yYAXssKCQaUWZcXZ79RJTBLvo-c;SfREtjZ9NYeQnnVMC-CsZ9qN6L0 Finance, Economics, Globus, Brokers, Banks, Collateral-Oriano Mattei: Le gang sudamericane e i cinesi a Nord, i nigeriani e i russi nel Centro-Sud, gli albanesi lungo tutto lo Stivale. Gestiscono il narcotraffico, la tratta degli esseri umani, la prostituzione, infettano l’economia con il riciclaggio di denaro sporco. E nel frattempo si associano ai calabresi e ai campani, siglano patti di non belligeranza con i siciliani, lavorano insieme ai pugliesi. Non ci sono solo i tentacoli delle mafie made in Italy a fare il bello e il cattivo tempo da Torino a Palermo. Non ci sono solo gli affari della ‘ndrangheta, della camorra, di Cosa nostra ad imperversare dalla Lombardia alla Sicilia. Al contrario, invece, nel 2017 l’Italia si è trasformata in un’importatrice di associazioni criminali straniere: non solo Mafie Export ma per la prima volta anche Mafie Import. A raccontare lo sbarco delle economie criminali forestiere è l’ultima relazione della Direzione nazionale Antimafia, presentata dal procuratore Franco Roberti......

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domenica 25 giugno 2017

Le gang sudamericane e i cinesi a Nord, i nigeriani e i russi nel Centro-Sud, gli albanesi lungo tutto lo Stivale. Gestiscono il narcotraffico, la tratta degli esseri umani, la prostituzione, infettano l’economia con il riciclaggio di denaro sporco. E nel frattempo si associano ai calabresi e ai campani, siglano patti di non belligeranza con i siciliani, lavorano insieme ai pugliesi. Non ci sono solo i tentacoli delle mafie made in Italy a fare il bello e il cattivo tempo da Torino a Palermo. Non ci sono solo gli affari della ‘ndrangheta, della camorra, di Cosa nostra ad imperversare dalla Lombardia alla Sicilia. Al contrario, invece, nel 2017 l’Italia si è trasformata in un’importatrice di associazioni criminali straniere: non solo Mafie Export ma per la prima volta anche Mafie Import. A raccontare lo sbarco delle economie criminali forestiere è l’ultima relazione della Direzione nazionale Antimafia, presentata dal procuratore Franco Roberti......

Mafie, ora l’Italia importa quelle straniere: la droga degli albanesi, il riciclaggio di cinesi e russi, la tratta dei nigeriani


Le gang sudamericane e i cinesi a Nord, i nigeriani e i russi nel Centro-Sud, gli albanesi lungo tutto lo Stivale. Gestiscono il narcotraffico, la tratta degli esseri umani, la prostituzione, infettano l’economia con il riciclaggio di denaro sporco. E nel frattempo si associano ai calabresi e ai campani, siglano patti di non belligeranza con i siciliani, lavorano insieme ai pugliesi. Non ci sono solo i tentacoli delle mafie made in Italy a fare il bello e il cattivo tempo da Torino a Palermo. Non ci sono solo gli affari della ‘ndrangheta, della camorra, di Cosa nostra ad imperversare dalla Lombardia alla Sicilia. Al contrario, invece, nel 2017 l’Italia si è trasformata in un’importatrice di associazioni criminali straniere: non solo Mafie Export ma per la prima volta anche Mafie Import. A raccontare lo sbarco delle economie criminali forestiere è l’ultima relazione della Direzione nazionale Antimafia, presentata dal procuratore Franco Roberti.
Quasi mille pagine di rapporto per ricostruire gli affari delle “mafie classiche“. È in questo modo che si è documentato come la ‘ndrangheta sia ormai stabilmente presente in tutti i settori nevralgici del nostro Paese. Nella relazione della Dna, però, c’è anche altro: per la prima volta, infatti, gli investigatori analizzano nel dettaglio gli affari sul suolo italiano delle mafie straniere. Già negli anni precedenti, per la verità, gli analisti della Dna avevano dedicato alcuni paragrafi delle relazioni alle piovre extra-italiane. Questa volta, però, le pagine utilizzate per raccontare gli affari delle mafie estere sono molto più numerose. Il motivo? Sono i numeri a rivelarlo: tra l’1 luglio del 2015 e il 30 giugno del 2016 sono stati 1.555 gli italiani accusati di associazione mafiosa, 570 gli stranieri ai quali è stato contestato lo stesso reato. Praticamente ogni quattro persone che le procure antimafia della Penisola hanno indagato per 416 bis, ce n’é almeno una non italiana. Una proporzione che cresce se si passano in rassegna le inchieste per traffico di stupefacenti: 16.170 gli italiani indagati contro 10.184 stranieri. Dati che confermano come le associazioni criminali straniere siano ormai la quarta mafia d’Italia.
In cima alla lista delle mafie emergenti – come anticipato in esclusiva dal primo numero Fq MillenniuM, il mensile del Fatto Quotidiano – c’è la piovra albanese. “I sodalizi albanesi sono particolarmente attivi nel traffico internazionale di sostanze stupefacenti e nello sfruttamento della prostituzione. Tali evidenze giudiziarie mostrano una ben radicata, e quindi allarmante, cointeressenza con elementi riconducibili ad importanti cosche, soprattutto ‘ndranghetiste, nella gestione del traffico di sostanze stupefacenti, delle armi e nella tratta di esseri umani”, scrivono i magistrati della Dna nella loro relazione. Un passaggio che conferma come quella di Tirana sia diventata ormai la piovra più pericolosa del Vecchio Continente, grazie al filo diretto con i calabresi. D’altra parte la struttura interna della mafia albanese è molto simile alle ‘ndrine: ad ogni clan corrisponde di solito una famiglia di sangue. In questo modo l’organizzazione è protetta da un’omertà difficilmente violabile: la stessa caratteristica che è storicamente il punto di forza della ‘ndrangheta.
La criminalità albanese ha acquisito il controllo della rotta balcanica”
“La sinergia criminale tra calabresi e albanesi – spiega quindi la relazione –  mostra tutta la sua potenzialità se si considera che la criminalità albanese ha ormai acquisito il controllo della rotta balcanica, via privilegiata di transito verso l’Europa occidentale e di ingresso di ogni sorta di merce illecita, tra cui armi ed esplosivi”. Ma non solo. Perché da qualche tempo gli investigatori di via Giulia si sono accorti di una novità: gli albanesi hanno conquistato i due estremi dell’Atlantico, dal Sudamerica, da dove partono i carichi da centinaia di chili di cocaina colombiana, ai porti del Vecchio Continente, dove il prodotto viene distribuito ai compratori. “In particolare – continuano gli analisti della Dna – nel traffico internazionale di sostanze stupefacenti, tali gruppi criminali sono riusciti a stabilire propri referenti di fiducia in Spagna, nei Paesi del nord Europa (Olanda, Belgio, Germania) e del Sud America, riuscendo ad assicurarsi un ruolo da protagonisti nella gestione di tali traffici delittuosi, secondo una specifica strategia che gli consente di gestire agevolmente l’acquisto, il trasferimento, la custodia e la vendita di notevoli quantitativi di cocaina proveniente direttamente dai predetti Paesi”. Un’attività – quella della gestione logistica della traffico di cocaina su scala mondiale – in cui Tirana ha ormai sostituito i calabresi. “Non sappiamo se gli albanesi gestiscano l’invio della cocaina di comune accordo con la ‘ndrangheta o se stiano cercando di sostituirla: in questo senso, potremmo trovarci presto di fronte ad una possibile guerra”, raccontava un investigatore italiano a Fq MillenniuM
L’allargamento dei confini dell’Ue ha accresciuto gli appetiti delle mafie”
“Tale scenario – annota la Dna  – ha rappresentato per le organizzazioni criminali russe un’occasione perespandere le proprie attività criminali lungo due direttrici interconnesse fra di loro: da una parte le attività illegali, quali il traffico di stupefacenti e di armi, il contrabbando di tabacchi, la tratta di esseri umani, i reati predatori; dall’altra le infiltrazioni nelle attività imprenditoriali legali, attraverso ilriciclaggio degli ingenti profitti delittuosi anche in Italia, attraverso investimenti immobiliari, strutture commerciali e nei più famosi centri cittadini, a cominciare dalle località balneari”. I ladri nella legge, in pratica, stanno infiltrando l’economia italiana riciclando il proprio denaro.
Ancora dai contorni misteriosi è invece l’attività della mafia cinese. Da Milano a Palermo, passando per Roma e Torino, negli ultimi vent’anni sono centinaia di migliaia i cittadini arrivati dalla Repubblica popolare cinese per lavorare nel nostro Paese. Solo che parallelamente alle attività legali si sono impegnati anche in quelle illegali.  “I sodalizi criminali cinesi, oltre alla spiccata attitudine per l’attività di riciclaggio, per reati di natura economico-finanziaria e la frode fiscale, riescono a gestire i traffici transnazionali di merci contraffatte e di contrabbando nonché i rilevanti flussi migratori illegali anche attraverso il consolidato legame con la madrepatria”, scrive la Dna che evidenzia per la prima volta i vari ambiti in cui si muovono i clan made in Pechino.  Gli analisti hanno documentato “l’operatività delle cosiddette bande giovanili, presenti soprattutto in Milano, Brescia, Torino e Prato e dei gruppi criminali organizzati, cui sono riconducibili le più eclatanti e cruente manifestazioni criminose, perlopiù consumate in ambito intraetnico. Tali formazioni criminali, utilizzando metodi violenti, intimidatori ed omertosi, estrinsecano le loro condotte criminali nel controllo e nella gestione di locali pubblici, utilizzati soprattutto per la gestione del gioco d’azzardo e per lo spaccio di stupefacenti, nello sfruttamento della prostituzione, nell’usura in danno di connazionali, nelle rapine ed estorsioni ai danni di imprenditori e commercianti connazionali”. Sono i clan che hanno cominciato a spacciare in Italia nuovi tipi di droghe sintetiche: le chiamano iceshaboo, ochristalmeth, e sono derivazioni della metanfetamina.
La comunità cinese reimpiega capitali illeciti in speculazioni lecite”
Il vero settore in cui si muovono i cinesi, però, è ovviamente quello finanziario: un ambito al quale si dedicano i colletti bianchi dei clan dagli occhi a mandorla, ormai completamente inseriti nel tessuto italiano. “Recenti acquisizioni info investigative – si legge sempre nella relazione – sembrano confermare l’operatività, in tale ambito, della cosiddetta terza generazione, cui appartengono liberi professionisti ed imprenditori di origine cinese, nati in Italia, dediti a reati di natura economico-finanziaria. Attraverso tali figure professionali, la comunità cinese si conferma capace di operare anche nel reimpiego dei capitali illeciti per finanziare attività illegali e speculazioni lecite, quali l’acquisto di immobili, di esercizi commerciali e di imprese in stato di dissesto, risanate con l’utilizzo di forza lavoro clandestina a bassissimo costo”. Un’infiltrazione continua dell’economia italiana, un enorme giro di denaro che alla fine torna in madre patria. Gli investigatori,  però, hanno documentato come i cinesi utilizzino sempre meno icircuiti tracciabili per movimentare i propri capitali.  Anche questo passaggio è raccontato dai numeri: dai 2.674 milioni di euro trasferiti nel 2012 (dato più alto registrato dal 2005), nell’ultimo anno  si è passati ad “appena” 500 milioni euro: ovviamente si tratta soltanto dei capitali tracciabili. “Attraverso il regolamento in denaro contante – annota la Dna – è possibile ipotizzare che alcuni cittadini cinesi, poco inclini ad utilizzare i canali ufficiali, ivi compreso il sistema money transfer, abbiano effettuato trasferimenti di liquidità in modo non ufficiale, talvolta ricorrendo al trasporto fisico del denaro contante”. In pratica centinaia di “spalloni” portano in Cina ogni giorno milioni di euro.
E se il Centro – Nord è appannaggio delle criminalità economiche, il Meridione – culla delle mafie di casa nostra – è diventata meta preferita dei clan africani, che hanno spesso stretto legami con la camorra, con la ‘ndrangheta, con Cosa nostra. “Nell’Italia meridionale- prosegue la relazione –  dove le attività illecite più qualificate sono controllate dalle tradizionali organizzazioni mafiose, lo spazio d’azione autonomo si riduce ai settori dell’immigrazione clandestina e sfruttamento della prostituzione e lavorativo. Le indagini del Raggruppamento operativo speciale dell’Arma dei Carabinieri hanno documentato qualificate forme di cooperazione tra sodalizi mafiosi“. Già nel 2015 un’inchiesta del fattoquotidiano.it aveva svelato un “patto di non belligeranza” siglato tra il clan di Porta Nuova a Palermo e i nigeriani della Black Axeche invece imperano nel quartiere di Ballarò. Adesso la Dna fa il punto sugli affari delle cosche africane, attivissime sul fronte del traffico di esseri umani. “In modo particolare in SiciliaCalabria e Puglia, emerge, oramai da diverso tempo, la presenza di nuclei di strutturati sodalizi transnazionali di matrice africana, dediti alla gestione dell’immigrazione irregolare di imponenti flussi migratori che raggiungono l’Italia via mare, anche attraverso l’ausilio di trafficanti di esseri umani operanti in Libia. Il dato più allarmante registrato con riferimento all’immigrazione clandestina è rappresentato, sicuramente, dal fenomeno dello sfruttamento della prostituzione, in quanto le ragazze nigeriane, reclutate nella loro nazione di origine con la promessa di un posto di lavoro in Italia sono, di fatto, ridotte in schiavitù, approfittando anche della situazione di vulnerabilità psicologica determinata dalla celebrazione di un rito Voodoo come garanzia”.
Le indagini documentano la cooperazione tra sodalizi mafiosi”
A dettare legge tra i clan africani ci sono proprio i nigeriani di Black Axe,  l’ascia nera, nata negli anni ’70 all’università di Benin City come una confraternita di studenti. All’inizio era una gang a metà tra un’associazione religiosa (li chiamano culti) e una banda criminale, che stabiliva riti d’iniziazione e imponeva ai suoi affiliati di portare un copricapo, un basco con un teschio e due ossa incrociate, come il simbolo dei corsari. Adesso si è trasformata in una vera e propria piovra, con i suoi capi, i suoi affari e i suoi traffici protetti dalla più invulnerabili delle leggi: l’omertà. “Quanto ai sodalizi nigeriani- confermano gli analisti di via Giulia –  si tratta di gruppi fortemente caratterizzati dalla comune provenienza etnico-tribale dei suoi membri. Tali elementi garantiscono a ciascun sodalizio un’elevata compattezza internache ne consente un’efficace operatività nonostante la ricorrente suddivisione in cellule, attive in diverse aree territoriali nonché il riconoscimento dei caratteri dell’associazione mafiosa in diversi procedimenti penali. Tali prerogative hanno consentito alla consorteria criminale di affrancarsi dall’assoggettamento ad altri gruppi criminali e di raggiungere una certa autonomia nei traffici perpetrati, nonché di intrattenere proficui rapporti anche con la criminalità organizzata autoctona, come dimostrano alcuni recenti sequestri di hashish proveniente dal Marocco e destinato alla cosche ‘ndranghetiste e ai clan camorristici”. Siciliani, campani, calabresi e nigeriani: un’organizzazione criminale attiva in tutta Italia che nel novembre scorso è finita al centro dell’operazione della procura di Palermo. Per gli investigatori si trattava di una “mafia persino più violenta di Cosa nostra”. 
Chiudono il cerchio le gang sudamericane, piccoli clan composti quasi sempre da giovanissimi. Nate per emulare le gesta delle bande ispano-americane create nelle periferie delle città statunitensi a partire dagli anni ‘40, adesso le mini gang trapiantate in Italia stanno diventando sempre più pericolose. Proliferano nelle periferie delle grosse città del Nord, dettano legge in intere zone dei quartieri in cui vivono,  finiscono sempre più spesso sulle pagine dei giornali per episodi cruenti. È il giugno del 2015 quando a Milano tre appartenenti alla gang di latinos Mara Salvatrucha aggrediscono a colpi di machete un capotreno delle Ferrovie. La sua colpa? Avere chiesto il biglietto ai tre giovani. È l’apice della violenza dei latinos: per quell’aggressione i tre giovani banditi saranno condannati a pene fino ai 16 anni di carcere. E gli investigatori di via Giulia inizieranno ad analizzare il problema.
Un’ Internazionale del crimine che parla più lingue
“Si continua a registrare, prevalentemente nei capoluoghi di regione del centronord Italia, la perdurante operatività e l’accresciuta pericolosità delle pandillas sudamericane che, nonostante la giovane età degli appartenenti, si sono mostrate particolarmente inclini all’uso sconsiderato della violenza”, scrivono gli analisti. Che poi sottolineano come la nazionalità d’origine di molti giovani criminali non sia affatto un dettaglio casuale .”La presenza di soggetti provenienti dal Sudamerica – si spiega nella relazione – è finalizzata principalmente all’approvvigionamento del narcotico, in particolare cocaina, a prezzi maggiormente competitivi, grazie ai contatti diretti con i fornitori nei Paesi d’origine”. Le gang di periferia, insomma, hanno già iniziato a smerciare droga e dai quartieri più lontani puntano al centro delle città. I baby criminali, in pratica, sono pronti a trasformarsi nei narcos del futuro. Solo che non siamo a Medellin e nemmeno in Colombia, e questa non è una serie di Netflix: sono le periferie italiane dove alle mafie autoctone si sono ormai affiancate quelle di mezzo mondo. Il risultato è un cocktail esplosivo: un’Internazionale del crimine che parla mille lingue e non sembra conoscere argini.

di Giuseppe Pipitone per "ilfattoquotidiano.it"

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