yYAXssKCQaUWZcXZ79RJTBLvo-c;SfREtjZ9NYeQnnVMC-CsZ9qN6L0 Finance, Economics, Globus, Brokers, Banks, Collateral-Oriano Mattei: Manlio 
Di Stefano, 36 anni, palermitano mezzo nisseno, capogruppo M5S della commissione esteri della Camera..... Corteggia Putin, celebra Chávez, vuol normalizzare i rapporti con Assad e rivedere il ruolo dell’Italia nella Nato, esalta l’Ecuador di Correa, rispetta Maduro, sottolinea che Hamas non 
può esser chiamata organizzazione terroristica, insomma articola con serenità un orizzonte che a un osservatore estraneo alle logiche grilline potrebbe apparire alquanto scivoloso, se non addirittura paradossale. Anche perché destinato 
a planare sulla straniante sintesi: Vladimir Putin è un interlocutore, Matteo Renzi un dittatore. ......

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giovedì 20 aprile 2017

Manlio 
Di Stefano, 36 anni, palermitano mezzo nisseno, capogruppo M5S della commissione esteri della Camera..... Corteggia Putin, celebra Chávez, vuol normalizzare i rapporti con Assad e rivedere il ruolo dell’Italia nella Nato, esalta l’Ecuador di Correa, rispetta Maduro, sottolinea che Hamas non 
può esser chiamata organizzazione terroristica, insomma articola con serenità un orizzonte che a un osservatore estraneo alle logiche grilline potrebbe apparire alquanto scivoloso, se non addirittura paradossale. Anche perché destinato 
a planare sulla straniante sintesi: Vladimir Putin è un interlocutore, Matteo Renzi un dittatore. ......

Corteggia Putin, celebra Chávez, vuol normalizzare i rapporti con Assad e rivedere il ruolo dell’Italia nella Nato, esalta l’Ecuador di Correa, rispetta Maduro, sottolinea che Hamas non 
può esser chiamata organizzazione terroristica, insomma articola con serenità un orizzonte che a un osservatore estraneo alle logiche grilline potrebbe apparire alquanto scivoloso, se non addirittura paradossale. Anche perché destinato 
a planare sulla straniante sintesi: Vladimir Putin è un interlocutore, Matteo Renzi un dittatore. Ma tant’è.

Manlio 
Di Stefano, 36 anni, palermitano mezzo nisseno, capogruppo M5S della commissione esteri della Camera, informatico ed esperto di cooperazione, militante grillino dai tempi del V-day, 
è un perfetto prodotto del mondo 
uno e bino del Movimento di Grillo e Casaleggio.

E sta sulla cresta giusta, tanto più adesso che il parlare di governo va tanto di moda, nei Cinque Stelle e fuori. Lui, che come formula 
di governo ha quella del «fare come 
un padre di famiglia», che ha teorizzato una «rivoluzione culturale contro 
il vippismo», è sempre è rimasto umile 
e mai s’è scomposto, dai tempi in cui i grillini simpatizzavano per le Pussy Riot e si preoccupavano delle cene di Berlusconi con l’amico Putin fino all’ammicco verso il nuovo zar.

Non 
a caso a lui sono stati dati in mano un pezzo della gestione della piattaforma Rousseau, il programma degli esteri 
e passaggi delicati nella vita parlamentare M5S; e, con sempre maggior insistenza, è indicato come papabile per la Farnesina nelle ipotetiche squadre di governo Cinque stelle, mentre suo “fratello” Alessandro Di Battista, tende ultimamente a slittare sempre più verso una casellina di vice 
a Palazzo Chigi.

Assiduo ma trasparente, fedelissimo ma senza allure, l’uomo che potrebbe rivelarsi il successore di Angelino Alfano alla Farnesina sembra per il momento impegnato a studiare da “Dibba” e consapevole di non diventarlo mai.
Alessandro Di Battista
Alessandro Di Battista


Per gli esperti del genere Sudamerica, si potrebbe dirlo una sorta di Alberto Granado, il compagno in penombra 
dei Diari della Motocicletta (motorino, 
in questo caso). Qualcosa di affine del resto c’è: i due si sono conosciuti più di un decennio fa, da ben prima di entrare a Palazzo, viaggiando insieme in Guatemala (e poi in Congo) per l’Amka, la Ong che tutt’ora sponsorizzano: «Su un chicken bus abbiamo fatto la nostra più lunga chiacchierata di visione politica», ha raccontato una volta Di Stefano, tutto fiero.

Quanto agli attuali equilibri, la distribuzione delle forze, una settimana fa, parlava chiaro. Mentre nella convention di Ivrea Davide Casaleggio rilanciava l’azienda politica a Cinque stelle in versione di governo, mettendo in platea i politici (Di Battista compreso), cercando interlocuzioni con l’establishment italiano, Di Stefano era a Foggia e Bari - nel tour che ha accompagnato la votazione online delle priorità in politica estera del Movimento - intento ad articolare il seguente punto del programma del futuro esecutivo: 
«La Russia come partner economico 
e strategico contro il terrorismo». 
Il progressivo venir in chiaro di una sintonia con quello che una volta era considerato latore di «oscuri affari» potenzialmente in grado di «papparsi qualche pezzo prelibato del nostro Paese», è del resto il leit motiv dell’ultimo biennio.

Passaggi di cui 
Di Stefano è protagonista, come gli incontri con uno dei collaboratori più fidati di Putin quale Sergeij Zhelenznyak, numero due del partito e vicepresidente della Duma; le numerose interviste 
a Russia Today, il network in lingua inglese finanziato dal governo russo; l’intervento, a giugno scorso, al congresso di Russia Unita, il partito di Putin, dove il deputato palermitano, con un inglese che Di Maio può invidiargli, ha difeso tutte le scelte del presidente russo, compresa l’invasione della Crimea («un Paese, la Russia, dove il rispetto dei diritti civili è messo in crisi dalle stesse istituzioni», protestavano invece i suoi colleghi della Camera solo nel 2014); assente qualsiasi critica per gli arresti dei giovani ribelli di Mosca guidati da Aleksej Navalnyj.

Del resto per un tipo come Di Stefano l’argomentare benaltrista 
è un gioco da ragazzi, un talento che rasenta l’evocazione dell’invasione delle cavallette. Putin? «Perché allora non ci occupiamo dell’Arabia Saudita»? Oppure: e che vogliamo dire di Obama, che «non ha chiuso Guantanamo». Oppure: e i cinesi con le violazioni in Tibet, dove li mettiamo? Così via, scivolando tra terzomondismo, multilateralismo, direzione ostinata e contraria rispetto alla versione occidentale della storia, attrazione verso il governo degli uomini forti mescolata per bene con dosi massicce di relativismo culturale e pacifismo appena si può.

La strategia dell’accreditamento sul piano internazionale, del resto, procede 
a ritmo serrato. Perché il Movimento deve farsi conoscere. E dopo il viaggio in Russia, quello dell’estate scorsa in Israele quando però l’atteggiamento filo-palestinese non è stato di grande aiuto all’accreditamento di Luigi Di Maio, e un mese fa il mini tour per l’America latina. Prima in Argentina, poi in Venezuela, giusto nei giorni in cui si celebrava l’anniversario della morte di Hugo Chávez.

Con picchi surreali come l’incontro, raccontato dal Foglio , tra gli italo-venezuelani e la delegazione grillina, formata oltre che da Di Stefano, dalla sua omologa al Senato Ornella Bertorotta e da Vito Petrocelli, vicepresidente del Comitato italiani all’estero. Un lunare confronto, nel quale gli uni proclamavano la contrarietà all’ingerenza straniera, gli altri rispondevano con un «forse non sapete come si vive qui» e la cosa si chiudeva con la risposta: «Anche in Italia si sta male, e ci sono anche cose buone in Venezuela come il programma di musica nelle scuole». Con il che l’apoteosi anticapitalista conclude il giro, e torna prepotente la domanda: camminerà 
su queste gambe, l’eventuale futuro governo dei Cinque stelle?


di Susanna Turco per "l'espresso.it"

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