed the US stance and called for "immediate measures" to ensure the 2015 UN resolution is adhered to.
Claims that Iran has misused its weaponry comes as a new study reveals arms manufactured in Europe, China, and Russia inadvertently fueled Islamic State (IS, formerly ISIS/ISIL) arsenals between 2014-2017.
According to the Conflict Armament Research report, the US and Saudi Arabia were the biggest culprits in transferring such arms to regions where they subsequently fell into the hands of ISIS-linked groups.
“The United States and Saudi Arabia supplied most of this material without authorisation, apparently to Syrian opposition forces,” the report states.

da "rt.com"

giovedì 14 dicembre 2017

The Federal Communications Commission has voted to repeal the rules classifying internet providers as public utilities. Critics say this will lead to pay-for-play behavior by providers, while FCC chair argues it will benefit consumers.....

FCC repeals 'Net Neutrality' rule despite widespread protests


The Federal Communications Commission has voted to repeal the rules classifying internet providers as public utilities. Critics say this will lead to pay-for-play behavior by providers, while FCC chair argues it will benefit consumers.
The Republican-majority commission voted along party lines on Thursday to repeal the 2015 rules adopted under the Obama administration, which classified ISPs as public utilities under a 1934 law intended to regulate telephone service. FCC chairman Ajit Pai has argued that these “heavy-handed” regulations throttled investment and innovation and harmed poor and rural consumers.
“This is not Thunderdome. The FCC is not killing the internet,” Commissioner Brendan Carr said at the hearing on Thursday. “We are not relying on market forces alone. We are not giving ISPs free reign to dictate your online experience.” 
“I dissent from the contempt this agency has shown our citizens in pursuing this path today,” said Commissioner Jessica Rosenworcel, adding the repeal puts the FCC “on the wrong side of history.” 
As Pai was laying out his case for repeal, he was handed a note and abruptly declared a recess. It was reported that the interruption was due to a bomb threat. The commission reconvened about 20 minutes later, after the room was declared safe.
“We need to empower all Americans with digital opportunity, not deny them the benefits of greater access and competition,” said Pai.
Dozens of protesters held a vigil overnight before the FCC headquarters in Washington, DC, accusing Pai of favoring his old employer – telecom and ISP giant Verizon – and wanting to end net neutrality altogether.
Web companies such as Etsy, GitHub, Imgur, Kickstarter, Mozilla, Reddit, Patreon, Pornhub, Pinterest and Tumblr have endorsed the protests, cautioning that their products and services may be throttled by ISPs if net neutrality was repealed.
Net neutrality – also called the open internet – is the concept that internet service providers (ISPs) must treat all online content equally and not give preference to any one digital content provider.
Proponents of the 2015 rules argued that they were necessary to preemptively block ISPs from instituting “pay for play” plans and “fast lanes” for favored content, while throttling other lawful content.
The FCC chair disagreed, saying that the internet “wasn’t broken” in 2015, and that the rules have harmed consumers by throttling innovation and investment, as well as discouraging competition.
“Heavy regulation always benefits the entrenched incumbents much more than the upstarts,” Pai told the conservative Heritage Foundation in November.
A trade association representing many ISPs says that its members are committed to net neutrality, but oppose the restrictive regulations.
“The broadband industry has embraced and fostered the development of an open Internet where companies do not block, throttle or otherwise interfere with the customer’s desire to go wherever they want on the internet. Consumers demand it and, more importantly, it makes good business sense,”the the National Cable and Television Association (NCTA) said in a statement.
The Electronic Frontier Foundation (EFF) is not convinced the ISPs will behave without rules, however. Absent the regulations, “nothing will require ISPs to give the same quality of service even to apps that pay the same amount, let alone those that can’t afford it,” the EFF argued in its opposition to FCC's plans. “Content from an ISP’s business affiliates or favored partners will be able to get a fast lane no matter how much another website or app is willing to pay.”
The NCTA called on Congress to conclusively settle the debate on net neutrality and adopt “bipartisan legislation that will end the decades-old legal controversy and permanently enshrine enforceable open internet principles in statute.”
Net neutrality activists, however, call this a “solution in search of a problem.” According to Evan Greer, campaign director at Fight for the Future“Title II enjoys immense bipartisan support amongst the public and the courts agree it provides a solid legal foundation to prevent anti-competitive abuse from ISPs.”
Moments after the vote, New York Attorney General Eric Schneiderman (D) announced he will lead a multi-state lawsuit against the decision.

da "rt.com"

The Russian Defense Ministry has said that an F-22 got close to a pair of Su-25 jets, hampering them from escorting a humanitarian aid convoy. It dismissed reports of the Russian jets being “intercepted.”...

US F-22 was hampering Russian Su-25 jets to provide cover for aid convoy – MoD


The Russian Defense Ministry has said that an F-22 got close to a pair of Su-25 jets, hampering them from escorting a humanitarian aid convoy. It dismissed reports of the Russian jets being “intercepted.”
The incident took place Wednesday in the vicinity of the Syrian town of Mayadin, when a pair of Su-25 close air support jets were escorting a humanitarian aid convoy, the Russian Defense Ministry said. A US F-22 stealth fighter came from across the Euphrates river and approached the aircraft, firing flare decoys in front of them.
A Su-35 fighter jet, which provided cover for the Russian planes, “rapidly approached” the F-22 from the rear and the US warplane left the area afterward, the ministry added.
The ministry stressed that the incident occurred above the western bank of the Euphrates River, dismissing media reports that the Russian planes were allegedly operating over the eastern bank.
Earlier, US military officials told media, that a F-22 fighter fired flares to warn Russian planes away from a “deconfliction line” in Syria. After the encounter, the Russian planes reportedly left the area. 
“Two F-22s went too close to two Russian jets so we had to use the de-confliction channels,” a US Central Command (CENTCOM) told Sputnik on Thursday. “This is not something extraordinary... It happens sometimes several times a day.” The official has also confirmed that the militaries of the two countries have discussed the incident.
Moscow and Washington agreed on a flight safety memorandum in Syria in 2015 and established a hotline to prevent emergency situations. Using this early-warning system, the militaries of the two countries discuss the approximate locations and missions of their planes to avoid them being in the same airspace at the same time.
However, the two sides have repeatedly accused each other of disregarding the memorandum and being reluctant to use the tools at their disposal to prevent incidents. A similar incident between the Russian and US militaries was reported by Russia’s Defense Ministry last week. It said that a Russian Su-35 was forced to chase away a rogue US F-22 jet on November 23.
“The F-22 launched decoy flares and used airbrakes while constantly maneuvering [near the Russian strike jets], imitating an air fight,” Russian Defense Ministry spokesman Major General Igor Konashenkov said last Saturday in a statement, accusing the US military of attempts to disrupt the anti-terrorist operation and preventing Russian planes from bombing Islamic State terrorists.

da "rt.com"

Russian President Vladimir Putin's annual extended press conference on December 14 did little to dispel opposition leader Aleksei Navalny's reputation as the Lord Voldemort of Russian officialdom. Putin never uttered Navalny's name but alluded to him several times, including as among "those individuals that you mentioned."....

Masks depicting Russian President Vladimir Putin (top) and Russian opposition leader Aleksei Navalny for sale at a shop in St. Petersburg.


Russian President Vladimir Putin's annual extended press conference on December 14 did little to dispel opposition leader Aleksei Navalny's reputation as the Lord Voldemort of Russian officialdom.
Putin never uttered Navalny's name but alluded to him several times, including as among "those individuals that you mentioned."
The anticorruption crusader has long appeared to be He Who Must Not Be Named in the country's tightly managed political landscape. The reluctance of Russian officials to utter Navalny's name is widely seen as a bid to avoid conferring official legitimacy on the Kremlin's most prominent political foe.
Instead, they have danced around his name with various descriptors, many of which refer to Navalny's financial-crimes convictions that he calls politically motivated and that will likely stymie his bid to challenge Putin in the March 2018 presidential election.
Putin kept this up during his Moscow press conference. Television personality Ksenia Sobchak -- herself a presidential hopeful who said she attended "as a journalist" because she had no hope to debate Putin before the election -- asked Putin in part about Navalny and his inability to get on the ballot.
Putin responded by comparing Russian opposition activists to former Georgian President Mikheil Saakashvili, a Putin nemesis who served as a governor in Ukraine and who has spearheaded recent antigovernment protests in Kyiv. But the Saakashvili reference was clearly directed squarely at Navalny.
"Do you really want to have dozens of Saakashvilis running around our squares?" Putin said. "The people you named are Saakashvilis of the Russian edition."
After likening the Kyiv rallies to the Occupy Wall Street movement in the United States, Putin said those protests, which hit U.S. cities in 2011, were "comprised of" -- in another allusion to Navalny -- local "Saakashvilis or those you mentioned."
Navalny, who has published numerous investigations of alleged corruption by Russia's rich and powerful, joked on Twitter following Putin's comments: "I'm adding 'the people you named' to my collection of 'words used to avoid saying Navalny.'"
К моей коллекции "слова, используемые, чтобы не сказать Навальный" добавляется "тех, кого вы назвали".
Other Russian-language Twitter users riffed on the long-standing joke likening Navalny to Voldemort in British author J.K. Rowling's series of Harry Potter novels, whose characters refer to the dreaded villain with monikers like He Who Must Not Be Named and You Know Who.
"Navalny is the Voldemort of our time," one Twitter user wrote.
Навальный - Волан де Морт нашего времени.
When previously asked about Navalny, Putin has called the opposition leader"this gentleman" and "the defendant you mentioned."
Kremlin spokesman Dmitry Peskov has referred to Navalny as "the above-mentioned citizen" and the "convicted citizen," while Prime Minister Dmitry Medvedev has referred to him as a "political loser" and someone with "concrete political goals."
Navalny has publicly clashed with Sobchak over her presidential run, which is widely seen as helping the Kremlin by lending a veneer of true competition to the ballot. But he praised her question to Putin, who worked under her father, former St. Petersburg Mayor Anatoly Sobchak, in the 1990s.
"I have to say, Ksenia did a great gob. She formulated her question clearly," Navalny wrote.
Не могу не заметить, что Ксения - молодец. Вопрос сформулировала чётко.

While Putin appears averse to saying Navalny's name publicly, U.S. journalist Alec Luhn -- who covers Russia for the British newspaper The Telegraph -- said on Twitter in 2013 that the Russian leader actually did so when he specifically asked him about the matter.
I asked Putin if he deliberately doesn't say @navalny 's name.Answer: "No, why? Alexei Navalny is one of leaders of the opposition movement"